Il Carnevale: dalle origini alla cucina

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La storia

La parola ‘Carnevale’ deriva dal latino carnem levare che vuol dire ‘eliminare la carne’, poiché anticamente il banchetto si teneva il martedì grasso prima del digiuno della Quaresima (periodo in cui ci si astiene dal consumo della carne). Questa festa ha origini molto antiche ed incerte, che sembrano risalire all’epoca greco-romana durante il quale si tenevano cerimonie pagane in onore del dio Saturno, per propiziare l’inizio dell’anno agricolo. Durante queste feste ci si mascherava e ci si abbandonava ai piaceri dei sensi, mangiando, bevendo e divertendosi. Nel Medioevo i festeggiamenti furono mantenuti simili a quelli greco-romani, con la differenza che essi terminavano con il processo di un fantoccio come simbolo di espiazione dei mali commessi durante l’anno. Questi festeggiamenti sregolati, successivamente, non furono ben visti dalla Chiesta, che cercò in qualche modo di ridimensionarli. Così, il Carnevale cominciò ad essere rappresentato da compagnie di attori in maschera che a partire dal Cinquecento si esibivano nelle corti dei nobili.  

Arlecchino e Pulcinella: due facce della stessa medaglia

Arlecchino e Pulcinella, sebbene indossassero due costumi e modi di esprimersi diversi sono molto simili, sia per lo status sociale di appartenenza che per il rapporto che intercorre tra i due: il primo rappresenta il buono, il secondo il sfrontato e chiacchierone.

La storia di Arlecchino

Arlecchino era un bambino bergamasco che viveva in povertà con la sua mamma. Per Carnevale la sua scuola organizzò una festa durante la quale tutti i bambini avrebbero dovuto vestirsi in maschera. Arlecchino, purtroppo, non poteva permettersi una maschera, così la mamma chiese agli altri bambini un pezzo di stoffa tagliata dal loro vestito. In questo modo venne fuori il coloratissimo vestito di Arlecchino.

La storia di Pulcinella

La maschera di Pulcinella è tipicamente napoletana e le sue origini si avvolgono nella nube del mistero. Secondo alcune fonti il nome Pulcinella deriverebbe da ‘piccolo pulcino’ con riferimento al suo naso a becco. Secondo altre fonti, invece, Pulcinella deriva da Puccio d’Aniello, un attore di Acerra che nel Seicento si unì come buffone ad una compagnia di girovaghi del suo paese. Secondo altri ancora, la maschera di Pulcinella si ispirava alla maschera atellana di Maccus.

Sfizi culinari

Vogliamo lasciarvi, dopo aver letto questo breve e simpatico articolo, la nostra borgoricetta, tutta carnevalesca: le chiacchiere.

INGREDIENTI

  • 500 g di farina di tipo 00
  • 100 ml latte
  • 70 g di zucchero
  • 2 uova
  • 20 g burro
  • 20 g di liquore strega
  • 1 scorza di limone
  • Sale
  • Semi di arachide per friggere
  • Zucchero a velo

PROCEDIMENTO

  • Unire in una terrina: la farina, il burro, le uova, il latte, il liquore, lo zucchero ed un pizzico di sale.
  • Impastare fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo che andrà avvolto nella pellicola trasparente e messo a riposare in frigo per almeno 30 minuti.
  • Dividere l’impasto in tanti pezzi e stendere ogni pezzo formando dei rettangoli (sarebbe meglio se ogni rettangolo venisse steso col tirapasta).
  • Tagliare le chiacchiere con una rondella.
  • Friggere le chiacchiere nell’olio caldo, scolarle e lasciarle raffreddare.
  • Infine cospargerle di zucchero a velo e servirle.

Vi auguriamo un buon Carnevale!

Ilaria P.

