Viaggio nell'arte

Gli scavi di Oplontis: l’arte e l’anima si appartengono.

I Borgonauti continuano le loro spedizioni alla scoperta delle bellezze del nostro territorio, facendo tappa questa volta a Torre Annunziata, dove è possibile lasciarsi stupire da alcuni scavi che, sebbene meno ampi di Ercolano e Pompei, ne condividono la storia come si può evincere dall’ arte pittorica e nell’ architettura del sito: parliamo degli scavi di Oplontis, ovvero un’antica area periferica e semi-urbana con ville ed edifici pubblici, che fu legata amministrativamente alla maestosa Pompei e che ne subì la stessa sorte, in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79. Il suo patrimonio giacque quindi sepolto per secoli, fino a quando il fervore per le scoperte di Ercolano, Pompei e Stabia del XVIII indussero il potere borbonico ad incentivare le ricerche archeologiche nella zona vesuviana. Da quel principio, dopo una serie di interruzioni durate svariato tempi, emersero tra i maggiori ritrovamenti due strutture maestose: nel 1964 la Villa attribuita a Poppea (o Villa A), un sontuoso complesso residenziale, e nel 1974 la Villa di Lucius Crassius Tertius (o Villa B), appellativo riferito a colui che fu forse l’ultimo proprietario e il cui nome comparve su un sigillo in bronzo, emerso durante gli studi del sito. Quest’ultima, a differenza della Villa A, era presumibilmente un horreum, cioè un edificio destinato alle attività commerciali, ma provvisto anche di una sezione abitativa. Interessante è sapere che nella Villa B sono stati rinvenuti sia i resti di una cinquantina di persone che, al momento dell’eruzione avevano trovato riparo in attesa in attesa di soccorsi, sia i gioielli e le monete, detti “ori di Oplontis”, che i proprietari avevano portato con sé nella speranza di tornare presto a casa. Gli scavi delle due ville non sono ancora conclusi, impediti anche dal contesto urbano moderno.

La Villa d’otium di Poppea

Dal 1997 l’area archeologica di Torre Annunziata, insieme a quella di Pompei e Ercolano, è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. La villa di Lucius purtroppo è chiusa al pubblico, mentre è possibile visitare la Villa A, che è stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone, in base ad un’iscrizione dipinta su un’anfora menzionante Sucundus, un suo schiavo o liberto.

Accesso alla Villa di Poppea.

La struttura, la cui parte più antica risale al I secolo A.C., era magnificamente decorata da affreschi, alcuni dei quali ancora ben conservati, da fontane, ampi giardini, sale con ricchi arredi. Essa era inoltre provvista di una vasta piscina e un centro termale, rappresentando così un luogo perfetto per l’otium.

Porticato della villa.

Da Borgonauta amo immaginare l’affascinate Poppea trascorrere piacevoli giornate in compagnia di illustri ospiti o godersi momenti rilassanti nell’impianto termale della costruzione: la mente prova a fantasticare su quanto questa donna di indiscusso fascino avrà goduto di una profonda quiete nel calidarium, ovvero la sala da bagno riscaldata con aria calda proveniente dalla vicina cucina, ornato al centro della parete da una splendida raffigurazione di Ercole nel giardino delle Esperidi, o nel tepidarium, cioè la stanza scaldata con aria tiepida, mentre i vapori le accarezzavano il viso.

Calidarium

Nel percorso di visita della villa, il pensiero ricrea il suono leggero della tunica dell’imperatrice e lo scalpiccio dei passi diretti all’atrio tuscanico, l’ingresso principale della villa, per accogliere al loro arrivo gli ospiti attesi. Mi piace pensare che allora, come oggi, chi arrivasse in questa stanza fosse rapito dagli affreschi sontuosi di II stile, rappresentati finti colonnati e porte, sormontati da quadretti pittorici di diversi paesaggi, che permettevano un prospettico ampliamento dello spazio. L’atrio ha conservato il compluvium, ossia di un’apertura sul tetto, grazie al quale era possibile la raccolta dell’acqua piovana in una vasca posta al centro della stanza: l’impluvium.

Affresco dell'atrio.
l'impluvium dell'atrio.

Durante la visita, quando si giunge nella sala da pranzo (triclinio), quasi riaffiorano gli echi delle parole dei commensali, sdraiati sui triclini, mentre scintillano le coppe preziose, colme di vino pregiato, e i profumi dei frutti serviti dagli schiavi. Questa pensiero è animato anche dallo sfondo delle pareti, che sono decorate con affreschi di realistiche colonne in marmo colorato con capitelli figurati. Nella scena pittorica emerge inoltre la rappresentazione di un cancello, oltre il quale si scorge un giardino, dove una colonna sorregge la statua di una divinità femminile, e un cestino di fichi, destinati alla dea come offerta.

