Borghi

Rocce e rivoli di oblio a Prata Sannita

Castello Prata Sannita

Geostoria. Prata è nascosta tra le serrate montagne del Matese: tra quelle propaggini una stirpe antica di guerrieri, i Sanniti, fece assaporare con pietre e lance − si narra che il pilum fosse stato abilmente copiato e migliorato dai romani, ma che in origine fosse un’arma sannita − le prime sconfitte all’emergente potenza romana. I Pentri, tribù sannita, furono i primi grandi guerriglieri della storia, e il Muro delle fate è una testimonianza della loro natura bellicosa.

Prata Sannita (Prat-orum toponimo che compare per la prima volta nel Chronicon vulturnense, conservato nel Vaticano ma scritto a San Vincenzo al Voltuno nel vicino Molise) s’arrampica su d’una collina, sulla cui cima a ferire il cielo c’è il magnifico Castello Pandone; quest’ultimo testimonia l’importanza strategica del luogo. Prata, nata in origine nella parte pianeggiante (Prata piana), a causa dei saccheggi saraceni (860 d.C.) che devastarono le terre sulle sponde del Volturno, venne edificata dai Longobardi, che decisero di arroccarsi incastellandosi sulla collina alta 333 m.s.l.m.

 In seguito, fu dominio: normanno dei Drengot della contea di Alife provenienti da Aversa, e dei Sanframondi, infine dei Pandone durante il reame aragonese… le prossime notizie le coglierete leggendo.

Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Fiume Lete
Fiume Lete

Impressione. Appena scorgi Prata comprendi che la sua ossatura urbana è di pietra, così lontana dalla civiltà del tufo tipica della Campania Felix. Il suo apparire riflette il sole, come l’acqua leggendaria su cui questi posti galleggiano come navi. Qui il fiume Lete richiama il mito e pensieri profondi di una tale limpidezza da ossigenare le astruse costruzioni di un mondo così confuso. Questo scorrere millenario ha lasciato un ciottolo levigato nella mia mente, una ricostruzione etimologica: Aletheia (ἀλήθεια) in greco antico è traducibile “come lo stato del non essere nascosto”, il fiume Lete (Λήθη) attraverso il mito è per noi tutti il fiume dell’oblio.

Questo meditare mi ha ancor di più mostrato come la Campania sia sempre pronta, a causa della sua natura mitica, a parlare della sua storia tramite sirene, sibille, titani… di correre il rischio della dimenticanza. C’è troppo da ricordare, meglio l’oblio… La Campania tutta, dal Tirreno all’Appennino, può essere narrata solo abbandonando per un po’ la ragione, solo così si sfiora la sua anima.

Prata si costruì verticalmente, forse per proteggersi dai pericoli leggendari del Lete e cercò anche di crearsi una via di fuga con il ponte che collega il mondo di pietra e quello di acqua. La Prata di cui ci incuriosimmo fu quella protetta dal mantello calcareo che è il suo abitato, abbellita dagli orti colorati con gli aranciati fiori di zucca, dalle sfumature di verde dei suoi alberi e dai primi pomodori sfumati di rosso.

Il letto del Fiume
Il letto del Fiume
Orti colorati
Orti colorati

L’arrivo. Mentre eravamo intenti a liberarci dall’arsura grazie al gorgoglio e ai rivoli ipnotici del Lete, Flora decise di chiamare il Presidente della Pro Loco Di Prata, il sig. Mario che ci diede appuntamento vicino al Ponte di origine romana verso le 15.00. Nel frattempo, seguendo il corso del mitico fiume arrivammo al vecchio Mulino in pietra, alimentato in passato dalle sue acque. Le suggestioni iniziarono a fiorire nella mente: immaginai che farina sarebbe stata quella prodotta con l’acqua del fiume dell’oblio e col grano duro più della stessa pietra matesina, coltivato su quelle spianate e terrazzamenti… Pane e oblio, alimenti per sopravvivere nei luoghi duri ed eroici dell’Appennino. Dalle alture nascono sempre prodotti densi di sapori, come i formaggi eccezionali e l’olio, ma anche il mais della varietà tonda con il quale si produce una ottima farina di polenta con la quale si cucinano piatti impensabili per la cucina campana mediterranea. Dopo esserci ristorati, andammo all’appuntamento.

