Ponte di Olina

Olina e Lavacchio: un viaggio tra cielo e terra sull’Appennino modenese

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«Per tutti coloro che hanno un po’ l’illuministico comune sentimento di luogo, che viene a volte alterato e reso debole, Olina è un’eccezione, perché non è un insieme più o meno confuso di oggetti edilizi provocatoriamente collocati in piena antitesi con tutto ciò che natura e storia vi avevano prodotto. È un luogo vero, non un “non luogo” caratterizzato da estraniazioni e da dispersioni insediative»

(Elio Garzillo, in Seicento Appenninico. La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Olina)

Le parole dell’ architetto Elio Garzillo descrivono in maniera plastica e viva non solo e non tanto il luogo fisico, ma soprattutto le sensazioni che si destano in chi vi fa visita. Immerso completamente nel verde dell’Appennino modenese, il borgo di Olina è una frazione del comune di Pavullo nel Frignano. Come al solito, immancabile è la curiosità per la toponomastica: il nome “Olina” deriverebbe da “aula”, in latino ampia traduzione di un luogo aperto e arioso e che, difatti, ben descrive il clima mite e la fertilità di tale territorio. Tuttavia, oltre alle meraviglie paesaggistiche che il borgo offre per la sua strategica posizione sull’Appennino, Olina ha significato tanto per la storia locale e non solo. Le fonti attestano che il borgo fu teatro di un violentissimo scontro tra le diverse fazioni che si contendevano il territorio del Frignano: nel 1269, i ghibellini Montecuccoli sconfissero l’esercito modenese guelfo; tuttavia, queste lotte intestine terminarono soltanto nel 1337, quando i Montecuccoli (poi divenuti signori del Frignano) si allearono definitivamente con la più nota e nobile famiglia degli Estensi.

Ponte di Olina
Ponte di Olina

Per secoli, Olina è stata anche un luogo cruciale per la tratta Sestola-Fanano, snodo che si congiungeva alla più importante strada che collegava le città di Modena e Pistoia. Del resto, non è un caso che l’attrazione principale di questa località sia proprio un elemento architettonico che segna il passaggio da un luogo ad un altro: stiamo parlando del suo ponte, famoso nel territorio non solo per bellezza ma anche per raffinatezza ingegneristica. Il ponte di Olina fu costruito nel 1522 per congiungere l’Emilia con la Toscana, collegando così le due sponde del fiume Scoltenna: oggi, ancora in perfetto stato, è il simbolo della frazione. Per secoli, il ponte ha rappresentato il principale collegamento tra Modena e Pistoia: per tale ragione, la sua costruzione fu voluta non solo dai Montecuccoli, ma anche dai signori di Firenze e di Lucca. Progettato da Giovanni e Bernardo Parrocchetti, il ponte fu edificato secondo dei criteri che per l’epoca erano molto avanzati: la forma dell’arcata è parabolica e consente di sostenere e scaricare un enorme peso che, con altre tecniche di costruzione, la pietra locale non sarebbe riuscita a sorreggere. Nonostante la sua imponenza, il ponte conserva ancora oggi un aspetto slanciato e leggero. Come ogni luogo misterioso che si rispetti, anche il ponte di Olina ha la sua leggenda: si racconta che chiunque passi dal ponte in una notte tempestosa e buia senta una voce strozzata che chiede aiuto, come se qualcuno stesse tentando di catapultarla nel fiume. Con un po’ di fantasia, potremmo immaginare il volto o l’ombra di questa voce sinistra, magari affacciata proprio dalla piccola edicola sacra costruita in cima al ponte, a protezione della imponente costruzione.

Fiume Scoltenna
Edicola sacra sul ponte di Olina

Ma se il ponte unisce due lembi di terra, cos’è che l’uomo costruisce per guardare da più vicino il cielo? E’ questa la domanda che ci si pone quando ci si imbatte nelle torri di pietra dei Montecuccoli.

