Il sapore delle tradizioni

‘A festa ‘e Sant’Antuono: devozione religiosa e amore per la tradizione a Macerata Campania

Chi è appassionato di tradizioni popolari non può perdere l’appuntamento, fissato in data  17 gennaio, con ‘A festa ‘e Sant’Antuono di Macerata Campania. In migliaia, tra giovani e adulti, accorrono ogni anno per partecipare a questo evento, grazie al quale il paese si anima di quei profumi e suoni, che rimandano ad una storia millenaria, ricca di dedizione religiosa. Al centro di questi festeggiamenti, vi è l’omaggio a Sant’Antonio Abate, l’ eremita egiziano, nato nel  IV secolo d.C., che decise per vocazione religiosa di spendere la propria esistenza nel deserto in totale solitudine, resistendo, come si racconta, alle tentazioni del demonio. Il suo esempio di dedizione verso i valori spirituali e di rifiuto dei beni terreni, ispirò la nascita dell’ascetismo monastico e lo rese simbolo del trionfo del bene sul male. I numerosi miracoli che lo vedono protagonista nella tradizione agiografica, hanno fatto sì che Sant’Antonio fosse indicato come patrono dei contadini, degli allevatori e dei macellai e come protettore degli animali e dalle avversità del fuoco. Macerata Campania, quindi, celebra Antonio Abate con un tripudio di canti, giochi e rappresentazioni, tipiche degli antichi costumi locali. Le notizie sull’origine di questa ricorrenza sono legate esclusivamente alla tradizione orale e ne indicano come periodo  di nascita il XIII secolo: all’epoca Macerata era terra di artigiani, fabbri e contadini che durante le fiere al momento della vendita per dimostrare la qualità dei prodotti realizzati, come le botti, i tini, le falci e gli utensili di legno, li percuotevano, provocando un suono fragoroso. Dunque, in una società essenzialmente contadina, legata indissolubilmente alla terra e al lavoro nei campi, una qualsiasi minaccia ad essi avrebbe rappresentato un notevole danno: da ciò sarebbe derivata l’usanza di dimostrare, con riti e festeggiamenti, devozione al Santo che con il potere del bene avrebbe garantito la protezione degli animali e di quanti lavorano col fuoco.

Il ricco programma della festa

‘A festa ‘e Sant’Antuono dura diversi giorni, durante i quali le strade del paese si ravvivano, grazie all’entusiasmo dei visitatori e al sorriso fiero dei cittadini. I festeggiamenti  cominciano con la processione, in cui la statua del santo è condotta in spalla dai fedeli per le vie del paese, ritornando in fine nella Chiesa Abbaziale San Martino Vescovo, dove è celebrata una messa a lui dedicata. Segue, la sera, la benedizione degli animali e del fuoco:  il cippo di Sant’Antonio , ovvero un rito apotropaico, legato ad antichi culti contadini, realizzato come buon auspicio per il raccolto. Ad essi si aggiunge la riffa, cioè l’asta, durante la quale sono messi in vendita i beni offerti precedentemente dai fedeli al Santo e dei proventi raccolti una parte è destinata al finanziamento della festa e il resto è devoluto alla chiesa, sotto forma di offerta. Le celebrazioni continuano con i fuochi pirotecnici figurati, così chiamati perché ricreano le forme dei personaggi legati alla vita e ai miracoli di Sant’Antonio e sono distrutti dal fuoco come segno di estinzione del male. Si distinguono: l’asino, che simboleggia il centauro apparso al santo durante il suo viaggio in visita a San Paolo; la donna, che rappresenta la tentazione carnale, a cui il diavolo sottopose Sant’Antonio nel suo viaggio nel deserto; il maiale, legato al santo da varie storie e leggende, che rappresenta il trionfo della fede; la scala, emblema peculiare di Macerata Campania, ricollegabile probabilmente al lavoro nei campi e alla terra. Non manca, in questa ricorrenza tanto amata, un omaggio ai giochi della tradizione che, oggi come in passato, rappresentano un momento di ludica aggregazione e di riposo dalla vita lavorativa. Ne sono un esempio il tiro alla fune, la corsa dei sacchi o il palo di sapone, in cui i partecipanti si arrampicano lungo una pertica, cosparsa di sapone, per raggiungere e dunque vincere i generi alimentari, posti sulla cima, oppure il giro della botte: una gara di velocità in cui si fa girare una botte con le mani lungo il bordo. La rievocazione del patrimonio di usi e costumi maceratesi prevede anche la preparazione del piatto, simbolo di Macerata Campania: la past’e’lessa.  Si tratta di un primo, in cui l’ingrediente fondamentale sono le castagne lesse, la cui dolcezza è bilanciata dall’uso del peperoncino. L’importanza di questo alimento ha origini antiche: tipico delle diete contadine, esso aveva il pregio di essere poco costoso, facile da conservare e utilizzabile in cucina in svariati modi.

Fuochi pirotecnici figurati: l'asino portato a spalla. Macerata Campania. Anni '70. Foto fornita da Stanislao Roggiero.
La benedizione del fuoco. Macerata Campania, 2016. Foto di Vincenzo Capuano.
La past'e'llessa (la pasta con le castagne lesse). Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.
Il gioco del palo di sapone. Macerata Campania,2016. Foto di Vincenzo Capuano.

