Non ci resta che andare a Sermoneta!

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Quest’ultimo anno di certo non ha consentito viaggi o grandi spostamenti… Approfittando di uno dei pochi momenti in cui era consentito uscire dal proprio Comune per una passeggiata, ho potuto vivere una giornata indimenticabile, visitando uno dei borghi medievali più belli del Lazio, l’antichissima Sermoneta, situata a 257 metri sul livello del mare tra l’Agro pontino e i Monti Lepini.

In questa occasione ho dovuto rinunciare alla compagnia degli altri Borgonauti e mi sono affidata alla sicura guida di amici storici che sono stati spesso meravigliosi compagni di avventura e di scoperta.

La prima visita e la Loggia dei mercanti

In realtà avevo già avuto un primo approccio con la perpetua bellezza di Sermoneta diversi anni fa: la conobbi in occasione del matrimonio di una cara amica che aveva scelto, come luogo per dire il suo “sì”, la meravigliosa Loggia dei Mercanti del borgo, che con i suoi archi a tutto sesto è uno dei posti più suggestivi del paese.

La Loggia dei Mercanti
La Loggia dei Mercanti
Vista dall'arcata della Loggia
Vista dall'arcata della Loggia
Affacciandosi dalla Loggia
Affacciandosi dalla Loggia

Costruita nel 1446 per volere di Onorato III Caetani per essere utilizzata come sede del Comune, delle assemblee popolari e degli scambi commerciali, la Loggia è divenuta pian piano il fulcro delle attività commerciali con le botteghe nei magazzini e le stalle sotto le ariose arcate: dal Cinquecento assunse il ruolo di centro civico. Oggi la Loggia dei Mercanti rappresenta un punto di aggregazione per gli abitanti di Sermoneta che qui si incontrano per molteplici motivi.

 
Ciak, si gira!

E proprio entrando nella Loggia è impossibile, allora come adesso, non farsi trascinare in un buco spazio-temporale magnetico in cui non si può non sentire l’eco di voci lontane e cinematografiche che risuonano nell’aria… Proprio da queste arcate infatti il mitico Massimo Troisi si affacciava in una delle scene epiche del film “Non ci resta che piangere” e rispondeva al predicatore che lo incalzava:

«Predicatore: Ricordati che devi morire!

Mario: Come?

Predicatore: Ricordati… che devi morire!

Mario: Va bene…

Predicatore: Ricordati che devi morire!

Mario: Sì, sì… no… mo’ me lo segno».

Anche memore della particolare atmosfera respirata durante la prima tappa nel borgo che, però, non potei all’epoca visitare, vi sono ritornata recentemente per poter finalmente conoscere i meandri di questo “villaggio” che conserva immutata la sua storia nelle sue strade a gradini, nelle salite e discese, nelle piazze, case, chiesette e in ogni angolo del paese.

Un po’ di storia

In realtà a ridosso di dove oggi è collocata l’Abbazia di Valvisciolo, sorgeva l’antica Sulmo, città dei Volsci, in seguito divenuta colonia romana con il nome di Sora Moneta in onore della dea Giunone Moneta.  A causa dell’invasione dei Saraceni e dell’espansione delle paludi pontine che fecero anche preferire ai Romani una strada tra le montagne piuttosto che la via Appia come collegamento tra Roma e Napoli, gli abitanti dell’antica Sulmo si trasferirono nell’attuale Sermoneta, che viene citata con questo nome già nell’XI proprio come evoluzione del nome “Sulmonetta” ovvero “piccola Sulmo”.

La sua storia è connessa da un lunghissimo filo alle vicende della famiglia Caetani che, dal 1297, ne fecero il centro dei loro domini sull’intero Lazio meridionale, grazie alla sua posizione strategica sulla via Pedemontana, l’arteria che aveva appunto sostituito l’Appia nei collegamenti fra il Nord e Sud d’Italia. I sermonetani, per ottenere il controllo della strada, sconfissero prima Ninfa e poi Sezze. E infatti oggi il borgo attira spesso l’attenzione dei visitatori del giardino dell’antica Ninfa che, dopo dopo l’immersione floreale, scelgono di far tappa nel paesino.

Il Castello 

A questo periodo, il XIII secolo, risale il borgo medievale, che ha perfettamente conservato il suo impianto urbanistico, con due dei suoi simboli principali, il Castello Caetani, uno dei più famosi esempi laziali di architettura difensiva, che domina il paese e l’intera Pianura Pontina e il Duomo.

Il Rione Castello
Il Rione Castello
Davanti al Castello Caetani

Il Castello costruito dagli Annibaldi e poi passato ai Caetani è accessibile da più ponti levatoi tramite i quali è possibile l’ingresso al castello, per arrivare alla Piazza d’Armi e alla torre centrale “il maschio” che ha di fronte una torre di più modeste dimensioni, “il maschietto”. Il maniero si mostra ancora oggi in tutto il suo splendore, dalla magnificenza delle mura esterne alle artistiche sale interne, decorate con degli splendidi affreschi del pittore Girolamo Siciolante, poi detto il Sermoneta. 

Da poco tempo si possono scoprire anche le prigioni, dove si possono notare i disegni murari realizzati dai detenuti durante l’angusta permanenza.  Anche nelle stalle del Castello si sono girate alcune scene del film “Non resta che piangere”.  Un tempo il cortile della roccaforte ospitava militari mentre ora è sede di concerti ed eventi.

 Il Castello è un luogo a cui i sermonetani sono sempre stati molto legati tanto che, quando Alessandro Borgia fu nominato Papa e scomunicò i Caetani, confiscando i loro possedimenti, compreso il castello di Sermoneta che venne trasformato in una mera fortezza difensiva, il popolo, da sempre fedele ai Caetani, li aiutò, per ciò che era in proprio potere fare, a tornare padroni del borgo e del castello.

Il cortile interno del Castello
Il cortile interno del Castello
La Salita delle Scalette
La Salita delle Scalette
Il  Duomo

Il Duomo di Sermoneta ovvero la Cattedrale di Santa Maria Assunta fu edificata nel V secolo d.C. su un tempio pagano dedicato alla dea Cibele adibito poi al rito cristiano. Essa fu costruita a pianta basilicale con forme romaniche e nel XIII secolo assunse quell’aspetto gotico che ancora oggi riconosciamo, probabilmente grazie agli interventi degli architetti cistercensi di Fossanova.

All’interno della Cattedrale che oggi è a tre navate con quattro cappelle per ogni lato, si osserva lo stile architettonico romanico e cistercense, caratterizzato da mezze colonne adiacenti ai pilastri della navata centrale e del portico, archetti pensili disposti lungo la navata minore destra, molto simili nelle forme a quelli dell’Abbazia di Fossanova presso Priverno, archetti a sesto acuto e le volte a crociera.

All’esterno della Cattedrale, il primo elemento che si ammira è il Campanile, alto 24 metri, in stile romanico, in origine isolato, che oggi si sviluppa su quattro piani e presenta su ciascun lato finestre a bifore con colonnine romane, inizialmente costituito da cinque piani, uno dei quali fu abbattuto da un fulmine.

Il Campanile del Duomo
Il Campanile del Duomo
Interno della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Il cuore del borgo – il centro storico

Intorno all’antico maniero si sviluppa il borgo che, come già accennato sopra, si presenta inalterato e perenne, con le sue case in pietra calcarea, il succedersi di pendenze e declivi, il dedalo dei suoi vicoli, gli angoli fioriti, le botteghe artigianali e gli scorci sulla piana sottostante.

Le strade di Sermoneta
Particolari
Passeggiando tra i vicoli
Le casette del borgo

Passeggiando senza meta per il piccolo centro storico si può godere della sensazione di passeggiare al di fuori del tempo, ammirando tra le abitazioni elementi architettonici e decorativi di grande pregio come bifore, stemmi, portali a bugnato, archi a tutto sesto e ad ogiva, loggiati, insieme a edifici d’importanza storica ed artistica quali la già ricordata Loggia dei Mercanti, la rinascimentale Chiesa dell’Annunziata, il Palazzo Comunale e la Sinagoga ebraica.

I punti panoramici del borgo

Se si percorre verso l’alto Via del Rione Vecchio, una pittoresca viuzza di Sermoneta che conduce alla famosa Salita delle Scalette, ci si trova all’interno di uno spazio fatto di gradoni incluso tra le case arroccate che termina, sulla sommità delle scale, con la vista del castello di Sermoneta. Se invece voltiamo le spalle al vecchio castello, davanti ai nostri occhi si giunge al Belvedere di Sermoneta, da cui si può ammirare un vastissimo panorama sulla pianura e sul litorale pontino mentre lungo le mura quattrocentesche, invece, è stato recentemente allestito un percorso pedonale, che si snoda tra ulivi e terrazzamenti.

Scorcio del Belvedere da via delle Scalette
Scorcio del Belvedere da via delle Scalette
Vista sull'agro pontino dai terrazzamenti lungo le mura
La Chiesetta di San Michele Arcangelo

Se dal Belvedere, invece di imboccare la via delle Scalette, si scende verso via della Valle, si arriva in una zona più nascosta del borgo che porta all’antica Chiesa di San Michele Arcangelo, una chiesetta del 1100 che, con la sua cripta di dipinti quattrocenteschi, è un vero gioiellino.

La chiesa, intitolata a San Michele, anche detta di Sant’Angelo, è stata costruita nel’XI sec. sui resti del tempio romano dedicato alla dea Maia ed è stata eretta in stile romanico ma modificata nel corso degli anni come testimoniano il portico, gli archi delle navate, il soffitto a crociera di impronta cistercense.

Affresco della Chiesa di San Michele Arcangelo
Affresco della Chiesa di San Michele Arcangelo
La Chiesa di San Michele Arcangelo
La Chiesa di San Michele Arcangelo
Non solo arte ma anche gastronomia

Vale la pena visitare il borgo di Sermoneta non solo per una passeggiata tra arte e storia ma anche per fare un viaggio gastronomico e assaggiare la tradizione culinaria tipica delle colline lepine.  Si tratta di piatti specifici che hanno la propria nota peculiare nella semplicità della pasta fresca alla carne, nella degustazione di salumi soprattutto di cinghiale, du formaggi e minestre.

Tra i piatti caratteristici non si possono non menzionare:

  • le lacchene, pasta all’uovo più larga delle fettuccine, o le  fettuccine alla “jutta” condite con un sugo di pomodoro cotto per molte ore con il pecorino;
  • zuppa con i fagioli;
  •  gli strozzapreti conditi con un sugo a base di mortadella e prosciutto cotto tritati o con cinghiale o con abbacchio o con funghi trifolati;
  • i famosi tagliolini di Fabio Stivali al Trombolotto, caratteristica salsa ai profumi di olio, limone trombolotto e 12-14 erbe aromatiche del sottobosco, rielaborata da antiche ricette monastiche cistercensi del Medioevo che consigliavano di spremere il limone con le olive lasciandovi in infusione le erbe;
  • la polenta con la salsiccia;
  • tra i dolci spiccano le serpette, biscotti a forma di serpente, fatti con ingredienti molto semplici quali zucchero, uova e farina, preparati per la prima volta  per celebrare la vittoria dei cristiani contro i Turchi nella battaglia di Lepanto alla quale partecipò il valente Onorato Caetani. La caratteristica forma di serpetta fa anche riferimento all’onda, presente insieme all’aquila nello stemma della famiglia Caetani;
  • tra i liquori da citare Piccolo l’Amaro dell’Agro Pontino, il primo amaro di questa zona e di Sermoneta, una miscela di erbe tra cui alloro, genziana, rabarbaro e agrumi, tra i quali spicca il Merancolo, arancia amara selvatica sermonetana dal succo molto aspro e leggermente amaro.
Fettuccine con funghi e trombolotto
Le serpette di Sermoneta
Il Sapore delle tradizioni – la Rievocazione storica della battaglia di Lepanto

Il 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto, venne combattuta una delle battaglie più famose e importanti della storia, quella che vide la sconfitta delle flotte dell’Impero Ottomano ad opera di quelle cristiane della Lega Santa di papa Pio V. Tra le fila delle forze alleate combatteva il Duca Onorato IV Caetani, Comandante Generale della Fanteria Pontificia sulla nave Grifone, che nel momento più intenso della battaglia, pronunciò un voto con il quale si impegnava, in caso di vittoria, a erigere una chiesa a Sermoneta.

L’esito della battaglia è noto a tutti, ma forse molti non sanno che il Duca, al suo ritorno, tenne fede alla promessa edificando la chiesa, dove poi fu sepolto, che prese il nome di Madonna della Vittoria. Da allora Sermoneta, ogni anno, la seconda domenica di ottobre, ricorda la Battaglia di Lepanto con una grande rievocazione storica che coinvolge tutti i rioni del paese e i loro abitanti.

Sebbene la manifestazione raggiunga il proprio culmine con il suggestivo corteo storico, la ricostruzione del ricongiungimento tra il Duca Onorato IV Caetani e la sua sposa Agnesina Colonna al ritorno dalla battaglia, e il Palio Equestre tra i rioni, nei vari quartieri del paese la festa dura almeno una settimana con iniziative ed eventi che coinvolgono tutta la popolazione anche dei dintorni.