Oggi, una delle meglio conservate è la torre della frazione di Lavacchio, a pochi chilometri dal comune di Pavullo nel Frignano. A partire dagli anni ’80, questo luogo è stato protagonista di un’opera di rivalorizzazione territoriale: oggi, è un borgo d’arte, caratteristico per i suoi mosaici e per i suoi murales che all’antichità della torre contrappongono un’aura di modernità.

Panorama
Scorcio panoramico dalla torre

La prima testimonianza scritta che riporta il nome della località risale al 1034 e cita “locus qui dicitur Lavacli”: dunque, si suppone che la frazione di Lavacchio sia antichissima e altrettanto vetusta anche la sua torre.

Torre di Lavacchio
Chiesa di Sant'Anna

La torre di Lavacchio, come tutte le altre disseminate nel Frignano, era una torre di avvistamento: della sua funzione è testimonianza la forma snella dell’edificio, le caditoie poste solo sulla cima ed un’unica porta di ingresso sopraelevata rispetto al livello della terra. Poco distante, sorge la piccola chiesa di Sant’Anna, probabilmente eretta sulla rovine del castello di Obizzo da Montegarullo e consacrata alla Santa nel 1522: l’edificio conserva un aspetto semplice e rurale, poiché costruito con la tipica pietra locale e possiede un campanile a vela, in linea con lo stile della la vicina chiesa di San Lorenzo martire, presso la località Montecuccolo. I luoghi che qui vi abbiamo raccontato sono una piccola parte dell’enorme testimonianza culturale che solo l’Italia può vantare: un connubio storico e paesaggistico di immenso valore che certamente non ha eguali altrove.

                                                                                                                                                                                                      Delia Brusciano

Tra cedri e castagni alla corte dei Montecuccoli

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Quella di Pavullo nel Frignano è un’esperienza del tutto singolare, non più visita pomeridiana e domenicale in terra natia, ma lunga permanenza in luoghi lontani da casa. Quello di Pavullo nel Frignano è un viaggio sui generis, poiché le passeggiate sull’ Appennino modenese e i pomeriggi immersi nella storia sono privi della insostituibile compagnia dei miei amici di viaggio.

Ad ogni modo, vi chiedo di immaginarci tutti insieme a raccontarvi questo splendido posto: del resto, la maniera migliore per scoprire un luogo è farne esperienza con i propri inseparabili compagni.

Completamente immerso tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, a quasi 700 metri sul livello del mare, Pavullo nel Frignano è forse il borgo montano più caratteristico della provincia di Modena; popolato da poco più di 17000 abitanti, è oggi la sede amministrativa dell’ “Unione dei comuni del Frignano” che comprende altri 9 centri: Fanano, Fiumalbo, Lama Mocogno, Montecreto, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Serramazzoni, Sestola. La zona del Frignano, dominata dal monte Cimone, è una regione storico-geografica che si estende approssimativamente nei territori appenninici compresi tra il fiume Secchia e il Panaro.

L 'Appennino modenese

Anche questa volta, sapendo che certi toponimi parlano e svelano tanto della storia di un luogo, è stato inevitabile ricercare le radici linguistiche che hanno dato origine al nome “Pavullo nel Frignano”. Questo caratteristico borgo montano si trova esattamente al centro dell’area geografica del Frignano, in una posizione così strategica da costituirsi tappa obbligatoria sulle antiche tratte commerciali Modena- Pistoia e Modena- Lucca ; ma da dove deriva la parola “Frignano”? Gli storici non hanno dubbi: “Frignano” deriverebbe dal nome dell’antica popolazione che abitava la vasta area appenninica, i cosiddetti “Friniates”, i Liguri Friniati. Tuttavia, l’imminente conquista romana modificò significativamente l’aspetto del luogo, la cultura e l’organizzazione amministrativa: in epoca romana, il Frignano divenne una “prefaectura” di Mutina, l’attuale Modena. Centro geografico ed amministrativo della zona, il borgo ha attirato a sé il nome Frignano, ma Pavullo da cosa deriva? Molto probabilmente, “Pavòll” (in dialetto) discende dalla parola “palus”, ovvero “palude” a ricordare l’antica natura paludosa del territorio.