La sfilata dei carri e la musica delle battuglie di pastellesse

L’evento più atteso dell’intera Festa ‘e Sant’Antuono è la sfilata dei carri, che ravvivano l’atmosfera con la propria musica e canti. È possibile assistere a più sfilate: una solitamente è organizzata il sabato che precede il 17 gennaio e l’altra la domenica che lo segue. Quest’ultima è realizzata sia di mattina, che di sera e si concentra davanti al sagrato della Chiesa Abbaziale, dai cui gradoni è possibile godere dell’ esibizione musicale. I carri in origine erano semplici carretti, trascinati da buoi o cavalli, ma col passare del tempo aumentavano di dimensione, fino ad arrivare a quelli odierni, trainati dai trattori, che possono raggiungere anche i 12 metri di lunghezza. Essi sono realizzati in modo da assomigliare ad un vascello per la leggenda, tutt’ora tramandata, secondo la quale il Santo si sarebbe trasferito dall’Egitto in Italia a bordo di una nave. Le decorazioni generalmente prevedono: foglie di Palma, che rappresentano la provenienza egiziana del Santo, e figure che simboleggiano la lotta tra bene e male, come le maschere o i volti demoniaci e angelici. Ogni carro trasporta quella che viene definita “Battuglia di Pastellessa”, composta dai Bottari, i quali coordinati dal Capobattuglia, cioè il maestro di esecuzione.   Il nome “Pastellessa”, che identifica  tanto le battuglie, quanto uno dei ritmi della loro musica, è legato ad Antonio Di Matteo, detto “Zi Antonio ‘e pastellessa”, che era sia gestore di una famosa cantina Maceratese in cui era possibile gustare la tradizionale past’e’lessa, ma anche un capobattuglia, il cui soprannome indicava in origine la battuglia da lui coordinata. La sua bravura, col tempo, gli permise di ottenere una fama tale che l’espressione “battuglia di pastellesse” si  estese a tutti i gruppi di bottari, che ancora oggi si esibiscono, sfilando sui carri. La musica delle battuglie hanno una genesi più antica della festività stessa, che è da ricercarsi negli antichi riti agresti pagani, legati alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, che in epoca cristiana hanno assunto una funzione apotropaica, secondo la convinzione che i fuochi e i rumori prodotti dagli strumenti agricoli potessero spaventare e allontanare le presenze maligne. Col passare del tempo però quei suoni hanno assunto tratti sempre più definiti, fino a diventare la musica tradizionale della festa di Sant’Antuono. Questo tipo particolare di musica è realizzata percuotendo le botti con i mazzafuni, le falci con spranghe di ferro e i tini con bastoni di legno: tutti arnesi riconducibili alla cultura rurale ed artigianale. I ritmi, che possono all’occorrenza essere creativamente combinati, sono tre: la tarantella, la musica a Sant’Antonio e la pastellessa. Le percussioni sono eseguite senza alcuno schema di riferimento, ma seguono le indicazioni dettate dalla fantasia del Capobattuglia, sulle quali sono intonati canti in dialetto, che trattano di vari temi legati al Santo, al territorio e alla vita quotidiana.

La sfilata dei carri di Sant'Antuono: "A gioventù nov". Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.

L’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa

Gli aspetti organizzativi dell’evento sono gestiti dall’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa: nata nel 2008 come unione apolitica, apartitica e senza fine di lucro, essa, oltre a rappresentare un laboratorio culturale a tutto campo, in sinergia con il comune e la Parrocchia San Martino Vescovo di Macerata Campania è dedita alla salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni popolari. L’associazione è attiva sia in ambito locale che internazionale e partecipa ad un’ampia rete associativa, impegnata nella difesa del patrimonio di usi e costumi, ancora vive nei territori. Nel 2014 l’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa è stata accreditata dall’UNESCO come “Organizzazione non governativa (ONG)”  e nello stesso anno ha siglato un Protocollo di Intesa con l’Associazione Giochi Antichi di Verona per l’attuazione di misure di tutela dei “Giochi tradizionali e delle espressioni ludiche delle comunità”. Tra le iniziative più recenti, da essa realizzate, bisogna ricordare il sostegno della candidatura della festa all’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. «Sensibilizzare, tramandare, accogliere ed evolvere» sono gli obiettivi che l’associazione  Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa si prefigge, come afferma Vincenzo Capuano, «per realizzare un turismo sostenibile per Macerata Campania e il territorio locale». Emerge da queste parole una profonda devozione per la propria terra e il proprio patrimonio culturale, che trova riscontro nella pianificazione e realizzazione, dettagliatamente accurate, della festa e ciò contribuisce a creare un clima coinvolgente e gioioso, in cui si svelano in ogni dove occhi colmi di stupore e visi carichi di orgoglio. La musica, che dai carri riecheggia con potenza, crea un vortice di emozioni, che hanno il sapore di racconti antichi e allo stesso tempo familiari, particolari, eppure universali. Come l’associazione stessa ci comunica attraverso il suo esempio, è necessario che si continui a proteggere e a tramandare le proprie tradizioni, poiché solo grazie ad esse l’anima umana svela la propria origine per poi arricchirsi, rivoluzionarsi e infine portare ai posteri la testimonianza più autentica  dei nostri valori e della nostra identità. Dunque, si dia spazio alla nostra storia e alla cultura, in tutte le sue forme, per ottenere il migliore futuro auspicabile.

                                                                                                                                Marica Fiorito

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