Casertavecchia: itinerario di arte, storia e riflessione

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I Borgonauti oggi raccontano di un borgo medievale, che ospita meno di duecento abitanti, situato a poca distanza dalla città di Caserta. Trovandosi alle pendici dei monti Tifatini, il percorso per raggiungerlo è leggermente tortuoso, ma la bellezza antica del luogo e dei suoi panorami ripaga sempre ogni visitatore. Parliamo di quella che oggi è conosciuta come Casertavecchia ma che nel Medioevo, prima che la denominazione passasse al nuovo centro abitato della pianura, era chiamata semplicemente Caserta. Non si hanno notizie certe sulle origini del borgo, ma è possibile ritrovarne delle tracce nello scritto Historia Langobardorum Beneventanorum del monaco benedettino Erchemperto, il quale indica già nell’ 861 d.C. un nucleo urbano, denominato Casahirta, dove attualmente si trova Casertavecchia. Tale espressione latina è da tradursi in “villaggio ispido o erto”, con probabile riferimento alla sua collocazione in altura o di difficile accesso.
Il Casahirta ha una storia ricca di mutamenti e alcune di essi hanno lasciato il segno di un importante sviluppo, come il secolo IX in cui le incursioni saracene e le devastazioni di Capua indussero gli abitanti e il clero delle zone circostanti a trasferirsi a Casertavecchia per godere di un rifugio sicuro. A seguito di ciò, infatti, la popolazione aumentò in modo così significativo da determinare il trasferimento della sede vescovile all’interno del borgo. Altra tappa storica importante fu l’occupazione normanna, capeggiata da Riccardo I di Aversa, che segnò una forte crescita del sito: è a questo periodo che risale, ad esempio, la costruzione dell’attuale Cattedrale di San Michele Arcangelo. Il florido progresso continuò poi con la dominazione Sveva: il borgo aumentò il proprio prestigio, grazie alla figura e alla politica del consigliere di Federico II e conte di Caserta, Riccardo de Lauro. A queste fasi di splendore subentrò poi un lungo e lento declino, cominciato col dominio Aragonese, durante il quale la vita incominciò a svilupparsi progressivamente in pianura. A Casertavecchia permase allora solo il vescovato e il seminario, che poi nell’anno 1842, per volere di Papa Gregorio XVI, furono anch’essi trasferiti nell’attuale Caserta. Il borgo si spopolò definitamente, quando i Borbone resero la città sede della bellissima Reggia, consacrandola a nuovo cuore pulsante dell’attività politica e sociale. Sarà poi dal 1960, anno dell’inserimento del luogo nella lista dei monumenti nazionali italiani, che Casertavecchia ritornerà al centro dell’interesse, seppur in maggioranza turistico, di quella stessa vita che per lungo tempo l’aveva trascurata.

Il percorso di mistero e fascino

Chiunque decida di farsi stupire da Casahirta, viene subito accontentato, perché si imbatte immediatamente in una chiesetta, posta al centro strada: la Cappella di San Rocco. Parliamo di una struttura religiosa, risalente secondo gli storici al XVII secolo, realizzata in omaggio all’omonimo santo. La costruzione ha fattezze delicate e sobrie: possiede un portico, un piccolo campanile e un unico affresco decorativo esterno, raffigurante una bellissima Madonna. La cappella è aperta al pubblico il 16 di agosto, giorno in cui si celebra la figura di San Rocco, e si ha la possibilità di scorgere un antico crocifisso ligneo, la statua del santo e quegli affreschi, realizzati tra il XVII e XVIII secolo, che hanno resistito al logoramento del tempo. La cappella con la sua semplicità insinua nell’animo di chi osserva il desiderio di ammirarla da vicino per capirne i segreti, cancellati dell’incuria e dalla solitudine. Comincia così generalmente una passeggiata a Casertavecchia: con lo stupore e la smania di scoperta.

