Gli itinerari di San Potito Sannitico

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Questa è la volta di San Potito Sannitico, nel parco nazionale del Matese.

Era una calda domenica di fine estate, alla scoperta di un nuovo borgo, ma soprattutto di nuove persone, che in fondo sono proprio loro a fare la differenza, rendendo le nostre passeggiate leggere e piacevoli.

Il borgo di San Potito Sannitico sorge alle pendici del Matese, di qui è inutile spiegare l’elevata valenza naturalistica del luogo, che cattura l’attenzione già lungo la strada percorsa per raggiungerlo.

Il bellissimo borgo ultra millenario di San Potito Sannitico offre ai turisti tre itinerari, che percorrendo le strade del paese sono perfettamente collegati l’uno all’altro: Acqua – Storia – Natura.

Sono i tre elementi che caratterizzano San Potito, elementi che si lasciano vivere ed assaporare passeggiando per il paese.

Acqua

L’acqua, è uno degli elementi essenziali che caratterizza le singole stradine e le piazze del paese, con le sue fontane, abbeveratoi e i caratteristici lavatoi, che definiscono un itinerario completo del borgo, accompagnando il turista in un percorso definito.

L'abbeveratoio
Il lavatoio
Il lavatoio
La fontana
La fontana

La storia

La storia, tangibile nella passeggiata tra le stradine, tra i palazzi del 700 e dell’800, il cui primo insediamento si fa risalire al periodo sannitico. Uno degli elementi di spiccata valenza storica è il Palazzo Filangieri de Candida Gonzaga, costruito nel XVII secolo, da una famiglia di latifondisti, i Sannillo. Nell’ottocento è poi passato ai conti Gaetani, che lo ampliarono sul modello della Reggia di Caserta, ispirandosi ad alcuni elementi essenziali come ad esempio lo scalone della reggia. Il palazzo è poi passato in eredità ai Filangieri, attuali proprietari. Oggi il palazzo con le sue decorazioni artistiche, mobili d’epoca e preziosi di ogni genere è anche sede di numerose iniziative culturali.

La natura

Infine, la natura, presente in ogni scorcio, che regala dei panorami mozzafiato.

I tre itinerari si fondono perfettamente in una cornice artistica. Le fontane, le case e le mura del paese sono un vero e proprio museo a cielo aperto, alla portata di tutti, fruibile dal semplice passante al turista, tutti possono ammirarla e goderne.

L’idea nasce nel 2004, dal progetto FateLab, il cui unico obbiettivo è la valorizzazione del territorio. Il progetto vede la partecipazione di artisti vari, nazionali e internazionali, che regalano arte ai visitatori. Dietro a ogni singolo murales vi sono innumerevoli messaggi che affrontano i temi più svariati.

Tante sono anche le opere d’arte installate nelle aree del paese, opere realizzate con l’utilizzo di materiali di riciclo.

Il dolore di emigrare
I murales
Ritratto di famiglia
El silencio del ruido

Le cupole

Altra tappa imperdibile è la scuola materna di San Potito Sannitico. Un progetto di edilizia scolastica caratterizzato da elevate caratteristiche antisismiche e dall’utilizzo di tecnologie innovative.

La scuola materna, con biblioteca e auditorium, è stata realizzata con una struttura a cupola in mattoni e pietra di tufo, ricoperte di cocciopesto con lo scopo di realizzare una struttura antisismica, dopo l’evento sismico che ha interessato il paese nel 2013.

Le cupole

La passeggiata finisce con la splendida vista serale della chiesa di Santa Caterina, incorniciata, nella sua maestosità, da una suggestiva atmosfera.

La chiesa di Santa Caterina

Finisce così la nostra passeggiata a San Potito, soprattutto con la consapevolezza che sono principalmente le persone, in questo caso i nostri tre ‘angeli’, a fare la differenza e ad arricchire le nostre passeggiate. Persone che pensavi non esistessero più, che ti aprono la porta nonostante fossimo in troppi, che ti lanciano un invito a cena, al quale non vedi l’ora di andare.

I borgonauti

Questa tappa, come tantissime altre lasciano in primis in ognuno di noi l’allegria e l’accoglienza che le persone del posto ci trasmettono. Spesso, come in questo caso, ci ritroviamo sommersi di affetto, stupiti dalla diponibilità delle persone e dall’amore che trasmettono per i loro borghi.