Il corteo è composto da 170 figuranti in costumi d’epoca, che si reca dapprima al Belvedere per rievocare l’incontro tra il Duca e la sua sposa, e prosegue, poi, verso il campo sportivo per il palio. La Rievocazione trascina in festa i rioni cittadini che coinvolgono i partecipanti in vari spettacoli, ma porta nel borgo anche le esibizioni anche di altre località che sono presenti con sbandieratori, archibugieri e fanfare. Spesso infatti si riuniscono a Sermoneta gli Sbandieratori delle contrade di Cori, gli Archibugieri Trombonieri di Cava de’ Tirreni e della Fanfara di Paliano.

Sermoneta e la Battaglia di Lepanto
Curiosità

Molti non sanno che Sermoneta e il suo territorio custodiscono le tracce maggiori della presenza dei Templari nel Lazio. Ne sarebbero espressione i numerosi simboli riscontrabili nei suoi più importanti edifici sacri, sempre caratterizzati da un’evidente impronta cistercense. Tale Ordine è notoriamente legato ai misteriosi monaci-cavalieri. Tra i segni più interessanti vanno annoverati almeno la “Triplice Cinta Druidica” e il celebre “Sator”. La prima è incisa un po’ ovunque nel borgo e soprattutto sulle chiese di San Michele Arcangelo, dell’Annunziata e sulla Cattedrale di Santa Maria Assunta; il “Sator” sarebbe presente nel chiostro dell’Abbazia di Valvisciolo che si trova fuori dalle mura e che sarà oggetto di una prossima visita al borgo, magari in compagnia di tutti i Borgonauti.

Simboli dalle origini remote e di derivazione probabilmente celtica, sul cui significato ancora si discute, sembra che i Templari se ne servissero per “contrassegnare” i luoghi a cui conferissero un’incredibile valenza sacra e tellurica, in base ad una selezione effettuata secondo occulte conoscenze sulle energie della Natura. La presenza templare è avvalorata anche da vecchi racconti tramandati dalle fonti locali, riguardanti soprattutto Valvisciolo: nei sotterranei dell’abbazia si troverebbe, infatti, il favoloso tesoro dei Templari. In ogni caso, a parte gli elementi favolosi, è un dato certo che i Cavalieri del Tempio s’insediarono per un certo periodo a Valvisciolo, forse a cavallo tra XIII e XIV secolo, com’è provato dalla croce templare scolpita sulla sinistra dell’oculo centrale del rosone.

Scorci panoramici
Scorci panoramici
Girando tra le case in pietra

Si potrebbe scrivere ancora tantissimo su Sermoneta, non solo per citare altri punti di interesse su cui non mi sono soffermata in questo tentativo di narrazione, ma anche perché trattasi di un borgo che non conserva intatta soltanto la sua storica struttura urbanistica, contrassegnata da quella pietra calcarea che ti circonda e rapisce non appena metti il piede sul primo ciottolo, bensì perché l’antica Sulmo è un paese che custodisce, ai piedi del suo maniero, un grande rispetto per i suoi simboli e le sue tradizioni, da quelle storico-medievali a quelle folcloristiche, da quelle culinarie e artigianali a quelle artistiche. Sermoneta si è reinventata senza però snaturarsi troppo, aprendo anche le porte del suo centro storico al cinema, agli eventi, al turismo, iniziando così a entrare in itinerari di avventori curiosi di ripercorrere le tracce del suo passato.

Ed è per questo che spero che il borgo possa regalare, a tanti viandanti come me, momenti eterni come quelli donatimi in una calda domenica estiva, a tanti abitanti la voglia di restare nel paese natio per mantenere viva una storia gloriosa e aggiungervi altri motivi di pregio e di curiosità ma, soprattutto, mi auguro che possa fungere da modello trainante per tanti borghi dimenticati che, come Sermoneta, hanno racchiusi nel proprio “cuore” una profonda ricchezza dalle lontane origini tutta da scoprire e valorizzare. Non ci resta che andare a Sermoneta, anzi ritornarvi al più presto!

Il Borgo in fiore!
Il Borgo in fiore!

Viaggio nel cuore del Vulture: Venosa, l’antica patria di Orazio

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“Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.” (cit. Quinto Orazio Flacco).

Questi sono solo alcuni dei versi di Orazio, l’intellettuale latino del “carpe diem” che invita a non fidarsi del futuro ma invece ci spinge ad assaporare ogni momento della vita presente. Il sommo poeta ci incita ancora oggi a brindare con il suo “Nunc est bibendum”, “Ora è il momento di bere”, e nelle sue liriche piene di sentimento non dimenticò di citare le bellezze naturali della sua terra, porta di confine tra antica Apulia, Lucania e Sannio, facendo spesso riferimento alla dolcezza dei boschi della sua patria.

 E oggi è proprio dell’antica colonia romana di Venosa che vogliamo parlare, per ripercorrerne insieme la storia e soprattutto riviverne la bellezza.

Infatti ogni strada, ogni vicolo, ogni angolo, ogni monumento del borgo senza tempo di Venosa sono espressione della cultura che nei secoli ha permeato la città, dando origine a espressioni artistiche e architettoniche di incredibile valore.

SULLE TRACCE DI ORAZIO – ARIA DI POESIA

Gli abitanti di Venosa hanno sempre sentito molte forte il legame con l’antico poeta Orazio tanto da dedicargli una delle più importanti piazze del paese al cui centro hanno collocato una sua statua, sotto cui troviamo la seguente epigrafe: “Nacqui l’8 Dicembre del 65 a.C. presso Venosa del Vulture al confine con la Lucania”.

Anche se Orazio trascorse a Roma, in qualità di intellettuale del Circolo di Mecenate, la maggior parte della sua vita, abbiamo a Venosa numerose tracce delle sue origini a partire da quella che la tradizione indica essere la sua casa nativa. Le sue opere sono piene di riferimenti ai luoghi dell’infanzia, la mitica “Fons Bandusiae”, “il procelloso Ofanto”, “l’infido Adriatico” oltre alle già citate “selve del Vulture”, luogo del cuore in cui dove il poeta rimembra le corse da bambino.

Orazio poeta Venosa
Versi del Poeta Orazio
UN PASSO INDIETRO NEI SECOLI
Etimologia ed epoca romana

La storica città di Venusia, il cui nome secondo alcuni sarebbe stato dato dall’eroe Troiano Diomede in onore di Venus, la dea della bellezza e dell’amore, per placare l’ira della Dea offesa nella guerra di Troia, mentre secondo altri trarrebbe origine da “vinum” in riferimento all’abbondanza e alla bontà dei suoi vini, risulta esistente già dal Paleolitico Inferiore, come dimostrato anche dal ritrovamento di reperti preistorici in località Loreto. Un’altra ipotesi è che il nome sia legato alle vene d’acqua da cui il borgo è attraversato.

Grazie al processo di romanizzazione, iniziato nel 291 a.C. con il prolungamento della Via Appia, il centro acquistò importanza fino a divenire un Municipium. A partire dal 70 d.C., si verificò anche la formazione di una colonia ebraica, testimonianza straordinaria di incroci di popoli come si può notare sulla collina della Maddalena, appena fuori dalle mura fortificate: qui sono visitabili ancora nelle sue cavità sia le sepolture ebree sia quelle degli abitanti cristiani.

Dal Medioevo ai nostri giorni

Nell’Alto medioevo, Venosa fu occupata dai Longobardi e dai Bizantini e, successivamente, subì ripetute incursioni Saracene. Qui nacque Manfredi Lancia Hohenstaufen, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia. Il momento di svolta si ebbe durante la dominazione normanna, grazie anche alla presenza benedettina, periodo durante cui si sviluppa il complesso della Santissima Trinità, il monumento storico più importante della città oraziana.

Con gli Angioini Venosa passa agli Orsini e sarà fondamentale per la cittadina la presenza del duca Pirro del Balzo, il quale che fece edificare il castello, costruito dal 1460 al 1470 insieme alla cattedrale di Sant’Andrea, la quale sarà terminata nel 1502 e consacrata nel 1531.

Ai Del Balzo seguirono i Gesualdo, feudatari e principi di Venosa e tra XVIII e XIX secolo Venosa passò dai Ludovisi ai Caracciolo finché nel 1820 ebbe una buona rappresentanza della carboneria, mentre con l’Unità d’Italia, nel 1861, fu conquistata dai briganti del rionerese Carmine Crocco.

RESPIRANDO ARTE

Quasi tutte le strade della città portano alla piazza centrale, Piazza Umberto I, dov’è possibile visitare il castello di Pirro del Balzo, circondato da un profondo fossato, oggi sede della Biblioteca nazionale e del Museo archeologico nazionale.

Castello Venosa
Il Castello di Pirro del Balzo

Nel punto in cui è collocato il castello nel 1042 dodici signori normanni si spartirono il territorio lucano e pugliese. Qui vi era prima una antica Cattedrale romanica, dedicata a san Felice, il santo che visse il martirio a Venosa ai tempi di Diocleziano, la quale fu abbattuta per far posto al maniero costruito quando, nel 1443, Venosa venne portata in dote da Maria Donata Orsini a Pirro del Balzo, figlio del duca di Andria.

Il Castello di Pirro del Balzo

In origine vi era una fortificazione a pianta quadrata, difesa da una cinta muraria dello spessore di 3 metri, con torri cilindriche angolari, priva degli stessi bastioni che furono completati nella metà del secolo successivo. Anche se il castello nacque come baluardo difensivo, successivamente, con i Gesualdo divenne dimora del feudatario. In seguito ai danni subiti per scosse sismiche nel corso dei Seicento, la roccaforte venne ricostruita dai Caracciolo con l’aggiunta di nuove parti come l’elegante loggiato al piano nobile, nell’intento di riaffermare il potere signorile sulla città che rimpiangeva i vanti del glorioso passato.

Oggi quando ci si accinge a visitare il Museo posto all’interno, all’inizio del ponte di accesso, si possono vedere due teste di leone provenienti dalle rovine romane: passeggiando per le stradine di Venosa si incontra spesso questo elemento ornamentale ricorrente in un borgo che è ricco di statue, incisioni e blocchi di pietra antichi situati in contesti nuovi, fuori dal tempo, grazie alla politica attuata in passato di costruire e restaurare attingendo dai materiali delle rovine antiche. Possiamo notare la presenza del leone in pietra anche nella famosa fontana di Messer Oto, edificata tra il 1313 e il 1314, a seguito del privilegio concesso dal re Roberto I d’Angiò con cui si consentiva alla città di avere le fontane nel centro abitato.

Fontana Venosa Messer OTO
Fontana di Messer Oto
IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DEL LEONE

Il leone guardiano di un luogo sacro. Partendo dalla convinzione che i leoni nascessero con gli occhi aperti (Plutarco), era diffusa nell’antichità la credenza che questi fossero aperti sempre; ecco perché le loro statue venivano poste a guardia di un luogo sacro. Tale tradizione continuò anche in epoca cristiana, come testimoniano le coppie di leoni collocate in epoca medievale ai lati dell’ingresso delle chiese romane.

Il leone simbolo di resurrezione. In base alla lettura del “Physiologus“, un bestiario alessandrino del II/IV secolo d.C. che raccoglieva descrizioni di animali molto più antiche e spesso inattendibili, la leonessa partoriva morto il suo piccolo, quindi lo vegliava per tre giorni finché arrivava il padre che gli soffiava sul volto, donandogli la vita (Aristotele e Plinio il Vecchio). Questa antica tradizione spiega per quale motivo il leone fosse spesso rappresentato nelle religioni salvifiche (culto di Iside, culto di Cibele e cristianesimo).

 

La possibilità di incrociare ad ogni passo elementi appartenenti a un altro tempo rende particolarmente suggestiva la passeggiata a Venosa perché si ha la costante e crescente sensazione di attraversare nello stesso momento molti tempi diversi e, nel frattempo, di essere in un borgo senza tempo.

Uscendo dal castello, alla sua destra, si può ammirare la facciata barocca della Chiesa del Purgatorio detta anche Chiesa di San Filippo Neri, edificio di culto che piacque così tanto agli abitanti di Venosa che costruirono anche una statua per il cardinale Giovan Battista De Luca che lo volle edificare, ponendola davanti alla chiesa. Possiamo anche ammirare una delle fontane storiche del borgo, la fontana Angioina o dei Pilieri, situata nel luogo dal quale, fino al 1842, si accedeva alla città attraverso la porta cittadina detta appunto “fontana”.

Angolo del Castello
Angolo del Castello
Chiesa del Purgatorio
Chiesa del Purgatorio
La Cattedrale

Continuando a passeggiare dopo aver costeggiato la chiesa, si può imboccare via Vittorio Emanuele e dopo aver percorso la strada, soffermandosi sui vari pannelli dedicati al poeta Orazio, si giunge a Largo Vescovado dove non si può non osservare l’imponente Cattedrale di Sant’Andrea Apostolo, chiesa costituita da tre navate modulate da archi a sesto acuto, edificata a partire dal 1470. Da notare il campanile annesso alto 42 metri a tre piani cubici e due a prisma ottagonali, una cuspide piramidale con grande sfera metallica in cima, sormontata da una croce con banderuola. Sempre per la politica di riuso dei materiali a cui ho già fatto riferimento il materiale per la costruzione fu preso dall’Anfiteatro Romano e questo spiega il perché siano inseriti dentro le pareti dell’edificio iscrizioni latine, e pietre funerarie.