Il castello di Montecuccolo
Il conte Raimondo Montecuccoli

Come è facile intuire dal breve excursus etimologico, Pavullo nel Frignano possiede una storia antica, crocevia di popoli tra loro molto diversi: nonostante la lunga permanenza romana, i segni più tangibili dello scorrere dei secoli testimoniano soprattutto il periodo medievale. È proprio al XII secolo, infatti, che si fa risalire la costruzione del Castello di Montecuccolo, probabilmente fino al XV secolo centro del potere politico dell’intera area. Il castello sorge nella piccola frazione di Montecuccolo e , insieme al suo borgo, è da considerarsi una delle perle storiche meglio conservate della zona. Costruito nel 1019, il castello apparteneva alla nobile famiglia dei Montecuccoli, feudatari e dominatori del posto: tra questi spicca la personalità del conte Raimondo Montecuccoli, nato proprio nel castello di famiglia, valoroso uomo di guerra al quale il comune di Pavullo ha intitolato la sua scuola media.

Chiesa di San Lorenzo Martire

Il castello domina una piccola piazza su cui si affaccia la Chiesa di San Lorenzo Martire, edificata nel 1454: l’edificio è ad aula unica con due cappelle laterali simmetriche e una facciata comprensiva di campanile a vela. L’intero complesso è costruito con la pietra del posto.

Sia il castello che la chiesa sembrano essere fermi in un passato glorioso, quello di un medioevo cristiano ed eroico. Alla suggestione storica non manca l’accostarsi di quell’aura di pace e conciliazione che solo la natura a grandi altitudini sa dare: l’area del Frignano e con essa il suo centro, Pavullo, godono di una vegetazione ancora in larga parte incontaminata, di passi e sentieri immersi tra alberi di castagno.

A primo impatto sembra di trovarsi in un tipico borgo di montagna, benché si tratti di un centro modestamente abitato. Ebbene, Pavullo è ricca di storia e qui la storia è passata da Via Giardini, il centro della città, dei negozi e del passeggio: è su questa strada che si affaccia la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Secondo alcune fonti storiche, l’edificio nasce da una piccola cappella del preesistente ospedale di San Lazzaro, a sua volta costruito per ospitare dapprima i pellegrini per poi diventare un lebbrosario. In seno a questo edificio, dunque, sorge l’attuale chiesa parrocchiale di Pavullo: tuttavia, l’edificio comincia a svolgere a pieno le sue funzioni solo a partire dal 1690. La chiesa aveva probabilmente l’aspetto tipico delle costruzioni tardo-barocche, ma oggi non ne abbiamo più tracce: purtroppo, la notte del 22 aprile 1945 i tedeschi distrussero l’edificio durante la loro ritirata. Grazie alla devozione e alla laboriosità del popolo pavullese, la chiesa fu ricostruita  secondo uno stile che si ispira all’antico romanico, ma i lavori terminarono soltanto nel 1960. L ’interno ad unica navata è arricchito dalle opere di artisti locali e da testimonianze vetuste, tra le quali un antico crocifisso risalente all’epoca della chiesa antecedente.

Il Palazzo ducale

Proseguendo su via Giardini, si  raggiunge il palazzo ducale. Risalente al XIX secolo, l’edificio fu voluto dal duca di Modena e Reggio Francesco IV d’Este poiché Pavullo rappresentava l’area montana più facilmente raggiungibile da Modena. Utilizzato come residenza estiva austro-estense fino all’Unità d’Italia, oggi il palazzo ducale è sede di alcuni uffici del comune e della biblioteca e ospita mostre ed eventi nelle sue sale. Risalendo un sentiero sul retro dell’edificio, è poi possibile visitare il parco ducale, polmone verde cittadino e suggestiva passeggiata a ridosso del centro. Il giardino ospita la tipica vegetazione appenninica:   querce, boschi di aghifoglie, di latifoglie, aceri, frassini e cerri.