Gaeta: la città dai mille piaceri

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La storia

Gaeta è una splendida città adagiata sul mare e dalle origini antichissime, tanto che la sua storia si fonde col mito. L’etimologia del nome, secondo Strabone, deriva dal termine greco “καϊέτα” (caieta), cioè ogni cosa ‘cava’, con riferimento al golfo. Secondo Virgilio, invece, Caieta sarebbe stata la nutrice di Enea, sepolta da lui in questo sito durante il suo viaggio verso le coste laziali.

Certo è che le prime notizie di questa città risalgono all’epoca dei Romani, ai quali fu favorito l’accesso dalla costruzione della via Flacca; essi l’apprezzarono così tanto da costruirvi  ville fastose, monumenti e mausolei, tra cui quello dedicato a Lucio Munazio Planco, generale di Giulio Cesare.

Castello di Gaeta
Tempio di San Francesco

In epoca medievale la città, grazie alla sua posizione arroccata su una penisola alta e rocciosa che ne permetteva una facile difendibilità (soprattutto dagli attacchi dei Barbari e dei Saraceni), fu circondata da mura e divenne un vero e proprio castrum.

Intorno al X secolo, liberata dai Saraceni, si costituì in un ducato autonomo, con una propria forza militare, propri statuti ed una propria moneta (il follaro), che permise alla città di sviluppare intensi traffici marittimi nel Mediterraneo ed essere considerata la quinta Repubblica Marinara.

Un altro periodo critico per la città fu il 110 d.C. quando la città fu contesa tra Federico II di Svevia e dal papato, poi divenne dominio di Angioini ed Aragonesi. Qui si nascose Papa Pio IX dopo la proclamazione della Repubblica Romana nel 1848 e fu al centro di uno degli scontri più importanti per la proclamazione dell’Unità di Italia che si concluse il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II di Borbone. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la posizione strategica di Gaeta fece sì che essa avesse un ruolo importante negli avvenimenti storici.

A spasso per i vicoli della città

Il nostro borgotour è iniziato da via dell’Indipendenza, da cui si snodano una serie di vicoletti, che sono probabilmente la parte più caratteristica della città. Entrando nel viottolo principale siamo stati catapultati in una dimensione completamente diversa da quella del resto della città: case sviluppate in altezza, balconcini pieni di piante, negozietti e altri particolari preziosi che si mimetizzano con la quotidianità di tutti i giorni.

Via dell'Indipendenza

Il vico 2 di via dell’Indipendenza in pochi metri raccoglie anni di storia e tradizioni: entrandovi è possibile notare subito l’anello per legare gli animali da soma; il mulo o la mula, infatti, erano fondamentali per l’economia rurale del paese, tanto da essere soggetti a tassazione patrimoniale. Sulla parete destra, invece, è possibile osservare un vecchio torchio, una pigiatrice ed una botte con i quali veniva fatto e conservato il vino.

Vico 2

Il vico 3 è dedicato al ‘sarto’, o meglio, ‘gliu cusutore’. All’ingresso del vicoletto, infatti, abbiamo trovato una macchina per cucire, alcuni attrezzi da sarto ed una targa che spiegava quanto fosse stata importante la loro attività artigiana durante tutta la storia di Gaeta: “tra i clienti del Borgo-cita la targa- c’erano anche i militari dei Presidio di Gaeta e negli ultimi anni quelli statunitensi che richiedevano adattamenti alle proprie divise”.

La parete della poesia e le panchine letterarie

Da via dell’Indipendenza siamo arrivati, poi, a Piazza Goliarda Sapienza, dove siamo rimasti incuriositi e sorpresi alla vista della ‘Parete della poesia’ realizzata dagli studenti dell’Istituto Enrico Fermi Gaeta ed AbbelliAmo Gaeta, nell’ambito del progetto nazionale “Cantieri di Narrazione Identitaria”. La parete è caratterizzata da maioliche con su riportate poesie su Gaeta scritte da autori locali ed internazionali che hanno visitato la bella città pontina, tra cui, Cicerone, D’Annunzio, Boccaccio, Cervantes e Mazzini. Ad abbellire ulteriormente Piazza Goliarda Sapienza ci sono le panchine letterarie ed un murales, che fa parte dello stesso percorso che abbiamo trovato per i vicoli di via Indipendenza e raffiguranti scene di vita quotidia