Cattedrale san Andrea Apostolo
Il Campanile della Cattedrale di Sant'Andrea Apostolo

Ma il fiore all’occhiello del borgo è in località San Rocco, uno spazio che sembra essere rimasto aggrappato a un altro mondo, proiettando il visitatore in una specie di dimensione multitemporale: a pochi metri l’uno dall’altra possiamo infatti osservare l’antico parco archeologico, la chiesa dell’Incompiuta e la splendida Abbazia della Trinità, luoghi sacri fortemente legati all’origine della dinastia normanna.

IL PICCOLO MONDO ANTICO DI VENOSA

Dalla chiesa di San Rocco è possibile accedere al parco archeologico che racchiude i resti monumentali della colonia latina di Venusia dal Periodo repubblicano all’Età medievale. Proprio il fatto che ci sia stata un’assenza di sovrapposizioni edilizie sull’area urbanizzata, tra il Periodo romano repubblicano e l’Età medievale inoltrata fa del parco archeologico un unicum in Italia per quanto concerne le città esistenti le cui origini risalgono a prima di Cristo. Anche questo aspetto contribuisce a rendere Venosa un borgo senza tempo.

Il Parco archeologico
Il Parco archeologico

All’interno del parco ci sono le terme realizzate nel I sec. d.C. e ristrutturate fino al III sec. d.C., i quartieri abitativi, tra cui una domus con mosaici e un isolato delimitato da due assi viari basolati. Sulla parte opposta della strada che taglia in due l’area archeologica sorgeva l’Anfiteatro, di forma ellittica, la cui costruzione può farsi risalire all’età giulio-claudia per le parti in muratura in opera reticolata, all’età traiana-adrianea per l’opera muraria mista. Dopo il periodo romano l’anfiteatro fu smontato pezzo per pezzo e i materiali sottratti furono usati per qualificare l’ambiente urbano della città e quindi si sono conservate le tracce solo dell’antica forma che prevedeva tre piani.

L’ABBAZIA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Si erge come una sorta di fondale maestoso del percorso del parco archeologico l’Abbazia della Santissima Trinità, integralmente restaurata, eccezionale per il fatto di conservare in sé tutte le sue diverse fasi costruttive, con il conseguente suggestivo incrocio di stili: dalla domus romana imperiale al complesso episcopale paleocristiano testimoniato pavimento e dal mosaico all’ingresso della chiesa, all’impianto abbaziale benedettino risalente all’epoca normanna fino alle tracce lasciate dai Cavalieri di Malta che vi soggiornarono fino al 1800.

Incompiuta
L'Incompiuta

La parte posteriore dell’Abbazia è occupata dalla chiesa dell’Incompiuta che resta l’unico caso visibile di un fenomeno che normalmente si doveva verificare quando si costruiva una chiesa nuova sul luogo di una più vecchia: si lasciava in piedi la prima fino al momento in cui la nuova non fosse in grado di assumere le funzioni di quella più antica. La chiesa nuova fu iniziata dai Benedettini con l’idea di ampliare la chiesa precedente e costruire un’unica vasta basilica. I lavori s’interruppero per probabili problemi economici e perché i Benedettini furono costretti nel 1297 a lasciare Venosa per volere di Bonifacio quando ormai erano stati alzati i muri perimetrali e i pilastri. Il colpo d’occhio dell’Incompiuta oggi è mozzafiato, con le mura che disegnano il perfetto profilo di una grande croce e delimitano un’area che ha per pavimento il prato e al di sopra esclusivamente il cielo.

Vista sul Parco archeologico e la chiesa di San Rocco dall'Incompiuta
Affresco all'interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
LE CURIOSITÀ LEGATE ALL’ABBAZIA
La colonna dell’amicizia e dell’amore

“Siete andati a girare la pietra?” Fino a poco tempo a Venosa invece di chiedere a una coppia se si fosse sposata si era solito chiedere ai fidanzati se fossero andati a “girare la pietra” nell’Abbazia della Santissima Trinità, dove è collocata una colonna detta colonna dell’amicizia, attorno alla quale sono avvolte tante braccia: la leggenda prediceva che se due persone avessero abbracciato la colonna prendendosi reciprocamente la mani sarebbero state legate da eterna amicizia. Dall’amicizia poi l’auspicio si è focalizzato sui matrimoni in quanto la credenza voleva se fossero stati i coniugi ad abbracciarsi attorno alla colonna ciò avrebbe suggellato in modo sacrale l’unione. Ancora oggi ci sono donne inoltre che, non riuscendo ad avere figli, vanno a strofinarsi sulla colonna con un triplo giro per evocare un antico rito di amore e fertilità.

Il ripudio di Alberada

All’interno dell’Abbazia nella navata sinistra c’è un’elegante tomba marmorea, quella di Alberada, moglie ripudiata da Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. Su di essa c’è un’incisione: “Se stai cercando mio figlio puoi trovarlo a Venosa”. Il figlio citato altri non era che Boemondo, famoso condottiero di cui parlò anche Tasso nella Gerusalemme liberata. Il destino ha voluto che nella navata destra ci fossero invece proprio le tombe degli Altavilla e secondo alcune fonti non certe e da verificare vi sarebbero sepolti anche i corpi del Guiscardo e dei suoi tre fratelli.

Interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
Interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
Particolare all'interno dell'Abbazia
Dettaglio affresco interno all'Abbazia
LA NUOVA VITA DEL BORGO

Tanti sono stati finora i richiami ai segni tangibili della storia e del glorioso passato del borgo. Ma come e dove si svolge oggi la vita della cittadina? Venosa è un borgo piccolo e compatto che può essere attraversato a piedi piacevolmente, abbandonando le arterie e le piazze principali e perdendosi nel folto e intricato gomitolo di vicoli che si snodano dalle vie maggiori. Purtroppo proprio questi vicoli storici sono stati negli anni oggetto di spopolamento. Eppure era proprio qui che si svolgeva in passato la vita della comunità: spazi animati dal mercato del pesce, donne dirette verso le piccole chiese, grotte che conservavano vino e dimore dei braccianti agricoli.

Anche per riqualificare questa realtà è nata a Venosa l’Associazione familiari antistigma “Alda Merini”. La onlus nacque nel 2009 per iniziativa di alcuni genitori di pazienti affetti da disturbi psichici; l’obiettivo era cancellare lo stigma della malattia mentale e favorire progetti culturali e sociali di inclusione. Il motto ispiratore dell’associazione due versi: “dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fiori” tratti dal brano Via del campo di Fabrizio De André. Sulla scia di queste note e dei versi oraziani si è dato vita nel borgo lucano a un progetto di miglioramento degli spazi urbani mediante l’arte.

Progetti di valorizzazione

Ad esempio nel 2016 per contro-invertire la tendenza all’isolamento del centro storico alcuni artisti hanno deciso di lavorare per creare un contesto attrattivo partendo da materiale da riciclo al fine di realizzare opere da posizionare sui muri di case vuote. Tutti scelsero di ritrarre lo stesso soggetto: un angelo, figura di confine fra terra e cielo e così nel 2018 Venosa ha inaugurato vico degli Angeli.

Nei vicoletti si osservano volti conosciuti, come quello della pittrice messicana Frida Kahlo o quello di Anna Frank. Non solo immagini, ma anche parole colorano il centro disabitato: è possibile imbattersi in versi, citazioni, strofe o dipinti su porte, panchine, facciate delle case.

corcio sul Vico degli angeli
Scorcio sul Vico degli angeli
Porta con le parole di Frida Kahlo
Interno di una bottega venosina
Panchine "parlanti"
Panchine "parlanti"

Inoltre tra i progetti permanenti del borgo che ho particolarmente amato la “Biblioteca del vicolo”, una casetta in legno situata in varie stradine che sollecita il bookcrossing e lo spirito di condivisione, invitando a prendere un libro posto da qualche passante sui ripiani lasciandone un altro al suo posto.

Tutte le iniziative artistiche e sociali ammirate a Venosa hanno lasciato la speranza che il borgo possa vivere una rinascita in linea con la sua millenaria storia. 

Soluzione onirica

Proprio di recente ho scoperto con gioia che qualche mese fa in largo Manfredi, nel cuore del centro storico della città di Orazio, le mura si sono colorate grazie all’intervento artistico della giovane venosina Rossana D’Andretta, laureanda in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. La giovane artista ha voluto lanciare un messaggio ai giovani residenti o di passaggio nella sua città di origine. Soluzione onirica è il nome del murales fatto dalla pittrice in collaborazione con l’Associazione familiare antistigma “Alda Merini”, che ha voluto ospitare sulla facciata della nuova sede questa manifestazione di speranza. Si pensa di creare all’interno di questo spazio un atelier di pittura per bambini affetti dallo spettro autistico, che non vediamo l’ora sia realizzato.

Biblioteca del Largo
Biblioteca del Vicolo

Venosa è un borgo in cui è piacevole rifugiarsi anche solo per passeggiare tra le viuzze, passare sotto gli archi, leggere i molteplici messaggi custoditi dalla città, chiacchierare con i proprietari delle botteghe come il simpaticissimo ed eccentrico Moreno proprietario di uno di quei luoghi in cui puoi trovare di tutto dagli abiti e i gioielli da cerimonia agli oggetti di antiquariato, scena o arredo, fermarsi in una delle spettacolari trattorie del borgo a degustare i fantastici prodotti della tradizione enologica e culinaria lucana.

PROFUMI E SAPORI DEL TERRITORIO

Se infatti la città oraziana può incantare viaggiatori di passaggio con la ricchezza del suo patrimonio artistico, non si può non riconoscere che altrettanto ricca sia la produzione della sua terra. I piatti tipici di Venosa sono legati a ricette che appartengono alla cultura popolare dei lucani, all’insegna di radici antiche e ingredienti del contado. In un’economia povera come è stata sempre quella lucana, il “primo piatto” ha sempre rivestito un ruolo da protagonista, di solito realizzato con pasta fatta in casa unita a legumi o verdure.

 Alcuni piatti che è impossibile non citare
  • Cavatelli con le cime di rape, pasta fatta in casa con cime di rape e con soffritto di aglio olio e peperoncino (c’è anche la versione con l’aggiunta di peperone crusco).
  • Lagane e ceci, fatti con farina di grano duro, ceci, aglio, pomodori, olio di oliva, sale e una foglia di alloro, una piatto anche detto “piatto del brigante”. Secondo i racconti popolari infatti sembra che i briganti, che infestavano nella seconda metà del XIX secolo i boschi del Vulture, fossero soprannominati “scolalagne” per le grandi abbuffate di pasta.
  • Strascinati mollicati, nati dalle mani delle massaie che con passione si dedicavano di buon mattino alla preparazione di questa pasta “povera”, fatta senza uova, ma esclusivamente con acqua e farina, probabilmente devono il proprio formato di pasta alle orecchiette baresi. Qui questa pasta casereccia ha subìto una rielaborazione diventando leggermente più spessa e dalla forma più larga rispetto alle orecchiette di un tempo. Se gli strascinati erano accompagnati per lo più ad ortaggi e verdure oggi si accompagnano a cavolo, pomodoro e mollica fritta, donde il nome di “strascinati mollicati”.
  • U Cutturidd, carne di pecora (i pastori utilizzavano spesso carne di animali vecchi e improduttivi) aromatizzata con olio, lardo, pomodori, cipolla, patate, peperoncino, prezzemolo e caciocavallo podolico stagionato.
  • Baccalà con peperoni cruschi, il piatto emblema della Basilicata: baccalà lessato con aggiunta di peperoni crusci soffritti nell’olio EVO
Aglianico del Vulture

Se la cucina offre grandi specialità possiamo non ricordare che Venosa ha uno dei maggiori vitigni italiani grazie alla produzione di Aglianico del Vulture?

Il rapporto con il vino

L’Aglianico venosino è tra i maggiori vini rossi DOCG d’Italia grazie al perfetto connubio tra la ricca ed equilibrata composizione del terreno di origine vulcanica tipica del Vulture e il clima delle dolci colline di Venosa. Ha un colore rosso rubino con riflessi violacei e un sapore vellutato e tannico. Nel periodo romano l’importanza di questo vino è testimoniata da una moneta bronzea, coniata nella città di Venusia nel IV secolo a.C., raffigurante Dionisio che regge con una mano un grappolo di uva e il monogramma VE.