Fontana del parco ducale
Sentiero del parco ducale

Tuttavia, l’attenzione del visitatore è subito attirata da un maestoso albero, il “Pinone”, così affettuosamente definito dai pavullesi. Si tratta di un cedro del Libano alto 38 metri che da oltre due secoli è uno dei simboli della città, ma anche testimonianza di patriottismo. Difatti, gli abitanti del posto raccontano che nel 1943 i tedeschi tentarono di abbattere il maestoso cedro cittadino per farne legna da ardere: la ferrea opposizione dell’intera comunità e del parroco della chiesa cittadina destò i tedeschi dal loro intento, salvando la vita ad un amico verde bicentenario, per i pavullesi quasi un membro della propria famiglia;

una famiglia proprio come quella dei Borgonauti ai quali dedico l’inaspettata scoperta di questo luogo, sperando di poterlo presto visitare, questa volta insieme, in un soleggiato pomeriggio domenicale.

                                                                                                                                                                                                                       Delia Brusciano

il "Pinone" simbolo di Pavullo

Sant’Angelo in Formis: sulle tracce della spiritualità

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Facciata dell'abbazia di Sant'Angelo in Formis

Se fosse possibile fare un salto nel passato oppure azionare una macchina del tempo,  di certo a Sant’angelo in Formis avremmo sorpreso la dea Diana intenta nei suoi propositi di caccia.  Ebbene, com’è possibile che un luogo deputato alla cristianità conviva con miti e leggende pagane? In una terra come quella campana, non è la prima volta che la storia di popoli che non conobbero il culto cristiano si intreccia alle più note vicende di quei popoli che, nella cristianità, trovarono il senso della propria esistenza. Sant’Angelo in Formis è frazione del comune di Capua, in provincia di Caserta, alle pendici del monte Tifata. È proprio tra i boschi del monte che nasce il culto antico e locale della dea Diana: le fonti storiche e archeologiche attestano in quest’area la presenza di un tempio edificato a Diana Tifatina, regina della caccia e dei boschi. Sebbene di questo sito si conservi solo qualche reperto nel vicino Museo Campano di Capua, è comunque possibile farsi un’idea del luogo che stiamo per descrivere, un posto che per il suo fascino e per la sua atmosfera mistica sembra da sempre essere depositario di memorie religiose, siano esse pagane o cristiane. Più che per il suo valore cittadino, nell’immaginario collettivo l’espressione “Sant’Angelo in Formis” fa riferimento alla magnifica abbazia che domina il versante occidentale del monte Tifata. Anche questa volta, complici le curiosità sull’ etimologia di certi toponimi, cerchiamo di ricostruire la secolare tradizione di un luogo così speciale. Se a Diana fu associato il nome del monte Tifata, perché quello dell’abbazia reca invece le parole “in formis”? Secondo alcuni storici, la parola “formis” potrebbe avere ben due significati: il primo sarebbe una traduzione della stessa parola latina che indicherebbe la presenza di falde acquifere, mentre il secondo significato sarebbe da collegare a qualcosa privo di forma, secondo un indirizzo più spirituale e teologico tipico della cristianità medievale.

Nonostante le diverse interpretazioni circa l’ origine di questo toponimo, una cosa è certa: il sito di Sant’Angelo in Formis riesce a fondere la sua geografia, i suoi elementi naturali con tutto ciò che è al di fuori della natura e del sentirsi umani, che è oltre, spirituale.