Visita al campanile del Duomo

La nostra seconda tappa è stata la visita al campanile del Duomo. Secondo quanto riportato su un atto notarile su pergamena, la storia del campanile comincia nel gennaio del 1148, anno in cui il monaco Pandolfo Palagrosio decide di donare alla Cattedrale un terreno per la realizzazione del campanile stesso. Da quel momento comincia la costruzione di questa struttura, alta 57 metri, conclusasi nel 1279.

La torre campanaria del duomo di Gaeta unisce caratteri romanici con elementi tardo romani, in simbiosi con architetture islamiche. Il campanile è caratterizzato da una pianta quadrangolare; la struttura si compone di un basamento con arco gotico, tre celle, ognuna arricchita da quattro bifore (una per lato), e da un torrino ottagonale, circondato da quattro torri circolari.

Il campanile del Duomo
Bifore del campanile
La scala del campanile del Duomo

Vi è una simbologia nascosta nelle forme del campanile. Difatti, la pianta quadrata del basamento fa riferimento ai quattro elementi della filosofia platonica (aria, acqua, terra, fuoco) che simboleggiano la natura umana; invece, la sommità del campanile, di forma ottagonale, se venisse proiettata all’infinito convergerebbe verso il cerchio, che simboleggia la perfezione, il divino. Il campanile, dunque, costituisce un asse che unisce terra e cielo, che avvicina l’uomo e le sue miserie terrene alla perfezione e al paradiso.

Il primo livello costruttivo è realizzato con blocchi calcarei provenienti da edifici antichi romani prelevati dall’intera rada di Gaeta. La scalea monumentale è arricchita da un arco gotico e presenta delle colonne incastrate negli angoli dei pilastri che lo sottendono: questa caratteristica richiama l’architettura degli edifici sacri islamici. 

Il campanile è caratterizzato da una dettagliata tessitura laterizia, che vede numerose decorazioni in diversi materiali, come pietre di diverse colorazioni, laterizi e, soprattutto nella parte sommitale della struttura, bacini ceramici smaltati di diversi colori, assieme a losanghe in cotto smaltate.

All’altezza della seconda delle tre celle che suddividono la struttura, sono visibili gli ingranaggi di uno degli orologi anticamente presenti sul campanile stesso, posti sia verso il mare (nord) che verso il borgo (est).

 

Una delle campane del campanile

Lungo il percorso guidato si riscontrano diverse campane, le quali, in passato, venivano collocate in prossimità degli unici punti di forza della struttura, ovvero le bifore. Difatti, prima del 1960-1, la struttura era sprovvista dei solai attualmente posti in corrispondenza dei marcapiani esterni e, per giungere sulla sommità, veniva adoperata una lunga scala di legno che correva tutt’intorno alla struttura, collocata in prossimità di tutti i punti che dovevano essere facilmente accessibili, ovvero vicino alle campane da suonare e agli orologi da ricaricare.

Il percorso termina nel torrino ottagonale che, come ricorda l’epigrafe ritrovata durante i lavori di restauro del vicino palazzo Cardinale De Vio, venne posto in opera e completato nel 1279 per volere del Vescovo di Gaeta Bartolomeo Maltacea. Il torrino è riccamente decorato con bacini ceramici: tuttavia, quelli posti in situ sono delle riproduzioni, mentre gli originali sono custoditi presso il Museo Diocesano di Gaeta.