Piana di Monteverna e i suoi angoli nascosti

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Nonostante il Covid-19 e le premesse che non erano delle migliori, visto che dopo un po’ di tentativi di organizzare una passeggiata nei borghi che avevamo calendarizzato ci ritrovavamo di fronte a strutture non ancora pronte per l’apertura al pubblico, decidemmo di andare nella valle caiatina, a Piana di Monteverna, prima chiamata Piana di Caiazzo.

Scelta condizionata soprattutto dal cordialissimo Antony, membro della proloco di Piana. Sì proprio lui, con il suo modo naturale di coinvolgere le persone, ci spinse a scoprire il piccolo borgo ai piedi del monte Verna.

Arrivati, parcheggiammo a piazza Municipio e ci incamminammo verso il centro.

Percorrendo la piccola stradina in discesa che porta al centro del paese siamo subito, tutti, catturati da una piccola chiesetta.

È la chiesa della Madonna delle Grazie, la cui prima edificazione risulta antecedente al al XII secolo, poi è stata riedificata agli inizi del 1600, nota anche come chiesa di Santo Angiolillo. Nella chiesa è presente una grotta naturale, dove è collocata una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes.

Chiesa della Madonna delle Grazie
Chiesa della Madonna delle Grazie

Svoltammo poi per il centro, in fondo alla strada, posta in rilievo rispetto al piano stradale, si vede la chiesa dello Spirito Santo, una chiesa nata intorno al 1600.

La chiesa affaccia sulla piazza del paese, Piazza XXI Maggio, che offe un bellissimo panorama immerso nel verde, che dona tranquillità e spensieratezza.

Chiesa dello Spirito Santo - Foto di Andrea Buondonno

Da qui, poi, raggiungemmo Antony nella sua splendida bottega di fiori. Come già ci aveva accennato erano ancora tante le restrizioni da rispettare, ma nonostante ciò riuscì ad organizzare una visita alla chiesa di Santa Maria a Marciano. Prima però ci consiglio di visitare Villa Santa Croce.

Villa Santa Croce

Accogliemmo, ovviamente, i suoi consigli e tra una chiacchiera e mille risate l’ora di pranzo era giunta. Così dopo il nostro ordinario pranzo a sacco ci spingemmo per le viuzze del borgo, che sorge sul monte Santa Croce, una delle punte della catena dei Monti Trebulani.

 

Arrivammo alla Piazzetta delle chiacchiere, ad accoglierci uno splendido belvedere, inutile descriverne la bellezza e le sensazioni che regala! Un tuffo nel verde, nella natura incontaminata. Non riuscivamo a non immortalare quel panorama.

Piazzetta delle chiacchiere
Il panorama

Tra il silenzio del posto incontriamo una coppia del posto, il silenzio rotto dalle nostre voci li stranisce, perché ormai quel luogo vive nel silenzio, perché, come loro stessi raccontano ogni iniziativa ad esso legata sta svanendo, insieme alle sue tradizioni.

Le origini di villa Santa Croce  non sono ben chiare, se ne hanno le prime notizie intorno al 1400, se ne trova, infatti, traccia in una pergamena del 1436 nella quale si parla di un certo Giovanni de Adenulfo di Villa S.Croce. Dall’anno 1700 si ha certezza della vita cittadina di Piana.

Salendo verso il cimitero, tra la natura e il silenzio spicca una doppia cinta di mura ciclopiche, sono i resti del monastero, La Badia Benedettina del monte Santa Croce, che in base alle varie ricostruzioni sarebbe stata fatta edificare dal Conte Landolfo tra il 979 e il 981.

Chiesa di Santa Maria a Marciano

Chiesa di Santa Maria a Marcano - Foto di Andrea Buondonno

Nel pomeriggio ci dirigemmo poi alla chiesa di Santa Maria a Marciano, ad accoglierci c’è Antony con la guida Nunzia Cecere, che nonostante i suoi impegni e il poco preavviso ci appassiona alla piccola chiesa e ai suoi affreschi.

L’attuale struttura della chiesa risale al XIV secolo. Anche se le sue origini sono anteriori all’anno 979. Intorno al 1303 la Chiesa in stile gotico è stata completamente ricostruita ed ampliata con i caratteri dell’architettura angioina. Ad oggi la chiesa presenta origini gotiche angioine con influenza catalana.

La bifora sovrastante, che fa parte dell’eremo, è uno dei rari esempi dell’alto casertano di architettura catalana, insieme alla scala a chiocciola in pietra, una delle prime di importazione spagnola.