Ritorniamo allora ad alcuni dei tanti versi che il poeta Orazio dedicò al vino della sua città nativa: «Il vino è un gran cavallo, per un poeta lepido; ma se tu berrai acqua, non partorirai nulla di buono». Immergendomi in questo spirito simposiale,  l’augurio che rivolgo a me stessa, ai miei amici borgonauti e a tutti noi è di tornare presto a viaggiare, calpestare il suolo di una cittadina come quella di Venosa e brindare con un grande calice di vino alla storia millenaria che si respira in questo borgo senza tempo, all’altezza della quale potremo essere solo se riusciremo a far sì che luoghi come Venosa non siano musei o bomboniere da ammirare ma luoghi sempre vivi e attivi che possano continuare ad essere teatro della storia presente e futura.

I giardini segreti nel cuore dell’Italia

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Spesso, quando si riesce a trovare un momento di calma nel turbinio della nostra vita frenetica e ci si ferma a pensare, riaffiorano nella mente pezzi di vita o frammenti di altre vite, quelli delle storie lette e interiorizzate, soprattutto quelle metabolizzate quando si era bambini. In queste settimane mi sono soffermata su un passaggio del libro “Il Giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett: 

«Una delle cose strane della vita di questo mondo è che solo qualche volta uno si sente veramente contento di vivere. Succede, per esempio, se ti alzi presto una mattina e assisti a quel meraviglioso, indescrivibile spettacolo che sono l’alba e il sorgere del sole. Se in un momento così si riesce a dimenticare tutto e a guardare solo il cielo che da pallido va prendendo colore, il misterioso spettacolo che ti prende alla gola e ti fa commuovere davanti a tanta bellezza che pur si ripete ogni giorno da migliaia di migliaia di migliaia di anni e ti senti felice di poterci assistere. Succede, per esempio, se ti trovi solo in un bosco al tramonto e riesci ad ascoltare le cose meravigliose che ti ripetono, senza che le tue orecchie possano intenderle, i raggi del sole che se ne va e che ti raggiungono come una pioggia d’oro attraverso i rami e le foglie degli alberi».

 

 

Ho ripensato così al Giardino segreto di Mary e Colin e in questo strano e drammatico anno, il 2020, che ha messo in discussione tante abitudini, sottratto molte possibilità alla voglia di scoperta e di viaggio, sostituendo il desiderio di visitare e la sete di conoscenza con la paura del contagio, passeggiare all’aperto in mezzo al verde, avvolti dallo spettacolo che la natura continua a offrirci, tra prati fioriti, fila di alberi, piante e cespugli, sfumature di centinaia di colori offerti dal paesaggio e l’estasi olfattiva di tanti profumi, risulta essere una delle migliori alternative per entrare in comunione con il mondo esterno e sentirsi vivi.

 

Se poi la visita a giardini, boschi e parchi naturali si accompagnasse anche alla scoperta di mirabili opere d’arte nascoste, frutto del genio di artisti che negli anni hanno contribuito a creare dei piccoli “regni” fiabeschi, in cui arte e natura formano un connubio indissolubile, non sarebbe perfetto?

La risposta è stata affermativa e in un momento in cui purtroppo le visite ai tanti meravigliosi siti artistici e culturali di cui è ricco il Patrimonio italiano sono contingentate e, ahimè, in alcuni casi sono addirittura provvisoriamente negate, abbiamo scoperto che esiste sul suolo, sempre prodigo di tesori e sorprese del nostro Paese, una serie di giardini segreti favolosi, romantici o esoterici, irreali o mostruosi, in cui la ricchezza della flora si sposa perfettamente con la creatività dell’arte, facendo nascere dei paradisi in cui le tracce dell’uomo, del suo pensiero, del suo talento si intrecciano magicamente con la vegetazione.

 

Non credo sia un caso che la parola “paradiso” derivi dal persiano pairidaeza, da cui anche l’ebraico pardeÅ¡, attraverso il greco παράδεισος, con il significato originario di “giardino recinto” o “parco”.  Questi labirinti di verde e creazioni artistiche cambiano di forma, dimensione e sembianze in base al contesto storico e paesaggistico in cui sono sorti ed è per questo che attraversarli è un po’ come sfogliare le pagine di libri di storia e di arte. Mentre tutti conosciamo Parc Güell, diventato negli anni uno dei simboli di Barcellona, inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità Unesco, parco progettato dall’architetto catalano Antoni Gaudì a inizio del ‘900, che si trova sulla collina El Carmel nel quartiere Gràcia e che è divenuto una delle mete turistiche più belle della Spagna e d’Europa, invece in pochi conosciamo la varietà e la ricchezza dei giardini nostrani.  Proprio per questo oggi vogliamo parlarvi di alcuni dei parchi italiani che abbiamo visitato e che ci hanno colpito, in rappresentanza di tutti quelli che ancora dobbiamo conoscere e scoprire.

IL SACRO BOSCO DI BOMARZO 

Ai piedi del Monte Cimino, la più alta cima dell’Antiappennino laziale, a Bomarzo in provincia di Viterbo, si trova la Villa delle Meraviglie detta anche Sacro Bosco o Parco dei mostri. Appena si varca l’ingresso si fa un salto indietro nel tempo di quasi cinquecento anni all’epoca in cui il principe Pier Francesco Orsini noto come Vicino Orsini e l’architetto Pirro Ligorio progettarono nel 1552 la loro opera, un unicum nel panorama italiano e mondiale per il quale sembra che anche Goethe e Dalì avessero un debole. Se da un lato nel parco possiamo osservare raffinati giardini all’italiana, dall’altro nel bosco si trovano decine di sculture di basalto raffiguranti mostri, creature oniriche, soggetti mitologici e animali esotici, ma anche obelischi, fontane e un’incredibile casetta pendente. Vicino, signore di Bomarzo, fece scolpire le rocce sul posto, animandole e donando ad esse forme, a volte minacciose e a volte incantate. Alla morte del principe, anche il parco morì e per secoli rimase abbandonato e dimenticato fino al recente restauro che l’ha riportato in vita per la gioia di tutti noi visitatori. Il bosco, pur inserendosi nella cultura architettonica-naturalistica del secondo Cinquecento, sfugge ai canoni delle altre opere in quanto le sculture rocciose sono svincolate da vicendevoli rapporti prospettici o proporzionali. La simmetria classica cede il passo al gusto manierista per il bizzarro e, con i suoi elementi giganteschi, crea un rapporto sconcertante con la natura.

Proteo (Glauco)
La tartaruga
"Ogni pensiero vola"

Interpretazioni

Molti hanno provato a interpretare il disegno alla base di questo luogo un po’ sospeso tra arte, magia e letteratura cavalleresca, ma il giardino di Bomarzo è probabilmente destinato a rimanere un luogo intriso di fascino, che sollecita l’immaginario di ciascun visitatore chiamato a formulare la propria idea.

Tra le varie ipotesi di recente si è affermata la rilettura del prof. Antonio Rocca, storico dell’arte, che individua nell’Idea del theatro di Giulio Camillo la fonte iconografica del parco.

L’accezione egemone del termine “Teatro” durante il XVI e XVII secolo era infatti quella di dispositivo panoramico. Un manuale, un giardino, o qualunque altro strumento in grado di esporre visivamente un argomento era definito un teatro. Sarebbe quindi esatto sostenere che a Bomarzo sia reso possibile attraversare la visione del mondo che dalla Grecia del V secolo a.C. è giunta sino alle soglie della Rivoluzione scientifica.

L’Orsini avrebbe trasformato in pietra la sintesi della cultura greca, ebraica e cristiana realizzata da Camillo per offrirci lo spettacolo, in continuo divenire, del farsi mondo di Dio.
Il Bosco sarebbe quindi il luogo della catarsi, la seconda possibilità che l’arte offre ad una vita piena di errori, luogo oracolare nel quale l’uomo può riscoprire la sua natura triplice sino al compimento della deificazione.

IL GIARDINO DI NINFA

 Ai piedi dei monti Lepini,  sui ruderi della città medievale di Ninfa, nell’agro pontino, esiste un meraviglioso giardino di otto ettari eletto dal New York Times il più bello e romantico del mondo, dichiarato Monumento naturale dalla Regione Lazio dal 2000 e Oasi affiliata del WWF.

Il clima unico che qui si ritrova, grazie anche alla rupe di Norma che protegge il territorio dai venti del nord e crea un microclima favorevole, favorisce la crescita all’interno del giardino, tra il fiume Ninfa e vari ruscelli d’irrigazione, di circa 1300 specie di piante provenienti da ogni parte del mondo. Accanto alla flora mediterranea e ai roseti, infatti, si ammirano noci americani, aceri giapponesi, yucca o l’albero della nebbia, così chiamato per le sue infiorescenze a piumino rosa simili a zucchero filato.

 

La Flora di Ninfa
La vegetazione del giardino di Ninfa

Le tracce della storia

Nel 1921 Gelasio Caetani, esponente di una famiglia da sempre regnante nella zona, iniziò la bonifica e il restauro di alcuni ruderi di Ninfa, in particolar modo della torre e del municipio, per farne una residenza estiva; inoltre, sotto la guida della madre Ada Wilbraham, che aveva già realizzato un bell’orto botanico a Fogliano, iniziò a piantare diverse specie botaniche che portava dai suoi viaggi all’estero. In seguito Marguerite Chapin e Lelia Caetani durante gli Anni Trenta, diedero al giardino una struttura all’inglese. Ninfa ospitò diverse personalità di spicco del ‘900 come il poeta Gabriele D’Annunzio o lo scrittore Boris Pasternak, autore de Il dottor Živago. Lelia Caetani, senza eredi, fu l’ultima rappresentante della famiglia Caetani, che dopo oltre settecento anni estingueva il suo casato: la donna però, prima della sua morte, avvenuta nel 1977, diede vita ad una fondazione, chiamata Roffredo Caetani di Sermoneta, alla quale intestò oltre al castello di Sermoneta anche il giardino ed è ancora tale fondazione che oggi si occupa del parco. Intorno al giardino a partire dal 1976 è stata istituita un’oasi del WWF a sostegno della flora e della fauna del luogo, che la bonifica della palude aveva portato alla scomparsa.

Attraversando il giardino… tra vegetazione e ruderi

Percorrendo il giardino di Ninfa in diversi momenti ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di uno dei quadri di Claude Monet e dei suoi amici impressionisti, direttamente catapultata in quell’universo di colori e ninfee, di fiori e ponticelli, d riflessi d’acqua e vegetazione che vi si specchia… Ma in aggiunta alla rigogliosa natura che subito colpisce l’occhio e rapisce, all’interno del giardino si possono ammirare anche i resti architettonici di Ninfa a partire da alcune delle chiese dell’antico borgo. Santa Maria Maggiore era la chiesa principale e fu con molta probabilità costruita a partire dal X secolo e ampliata nella prima metà del XII secolo. Oggi vediamo i ruderi del perimetro esterno, dell’abside e del campanile. Si trattava di una chiesa a tre navate: la navata centrale era coperta da un tetto a spiovente, mentre le due laterali avevano delle volte in muratura. L’abside è semicircolare e sono ancora riconoscibili due affreschi, uno raffigurante San Pietro, risalenti al 1160-1170.

La chiesa di San Giovanni è databile intorno all’XI secolo ed oggi ne rimangono soltanto alcuni resti che rendono difficile ricostruire la sua struttura originaria: forse era a navata unica, con diverse cappelle laterali e un’abside semicircolare, ancora oggi in parte visibile e su cui restano tracce di affreschi rappresentanti degli angeli. Nei pressi della chiesa di San Giovanni è possibile osservare un noce americano, diversi meli ornamentali, un acero giapponese a foglia rosa, un faggio rosso, un acero a foglie bianche e un pino a foglie di color argento. Alle spalle della chiesa di Santa Maria Maggiore una bignonia gialla, un gruppo di yucca e diversi roseti, mentre presso la facciata principale si trova il famoso albero della nebbia.

Abside con affreschi della chiesa di Santa Maria Maggiore
Ruderi sul fiume Ninfa

L’acqua è l’elemento centrale e vitale che caratterizza Ninfa: il lago ed il fiume, che da esso fuoriesce, danno vita ai fossati, che circondavano la città medievale, agli stagni e ai ruscelli presenti all’interno del giardino, ulteriormente arricchito dalla presenza di piccole sorgenti. Il fiume Ninfa era attraversato nel borgo da due ponti, di cui uno di epoca romana, il più antico, e un altro chiamato del Macello: si tratta di un ponte a due campate, costruito a ridosso delle mura difensive e sul suo nome esistono due ipotesi. La prima vuole che durante una battaglia, i nemici cercassero di entrare in città passando proprio attraverso il fiume, ma all’altezza del ponte i ninfini li colpissero con numerose lance rendendo l’acqua di colore rossa a causa del sangue versato; la seconda ipotesi, molto più probabile, è che nei pressi del ponte sorgesse un edificio dedicato alla macellazione della carne, andato completamente perduto.