Il Museo Diocesano

Visita al museo diocesano

Il museo diocesano risale al 1903 e nasce in seguito all’idea di raccogliere reperti dell’età classica e del periodo medievale rinvenuti sia a Gaeta che nel territorio vicino.
Negli anni successivi alla sua fondazione fu poi iniziata un’altra raccolta, che comprendeva anche dipinti, nella navata superstite del duomo duecentesco. I ritrovamenti depositati rappresentavano un consistente nucleo per l’inizio di una vera e propria pinacoteca e di un piccolo museo archeologico. Le opere pittoriche provenivano principalmente da edifici religiosi danneggiati durante l’ultima guerra. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il progetto andò a conclusione con il Museo Diocesano, inaugurato sul pronao della Cattedrale il 4 novembre 1956.

I dipinti su tela e su tavola raccolti nella pinacoteca risalgono dal secolo XIII al primo decennio della seconda metà dell’Ottocento. Le opere, quasi tutte di soggetti religiosi, provengono dal Museo Diocesano del 1956, dalla Cattedrale e da altre chiese chiuse al culto. Nella pinacoteca sono esposte molte opere di cui sono noti gli artisti e, pertanto, rappresenta un giacimento di particolare valore, che permette un’attenta lettura dei corrispondenti periodi delle correnti artistiche in Campania. Delle opere in mostra il numero maggiore è rappresentato da quelle di Giovanni da Gaeta, artista che ha operato nella seconda metà del sec. XV. Altre opere appartengono, invece, ad artisti gaetani, quali Scipione Pulzone e Sebastiano Conca.

Il museo conserva anche lo Stendardo di Lepanto del pittore Girolamo Siciolante, raffigurante sui due lati il Crocifisso tra i santi Pietro e Paolo. Esso fu sventolato sulla nave ammiraglia della flotta pontificia, comandata da Don Giovanni d’Austria. La battaglia nelle acque di Lepanto portò alla sconfitta delle navi ottomane il 7 ottobre 1571. Il 4 novembre dello stesso anno fu lasciato dal figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’Austria, nel Duomo di Gaeta.

Curiosità:

Gaeta conserva la più antica testimonianza scritta della pizza nel mondo: basti pensare che il primo documento scritto nel quale è riportata la parola pizza è contenuto nel Codex Diplomaticus Caietanus dell’anno 997. Il Codex ratificava un baratto: il pagamento in natura dell’affitto di un mulino, proprio con “spatula de porco, lumbum, pulli” e pizza. Certo, una pizza bianca (il pomodoro sarebbe arrivato in Europa dopo la scoperta delle Americhe) ma pur sempre pizza. 

La locazione del mulino aveva effetto giuridico a condizione che “ogni anno nel giorno di Natale del Signore, voi e i vostri eredi dovrete corrispondere sia a noi che ai nostri successori, a titolo di pigione per il soprascritto episcopio e senza alcuna recriminazione, dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone, e similmente dodici pizze e un paio di polli nel giorno della Santa Pasqua di Resurrezione”.

Cosa mangiare a Gaeta?

Trai i piatti tipici di Gaeta figura la Tiella, antica ricetta che un tempo, per pescatori e contadini, era un piatto unico: due sfoglie di pasta tirata a mano, ripiene di verdure o pesci a scelta, polpi, alici, cipolle, scarola o altri ingredienti tipici della dieta mediterranea. La Spagnoletta, caratteristico pomodoro dalla forma a spicchi e dal gusto intenso che profuma di mare. Le olive in salamoia, famose in tutto il mondo ed ancora le alici salate e le cozze del Golfo.

Ciò che vi ho presentato in questo articolo è solo un piccolo spicchio di Gaeta, una città  ricca di posti da scoprire e di storie da raccontare. Speriamo di tornarci presto per potervi parlare ancora di lei e di altre meravigliose scoperte.

Ilaria Pellino.

Il magico borgo di Erice

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A spasso per le strade del paese

Il borgo medievale di Erice sorge arroccato sul monte omonimo, situato sulla costa occidentale della Sicilia, dove sovrasta con il suo sguardo paladino la città di Trapani ed il mare in cui si specchia la sua ombra. I panorami che si offrono al visitatore sono molteplici e aprono la vista da un lato alle saline di Trapani, dall’altro alle Egadi e più a nord ancora a Marsala. Passeggiare per le strade ericine è come andare a spasso nel tempo, catapultati in un’epoca medievale dal sapore moderno. 