Scala a chiocciola

Una chiesa ricca di affreschi, di cui purtroppo non si hanno evidenze storiche. Infatti, i documenti erano contenuti nell’abbazia di Montecassino e sono andati persi.

I soggetti degli affreschi sono stati dunque ricostruiti nel tempo, dai tanti studiosi che si stanno dedicando alla chiesa. È proprio Nunzia, la nostra guida, che di recente con un gruppo di sue colleghe stanno portando alla luce l’identità degli affreschi grazie ai due lavori da loro redatti: La Chiesa di Santa Maria a Marciano. Gli affreschi svelati’ e ‘La chiesa di Santa Maria a Marciano’ del 2008 autrici Nunzia Cecere, Amalia Gioia, Rosolena Maresca, Angela D’Agostino.

Di certo gli affreschi non risalgono tutti alla stessa epoca, si distinguono, infatti, affreschi del 300 e del 400, dove è chiara l’influenza esercitata dai grandi pittori fiorentini e senesi.

Sono inoltre presenti degli affreschi del 1234 il cui committente è stato Giovanni Cammario.

Degli affreschi Quattrocenteschi, quelli che tuttora rimangono, sono: la Vergine col Bambino del Transetto e i quattro dipinti della Cappellina a sinistra del Coro. I restanti sono stati ricoperti da vari strati di calce.

Nella cappellina a destra del Coro è rappresentata la Vergine col Bambino, a destra della Vergine, è dipinta Santa Maria Maddalena, a sinistra della Vergine troviamo Santa Caterina d’Alessandria, avvolta in manto rosso.

Sopra la Vergine, nella parete, c’è una piccola apertura monofora, di forma rettangolare, ma con arco ogivale.

A destra dell’apertura è rappresentato S. Giacomo, quello a sinistra invece è rovinato dall’umidità e non risulta identificabile

A destra invece troviamo San Giovanni Battista, al disotto di S. Giovanni, ci si presenta nella parete un’altra apertura monofora, pure di forma rettangolare, però murata nella parte posteriore.

Ai due lati di quest’apertura, si osservano due affreschi, a sinistra c’è S. Stefano, Vescovo di Caiazzo, come si legge dalla scritta “Sanctus Stephanus Caiaccianus”, a destra c’è poi S. Antonio Abate.

Nella parete sinistra, sono rappresentate le maestose figure di tre Apostoli, che sono dipinti pure in piedi come S. Stefano e S. Antonio Abate dalla parte opposta.

Nella restante parte della parete, verso la chiave dell’arco, l’umidità ha prodotto ingenti danni che ne rendono impossibile la definizione dei dipinti.

Affreschi cappellina a destra del Coro
Affreschi

Lungo il transetto è presente il più importante dipinto quello di Cristo in Croce.

La cappellina a Sinistra del Coro ha ormai pochissimo affreschi, il più interessante è, il solito gruppo della Vergine col Bambino.

Molti sono gli affreschi rovinati dall’umidità, umidità causata dalla presenza di una falda sottostante la chiesa.

Cristo in croce

La falda sta creando oltre ai problemi di risalita anche problemi strutturali, aggravati dalla spinta dell’eremo sovrastante. Problemi già evidenti nel passato, nel 1620, quando il vescovo di Caiazzo, il vescovo Acquaviva, fece costruire un arco rampante all’esterno per contrastare i danni.

Purtroppo, i problemi strutturali ancora oggi sono presenti e sono costantemente monitorati.

Dopo questa bellissima giornata a Piana ci lasciamo con la gioia nel cuore di sapere che sono ancora tanti i giovani come Antony che cercano di dare vita ai loro piccoli borghi e ci sono giovani come Nunzia che credono ancora nelle tradizioni, nella cultura e nella storia, trasmettono con tantissima passione l’amore per le origini proprie.

Il lago d’Averno, tra natura e leggende

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Il lago d’Averno: una meta tanto conosciuta, ma in realtà a molti sconosciuta!

Non mi ero mai soffermata sulla bellezza e sulla ricchezza di questo lago, che si è scoperto un luogo idilliaco, ricco di natura, storia, leggende e soprattutto di serenità. È uno di quei luoghi che ti lasciano addosso un senso di leggerezza, con la sua bellissima passeggiata immersa nel verde, tra svariati tipi di fiori, alberi di ogni specie, vigneti, tutto avvolto da una storia lunga secoli.