La Cappella di San Rocco
Affreschi interni della Cappella di San Rocco

Proprio allora con il cuore carico di impazienza, si può proseguire verso un’altra meraviglia architettonica, che, imponente, si lascia ammirare dal visitatore con regale distacco: la torre normanna. Secondo alcuni studiosi, la sua costruzione fu ordinata da Riccardo di Lauro, grazie al quale il borgo conserva ancora oggi un torrione cilindrico, che con i suoi 32 metri di altezza ed un diametro di circa 10 metri è nel suo genere tra i più grandi d’Europa. Essa era munita di due accessi con ponti levatoi e di un fossato, che la rendevano impenetrabile, e aveva al proprio interno tre sale circolari sovrastanti. La torre normanna, oltre al suo primato europeo, racchiude un segreto, raccontato dai pochi abitanti del luogo, che ha il sapore di un intenso mistero: si narra che il torrione sia tuttora abitato dal fantasma della consuocera di Federico II di Svevia: Siffridina, che con l’arrivo di Carlo D’Angiò, per la sua fedeltà alla casata sveva fu rinchiusa nel Castello di Trani in Puglia. La donna trascorse i suoi ultimi anni imprigionata, sola e soffrendo la lontananza da Casertavecchia, a cui decise di tornare sotto forma di spirito dopo la sua morte, risiedendo proprio nel torrione. Quando regna il silenzio, secondo la leggenda, è ancora possibile sentirne i passi e le parole.

Il torrione del castello

Mentre l’udito si affina, sperando di carpire questi suoni nascosti, gli occhi si proiettano impazienti verso il vicino castello di Casertavecchia. Parliamo di costruzione risalente all’861, di forma poligonale, intorno al quale vi era un fossato, che fu poi fortificato da Normanni e Svevi con l’aggiunta di sei torri a pianta quadrata, assumendo così l’aspetto di un vero e proprio castello. L’obiettivo era creare una fortezza di difesa dalle aggressioni nemiche, dovute alle lotte tra le varie famiglie longobarde, che si contendevano questa area nevralgica. Di questa testimonianza storica e architettonica, da cui esercitarono la loro propria supremazia i conti Longobardi, Normanni, Aragonesi e Svevi, restano purtroppo poche rovine e una parte di cinta muraria, poiché alcuni terremoti e il logorio del tempo ne hanno danneggiato la struttura. Attualmente il sito è chiuso al pubblico e la curiosità di osservare questi resti è soddisfatta solo in rare circostanze. Quando ci si ferma davanti ai portoni in ferro chiusi, si prova un senso di amarezza nel pensare che a volte il coraggio della materia, resistita al tempo grazie alle proprie forze, non trovi sostegno sufficiente negli uomini: è possibile che non stiamo facendo abbastanza per l’arte?

Resti visibili del castello di Casertavecchia

Con la speranza di ricredersi, il visitatore continua il percorso verso il cuore del borgo e colpisce con straordinaria potenza il panorama vasto e ricco di sfumature. Casertavecchia non delude per i paesaggi e, se si è lungimiranti nel tragitto, nasconde in ogni angolo uno spettacolo, capace di ispirare profonda serenità e l’amore appassionato di chi la sceglie come meta romantica. Con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore carico, ci si addentra nelle stradine, si osservano le case con i portoni in legno e i piccoli cortili, decorati spesso con vasi di fiori, e si calpesta la pietra limata dal passaggio di chi, ricchi o poveri, signori o servi che fossero, poco importa, hanno lasciato l’impronta di un passato ricco di vita, che ad oggi è un lontano ricordo.