Le arancine ericine

Si, perché mentre si è intenti a passeggiare per le sue stradine ripide ed acciottolate, l’attenzione per l’antico viene rubata dall’invitante profumo delle arancine che proviene dai piccoli locali tipici. Ma quello delle arancine non è l’unico profumo che caratterizza il borgo siculo; Erice è anche il profumo delle ‘Genovesi’, del cuoio delle botteghe artigiane, delle porcellane lavorate a mano. Passeggiare per i suoi vicoli è un’esperienza mistica e sensoriale, che schiude davanti ai nostri occhi orizzonti aperti che riportano alla mente l’antica e ricca Erice, quella a cui i Segestani chiesero in prestito le coppe d’oro per fare bella figura con gli inviati ateniesi.

La torre campanaria
Il Real Duomo

Tra mito e storia

Tra una strada acciottolata ed un arancino è facile perdersi nella storia e nel mito che avvolge questo magico borgo. Le origini di Erice risalgono probabilmente ai Sicani e, da sempre, sono indissolubilmente legate al culto della dea Venere: prima ancora che fosse dedicato dai Fenici ad Astarte, quello che fu il “thémenos“, il santuario di Afrodite, il tempio di Venere Ericina, era già il luogo della dea dell’amore. Un luogo che avrebbe attirato su questa vetta popolazioni da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime ‘Ierodule’, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di voluttà, crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento a “i doni fatti alla Dea, anfore, coppe e ricche masserizie…” dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d’oro dedicato ad Afrodite. 

I vicoli acciottolati
Il tramonto su Trapani
Panorama dalle strade ericine

In ogni caso, è chiaro che un luogo come Erice, in una posizione geografica del tutto privilegiata per l’ampissima visuale, oltretutto fortificato e protetto efficacemente, dovesse assumere il potere che l’interesse dei popoli che si succedettero attribuirono al santuario-fortezza. Tucidide riporta anche che la città fu fondata dagli esuli Troiani, che scappando nel Mediterraneo trovarono lì il posto ideale in cui insediarsi e che i Troiani uniti alle popolazioni autoctone avrebbero dato vita al popolo degli Elimini. Contesa, poi tra i Siracusani ed i Cartaginesi, fu conquistata dai Romani nel 244 a.C. Secondo altre testimonianze durante la prima guerra punica, il generale cartaginese Amilcare Barca ne dispose la fortificazione e qui fece trasferire parte degli Ericini per la fondazione dell’odierna Trapani. Erice fu anche dominata dagli Arabi e dagli Spagnoli. Nel XII secolo, fu conquistata dai Normanni e ribattezzata da Ruggero d’Altavilla come Monte San Giuliano. Raggiunse il suo massimo splendore durante la guerra del Vespro, divenendo di fatto la rocca da cui scaturivano le azioni belliche di Federico d’Aragona, re di Sicilia. Durante la dominazione spagnola, invece, fu percorsa da numerosi e feroci tumulti. Certo è, che la ricchezza di alcune famiglie ericine, attraverso la costruzione di maestosi palazzi, ha donato lustro e splendore alla città.