Contrariamente a quanto ricorda il nome Avernus, dal greco Aornon, luogo senza uccelli è proprio qui che si incontrano una svariata quantità di volatili. Eh sì, si diceva che vista l’origine vulcanica, le acque esalassero acido carbonico e gas che non permettevano la vita agli uccelli. In realtà essendo il lago nato nel cratere di un vulcano che si è spento, circa 4000 anni fa, le continue emissioni sulfuree dal suo cratere provocarono la morte di tutti gli uccelli che si alzavano in volo verso quella zona. Così, gli antichi chiamarono questo lago con il nome di “Aornon”.

Sulla riva orientale del lago incontriamo il tempio di Apollo, che in realtà è una bellissima sala termale, invece, lungo la riva opposta troviamo la grotta della Sibilla. Dal connubio delle antiche rovine prende vita il velo di mistero che avvolge il lago, immerso tra mitologia greca e vicende militari.

La leggenda narra che lungo le rive del lago fosse ubicata la porta degli inferi, come narrano anche Virgilio nell’Eneide e Dante Alighieri nella Divina Commedia. Sono innumerevoli i racconti e le leggende riguardanti il lago, non mancano, inoltre le narrazioni storiche che vedono il lago anche luogo di imprese militari.

Il Tempio di Apollo

Il tempio di Apollo

Passeggiando lungo le rive di lago, immerso tra i vigneti, siamo subito catturati dalla bellissima sala termale, che si estendeva fino alle rive del lago, probabilmente per sfruttarne le fumarole con i loro benefici. Per la vicinanze alla grotta dove operava la Sibilla oggi è noto come Tempio di Apollo.

Oggi, si può vedere solo una parte dell’opera laterizia a pianta circolare, che un tempo era una grande sala centrale, con un grande tetto a cupola, alto circa 20 metri. I 38 metri di diametro della cupola la rendono un’opera di carattere stupefacente, paragonabile al Pantheon, uno dei più grossi complessi termali giunti fino a noi.

La grotta della Sibilla

La grotta della Sibilla

Il legame con il tempio di Apollo è dovuto alla presenza della Sibilla Cumana, una delle più importanti sacerdotesse del mondo antico, che avevano il dono della veggenza.

La leggende dice che un giorno Apollo si innamorò di Sibilla, una bellissima fanciulla che possedeva capacità divinatorie. Per conquistarla il dio promise alla giovane che avrebbe esaudito ogni suo desiderio e allora Sibilla prese un pugno di sabbia dalla spiaggia e chiese ad Apollo di lasciarla vivere tanti anni quanti i granelli che aveva raccolto nella sua mano. Fu accontentata e le fu disposto come luogo per poter officiare la sua arte divinatoria Cuma, dove fu amata perdutamente da Apollo. Ma la fanciulla aveva dimenticato di specificare che voleva vivere tanti anni in eterna gioventù e così, invecchiava sempre di più e il suo corpo si consumava. Allora Apollo, per preservarla dall’incuria del tempo la collocò in una gabbietta all’interno dell’antro, finché di lei non rimase che la voce, unica testimonianza fisica della sua presenza che profetizzò ancora a lungo gli eventi futuri.

L’antro della Sibilla Cumana in realtà si trova nel Parco Archeologico di Cuma, all’interno dei Campi Flegrei e la grotta della Sibilla altro non è che un camminamento militare scavato nel tufo in epoca romana come collegamento al Portus Julius.

Infatti, qui i romani, sotto Agrippa, costruirono un canale di collegamento diretto dal mare trasformando il lago in uno dei porti di Cuma, il porto Julius. Fu inoltre realizzato un ingegnoso canale navigabile che metteva in comunicazione il lago d’Averno con il vicino lago Lucrino e quest’ultimo con il mare. Contemporaneamente alla creazione del nuovo porto, furono anche scavate due gallerie: la grotta di Cocceio, che collegava il porto Julius alla parte bassa di Cuma; la grotta della Sibilla, scavata nella collina che separa il lago di Averno dal lago di Lucrino, che congiungevano rapidamente il porto con la vicina Cuma e che permettevano ai soldati di muoversi rapidi e indisturbati.

L’improvvisa eruzione del Monte Nuovo nel 1538 stravolse l’intera area flegrea e di conseguenza il Lago d’Averno fu isolato dal mare.

Insomma, il lago D’Averno è un vero e proprio polmone verde che ti offre una piacevole passeggiata di circa tre chilometri tra una fitta popolazione di fauna e flora, dove i vigneti fanno da sfondo al tempio dando vita ad un’esperienza mistica, dove la natura si intreccia con la storia e i suoi misteri. Una passeggiata suggestiva, dove non mancano le sorprese, e per gli appassionati della natura tantissime specie da ammirare e conoscere.