 

Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dal ponte
Prata Inferiore vista dal ponte
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino

Lì attendeva Mario, che ci venne incontro sorridente, nonostante fosse claudicante per via di una operazione recente al menisco e fossero più di trenta i gradi che illuminavano il luogo pattuito per l’incontro. Da questo momento, senza aver ancor visto il borgo, se non da lontano, stimai ancor di più questo uomo, il quale per dare un’opportunità ai visitatori di apprezzarlo, aveva lasciato tutti i timori a casa, dedicandosi completamente a Prata, anzi… dedicandosi anche alla moglie. Maria fu la sua spalla, energica e simpaticissima, donna di origini statunitensi, ma ancor di più pratesi, che subito ci fece sorridere con le sue battute e ci rimproverò della nostra incoscienza borgonautica, che scioccamente, invece di spingerci a bagnarci nei flutti marini, portò ad arrampicarci con quelle temperature sullo specchio di sasso che è il Matese. Maria ci descrisse la preparazione di uno dei piatti tipici, il Frattocchio, fatto con la polenta fredda e la minestra…

Schizzo del ponte sul Lete
Schizzo del ponte sul Lete
Antico mulino
Antico mulino

L’esplorazione. Prima tappa del percorso scelto dalle nostre guide fu il Convento di San Francesco. L’architettura, ci spiegò Mario, è di origine romanica con interventi barocchi, ma purtroppo è chiuso, come i misteri più profondi del cristianesimo stesso e che solo con la fede vi si può giungere.

 La seconda tappa del percorso fu la piazza principale nella parte di Prata Superiore, nata intorno alla fine del ‘500, dove domina la Parrocchia di San Pancrazio, nata per sostituire quella ancor più antica che sorgeva a 1000 piedi dall’attuale e nella quale sono riutilizzati elementi della più antica parrocchia risalente al 700 d.C, come il portale laterale di epoca longobarda raffigurante Cristo, arricchito con motivi geometrici e floreali, e dalle tre teste di leone poste nella parte alta della facciata. Interessante è l’appellativo di questo giovane martire: è uno dei santi di ghiaccio, dicitura risalente a una credenza contadina che vedeva nel giorno del 12 maggio (festa patronale) un brusco raffreddamento del clima, giorno che apriva in modo definitivo al caldo dell’estate sostituendosi alle bizzarrie e ai tepori primaverili. Per gli appassionati dei misteri medievali una ricostruzione storica vede sul portale di accesso in pietra un’edicola, avente ai lati le immagini di due soli sfolgoranti riconducibili ai Cavalieri Templari del Santo Sepolcro…

Convento di San Francesco
Convento di San Francesco
Parrocchia di San Pancrazio
Parrocchia di San Pancrazio

La bella passeggiata dalla piazza proseguì per le strade di Prata superiore dove avemmo il piacere di incontrare un bravissimo ceramista, nonché profondo conoscitore di Prata, il sig. Santillo Martinelli che ci accolse nella sua variopinta bottega e a ogni colore smaltato, richiamò un tassello del mosaico storico di Prata, spiegandoci come tra queste stradine la storia non avesse mai smesso di scorrere: infatti, anche da un punto di vista archeologico, Prata è una chicca! Per tale esigenza, in questo borgo è stata istituita una vivacissima e colta associazione, il Gruppo Archeologico di Prata Sannita, che tanti studi di pregio ha condotto a livello locale, lavori che abbracciano la preistoria fino all’archeologia industriale, ma anche il restauro di alcune opere di pregio. 

Tra ceramiche e archeologia
Tra ceramiche e archeologia

Prima di ritornare al parcheggio scambiammo delle piacevoli chiacchiere con due arzille signore, amabili scrutartici dagli occhi vispi. Le simpatiche donne rocciose nella lucidità, subito ci tempestarono di domande, ci spiegarono come il loro nome, Maria, fosse dedicato alla S.S Maria di Prata, che è cosa diversa da tutte le altre Maria… e ci salutarono con la frase “che a Maronn e Prata v’accumpagn”…

La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
Le strade bianche
Le strade bianche

Arrivati al parcheggio per partire verso una nuova tappa, Mario ci incitò a seguirlo per andare a vedere qualcosa di sacro e allo stesso tempo profano, dove l’uomo sfida la montagna e la sua linfa…ancora acqua e pietra. Seguimmo la sua auto bianca mentre si gettava con una certa velocità – lontana dagli standard di guida di gente proveniente dalle tempeste urbane – in una strada sterrata. Eravamo entrati in una strada bianca – penso alla archeologia – ricca di polvere e meno insidiosa dei crateri stradali delle città della Pianura campana; Mario aiutato dalla polvere bianca e dal colore della sua auto si mimetizzò da buon sannita, ma lo raggiungemmo perché ci orientammo grazie alle argentee foglie degli ulivi che delimitavano la strada. Antonella aveva lavato la macchina da qualche giorno, prontamente ricevetti uno schiaffo dolce almeno quanto le botte date con la sua macchina quel giorno.