Vista panoramica dalla piazzetta dell'abbazia

Attraversando un piccolo sentiero immerso nella natura, si raggiunge l’abbazia: la prima impressione è quella di trovarsi in un luogo spettacolare, complice il bellissimo panorama che si può ammirare proprio dall’area antistante alla chiesa. Storicamente, alcune fonti attestano che l’edificio fu costruito sui resti del tempio di Diana, perciò inizialmente indicato con l’espressione “ad arcum Dianae”. In effetti, l’abbazia presenta ornamenti e elementi architettonici (capitelli e colonne) d’epoca romana e ripercorre il perimetro dell’antico tempio, ampliato poi dalla costruzione delle absidi delle navate. Con ogni probabilità, la chiesa vera e propria fu edificata in epoca longobarda: non è un caso che si tratti di un edificio dedicato all’arcangelo Michele il cui culto, com’è noto, fu tanto caro al popolo longobardo. Il destino dell’abbazia è stato segnato da una serie di eventi storici di non poca rilevanza. Ai tempi del vescovo di Capua Pietro I, la chiesa fu donata ai monaci di Montecassino, poi intorno al 1065 legata alle sorti di Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa: probabilmente in questi anni cominciò la ristrutturazione voluta dall’abate Desiderio.

È a quest’ultimo personaggio che è legata la magnificenza dell’ abbazia: l’architrave reca un’iscrizione in latino che vuole l’abate Desiderio come fondatore del luogo di culto, testimonianza di colui che obbedì alla legge cristiana edificando la casa di Dio.

Dettaglio di una delle colonne
Navata centrale e ciclo di affreschi

Oggi, l’abbazia di Sant’Angelo in Formis è uno dei luoghi di culto più antichi e meglio conservati del territorio campano. Menzionata dai più grandi studiosi ma presente anche in molti manuali di storia dell’arte, la chiesa stupisce per la perfetta armonia tra tra spazi d’ombra e di luce, in un insieme organico e solenne, al tempo stesso semplice , quasi fosse sospesa in in tempo indefinito, a richiamo dell’unico tempo della cristianità, quello dell’eternità.

La magia di Sant’ Angelo in Formis è probabilmente contenuta nell’esperienza del visitatore, un’esperienza che fonde la più profonda spiritualità con il senso di stupore che solo l’arte sa trasmettere.

È proprio questa la sensazione che si prova quando, attraversando la navata centrale, ci si ritrova al cospetto dell’ affresco posizionato nel catino absidale e  rappresentante il Cristo Pantocratore, il Dio che benedice e governa il mondo.

Cristo Pantocratore
Parte degli affreschi della navata centrale

Accanto alla figura di Cristo sono poi raffigurati i simboli dei quattro evangelisti, mentre nella fascia inferiore dell’affresco compaiono gli Arcangeli, San Benedetto e l’abate Desiderio: quest’ultimo tiene tra le mani il modello della chiesa, a testimonianza del proprio ruolo di fondatore dell’edificio. Altrettanto maestoso è l’affresco della controfaccia dell’ abside centrale, raffigurante il Giudizio Universale, mentre nelle navate laterali vengono riproposte scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento: ogni figura è tracciata nei colori vivaci e brillanti tipici dell’arte bizantina.

È evidente che il ciclo di affreschi abbia un significato profondamente spirituale, quasi a voler simboleggiare il percorso che l’uomo in terra e il pellegrino in chiesa devono compiere durante la propria vita, in nome della fede in Cristo.

Probabilmente, non esistono e non sono pronunciabili parole completamente esaustive per descrivere l’esperienza di un visitatore a Sant’Angelo in Formis, ma una cosa è certa: l’abbazia conserva ancora il suo fascino mistico e ancestrale e il suo silenzio richiama le note di una sacralità profonda che si ridesta nell’esperienza spirituale e terrena del pellegrino visitatore.

Delia Brusciano

Borgonauti

Santa Maria Capua Vetere: a spasso con Spartaco!