Piazza Madrice, il Real Duomo e la Torre

A spasso per la città

Per raggiungere il borgo antico di Erice si può usufruire della funivia che permette di raggiungere la vetta del monte in dieci minuti, godendo di uno splendido panorama su Trapani e sulle isole Egadi.  Usciti dalla funivia si passa per un viale alberato, per arrivare, attraverso una delle porte della città,  al cuore del borgo antico: piazza Madrice. Proprio qui sorge il maestoso duomo di Erice, un vero gioiello in stile gotico, con la sua isolata torre campana, usata come torre vedetta durante le guerre del Vespro. Il duomo mantenne per secoli il suo aspetto originario, fino ai restauri iniziati nel 1853, dopo alcuni crolli, che si trasformarono in un vero e proprio rifacimento, durato fino al 1865, in stile neogotico ottocentesco. Custodisce in un piccolo museo il cosiddetto “tesoro di Erice”, con oreficeria, argenti, monili, parati, alabastri. Un altro incredibile e straordinario ponte col passato che Erice ancora conserva è il Castello Normanno, o Castello di Venere, che sorge sulle rovine del santuario a cui in epoca romana si sovrappose un tempio in onore della Venus Erycina. Qui, secondo il mito, risiedevano le sacerdotesse che praticavano l’arte della prostituzione sacra con i pellegrini che si recavano sul monte per omaggiare la dea. 

I resti di quella struttura oggi corrispondono alla fortezza che i Normanni eressero nel 1100 recuperando i materiali lapidei preesistenti. Il castello servì, successivamente, come carcere e nel XVI secolo fu presidio militare spagnolo. Il passaggio nelle mani del Comune avvenne con la riforma borbonica tra il 1818 e 1819.

La funivia

Cosa mangiare ad Erice

Non si può, infine, lasciare Erice senza aver assaggiato le sue gustosissime e prelibate specialità, da quelle dolci, come le ‘Genovesi’, sfiziosi dolcetti di pasta frolla ripieni di crema, a quelle salate, come le arancine e il pane cunzato, pane di grano duro cotto a legna con pomodori, pecorino, olio, acciughe.

La vista su Trapani
Balli tradizionali in piazza Madrice

Cava de’Tirreni: la città stellare

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Cava dei Tirreni è una città molto apprezzata sia per i suoi scenari naturali che per la sua storia, per questo non potevamo non destinarvi una ‘borgo-tappa’. 

Essa sorge in una vallata immersa nel verde e viene chiamata ‘città stellare’ perché parte dei suoi abitanti è dislocata nei paesini attorno al centro. L’etimologia del nome ‘Cava’, deriva dal termine cavea, ossia ‘antico anfiteatro’, che allude alla vallata circondata dai monti. La seconda parte de’ Tirreni rimanda, invece, al suo primo nucleo abitativo: i Tirreni, un popolo di origine etrusca. La storia della città è ricca di fascino e di echi mistici, che rimandano all’immagine di un luogo soprannaturale. 

Pare, infatti, che in passato, essa sia stata scelta come meta da un nucleo di monaci eremiti proprio per la sua posizione appartata, ideale per poter ritrovare se stessi e la propria dimensione dedicandosi alla contemplazione ed alla preghiera. Per un fine analogo fu costruita, nel XI secolo, l’antica Abbazia benedettina della Santissima Trinità, consacrata, poi, da Papa Urbano II nel 1092. Cava, come numerose altre città italiane, fu bombardata durante la seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita.

Borgo Scacciaventi
Borgo Scacciaventi

La nostra passeggiata ha avuto inizio dal Borgo Scacciaventi, un vero gioiello, nonché una delle più belle attrazioni della città. Esso si offre agli occhi con i suoi caratteristici portici che ornano gli antichi palazzi edificati sulle arcate,  ripercorrendo ognuno la storia del luogo. L’intero percorso porticato offre negozi e botteghe, tanto da costituire un centro commerciale all’aperto. Lo scenario dei portici è ancora più suggestivo all’imbrunire, quando le luminarie gli donano un aspetto quasi magico.

Passeggiando ci siamo imbattuti, poi, nel Complesso Monumentale di San Giovanni Battista, un vecchio monastero distrutto dal terremoto dell’ ’80 e totalmente ristrutturato, oggi sede di mostre ed esposizioni. L’illuminazione serale è stata, a sua volta, studiata per rimandare al suo carattere ieratico e di meditazione.