Il ponte a due luci cattura con la sua magia ogni visitatore, ogni scrittore, ogni artista. All’esterno della cinta muraria si eleva un maestoso pioppo, inserito nell’archivio degli “Alberi Monumentali d’Italia”. La Via del Ponte attraversa il fiume Ninfa sul Ponte Romano, avvolto dai romantici intrecci di un glicine dai grappoli di fiori violacei, affiancato da una photinia serrulata, gelsomini e prima di arrivare al ponte di legno un gruppo di bambù provenienti dalla Cina, i cui steli eretti e flessuosi racchiudono la Sorgente dei Bambù. Un doppio filare di lavande introduce al Piazzale dei Ciliegi. Sulle mura di cinta sono visibili i ruderi della chiesa di San Biagio e una densa bordura di piante arbustive e erbacee perenni che degrada verso il prato erboso.

Sorgente del bambù
Il Ponte del macello
Ponte di Legno

Alla fine del percorso c’è il Piazzale del Municipio, risalente al XII sec., ristrutturato nei primi del Novecento per convertirlo a villa di campagna, dove i Caetani ospitavano amici, intellettuali e artisti: di esso possiamo ammirare la rocca, con la torre alta 32 metri, e le graziose bifore.

Come disse Marie Luise Gothei, «Il giardino è movimento, vita, l’architettura è fissità e cristallizzazione; ecco perché, forse, l’una ha così bisogno dell’altro. In questo rapporto-scontro il giardino è stato a volte l’ancella, a volte la signora».

 

Il fiume Ninfa
Bifora del Municipio
Piazzale Municipio

IL GIARDINO DEI TAROCCHI

«Il Giardino dei Tarocchi non è il mio giardino, ma appartiene a tutti coloro che mi hanno aiutata a completarlo. Io sono l’architetto di questo giardino. … Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino alla ricerca del tesoro mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della temperanza».

Con queste parole l’architetto e artista francese Niki de Saint Phalle presenta quella che lei stessa definisce “la più grande avventura della sua vita”.

La piazza centrale... La Papessa e la ruota della fortuna

Il progetto

Durante un viaggio in Spagna Niki de Saint Phalle scoprì l’opera di Antoni Gaudí e ne fu fortemente colpita; in particolare, il Parc Güell a Barcellona ebbe una grossa importanza nella sua decisione di costruire un suo giardino di sculture, fornendole anche l’ispirazione di fare di materiali diversi ed oggetti trovati gli elementi principali della sua arte. Dopo il ricovero all’ospedale per un ascesso ai polmoni, causato dal pluriennale lavoro col poliestere, Niki soggiornò a St. Moritz per un periodo di convalescenza. Là incontrò Marella Caracciolo Agnelli che nel 1950 ca. conobbe a New York. Niki espresse all’amica il suo sogno di creare un giardino di sculture le quali si sarebbero dovute basare sulla simbologia delle carte dei tarocchi. In seguito i fratelli di Marella, Carlo e Nicola Caracciolo le misero a disposizione un terreno della loro proprietà a Garavicchio in Toscana ove realizzare il suo sogno.

 Il progetto del Giardino dei Tarocchi, situato a Pescia Fiorentina, frazione di Capalbio, occupò per ben vent’anni a partire dal 1979 il pensiero e la forza creativa di Niki che trascorse la maggior parte del suo tempo tra le colline e la Maremma. Il terreno fu pulito e disboscato e furono gettate le fondamenta:  Niki fu impegnata prevalentemente nella costruzione del suo Giardino, ottenendo l’aiuto di numerosi suoi amici e seguaci; l’architetto francese, affiancata da operai specializzati e da un’èquipe di artisti contemporanei tra cui spiccano i nomi di Rico Weber, Sepp Imhof, Doc Winsen e il marito Jean Tinguely che ha creato alcuni assemblaggi meccanici semoventi, si dedicò alla realizzazione di 22 imponenti figure, rappresentanti gli Arcani maggiori, ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate. I tarocchi sono formati da 78 carte ma gli Arcani maggiori sono 22 come le 22 sculture del Giardino: il Sole, la Luna, il Papa, la Giustizia, l’Imperatore, la Torre di Babele, la Morte, il Diavolo, la Stella ecc. tutte ricoperte con coloratissime decorazioni a mosaico, alcune ciclopiche e molte di loro percorribili, collegate tra loro grazie a viuzze sopra le quali sono scritti nomi, numeri, pensieri, citazioni care all’artista.

Il Sole ovvero la forza vitale
L'Impiccato
La Luna ovvero l'immaginario creativo

Nei meandri del giardino

Appena superato l’ingresso del giardino, il sentiero principale conduce alla grande piazza centrale, dominata dal volto azzurro della Papessa. Emblema dell’inconscio irrazionale, la Papessa (espressione della carta n. II) è considerata “la grande sacerdotessa del potere femminile dell’intuizione… una delle chiavi che portano alla saggezza. Rappresenta il potenziale dell’irrazionale inconscio. Coloro che vogliono spiegare gli avvenimenti soltanto con la logica e i ragionamenti rimangono inevitabilmente in superficie e non riescono a penetrare la realtà con l’immaginario e la visione istintiva”. Da un punto di vista iconografico la scultura si ispira all’orco del parco tardorinascimentale di Bomarzo, seppur ingigantita e sormontata dalla testa del Mago, simbolo di energia, luce, malizia e creatività. Dalla bocca della Papessa sgorga l’acqua che confluisce nella fontana centrale, dove è collocata la grande scultura semovente realizzata da Tinguely che rappresenta la Ruota della Fortuna, la ruota della vita. Da qui prendono avvio itinerari differenti.

Tutto il giardino è una continua sorpresa. Immersi nella vegetazione si trovano queste colossali rappresentazioni, realizzate in cemento armato e metallo e interamente ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate che evocano le tipiche forme dilatate da Matisse a Picasso. Le sculture che caratterizzano lo stile di Niki de Saint Phalle sono le Nanas: sculture con sembianze femminili a grandezza naturale e dalla forma un po’ grottesca, da lei ideate e create. Il termine spagnolo “Nanas” significa “ragazzine di piccola statura”. Le troviamo visibili nella fontana con giochi d’acqua all’interno del castello dell’imperatore e in molte sue figure femminili raffigurate.

Le statue sono l’ultima tappa del percorso artistico iniziato dalla Saint Phalle nella seconda metà degli Anni Sessanta, quando l’artista allontanò dal Nouveau per approdare a queste grandi opere tridimensionali femminili dalle rotondità accentuate, alcune delle quali sono percorribili e abitabili.

Nella fortezza dell'Imperatore
La Torre di Babele
La Torre di Babele

All’ingresso troviamo il Mago (Carta n. I) il grande giocoliere: “Per me il mago è la carta di Dio che ha creato la meravigliosa farsa di questo mondo nel quale viviamo. È la carta dell’intelligenza attiva, della luce, dell’energia pura, della creazione e del gioco”. Spicca la fortezza dell’Imperatore, una cittadella fortificata il cui loggiato è costituito da 22 colonne, in numero uguale a quello delle carte. Questo è l’arcano che meglio raccoglie l’eredità di Gaudì: ricoperto da vetri di murano e murrine, specchi francesi, boemi e cecoslovacchi, l’Imperatore è simbolo del maschile, dell’ambizione e del potere. Gli si contrappone la carta dell’Imperatrice-Sfinge, identificata come l’opera più rappresentativa dell’intero complesso, non solo perché l’artista ne fece sua abitazione personale ma perché questa scultura enorme e opulenta, con il corpo esageratamente formoso rivestito di una molteplicità di ceramiche, viene identificata come la regina del cielo, sacra magia e civilizzazione. All’interno della di questa gigantesca scultura sono addirittura colllocate una stanza da letto, un soggiorno, una cucina e il bagno con una singolare doccia a forma di serpente. Tutte le pareti sono interamente rivestite da frammenti di specchi, creando un suggestivo effetto da labirinto e casa degli specchi…

Tra le altre opere va ricordata la Temperanza, grande scultura-igloo creata per celebrare la memoria dello scomparso Jean Tinguely e dell’amico Menon, le cui fotografie sono all’interno dell’ambiente ricoperto da ceramiche e specchi di varia forma, innescando uno spaesante effetto caleidoscopico di curve riflesse e deformate. Uno spazio magico e infinito, dunque. Proseguendo il percorso, ci s’imbatte nel Matto, giovane simbolo del caos, dello spirito e dell’entusiasmo, con cui s’identifica l’artista stessa.

Non voglio andare avanti nella descrizione delle altre singole, meravigliose e incredibili opere d’arte contemporanea presenti nel Giardino perché credo che sia giusto che ogni visitatore possa scoprire dal vivo tutti i meandri di questo magico e surreale regno in cui l’artista ha voluto ridisegnare il percorso interiore e artistico della sua stessa vita… un viaggio tra natura, arte ed esistenza che solo fino a un certo punto può essere illustrato ma che per essere colto va vissuto, catapultandosi in questo crogiolo di colori, allusioni e forme che il Giardino custodisce in attesa del prossimo viandante.

Il fiume Titerno sotto il ponte di Annibale

La natura e l’uomo – Alla scoperta delle Forre di Lavello

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Quale sensazione più bella può esserci, in piena estate, in una calda domenica di agosto, di tuffarsi nelle gelide e trasparenti acque di un fiume, all’interno di gole scavate nella pietra, protetti dalle pareti rocciose dei monti, circondati dagli alberi e coperti solo da un cielo limpido che si lascia attraversare dalla luce filtrante del sole agostano?

Beh vi dirò che, contrariamente a quel che immaginavo, questa è stata solo una delle meravigliose emozioni che ha regalato, a noi borgonauti, la passeggiata alle Forre di Lavello, uno splendido canyon, detto appunto “Lavello”, di circa 30 metri di profondità, nato tra i monti Erbano e Cigno, grazie alla forza erosiva delle acque del fiume Titerno a contatto con la pietra calcarea.

Il sentiero che fiancheggia il torrente, al confine tra i comuni di Cerreto Sannita e Cusano Mutri (nel Beneventano) ripercorre un’antichissima strada mulattiera di epoca sannita, che era fondamentale per gli abitanti della valle che si recavano verso la montagna.

Come anticipato sopra, il tuffo finale nelle forre è stato solo l’approdo e il bellissimo coronamento di un’escursione iniziata diverse ore prima, che può regalare davvero un avventuroso e intenso percorso, all’interno di un’altalena di emozioni.

Le Forre viste dall'alto
Scorci lungo la discesa

IL SENSO DELL’ESPLORAZIONE

Spesso quando si progetta di fare una passeggiata in montagna, una giornata di trekking o un’escursione tra amici o in famiglia, ci si concentra sull’equipaggiamento da portare e sull’abbigliamento da usare, solitamente scarpe comode con una suola non liscia, vestiti sportivi, occhiali da sole, zainetto con borraccia o bottiglie d’acqua, una colazione a sacco e, qualora si preveda una sosta con annesso bagno nelle acque del luogo, magari anche un costume! Ed è stata questa anche la base di partenza della nostra giornata matesina.

Quello sui cui, però, spesso non si ragiona è cosa occorra “lasciare” a casa per vivere al meglio questo genere di esperienza e con che tipo di bagaglio si possa tornare dopo l’esplorazione. Quando, infatti, si decide di attraversare un tratto di montagna quasi incontaminata, quale è questo selvaggio e suggestivo angolo del Parco nazionale del Matese, e si pensa, quindi, di entrare in uno spazio-dominio assoluto della natura, si apprende anche, quasi in maniera inconsapevole, il rispetto ancestrale per essa e di conseguenza per la vita.

Infatti, nel ricercare i sentieri, appena vagamente indicati o tracciati, nel batterli e sperimentarli con il desiderio e la curiosità di scoprire cosa vi sia alla fine del percorso e quale sia la strada più breve o più giusta, diventano importantissimi tanti piccoli elementi spesso trascurati e che, in questo contesto specifico, si riscoprono fondamentali: la roccia che ci fornisce riparo e ombra quando il sole picchia troppo forte, il vento che soffia tra gli alberi donando sollievo e spingendoci quasi in avanti, la vegetazione che ci regala frutti, colori e profumi insieme a spettacoli di grande bellezza, l’acqua che permette di idratarci, la capacità di orientarsi senza gps ma guardandosi intorno, la coordinazione tra i passi e il senso dell’equilibrio che diviene prezioso quando si esce dall’universo modellato dall’uomo solo per le sue esigenze e si calpesta, invece, il regno della natura, che può affascinarci o anche metterci in seria difficoltà, se non si entra in sintonia con essa.

Flora e fauna delle Forre
Natura selvaggia
Giochi di riflesso
Giochi di riflesso

Ed ecco che, allora, in un attimo, si comprende quanto sia importante capire la natura, sentire la terra, interpretare i suoi segnali, ascoltandola con calma e riscoprendo così anche un po’ se stessi. Se lo si farà, lasciando indietro maschere, sovrastrutture, paure consce e inconsce, la natura si lascerà attraversare regalando momenti e scenari imperdibili, aiutandoci ad affrontare tabù e superare i nostri limiti.

Questa sensazione un po’ magica di sentirsi, come essere umano, solo una piccola parte di un contesto più grande che ti accoglie, ti mette alla prova e ti premia se ti metti in gioco, mi ha accompagnato in tutto il percorso fatto dal Ponte di Annibale al Ponte dei Mulini e lungo la risalita sul monte Cigno.