Scorcio paesaggistico
Stradina del borgo
Stradina del borgo

Passo dopo passo, si raggiunge piazza Vescovado in cui vi si affaccia il palazzo vescovile, decorato con antichi archi e finestre risalenti al secolo XIII.
Casertavecchia conserva il bellissimo Duomo di San Michele Arcangelo, risalente al XII secolo. La facciata è stata realizzata con tufo lavico ed è decorata con elementi antropomorfi, geometrici e floreali, tipici dell’epoca medioevale, che rappresentavano la fede in Cristo. Severa ed elegante all’esterno, la cattedrale è particolarmente suggestiva all’interno, dove si possono ammirare il pulpito, le tre navate e le meravigliose colonne doriche e corinzie, che sono tutte differenti tra loro in quanto elementi di spoglio di edifici romani. Nella sagrestia della cattedrale è presente un crocifisso ligneo del Trecento e sono rimasti integri alcuni affreschi medievali a carattere religioso. Le pareti restanti, invece, sono prive di decorazioni in quanto in epoca barocca esse furono sostituite da diversi stucchi, a loro volta rimossi nel XX secolo. Accanto alla cattedrale è presente un grande campanile terminato nel 1234, al tempo di Federico II e infatti mostra già delle influenze gotiche. Come quella di Gaeta e di Amalfi, culmina in una torre ottagonale ed è decorato da arcate e da torri agli angoli. Il duomo possiede anche cupola, nascosta da un tiburio ottagonale è a sua volta ornata da pietre gialle e bigie, che compongono dei motivi floreali e geometrici stilizzati. Di fronte al Duomo è possibile anche ammirare quello che una volta era il seminario, finché nel 1842 Papa Gregorio XVI ne sancì il definitivo trasferimento a Caserta, e venne trasformato in un convento. Il palazzo possiede un portone centrale in marmo ed è abbellito dallo stemma del Vescovo Diodato Gentile.

Il campanile del Duomo di San Michele Arcangelo
La facciata del Duomo di San Michele Arcangelo
Navata centrale del Duomo

Riflessioni di un Borgonauta

Tra le bellezze artistiche e gli scorci caratteristici, dovrebbe sorgere in modo del tutto naturale la voglia di godere a pieno di tutto ciò che il nostro passato ci ha consegnato come lascito. È anche vero che molto spesso ci lasciamo accattivare dalla foga del moderno, disabituandoci a rallegrarci del silenzio, carico di significato, delle realtà sospese nel tempo, come lo sono i borghi. Ciò fa sì che, anche quando siamo fisicamente presenti in un luogo come questo, che ha resistito alle intemperie, allo spopolamento e all’abbandono, invece di assaporarne la storia, che ci racconta attraverso un vaso di fiori, un saluto di un abitante, una leggenda o una pietra levigata, ricerchiamo spasmodicamente e forse inconsapevolmente lo stesso caos delle nostre città di appartenenza. Sarà probabilmente il frutto dei mutamenti della contemporaneità, ma è bene che non dimentichiamo di osservare con curiosità l’antico per riaccendere la sete di sapere, spesso assopita nelle anime, è bene che si dedichi il giusto tempo alla scoperta profonda dell’arte, è bene che si scalfisca la barriera del visibile per imparare a definire noi stessi anche attraverso il passato, è bene, infine, che ogni borgo sia messo in condizione di svelarsi nella sua essenza più autentica e che non sia svilito della sua importanza.  