Montesarchio-La nuova Caudium

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Montesarchio per me era solo un borgo della valle caudina, ma Carla e Mario, con il loro entusiasmo e la loro passione per i borghi, ci affascinarono fino al punto di “calendarizzare” questa meta.

Era una domenica pomeriggio di pieno inverno, decidemmo, nonostante il tempo non proprio favorevole, di andare alla scoperta di questo nuovo paese del beneventano, ai piedi del monte Taburno.

Da lontano era già ben visibile la parte alta del borgo, la collina, sulla quale dominano maestosi la torre e il vicino castello.

Arrivati sopra la collina ci dirigemmo subito verso la torre dove fummo accolti da guide volontarie. La torre è costituita da due corpi cilindrici, rimaneggiata nel corso della storia dai vari conquistatori che si sono susseguiti. Le origini risalgono al VII secolo, quando era costituita solo dal corpo centrale, realizzato come torre di avvistamento, per necessità belliche contro l’esercito di Carlo Magno. Altre modifiche hanno interessato la torre nel tempo, cambiamenti che l’hanno vista ampliarsi per renderla più efficiente nell’utilizzo dell’artiglieria da guerra: infatti sono ancora oggi ben visibili le aperture sui due cilindri. Le ultime modifiche risalgono invece all’epoca borbonica, che vede la torre diventare un carcere politico, che ha avuto come prigioniero il patriota Carlo Poerio. Proprio da quella che fu la sua cella si può godere di una vista mozzafiato del monte Taburno e dell’intera vallata.

Vista panoramica

Purtroppo uscimmo dalla torre con un briciolo di rammarico per non aver visto il cratere di Assteas, il ratto di Europa, definito il cratere più bello del mondo, momentaneamente non esposto nella torre.

Ci dirigemmo poi al vicino castello dove è situato, al primo piano il Museo Archeologico del Sannio Caudino, che ospita numerosi ritrovamenti archeologici della valle Caudina.

Ciò che cattura l’attenzione sono i meravigliosi crateri che Il museo ospita, vasi rinvenuti nelle tombe risalenti al V e IV secolo a.C. oltre ai numerosi corredi funerari esposti.

I crateri
Rosso immaginario

Molto divertenti e simpatiche sono le didascalie colorate dedicate ai più piccoli, che attirano sicuramente la loro attenzione.

Continuando la nostra visita all’interno del museo arrivammo alla mostra ‘‘rosso immaginario’’, una splendida installazione multimediale che racconta dei crateri rinvenuti a Montesarchio.

La mostra ‘‘rosso immaginario’’ viene svolta nelle celle del carcere borbonico del castello, entrando nella prima cella, uno spazio piccolo e intimo, troviamo una parete di vetro oltre il quale sono collocati più crateri. Poi arriva la sorpresa, i vasi prendono vita e una voce narrante ci porta a rivivere la mitologia greca, facendoci immergere nei sentimenti e nelle emozioni delle divinità greche!

Le installazioni raccontano i vasi, raccontano le immagini su di essi raffigurate, dandogli vita, catapultando lo spettatore nelle storie dei singoli crateri, che prendono vita in proiezioni di immagini animate, che ti catturano e ti catapultano nella narrazione!

In serata, nonostante l’ora tarda, decidemmo di fare un giro nel centro storico. Giungemmo nella piazza principale, Piazza Umberto I, dove è situata la fontana dell’Ercole, in stile barocco, dove appunto emerge la figura di Ercole guerriero. Passeggiando per le stradine tranquille del centro giungemmo alla Chiesa di San Francesco, con la sua porta di legno intarsiata con le scene di vita di san Francesco, la cui facciata è attribuita a Luigi Vanvitelli. Accanto alla chiesa sorge il Convento di San Francesco, oggi sede del Comune di Montesarchio.

La fontana dell'Ercole
La chiesa di San Francesco
Il convento

Ci spingemmo poi a percorrere le stradine silenziose e isolate fino a giungere ad una scalinata di larghi gradini, che ci avrebbe portato nella parte più alta e suggestiva della città.

Di fronte alla lunga e larga scalinata, con la consapevolezza che troppe cose ci saremmo persi, decidemmo di rincasare, ma con la promessa di ritornare a goderci pienamente quel borgo ricco e silenzioso in una splendida e lunga giornata.