Il Ponte di Annibale

L’inizio della passeggiata – Il Ponte di Annibale

Guidando lungo la strada provinciale Cerreto Sannita-Cusano Mutri, ad un certo punto abbiamo notato un monumento in ferro raffigurante alcuni elefanti: questo è l’indicatore che segna l’inizio di una strada che porta al famoso Ponte di Annibale. Parcheggiata l’auto nell’area antistante, abbiamo iniziato a scendere a piedi lungo il sentiero che ci ha portato, in pochi minuti, direttamente, come una macchina del tempo, nelle viscere della Storia.

Il ponte, lungo 13 metri, largo 1,5 metri con una luce di 9,15 metri, è formato da una sola arcata a tutto sesto che giganteggia sul corso del fiume Titerno ed è costruito interamente con l’uso di pietra locale.

Secondo la leggenda sul ponte sarebbe passato il celebre condottiero cartaginese Annibale, assieme ai suoi elefanti, durante la sua discesa al tempo della seconda guerra punica, per nascondere un bottino di guerra sul vicino monte Cigno. Anche lo storico Polibio racconta una versione dei fatti che rinvigorisce tale ipotesi. Recentemente la leggenda sembrava aver trovato un’ulteriore conferma grazie al ritrovamento, il 10 febbraio 1951, sul monte Cigno, di alcune monete in argento di epoca romana, databili al periodo storico della narrazione. Sull’eventuale presenza di Annibale in queste zone gli storici dell’antichità hanno opinioni controverse: Tito Livio, al contrario di Polibio, narra che colui che attraversò la Cominium Cerritum sannita fu Annone, generale di Annibale.

Il ponte è stato edificato in epoca romana e successivamente ristrutturato più volte specie dopo il sisma del 1688, anche se ha conservato nel tempo la sua fisionomia. Durante il terremoto citato mentre Cerreto Sannita fu quasi interamente distrutta, Cusano Mutri restò indenne e per ringraziamento furono edificate le cappelle di Santa Maria della Pietà (poi sconsacrata) e quella della Santa Croce utilizzando le pietre e l’area del fortino Castelluccio, ribattezzando poi l’altura principale Monte Calvario.

Dopo aver attraversato il ponte, ammirato da esso il corso del fiume e aver percorso brevemente un piccolo tratto dei sentieri a destra e sinistra del ponte, che costeggiano il fiume dall’alto, siamo tornati all’auto in direzione “Forre di Lavello”.

Costeggiando il Titerno

Ritornando sulla strada provinciale verso Cusano Mutri o verso Civitella Licinio in entrambi i casi si incontra una stradina che un tempo era veicolabile in auto ma che, a causa di frane in passato, ora è percorribile solo a piedi, come è reso intuitivo dalla presenza di un enorme macigno posto al centro della strada. C’è uno spazio parcheggio prima di tale masso, in cui si può fermare l’automobile per poi continuare a piedi.

Proseguendo verso Nord, dopo un po’ di asfalto, si incontra sulla sinistra una scalinata che, ahimè, solo alla fine della nostra escursione, abbiamo capito essere il vero inizio del percorso, dotato anche di un cartello che funge da mappa e che è una delle poche indicazioni sul sentiero.

Se da là si prosegue attraversando il Ponte di Pesco appeso a cavallo del fiume Titerno, si arriva a un bivio, in cui si comincerà a salire per incontrare rispettivamente la Grotta delle Fate, una grotta artificiale scavata nella roccia calcarea ai fini di sondare il terreno per la costruzione di una diga, fino alla Grotta dei Briganti, che rappresenta la parte più “avventurosa” del sentiero, una piccola fessura tra le rocce, ricca di stalattiti e stalagmiti, La Grotta delle Streghe e alcuni punti panoramici come il Belvedere sulla Forra.

Come anticipavo prima, solo alla fine della giornata noi borgonauti abbiamo compreso che questo è il modo più agevole di visitare le Forre di Lavello ed è probabilmente la modalità di escursione che utilizzeremo la prossima volta che decideremo di tornare al Lavello.

 

Inizio del nostro percorso
Inizio del nostro percorso
Bivii lungo il tragitto
Il fiume Titerno

Invece, durante la nostra prima visita, dopo aver ignorato la scalinata, abbiamo deciso di scendere tramite una stradina alla sinistra di un ponte di legno, lungo il corso del fiume, che stavamo già ammirando dall’alto in tutta la sua selvaggia bellezza, tra piccole cascate, rivoli, insenature e grotte.

Abbiamo deciso di seguire solo il nostro senso di orientamento e costeggiare il Titerno a piedi dal basso, trovandoci poi a farci largo nel letto del fiume tra rocce scivolose e piccoli salti da fare, un cammino un po’ tortuoso che, forse, senza gli amici borgonauti, non avrei tentato di portare a termine, precludendomi di assistere alla meraviglia che entro pochi minuti ci saremmo trovati davanti agli occhi.

Infatti dopo aver superato, grazie al reciproco incoraggiamento, qualche resistenza e l’incoscia paura di cadere e inciampare, ci siamo ritrovati in un punto di incantevole bellezza,  all’interno di pozze d’acqua fredda stupende in cui immergersi dopo la traversata, all’altezza del Ponte del Mulino, un ponticello stretto, corto, formato da rocce posizionate in modo da formare un arco, che sembra in perenne bilico e che invece è parte costituente da sempre di quello scenario,incorniciato in alto da una flora ricchissima fatta di faggi, castagni e un fitto sottobosco.

Il Ponte del Mulino
Il Ponte del Mulino

Dopo aver mangiato lungo le sponde del fiume, trovato ristoro in acqua, aver conosciuto altri esploratori con cui scambiare itinerari e impressioni sui dintorni, aver assistito ai tuffi dal ponte, scattato diverse foto ricordo, decidiamo di risalire partendo dal Ponte del Mulino tramite un sentiero, in parte privo di protezioni, lungo il monte Cigno, seguendo il sentiero in direzione inversa rispetto a quella descritta in prima istanza, strada che ci riporta esattamente al punto di partenza, la scalinata sull’asfalto lasciato alle nostre spalle la mattina, di cui quasi avevamo dimenticato l’esistenza, dopo tante ore avvolti nell’abbraccio di tutti gli elementi primordiali del mondo naturale che ci hanno ricordato la nostra vera essenza, il nostro posto nel mondo e il valore inestimabile di questo tipo di passeggiate.

La fertile Limatola, porta del Sannio

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Sin da quando si è piccoli, il castello è sempre un luogo privilegiato, l’ambientazione ideale di favole, giochi, imprese, lo scenario perfetto su cui far scorrere immagini di un tempo antico, storico o mitico, in cui ricercare tracce di un passato glorioso o ricostruire le fila di leggende e tradizioni popolari che contraddistinguino l’eredità culturale dei borghi che nascono ai suoi piedi.

Proprio sulla spinta dell’immaginazione e della curiosità di entrare nell’antico Castello di Limatola, situato sulla sommità di una collina a guardia del suggestivo borgo medioevale di Limatola, nella valle del Volturno, circondata dal monte Taburno, dal monte Maggiore e dai Monti Tifatini, a cavallo tra la fine dell’estate e i primi giorni dell’autunno 2019, decidemmo di organizzare una passeggiata alla scoperta di Limatola.

Durante l’organizzazione della nostra visita al borgo, scoprimmo che Limatola sarebbe stata inserita tra gli itinerari culturali promossi in occasione delle Giornate europee del Patrimonio 2019, a cura del Mibact, e che quindi avremmo potuto visitare gli interni, non sempre aperti, di molti gioielli caratteristici del luogo e così scegliemmo di cogliere l’occasione e di lasciarci condurre dalla giovane Rosa Ambrosio, la guida volontaria che ci ha gentilmente accompagnato nel nostro viaggio di scoperta.

La nuova Chiesa di San Biagio

Il luogo d’appuntamento – Limatola centro

La base di partenza ideale per visitare Limatola, un piccolo borgo di più di 4.000 abitanti diviso in varie frazioni, Casale, Biancano, Giardoni e appunto Limatola, è la piazza, nella parte bassa del borgo, in cui è situata la nuova Chiesa di San Biagio Vescovo e Martire.

Lo spazio antistante la chiesa è stato anche il nostro luogo d’appuntamento con la guida che ci ha fatto entrare in chiesa e ha iniziato a raccontarci la ricca storia del paese.

La nuova Chiesa di San Biagio fu restaurata dal duca Gambacorta nel 1724, come si legge nella memoria sotto la volta, e conservava una meravigliosa pala di altare, rubata il 5 ottobre 1999, a seguito della ristrutturazione, durante la quale, sotto il pavimento, fu rinvenuto il corpo di un nobile, forse un duca della famiglia Gambacorta, con un bambino, completi di vestimenti d’epoca.

Ma la vera ricchezza del complesso è la Campana Giubilare dedicata alla Pace fra i popoli, fatta fondere dal parroco don Giuseppe Giuliano con il concorso del popolo di Limatola  e benedetta da S.S. Giovanni Paolo II per l’Anno Santo del 2000.

La campana, quarta di Italia per grandezza, è posta su un supporto d’acciaio, davanti al campanile, e fa sentire la sua voce nei momenti forti e nelle ricorrenze più solenni dell’anno liturgico.

Campana Giubilare
Campanile della Nuova Chiesa di San Biagio

Dopo aver ammirato la maestosità della Campana e aver iniziato ad assaggiare i primi bocconi della storia secolare del posto, salimmo su una piccola navetta messa a nostra disposizione dalla nostra energica e solare guida e iniziammo a salire per le viuzze del borgo verso la parte alta di Limatola.

Borgo Antico di Limatola

Lungo la strada che porta al borgo antico è situata la vecchia Chiesa di San Biagio. Questa chiesa, come la Chiesetta di San Nicola dentro le mura, è documentata nella bolla di Sennete del 1113. Oggi non conserva più l’originario aspetto romanico, ma possiede un impianto rinascimentale, dovuto agli interventi dei Duchi Gambacorta. Sulla facciata sono presenti un portale rinascimentale (1599) e una lapide dei restauri settecenteschi (1734).

Un salto nella storia del borgo

Mentre salivamo verso il Castello abbiamo avuto modo di conoscere le vicende dell’affascinante storia di Limatola grazie al racconto orale di Rosa e di chi abbiamo incontrato durante il percorso, il modo più interessante per comprendere le tracce che la Storia ha lasciato in un territorio. Sulle origini del nome l’ipotesi più accreditata fa derivare Limatola da “limo” ovvero terra limacciosa, fertilizzata dal fiume. Diversi documenti attestano la presenza di Limatola già in epoca longobarda come presidio militare del Principato di Capua, al confine con il Ducato di Benevento, anche se vari ritrovamenti archeologici ne attesterebbero l’importanza già in epoca romana.

Con la costituzione della Contea di Caserta, Limatola ne ha seguito le vicende dinastiche, prima con i Longobardi, poi con i Lauro e i Della Ratta (fino al sec. XV).

Acquisita tramite unione matrimoniale dai duchi di Gambacorta, il borgo visse un momento di rinnovato splendore nei secoli XVI e XVII.

Francesco Gambacorta fu un vero mecenate, per il suo amore per l’arte e l’architettura. Fece consolidare la struttura del castello di Limatola, restaurò la cappella di San Nicola intra castrum, emanò nel 1527 i capitolari, norme che dovevano essere osservate sia dai feudatari che dai contadini delle sue terre, commissionò il polittico dell’Annunziata di Limatola a Francesco da Tolentino, pittore marchigiano che lavorò a Napoli con artisti locali. Nel 1570 Limatola fu comprata per conto del principe di Conca Giulio Cesare di Capua. Passata al Demanio regio (1734) fu acquistata dai Mastelloni, cui successero i Lattieri D’Aquino e i Carafa, fino all’emersione della feudalità (1806).

Con l’Unità d’Italia, Limatola fu aggregata alla provincia di Benevento a cui ancora oggi appartiene, diventando una delle porte di confine tra la terra casertana e il Sannio beneventano.

Facciata della vecchia Chiesa di San Biagio
Lapide per il restauro della Chiesa di San Biagio
Il Castello

Finalmente giungemmo al Castello che sorge su una collinetta calcarea a 100 metri sul livello del mare. Si pensa che già i Sanniti avessero stabilito qui una loro fortificazione. Lo sviluppo del castello avvenne intorno ad una primitiva torre longobarda (X sec.), in epoca normanno-sveva (XII sec.) e soprattutto in età angioina. Nel periodo rinascimentale assunse le attuali forme di palazzo ducale con corte interna, sede signorile delle varie famiglie che ne fecero la propria dimora.

Curiosità sui lavori al Castello – Il Castello di Limatola ebbe la sua prima ristrutturazione alla fine del mese di ottobre del 1277, con decreto del re Carlo I d’Angiò, emanato a Melfi il 27 settembre del 1277. Con molta probabilità alla sua ristrutturazione dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt, quello stesso che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che spesso viene citato col titolo di Protomaestro.