Santuario di San Francesco e Sant’Antonio
Cripta del santuario di San Francesco e Sant'Antonio

Tra le varie bellezze della città, c’è sicuramente il maestoso santuario dedicato a San Francesco e Sant’Antonio, situato nella piazza principale, che ogni anno diventa mèta di migliaia di pellegrini che provengono da tutta Italia. Si tratta di una chiesa del 1500 ricostruita su tre livelli dopo il terremoto dell’Irpinia e famosa per la cerimonia che si svolge ogni 13 del mese: il Botafumeiro, l’incensiere più grande d’Europa con un peso di oltre 70 kg. Al termine della cerimonia viene fatto oscillare per ben tre volte lungo la navata centrale. Altrettanto emozionante è stato ascoltare la messa e le lodi dei monaci francescani. Non bisogna dimenticare, poi, la cripta sotterranea ricca di reliquie ed il presepe monumentale, l’unico in tutta Italia costruito su 1000 m².

Insomma, con i suoi portici, le sue chiese, i suoi scenari naturali e le sue botteghe ricchi di sapori e tradizioni, Cava è una città tutta da scoprire.

I cigni dell'amore

Salerno – Luci d’Artista

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Salerno, città di mare e di sole, di luci e di canzoni, intrisa del fascino di una storia antica. È tutta lì la sua bellezza, nel suo immenso litorale, caratterizzato da scogliere e spiagge infinite. E poi ancora le grotte, le insenature, il porto.

È come una donna gentile ed accogliente, che a seconda della stagione offre doni diversi ai suoi ospiti: in estate li accoglie con le sue calde e dorate spiagge, in inverno con le sue caleidoscopiche luci, diventate ormai l’attrattiva invernale della città: le Luci d’Artista.

Si tratta di una esposizione en plein air che ogni anno attira milioni di visitatori. Le opere esposte sono accomunate da un tema centrale, affinché la visita alla città non sia mai scontata o noiosa; l’evento si trasforma, per gli artisti, in un’esclusiva vetrina per essere conosciuti ed apprezzati dal pubblico.

 

Noi Borgonauti, incuriositi da tutto ciò che è bello, in un giorno di dicembre, ci avventurammo verso questa nuova ed incantevole meta, che seppe sprigionare calore nonostante le temperature invernali.

La prima tappa fu la Villa Comunale, allestita secondo il tema dello zoo.

Gli animali raffigurati erano davvero tanti e simpaticissimi: un orso bianco, una giraffa, alti e snelli fenicotteri, per poi arrivare ad una coppia di cigni, così vicini da formare un cuore con il proprio corpo. Romantico, no?

Erano così belli che era quasi impossibile avvicinarsi a essi per scattare una foto. Più in là, lontano dalla calca di turisti, si ergeva piena di lampadine bianche e blu un’immensa orca. Che tenerezza; in fondo, non era colpa sua se non era bella quanto i cigni!

I fenicotteri glamour
L'orsotto impacciato
La giraffa vanitosa

In piazza Flavio Gioia, sorgeva una vera e propria foresta di luci, con un enorme albero dai rami luminosissimi. Passammo poi per piazza Vittorio Veneto dove era situata una gigantesca e buffa palla di Natale.

Foresta di luci in Piazza Flavio Gioia
Foresta di luci in Piazza Flavio Gioia

Le attrazioni dell’evento non si limitarono esclusivamente alle luminarie, Salerno volle omaggiare i tanti visitatori con ulteriori iniziative. Una su tutte fu quella del montaggio di una ruota panoramica alta ben 60 metri, situata nei pressi di Piazza della Concordia, che permetteva di ammirare tutta Salerno da un’altezza incredibile, la quale si affacciava proprio verso il lungomare. C’erano poi i mercatini di Natale e le esposizioni dei presepi, il più famoso dei quali è quello di sabbia del museo Diocesano.

Insomma, o che veniate a Salerno d’inverno per le sue luci o d’estate per il mare o in autunno e primavera per godere dei suoi siti storico-artistici, in ogni caso merita una visita almeno una volta nella vita!