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La città di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, è il luogo perfetto per gli amanti della storia antica e in particolare della storia romana: è per questo che nella primavera dello scorso anno abbiamo deciso di farvi tappa durante un pomeriggio domenicale! Se tanti luoghi d’Italia hanno una storia complessa e spesso travagliata, Santa Maria Capua Vetere non fa eccezione! È dunque necessario fare un viaggio nel tempo e capire perché la città abbia cambiato nome nel corso degli anni. Durante i secoli, Santa Maria Capua Vetere è stata contesa da tanti popoli ma è in età romana che la  città cominciò ad essere davvero considerata uno dei centri più grandi e sviluppati dell’intera penisola. Procediamo con ordine: perché la città ha un nome così articolato? Gli amanti della storia romana e della lingua latina sapranno sicuramente che Santa Maria Capua Vetere è un toponimo che tramanda una lunga tradizione, non solo storica ma anche  linguistica. In effetti, “Santa Maria” altro non è che l’espressione con cui ci si riferiva al piccolo centro abitato chiamato “Santa Maria in Villa”, sorto proprio sull’attuale territorio comunale ma così denominato solo a partire dal XIV secolo. E “Capua Vetere”? Anche questa volta è necessario fare un salto nel passato, magari con l’aiuto di un illustre oratore!

Cicerone definiva l’odierna Santa Maria Capua Vetere l’ “altera Roma” ovvero “l’altra Roma”, volendone specificare il ruolo di polo attrattivo e snodo cruciale per la parte meridionale dei territori romani.

Tuttavia, dopo la distruzione saracena e la costruzione della nuova Capua, le rovine della città vecchia cominciarono a distinguersi come “Capua Vetere” ossia la “Vecchia Capua”: l’odierno comune di Santa Maria Capua Vetere è dunque testimonianza della rinascita della città distrutta, nell’unione quasi ossimorica del culto mariano e della cultura latina. Oggi, la città offre la possibilità di fare un viaggio nel passato, partendo dai tempi più remoti fino a giungere allo splendore dell’età romana. Senza dubbio, per chi ama l’ architettura antica e i fasti d’epoca romana, il luogo perfetto da scoprire è l’Anfiteatro Campano che ospita anche il Museo dei Gladiatori.

Sotterraneo

L’anfiteatro è secondo soltanto al Colosseo per dimensioni e vanta il primato di essere stato la sede della prima scuola per gladiatori! È proprio in questo luogo o comunque nelle sue vicinanze che secondo la tradizione Spartaco guidò la rivolta dei gladiatori. Con un po’ di immaginazione, accompagnati da questo famosissimo personaggio, ci siamo tuffati nel passato! Ancora oggi è possibile scorgere gran parte delle caratteristiche dell’edificio: le maestose arcate circondano e accolgono l’arena in cui si svolgevano gli scontri tra gladiatori. Al di sotto dell’odierno livello stradale , si apre agli occhi dei visitatori una meraviglia: un geometrico gioco di spazi in cui si incrociano corridoi perimetrali e laterali!

I sotterranei dell’ anfiteatro erano le quinte del combattimento: è qui che venivano trasportati belve e animali da utilizzare per gli spettacoli e sempre qui ogni gladiatore si preparava prima di recarsi nell’arena.

 

Museo dei gladiatori

La nostra visita prosegue presso l’ adiacente Museo dei Gladiatori, inaugurato nel 2003, che ci ha permesso di ammirare parte delle meravigliose decorazioni dell’anfiteatro: dalle iscrizioni su marmo a scene raffiguranti i combattimenti, fino ad una magnifica ricostruzione plastica delle originarie fattezze dell’anfiteatro. Insomma, il museo incuriosisce i suoi visitatori non solo perché racconta la storia di questo meraviglioso edificio ma anche perché  riporta alla luce l’ antica arte del combattimento! Chissà quanti pensieri, quante speranze e quante storie avrebbe potuto raccontarci Spartaco, la nostra guida immaginaria tra le rovine di questa meraviglia campana! Ad ogni modo, benché nel presente, la nostra passeggiata a Santa Maria Capua Vetere ha significato anche un curioso e breve viaggio nel passato, verso le origini della nostra cultura, alla sorgente della storia locale.