La facciata esterna del castello di Limatola rivolta a Sud-Est, nonostante gli interventi strutturali successivi, tra i quali quello operato dal duca Francesco Gambacorta nel 1518, conserva ancora parte dell’antico splendore e del restauro eseguito dai maestri scalpellini napoletani, fatti venire da Margherita de Tucziaco. La finezza del lavoro si nota soprattutto per la messa in opera dei conci di tufo, per la precisione del loro taglio (tutti della stessa dimensione) e per la perfezione della forma, che richiama quella della fabbrica di Castelnuovo, ristrutturata da Pietro D’Angicourt.

Carlo, difatti, era molto meticoloso nell’assegnare i lavori e pretendeva che si portassero a termine con celerità e minacciava forti pene a chi indugiava ad eseguire i suoi ordini.

Nel mese di novembre, vedendo che i lavori progredivano poco, Carlo chiese a Gerardo di Artois, giustiziere di Terra di Lavoro, di mandare altri manovali, ed esortò Pietro Chaul ed Enrico di Torsenvach di vigilare affinché gli operai lavorassero e non fuggissero. Ordinò di chiudere in carcere cum compedibus, e solamente con pane e acqua, quelli che si mostrassero svogliati o che andassero via; e di procedere contro quelli che riuscissero a nascondersi, carcerando la moglie e i figli, rovinando le loro case, divellendo le loro vigne. Da questi aneddoti si comprende come mai il lavoro di restauro del castello di Limatola sia durato poco più di un anno.

Il Castello
Il Castello
L'esterno del Castello
L'esterno del Castello

 Il valore storico e attuale del Castello – Il Castello di Limatola, con le sue mura merlate, rappresenta la memoria storica del territorio; si erge poderoso sulla collina, a guardia della vallata, in un punto strategico, dando lustro al piccolo centro limatolese e divenendo il simbolo della sua storia.

Baluardo dell’antico borgo medioevale, il Castello di Limatola, un tempo dimora difensiva, ora è di proprietà privata dal 2010, e dopo cinque anni di restauro è stato aperto al pubblico ed è oggi un’incantevole location. Tra le suggestive mura del Castello medioevale di Limatola infatti si svolgono matrimoni, eventi, meeting e nel periodo natalizio i Mercatini di Natale di Limatola “Cadeaux al Castello”.

In questo modo il Castello rivive e, anche se con una funzione del tutto diversa, può continuare a essere un polo di attrazione e una calamita nei confronti di chi non è nato nel borgo, restando così uno dei motori trainanti del piccolo centro. In questo senso, il Castello fortifica il senso di appartenenza dei suoi abitanti e rappresenta anche un simbolo di riscatto del suo popolo.

Dopo aver visitato il Castello, aver respirato la sua storia, girovagato nelle varie stanze e negli spazi esterni adiacenti, scattato foto e aver osservato i preparativi di allestimento dello spazio interno, che lasciavano ben cogliere la sua nuova destinazione d’uso, a malincuore abbiamo lasciato alle nostre spalle questa meravigliosa struttura per continuare la nostra visita limatolese e ci siamo diretti alla “fontana”.

Armatura d'arredo
Armatura d'arredo
Arredo interno
Arredo interno
Sala interna del Castello
Sala interna del Castello
Borgonauti al Castello
Le scale del Castello
Le scale del Castello
Il castello dall'uscita lateralello
Il castello dall'uscita laterale
La Fontana Margherita de Tucziaco – L’adozione

Questa fontana storica è localizzata nei pressi del Castello e intitolata a Margherita de Tucziaco, cugina carissima di Carlo I d’Angiò alla quale egli offrì uno dei più maestosi castelli del Regno di Napoli, qual era il castello di Limatola, in cui il re stesso fu ospite per qualche giorno durante i suoi viaggi. Nel tempo, la Fontana Margherita de Tucziaco di Limatola è divenuta un luogo molto significativo per tutta la comunità e non solo per la sua fonte d’acqua. Infatti questa fontana è stata sempre meta di molti visitatori, così come di molte persone del posto, anche per trascorrere il proprio tempo libero e pian piano è diventata insomma un punto di aggregazione sociale.

Dopo un periodo di maggiore disattenzione e incuria, quando qualche tempo fa il Sindaco di Limatola, dott. Domenico Parisi, ha proposto di attivare un progetto di adozione dei monumenti principali di Limatola, l’Assessore alla Cultura, il dott. Massimiliano Marotta, ha scelto proprio questa fontana come oggetto della sua personale adozione, curandone il ripristino e la manutenzione. E proprio nei pressi della fontana abbiamo vissuto uno dei momenti più belli della nostra domenica limatolese: una volta ascoltata la storia della fontana e aver fatto la nostra foto di rito, guardandoci intorno, osservammo che nei pressi della fontana c’era una lunga tavolata di abitanti del borgo che mangiavano e bevevano insieme all’aperto nei pressi della fontana, rappresentando ai nostri occhi una delle più simpatiche immagini simposiali e conviviali che ci si possa prefigurare immaginando la vita quotidiana di un borgo vivo. Avendo anche i commensali notato la nostra presenza al seguito della giovane Rosa, fummo invitati a brindare con loro con dell’ottimo vino gentilmente offertoci dall’assessore lì presente e dagli altri suoi amici commensali, facendoci sentire accolti e parte integrante di quell’allegra rappresentanza di limatolesi. 

Fontana Margherita de Tucziaco
Fontana Margherita de Tucziaco
Borgonauti con la loro guida
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco

Dopo un brindisi e un bel momento di gioia, ci accingemmo a lasciare la parte antica e a completare il nostro itinerario nei meandri del centro sannita, verso le altre frazioni non ancora esplorate.

Casale di Limatola – Chiesa dell’Annunziata

Andando verso “Casale di Limatola” potemmo visitare la Chiesa dell’Annunziata Ave Gratia Plena che dà anche nome alla frazione.

L’aspetto tardo-settecentesco che oggi la caratterizza nasconde origini ben più antiche. Fu fondata infatti prima del 1403, per volontà di una confraternita laicale, i Battenti, ancora oggi raffigurati nello splendido portale rinascimentale di gusto spiccatamente toscano, che risale al 1503. L’originaria pianta ad una sola navata fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali. Nel 1764 fu realizzato l’attuale imponente campanile.

Sulla sinistra del portale di ingresso è ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche, l’edificio rinascimentale della chiesa con annessa una cisterna per la raccolta delle acque, nominata più volte nei documenti dell’archivio vescovile di Caserta.

La chiesa è stata sede dello splendido Polittico di Francesco da Tolentino, pittore marchigiano, datato 1527. Per un periodo il Polittico è stato depositato presso il Museo del Territorio della Reggia di Caserta per restauro, in attesa del rientro in sede entro l’imponente macchina lignea, purtroppo asportata da ignoti durante la notte nel 1999. Il Polittico raffigura la Madonna in trono col Bambino, San Giovanni Battista e Santa Maria Maddalena; nella predella sono visibili Storie di Gesù e Maria ed era originariamente destinato a ornare l’altare maggiore della chiesa della SS. Annunziata di Limatola e dopo il suddetto restauro, il Polittico è attualmente conservato nella chiesa palatina del Castello di Limatola.

Biancano – Il Santuario di Sant’Eligio e la Fontana

Biancano di Limatola è localizzata a pochi chilometri dal centro cittadino. Rivela un’origine autonoma e una storia importante per i reperti archeologici rinvenuti e l’esistenza di una serie di toponimi che attesterebbero a Biancano un accampamento di soldati cartaginesi guidati da Annibale in marcia per soccorrere i campani contro i Romani.

Il monumento più antico di Biancano è il Santuario che su un colle da cui si gode di uno spettacolare scorcio della vallata del medio Volturno verso Capua. La sua fondazione risale alla fine del Trecento, quando le truppe francesi acquartierate a Caserta e a Maddaloni si rifugiarono a Biancano per sfuggire alla fame e alla peste. Qui fraternizzarono con la popolazione locale e le comunicarono la devozione al santo, vissuto nel VII secolo. I biancanesi vollero testimoniare la loro riverenza innalzando nel 1388 un piccolo tempio a navata unica sovrastata da una cupola emisferica su presbiterio quadrato. Sulla navata si aprono alcune finestre e all’interno della chiesa è possibile ammirare alcuni affreschi tardorinascimentali. Tra la navata e il presbiterio vi è un arco sorretto da pilastri, su uno dei quali vi è un affresco di ignoto autore raffigurante San Benedetto. Sul fondo dell’abside vi è un trittico forse risalente alla scuola di Giotto che reca da sinistra a destra San Francesco, Sant’Eligio e Santa Caterina; mentre nella lunetta in alto campeggia la Madonna delle Grazie con gli angeli. All’esterno, a destra della chiesa si eleva il campanile in muratura di tufo.

Altro luogo incantevole di Biancano è la nota fontana, alimentata dalle sorgenti del versante dei monti Tifatini. Per le sue acque naturali freschissime e salubri, è stata sempre considerata una tappa importante dai viaggiatori di un tempo che si spostavano a piedi. Allo stesso modo, come l’altra Fontana storica di Limatola, anche questa di Biancano è stata sempre utilizzata in passato dalle signore del posto, le cosiddette lavandaie, che qui si recavano a lavare. Difatti, entrambe presentano degli abbeveratoi per animali e dei lavatoi in pietra risalenti al XVII sec. Nei pressi dell’antica fontana di Biancano è situata la vecchia Chiesa di San Michele Arcangelo (oggi in disuso), testimonianza dell’espandersi del culto dell’Arcangelo fin dalla seconda metà del VII secolo, praticato anche dai Longobardi.Il

Chiesa dell'Annunziata Ave Gratia Plena
Santuario di Sant'Eligio

 

Sazi per la tutta la meraviglia assaporata, felici di aver potuto scoprire la ricchezza storica, artistica e culturale di Limatola, storditi come si potrebbe essere dopo un viaggio nel passato grazie a quella preziosa macchina del tempo costituita dalla memoria collettiva umana, estasiati dalla bellezza naturale dei luoghi e soddisfatti di questa salita e discesa fatte tra cielo (sulla sommità della collina tra Castello e Santuario di Sant’Eligio) e terra (tra le viuzze del borgo antico fino alla Nuova Chiesa di San Biagio), andammo via da Limatola, consapevoli di aver conosciuto un borgo tra i più belli, con una vitalità e potenzialità enormi, come appurato anche grazie all’incontro con il popolo limatolese, che ci ha accolto e che continua ad adottare le testimonianze della sua storia per farle vivere anche nel presente e nel futuro.

L'interno dell'antico Santuario di Sant'Eligio
Vista dal colle in località Biancano

Lumina in Castro – Luci sulla storia di Lauro

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Nella Bassa Irpinia, in uno dei principali avamposti del Vallo di Lauro, al confine con l’agro nolano ma già pienamente sul suolo irpino, si erge una delle più affascinanti residenze storiche della Campania, il Castello Lancellotti. E se in passato il Castello è stato teatro di vari avvenimenti storici, successioni e dominazioni, lotte di potere, incendi e ricostruzioni, oggi si trasforma per noi in palcoscenico per accendere una luce sul suggestivo passato del suo borgo, Lauro.

Ogni anno, infatti, a ridosso del 28 agosto, festa di San Sebastiano e San Rocco, patroni di Lauro, accomunati dal fatto di essere invocati come protettori contro la Peste per essere entrambi sopravvissuti l’uno alle frecce e l’altro alla pestilenza, ormai da ben 14 edizioni, si svolge la manifestazione promossa dall’associazione Pro Lauro, Lumina in Castro,  che la scorsa estate ha attirato anche noi Borgonauti, convincendoci a organizzare una passeggiata serale per scoprire la tradizione di questo appuntamento, divenuto uno dei fiori all’occhiello dell’estate lauretana.

Il programma dell’evento è molto ricco e si estende in genere per circa una settimana alla fine di agosto lasciando che si alternino duelli, spettacoli di giocolieri, notti bianche, momenti musicali e spesso orchestrali,  assaggi enogatronomici di prodotti tipici presso i vari stand intorno agli splendidi giardini del Castello ma, soprattutto, permettendo di conoscere la storia del borgo lauretano nel modo più semplice e divertente possibile, ovvero dalla “bocca dei suoi protagonisti”!

Vi chiederete come sia possibile dato che Lauro ha antiche origini romane – già il nome  smaschera la sua antichità collegandosi al latino laurus, che significa proprio lauro, ovvero alloro, i cui boschi circondavano completamente la località in epoca romana; prima il borgo faceva parte della “Terra di Fraconia”, in riferimento ad un’antica civiltà della zona sorta all’incirca nel II millennio a.C. – e visto che la sua storia affonda le sue basi nel Medioevo: questo triplo salto indietro nel tempo è reso possibile dal fatto che, durante Lumina in Castro, si svolga una rievocazione storica affidata a diverse maestranze locali che con la propria arte, i bellissimi costumi, la musica e i balli d’epoca e i loro suggestivi racconti riescono magicamente a riportare i visitatori per qualche ora in quel periodo medievale che ha più volte sconvolto gli equilibri del luogo.