Mario si fermò vicino a una edicola votiva in onore di Sant’Antonio da Padova con la rispettiva statua che ha del miracoloso. Infatti, è stata piangente: è per questo miracolo che San Pancrazio, nel cuore dei pratesi, ha ceduto il posto al padovano che in quella statua ha ancora racchiuso mito e acqua. Dopo aver goduto del panorama che dà su una gola ripida e un paesaggio mozzafiato, tappa seguente fu la centrale idroelettrica dismessa sulla Grotta del Cavuto costruita nel 1946 e funzionante fino agli anni ’60. Mario, scendendo dalla macchina, ci portò alla scoperta di questo sito di archeologia industriale: tra stradine ripopolate da piante fiorite di giallo e viola, sentimmo il piacere dell’avventura, il profumo della menta selvatica… Mario mi sembrò un brigante alla macchia e dimenticai ben presto che avesse subito un intervento al menisco.

Sant'Antonio da Padova
Sant'Antonio da Padova

Tra il cemento e il ferro, e le scritte rupestri di giovani innamorati o contestatori politici, capii che il mito sa essere più forte di tutto, e che l’uomo col suo contenere le acque, i boschi, non ha vinto… ha plasmato se non in modo temporaneo quello che è il mito. Tutto ritorna perché il Lete è il fiume dell’oblio e ha dimenticato ben presto ciò che l’uomo ha imprigionato… il suo sbarramento è un ricordo passato, adesso scorre dimenticando. Il mito non è altro che un modo diverso di dire tutto, cambiando nome recupera sempre lo stesso mistero rimescolandolo.

Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Borgonauti & Friends
Borgonauti & Friends
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino

Ultima tappa fu il borgo medievale che ammirammo già dal fiume e che adesso dovevamo invadere. Appena arrivammo nel parcheggio del Castello, ahimè chiuso al pubblico quel giorno, mi emozionai nel vedere tutto quel miscuglio di lastre di calcare, tagliate in modo da costruire ardite fortificazioni e case forate in pietra, legate con malta e acqua, edificate  l’una sull’altra in modo da sostenersi fondamenta su fondamenta, dalle quali sgorgavano piante spontanee di cappero, con i loro bellissimi e profumati fiori, di colore avorio e viola. Questa è la bellezza dei luoghi calcarei e carsici: se è vero che dal letame nascono i fiori, dalle pietre nascono i borghi. Arrivati alla porta di San Giovanni che affianca il Castello con il suo apparire angioino, e con i suoi simboli templari ben custoditi, scendemmo per il borgo tra strade strette e sconnesse. Lì ci imbattemmo in una dolce signora dal corpo esile e impaurita, in un primo momento molto diffidente. Per avere delle dritte sulle storie popolari del posto chiedemmo delle Janare: ella dopo un po’e con molta reticenza, accennò di queste donne conoscitrici dei misteri della natura e dei malefici… ci aggiornò che non era più epoca delle Janare; erano scomparse, infatti nessuno più lega le trecce dei cavalli nella notte, né recita formule per propiziare amori e incantamenti…ma qualche lupanaro ancora era impresso nella memoria dei pratesi.

Torre in fiore
Torre in fiore
Pietra e capperi
Pietra e capperi

Di tutto ciò parlammo vicino alla chiesa più importante di Prata, almeno per le Marie, la custode della divinità femminile del luogo S.S Maria di Prata: la Madonna della montagna è custodita nella Chiesa di S.Maria delle Grazie, quest’ultima nata dopo la distruzione della Chiesa di San Giovanni, ma che malgrado sia databile intorno al Cinquecento, possiede alcuni particolari romanici come il portale con un fregio longobardo.

Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Scendemmo ancora per il borgo, incontrando gente meravigliosa. Una dolce signora sul balconcino di casa accudiva i suoi gerani di vari colori e ci salutò scambiando qualche battuta. Giunti nella piazza del borgo medievale ci acquartierammo con gli abitanti del posto, che tra domande e battute ci mostrarono il lavatoio e il calore della gente dell’oblio.

Borgonauti alla scoperta
Borgonauti alla scoperta
Il calore della gente dell'oblio
Il calore della gente dell'oblio

Prata, con la sua misteriosa luce, ci aveva lasciati nella dimenticanza di avere un posto in cui tornare. Sulla strada del ritorno, nella macchina impolverata, vidi Carla felice, i suoi occhi stanchi di bellezza coperti dai capelli mossi dal vento. Al suo fianco sedeva Paolo, un piccolo borgonauta che ancora faceva domande sui posti visitati, sui monti e sulle storie delle streghe…Capii che aveva un senso tutto questo e che al mondo del cemento e della memoria virtuale sopravvive un mondo fatto di pietra che lotta contro l’oblio.

Scorcio del borgo
Scorcio del borgo
Le case del tempo
Le case del tempo

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