                                                                                                                                                                                                                                 Delia Brusciano

Sant’Agata de’ Goti – Tour su note medievali

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DOVE E QUANDO – Chi di noi ha sempre voglia di scoprire posti nuovi sa benissimo che una domenica autunnale, umida e uggiosa non può certo impedire un tour alla scoperta di un borgo fermo nel tempo! La Campania è ricca di posti bellissimi da visitare, dalla costa all’entroterra;  questa è la volta di Sant’Agata de’ Goti, la “perla del Sannio”! Il borgo si trova in provincia di Benevento sebbene a ridosso della provincia di Caserta e del Monte Taburno. È davvero il luogo giusto per chi è in cerca di storia e tradizioni ma anche di uno scenario mozzafiato! In effetti, al centro storico si accede attraversando il ponte Martorano, anticamente creato per valicare i torrenti della vallata, oggi inconfondibile passeggiata a strapiombio sulla vegetazione! Chi si addentra incuriosito verso le prime case del borgo non può che essere attratto dall’immagine di una parete rocciosa che cade a picco nella valle, incastonata di case e antiche costruzioni di tufo: sembra di trovarsi catapultati in un’atmosfera medievale! Non stupisce, del resto, che la storia di Sant’Agata de’ Goti sia legata proprio a questo complesso periodo storico: si dice che il nome dell’antico borgo già longobardo avesse avuto il suo battesimo con l’arrivo dei Normanni nel sud Italia: Rainulfo Drengot avrebbe in qualche modo condizionato l’evoluzione del nome Drengot in “de’ Goti”. Insomma, il borgo di Sant’Agata incuriosisce già per l’etimologia del suo nome!

ITINERARIO La passeggiata comincia da via Roma, arteria principale della città: mai stanchi di curiosare, ogni angolo colpisce la nostra attenzione! Nelle piazzette e nei piccoli slarghi del borgo ci accolgono persone in costumi d’epoca medievale, persino un funambolo che sul filo dell’equilibrio ci ha tenuti col fiato sospeso!

Si tratta di una delle iniziative del piccolo comune, oggi molto attento alla rivalorizzazione della tradizone locale. Risalendo via Roma, ritroviamo la maestosità del Duomo di Santa Maria Assunta, edificato nel 970. Rimaneggiato nei secoli successivi, ancora oggi conserva elementi architettonici del periodo medievale: qui, non a caso, siamo stati sorpresi dal ritmo degli antichi balli popolari, uno spettacolo di danze e costumi curato dalle compagnie di ballo del territorio… un vero tuffo nel passato!

Continuando il nostro tour e seguendo le note delle musiche medievali, ci ritroviamo all’ingresso della Chiesa di San Francesco, poco distante dal Duomo. La chiesa fa parte dell’omonimo complesso architettonico del convento francescano, risalente almeno al XIII secolo benché oggi il suo aspetto ricordi i rimaneggiamenti barocchi e settecenteschi.

Appena entrati, ci è sembrato di essere in una dimensione diversa. Siamo stati accolti da un gruppo di volontari che ci ha raccontato la complessa storia dell’edificio, in specie quella del suo pavimento maiolicato, di scuola napoletana, ancora in via di restauro.

Ma la vera sorpresa è stata del tutto inaspettata: la ricostruzione in digitale del bellissimo pavimento creava intrecci coloratissimi grazie ad un gioco di luci tridimensionale! Insomma, la storia incontrava la modernità e ne aveva dato il risultato migliore!

Sant’Agata si conferma come posto perfetto da visitare per riscoprire le atmosfere quasi ancestrali del Medioevo, i canti e i balli popolari che hanno resistito alla furia del tempo… e perché no, magari per farsi trasportare dalla musica, imparando la danza degli antichi!

Funambolo nel centro storico
Sant'Agata di notte
Rievocazione di balli medievali