 In realtà ogni anno la rievocazione ha per oggetto una determinata fase della storia del paese: negli anni precedenti era stato protagonista il 1799 e ancora prima l’Amor cortese. La scorsa edizione invece era dedicata al Medioevo.

 

Le vie di accesso al Castello Lancellotti
Lumina in Castro - Ritorno al Medioevo
Rievocando la storia - Il potere del teatro

Appena giunti in loco, già mentre percorrevamo le stradine in salita di accesso al Castello, potevamo intravedere le persone ferme in attesa dell’inizio della rievocazione, davanti al Torrione Occidentale, straordinariamente aperto durante l’ultima edizione, in quanto luogo di partenza dello storico spettacolo teatrale itinerante “Ritorno al Medioevo”, svoltosi tra torri, scale e sale interne e anche all’interno del suo piccolo ma stupendo giardino dell’Ottocento, in cui spicca, in posizione centrale, una fontana seicentesca facente parte dell’antico parco distrutto dagli eventi del 1799. Si può ammirare anche la scuderia con  statue del Seicento.

Dopo aver fatto già sulle scale di ingresso la conoscenza del Giullar Jocoso, mattatore della serata con i suoi lazzi e i fantastici benvenuti ludici, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dalla voce di dame, guerrieri, marchesi la storia del borgo, fortemente segnata dall’avvicendamento di diverse dinastie campane. Lauro infatti è stata dominio del Principato di Benevento, di Salerno e di Capua fino alla conquista nel 1057 da parte di Riccardo I Drengot, Conte di Aversa.

Abbiamo potuto vivere attraverso le sensazioni di San Severino il racconto del passaggio del feudo da Ruggiero il Normanno a Roberto San Severino nelle mani della cui famiglia il feudo rimase fino al 1212, quando Lauro divenne possedimento di Federico II di Svevia che la donò prima a Pietro di Sangermano e poi a Giovanni di Lauro. Dopo vari successioni dinastiche (anche con un nuovo periodo di dominio dei San Severino) Lauro è stata dominata sia da De Balzo, conte di Avellino, sia dagli Orsini conti di Nola che poi persero il controllo dell’area a causa della partecipazione alla Congiura dei Baroni contro Carlo V. Dopo essere stata venduta a Scipione Pignatelli, Lauro fu acquisita dai marchesi Lancellotti che la controllarono fino all’abolizione della feudo nel 1806.

Anche lo stesso Castello conserva le tracce di questa tribolata storia: infatti pur essendo esso di origine longobarda-normanna (sembra che sia citato per la prima volta in un documento del 976) fu incendiato dai francesi nel 1799 e quindi la residenza che vediamo oggi  è il frutto della ricostruzione del 1872, avvenuta grazie al principe Filippo Massimo Lancellotti, che fece nuovamente inaugurare il Castello in quello stesso anno, proprio nel giorno della festa dei Santi Patroni. Ecco il motivo per cui all’interno del Castello possiamo notare un mix di stili  compositi dal gotico-rinascimentale al neoclassico fino al barocco.

Una delle cose che mi ha colpito di più in assoluto è stato però il secondo cortile ospitante un piccolo giardino segreto alle cui spalle sono situati la cappella di famiglia e parte degli appartamenti privati: un piccolo angolo verde che con le luci del Castello, il verde degli alberi e le facciate della cappella conserva l’aspetto di una piccola oasi nascosta incastonata nella storia.

Grazie alla visita abbiamo non solo goduto della stupenda vista dalla Loggia del Torrione su tutta la Valle ma anche osservato le stanze, le mura esterne sovrastate dalle torri merlate,  i meandri e le salette del Castello, le incisioni sulle pareti di iscrizioni  storico-letterarie, le porte e gli accessi ai due cortili.

Il Torrione Occidentale
Dai Fioretti di San Francesco

Anche se il Castello è tuttora un possedimento privato, che viene di volta in volta concesso a Comune e associazioni per lo svolgimento delle visite con pubblico o per le manifestazioni,  non si può dire che esso non sia un elemento imprescindibile della storia e della vita del borgo lauretano. 

Infatti non vive solo d’estate o durante i tanti eventi privati che vi si svolgono (da matrimoni a cerimonie varie o incontri business) ma ospita vari momenti collettivi della comunità di Lauro, aperti ovviamente anche a tutti gli avventori delle zone circostanti, in diversi momenti dell’anno, dalle “Storie d’inverno” che vedono in scena stavolta i racconti e le letture ai ragazzi alle serata stregate a novembre, dagli spettacoli di giocolieri fino al momento clou ovvero la rievocazione dell’incendio che distrusse il Castello, che si svolge di solito a fine agosto insieme a un grande spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio.

Non sappiamo ancora se quest’anno, in seguito all’emergenza legata al Coronavirus, Lumina in Castro potrà svolgersi secondo la sua consueta impostazione e organizzazione.

 L’associazione Pro Lauro ci ha informato che sta ancora verificando con le istituzioni e i proprietari del Castello la possibilità di organizzare la manifestazione estiva, forse negli spazi aperti antistanti, garantendo sicurezza e protocolli definiti. Ovviamente il nostro augurio è che, nel rispetto di regole necessarie per garantire la salute comune, manifestazioni come questa che riescono a far rivivere borghi poco affollati e meno conosciuti come Lauro, possano continuare a dare linfa al territorio.

Grazie infatti alla serata lauretana descritta, in un certo senso, ho avuto la sensazione che la vita del borgo ancora si svolgesse ai piedi della sua fortezza, come se il tempo non avesse mai indebolito la forza sovrastante e protettiva del Castello sui suoi abitanti, che continuano a radunarsi e a condividere spazi sociali di incontro, di scambio culturale o di ebbrezza,  di festa e divertimento in quel luogo deputato che la storia ha collocato là, come baluardo strategico che si affaccia sulla Valle e che, in contemporanea, permette a noi di affacciarci sulla vita che un tempo caratterizzava i suoi interni.

Valogno – Il borgo dei murales

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Fino a pochi mesi fa non ero purtroppo mai stata a Valogno e non ne avevo mai sentito parlare. E forse non è un destino così insolito per un piccolo borgo, arroccato tra le alture dell’Alto-Casertano, frazione del comune di Sessa Aurunca, un paesino abitato da meno di cento persone, lontano dalle mode e dalla grande distribuzione, privo di bar, farmacie, supermercati o locali tipici della movida ma dotato del bene più prezioso, la bellezza di un’anima unica e variopinta e un’incredibile storia che dal passato ritorna a essere coniugata al presente.

LA SCOPERTA – La prima volta in cui ho sentito parlare di Valogno, mi è stato menzionato in relazione a una mia grande passione, quella per la street art e i murales. Mi fu detto che non era necessario percorrere km per affollare grandi e famose città italiane o europee alla ricerca dei graffiti degli street artist locali e internazionali perché, a distanza di pochi km da casa mia, nel cuore della Campania, c’era un gioiello, un intero paese i cui muri erano stati inondati dai colori di più di 40 murales di vari maestri, chiamati a dipingere le facciate grigie delle case del borgo, per farlo rivivere con nuovi e vivaci colori, ma io direi anche con nuove direzioni del corso della sua storia.

Valogno Borgo d'arte
Mastu Felice
Il pensatoio

LA STORIA DI GIOVANNI E DORA – Spinta dalla curiosità e dalle bellissime foto mostratemi, ho iniziato a informarmi sulle note caratteristiche, sulle particolari vicende di Valogno e sulle intuizioni geniali di Giovanni Casale e Dora Mesolella, una coppia di persone meravigliose che, ritornate nel borgo, in seguito a dolorose e intime situazioni familiari (dopo aver vissuto e lavorato, lui come psicologo e lei come addetta alle telecomunicazioni, per molti anni a Roma), proprio là, nel luogo natio della famiglia e simbolo del passato, hanno avuto lo sguardo lungimirante, l’approccio creativo e la determinazione forte di chi vuol affrontare la sofferenza con positività, coraggio ed energia e di chi non vuol vedere il proprio paese d’origine abbandonato, vuoto, spento, trasformato dalle terribili colate di intonaco grigio degli Anni Ottanta, atte a seppellire l’identità preziosa dell’antica Valogno, all’epoca felice espressione della tipica fisionomia dei borghi emergenti dal tufo vulcanico.

Per combattere il grigio dei nuovi interventi edilizi che coprivano e incupivano l’aspetto medievale di Valogno e arrestare l’abbandono del paese, a causa del disinteresse e della necessità di sostentamento da parte delle nuove generazioni, costrette ad andar via per la mancanza di lavoro e prospettive, Giovanni e Dora hanno fondato l’associazione no profit “Valogno Borgo d’arte” e chiamato a raccolta artisti locali e altri conosciuti a Roma e in varie parti d’Italia, invitandoli a “colorare il grigio” e a riportare gioia, luce e vitalità nel borgo. E in questo modo hanno dato avvio a una nuova stagione della vita di questo piccolo e incantevole paradiso, che ha iniziato lentamente a rinascere e attirare alcuni turisti incuriositi dai graffiti che si moltiplicano nel tempo.

Borgonauti con Giovanni Casale
La casa di Giovanni e Dora

LA PRIMA VISITA – Pur sapendo tutto ciò, solo quando sono giunta a destinazione ed entrata nel paese, ho davvero compreso l’unicità di questo luogo, che è diventato subito un posto per me speciale, in cui tornare sempre per respirare ogni volta la magia di un’atmosfera sospesa nel tempo che ti circonda, coinvolge e rapisce, proiettandoti in un universo di antico e presente, fiaba e mito, colori e profumi, stradine lastricate e tetti a spiovente, arcate e scalini, gatti e fioriere, senza trascurare i suoi meravigliosi abitanti.

Mentre, infatti, si percorrono i vicoli stretti di Valogno, sentendo i rintocchi delle campane delle tre chiese del borgo, costeggiando e ammirando i magnifici murales che accompagnano i visitatori sin dall’ingresso del paese, ripopolandolo con le immagini di figure mitiche, eroi e briganti, protagonisti del Risorgimento e rappresentanti di arti e mestieri, donne famose d’arte e letteratura come Frida Kahlo o Matilde Serao, scene desunte da favole d’ogni tipo, alberi della vita e pensatoi, si ha la possibilità di conoscere il vero valore aggiunto del borgo: quegli abitanti che non lo hanno mai abbandonato, che ti aprono le porte delle loro case, invitandoti a entrare e a condividere la loro storia, gli angoli delle proprie case, i giardini, l’orto e, perché no, anche un caffè e delle bottiglie di ottimo vino fatto in loco.

IL CUORE DI VALOGNO: I SUOI ABITANTI – E così, insieme ai borgonauti con cui ho assaporato questa prima fantastica visita a Valogno, in una bella e tiepida giornata di inizio autunno, sono entrata nella casa di Pietro che ci ha mostrato la sua “tana” con i soffitti d’epoca ricoperti di carta da parato intervallata da stampe di antichi quotidiani, cucina in muratura con gli utensili di un tempo e la bellissima cantina dove abbiamo ammirato i mosti di vino a fermentare e le bottiglie di vino bianco e rosso da lui amorevolmente riempite e a noi donate; abbiamo poi visitato il Giardino dell’Eden, situato a ridosso di una delle prime case all’ingresso del paese, e conosciuto Luigi, il mitico proprietario e ideatore di questo straordinario e inconsueto giardino artistico, che si estende dal cancello fino al patio e giù per la discesa verso le coltivazioni della vallata, decorato interamente da conchiglie, raccolte sul litorale romano di Ostia durante tutte le estati degli ultimi decenni e riutilizzate per creare stupefacenti mosaici, iscrizioni, pareti e pannelli d’arte avvolti dalla vegetazione, su cui batte la luce a campo aperto e da cui traspira la cura infinita di un uomo per il suo piccolo tempio, costruito, centimetro dopo centimetro, con minuzia “maniacale”, secondo i divertenti racconti della moglie spifferati dal balcone, ma soprattutto con creatività, amore e ammirevole dedizione.

I PRANZI CONDIVISI E LO SGUARDO AL FUTURO – Impossibile non sentirsi a casa a Valogno, non andar via col desiderio di avere un piccolo rifugio su quell’altura e, se è vero che non ci sono al momento bar, è altrettanto vero che è possibile comunque condividere dei pasti in compagnia grazie a una delle tante iniziative di Giovanni e Dora che, per continuare a contribuire al risveglio del borgo, al finanziamento dei murales e alla sostenibilità delle varie opere messe in atto o progettate, hanno creato i “pranzi condivisi”. Con una cifra davvero modesta (tra i  15,00 € e i 20,00 € in base al menù) si ha l’occasione di pranzare insieme a casa loro, una splendida casetta nel cuore di Valogno, sede anche dell’associazione, coloratissima, con arredo rustico e camino, aperta dai suoi proprietari a chiunque abbia voglia, come abbiamo fatto noi, di entrare e ascoltare la loro storia, condividere il fermento delle loro idee e imparare una grande e semplice lezione di vita: a volte bisogna solo saper immaginare!

Il Giardino dell'Eden - Vista dall'alto
Il Giardino dell'Eden - Le conchiglie di Luigi
Nella cantina di Pietro