Marica Fiorito

Vatolla: il borgo in cui tradizione locale e pensiero filosofico si armonizzano

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A sud della provincia di Salerno si erge nel cuore del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni il borgo medievale di Vatolla, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Come spesso accade per i centri abitati di remota fondazione, le tracce delle origini di Viculus Vatulanus si dissolvono nel corso dei  secoli. È ipotizzabile però, dato i numerosi  resti di epoca romana,  che Vatolla esistesse già ai tempi dell’Impero e che sia uno dei paesi più antichi del Cilento. La presenza del maestoso castello, che incanta il visitatore per la sua imponenza, induce a supporre che Vatolla, nel primo periodo della dominazione longobarda sia stato luogo di insediamento degli arimanni, ovvero della guarnigione di confine, caratteristica dell’ordinamento militare dei longobardi, e che in seguito sia mutata in fara, cioè nella forma abitativa civile, che univa l’attività agricola con l’eventuale servizio armato.  Gli elementi artistico-architettonici, manifestazione tangibile della sua storia, e  la posizione sopraelevata del sito creano un’atmosfera suggestiva, quasi fiabesca, che incanta l’anima e dona emozioni profonde:  il panorama, che accoglie il mare salernitano e il paesaggio collinare, i delicati riferimenti religiosi sparsi in tutto il borgo, i richiami al rapporto tra il luogo e il filosofo Giambattista Vico, importante esponente del panorama filosofico napoletano, la tradizione locale, dedita soprattutto alla coltivazione di una varietà di cipolla unica nel suo genere, rendono Vatolla un luogo eclettico, poliedrico, capace di armonizzare la conoscenza in tutte le sue straordinarie sfaccettature.

Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla Di Vatolla.
Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il luogo dove germogliò la Scienza Nuova di Giambattista Vico

Giambattista Vico è stato filosofo, storico, giurista e letterato, nato a Napoli nel 1668. Questi fu fortemente legato alla cultura umanistica, che venne a diffondersi nell’ambiente napoletano nella seconda metà del XVII secolo. Nel 1686 il vescovo di Ischia Geronimo Rocca conobbe G. Vico in una libreria napoletana e, ammirandone la vasta cultura, gli propose l’incarico di istitutore per i suoi quattro nipoti. Fu così che Il Vico restò a Vatolla, anche se non continuativamente, per nove anni, spendendo qui  la maggior parte del corso degli studi filosofici. Il grande pensatore ebbe con il paese un rapporto di amore e odio: alcune volte lo definiva “aspra Selva solinga arida e mesta” , altre come “bellissimo sito di perfectissima aria, dalla quale fu restituito alla salute ed ebbe tutto l’agio di studiare e gettare le basi della Scienza Nuova“. Infatti, è proprio in questa terra di rurale fascino che nel  1725 prese forma l’opera in cui è racchiusa nella sua complessità e originalità la dottrina di G. Vico.

l’Associazione Cipolla di Vatolla e il prodotto di eccellenza locale

Nata nel 2014, l’Associazione Cipolla di Vatolla di natura privatistica, senza fini di lucro e con valenza di pubblica utilità sociale e rilevanza di interesse pubblico agisce sul territorio con finalità di promozione sociale e di valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storico-artistiche, turistiche ed enogastronomiche. La presidente Angela Marzucca, manifestando nelle sue parole un profondo l’orgoglio e l’amore per la propria terra, afferma: «ci auspichiamo che Vatolla sia conosciuta e apprezzata anche attraverso il suo prodotto d’eccellenza: la cipolla. L’associazione ha avviato vari progetti, che mirano alla rinascita del territorio, e che sono animati soprattutto da donne, anche giovani, che non vogliono abbandonare il Cilento. Un esempio di queste iniziative è la festa della cipolla, che ogni estate si organizza a Vatolla e che ha ottenuto nel corso degli anni un riscontro crescente, gettando le basi di un percorso enogastronomico, che favorisca diverse forme di  turismo e la diffusione di un prodotto, riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO». La cipolla di Vatolla (Allium cepa L.) è un ecotipo, un elemento della biodiversità del Cilento, coltivato secondo tradizioni antiche nelle zone rurali di questo magnifico borgo. Questa peculiare varietà di cipolla differisce da tutte le altre per la particolare dolcezza e delicatezza e per la presenza di sostanze, come flavonoidi e quercetina, che favoriscono il benessere del corpo. I semi della cipolla di Vatolla arrivano dall’Oriente, forse dall’Afghanistan, portati dai monaci Basiliani in fuga dalle persecuzioni che si realizzarono dopo l’anno mille. Il microclima locale, le caratteristiche e la biodiversità dei suoli dei sistemi di terre del Cilento e la continuità della tradizione contadina da parte delle popolazioni locali hanno determinato le caratteristiche di questo vegetale, unico nel suo genere.