Triclinio

Le giornate trascorrevano evidentemente in modo sereno e ogni angolo della grande villa si animava di passi che calpestavano i pavimenti di cocciopesto e spesso facevano sosta nei giardini, di cui ne è un esempio il piccolo e raccolto viridarium. Esso è circondato da un portico, provvisto di colonne, davanti alle quali erano presenti in origine rampicanti e sempreverdi e al centro un’aiuola ricca di fiori. In questo spazio, tipico delle ville d’otium, era possibile abbandonarsi alla meditazione e dedicarsi al riposo.

Viridarium
Prospettiva interna del viridarium.

La villa di Poppea conserva anche il peristilio: il cortile, la cui parte centrale aperta era occupata da una fontana adombrata da un grande castagno. Esso è affiancato da quattro corridoi, circondati da colonne. Pareti e colonne sono decorate con striature bianche e nere, a imitazione del marmo, che in origine rappresentavano un modello economico di decorazione. Intorno al peristilio si possono notare delle stanze di piccole dimensioni, destinate ai servi o usate come depositi. Sulla piccola fontana, che è presente al centro di questo cortile, probabilmente era collocata la statuetta del fanciullo con l’oca, ritrovata in uno dei porticati.

Peristilio
La fontana del peristilio.

Continuando la scoperta del sito, si giunge verso la parte più recente della villa, ovvero la piscina esterna, aggiunta verso la metà del I secolo d.C., la cui lunghezza di 61 metri ricorda le piscine olimpioniche. Accanto ad essa erano situati piccoli e rigogliosi giardini e delle stanze, sobriamente decorate, poste in questa zona appartata della struttura per far sì che gli ospiti beneficiassero della maggiore riservatezza possibile (hospitalia). Diversi studi hanno consentito di scoprire la ricca vegetazione originaria, che accompagnava le decorazioni architettoniche e le statue di ispirazione greca: oleandri, platani, olivi, cipressi, rose ed edere rampicanti. È possibile che questo ambiente della villa fosse utilizzato come gymnasium di stile greco, dove i presenti potevano dedicarsi agli esercizi atletici. Come si può non immedesimarsi negli ospiti della villa, che sguazzavano in acqua, o che leggevano in una delle stanze ad essi destinate?

La piscina.
Hospitalia.

Tutto nella sontuosa villa rianima un passato glorioso di arte, ricchezza e mistero: lo straordinario mondo romano, con il suo simbolismo magnetico, con gli usi e costumi, che hanno originato la nostra civiltà, emana in questo sito un fascino particolare, che si intreccia alla controversa immagine di Poppea, descritta dalle fonti come una donna di ineguagliabile bellezza e ambizione senza scrupoli. La villa è capace di suscitare emozioni contrastanti, alternando il senso di amarezza per il deterioramento, provocato dall’eruzione del Vesuvio e dallo scorrere del tempo, e il profondo stupore per i meravigliosi dettagli artistici e architettonici conservati. Per questo alla fine del percorso si comprendere una grande verità: l’arte e l’anima si appartengono.

Riflessioni conclusive: l’arte e l’anima si appartengono.

In questo periodo particolarmente difficile da affrontare, l’arte ha sacrificato il suo splendore in un abbandono simile al dormiveglia, attendendo tempi più sicuri in cui tornare alla vita. Noi Borgonauti consideriamo l’arte, in tutte le sue forme, e la storia come gli elementi fondanti dell’essenza umana ed è innegabile che le anime, seppur a causa di forze maggiori, abbiano perso un po’ della propria luce, a causa di questa mancanza: lo spirito ha bisogno d’arte perché, se è vero che gli uomini agiscono secondo ragione, è solo nutrendosi del sublime che possono elevare sé stessi. Troppo spesso capita che nei nostri tempi moderni si consideri indispensabile solo ciò che è immediatamente percepibile ed è capace di soddisfare i sensi in modo immediato. Eppure, noi Borgonauti vorremmo condividere un’altra idea: esistono sensazioni altrettanto appaganti, derivanti dalla contemplazione profonda delle testimonianze del nostro passato e dallo stupirsi delle più antiche manifestazioni dell’ingegno umano. L’anima dunque ha bisogno di arte, come l’arte ha bisogno delle anime, poiché da sola, priva di sguardi curiosi e amorevoli, muore. Essa, nel concedersi senza riserve, ci mostra la sua nobiltà e si presta come un accogliente rifugio per la nostra interiorità, in cui trovare protezione e sollievo, e lasciarsi andare all’abisso delle nostre emozioni. L’augurio, che guida il gruppo borgonauta, è che si protegga degnamente questo magnifico riparo, che ci ricorda costantemente il fascino della vita, poiché l’arte e l’anima si appartengono in un modo che la ragione non può comprendere e, quando questo legame si allenta, la natura dell’uomo inaridisce irrimediabilmente.

Marica Fiorito

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