La cipolla, prodotto di eccellenza di Vatolla. Foto dell'Associazione la Cipolla di Vatolla.

Il borgo e le sue bellezze

È stata Arianna C. con la sua bravura a creare un percorso, che ha reso possibile apprezzare le meraviglie del luogo: ella con grande disponibilità ha accolto i visitatori ed ha esposto in modo garbato ma con partecipata emozione  le caratteristiche e la storia dei siti di interesse del borgo. Il tour è cominciato con la visita alla Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Le prime notizie riguardo la chiesa risalgono all’XI secolo. I pannelli, facenti parte di un sarcofago romano del IV secolo, posizionati ai lati della facciata fanno pensare che essa sia sorta sulle rovine di un tempio romano poiché raffigurano le divinità pagane di Pan, Dioniso, Bacco e Sileno. L’interno della struttura, in parte restaurata, è costruita su tre navate e notevole importanza e pregio sono gli affreschi raffiguranti santi bizantini, come San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola. In questa chiesa lo stesso Vico assisteva alla Santa Messa con la famiglia Rocca.

Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Affresco della Chiesa Santa Maria Delle Grazie.

Imponente  alla vista è il Castello- Palazzo Vargas : eretto probabilmente prima dell’Anno Mille per mano dei Longobardi con la funzione di “sentinella” e di primo ostacolo, per chi avesse voluto avventurarsi sulla via di Lucania e fu poi reso il palazzo di residenza dalla famiglia feudataria Griso nel XVI secolo . Si tratta di una costruzione a pianta trapezoidale, circondata da quattro torri cilindriche. Passato successivamente in possesso dei marchesi Rocca, il palazzo divenne la dimora di Gian Battista Vico. Nel 1767 la struttura divenne di proprietà di un nobile napoletano, di origini spagnole: Francesco Vargas.  All’interno vi è un’ampia biblioteca di testi storici e critici che riguardano il grande filosofo.

Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Cortile del Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Continuando il percorso, è possibile ammirare la Cappella Di San Nicola . Si tratta un’antica chiesetta padronale, posseduta in origine dalla famiglia Cocozza e poi da questa donata alla comunità francescana del Convento della Pietà. Il culto di San Nicola, e anche la sua statua, furono portati a Vatolla dagli abitanti di Avella. Probabilmente risale al XIV secolo.

la Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Interno della Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il cammino si è concluso con la visita Convento S. Maria Della Pietà, fondato nel 1619 su un terreno donato ai francescani dalla Universitas, recuperando un’antica struttura di una cappella detta “della pietà”, in cui oggetto di grande venerazione era un affresco ritenuto miracoloso dal popolo. Soppresso nel decennio francese, fu riaperto nel 1815, dopo sostanziali lavori di restauro. Oltre all’antica cappella, di notevole importanza sono gli affreschi interni e alcuni elementi artistici. Vico fu assiduo frequentatore del Convento della Pietà, dove era solito discorrere con i frati oppure consultare la biblioteca interna, che conteneva testi su cui il noto filosofo condusse i suoi studi e da tali libri, all’ombra dell’ulivo posto di fronte al Convento in cui Vico soleva riposare, leggere e meditare, prese forma la sua  Scienza Nuova, consacrando il pensatore come punto di riferimento dello scenario filosofico dei secoli successivi.

Convento S. Maria Della Pietà. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Vatolla stimola una profonda curiosità, una straordinaria sete di conoscenza in chi la osserva e non delude né la mente né l’anima, perché dà testimonianza tanto della fierezza della tradizione rurale, quanto delle meraviglie dell’ingegno umano. Noi Borgonauti  ci auguriamo, dunque, che altri possano conoscere e  godere del fascino particolare e ricco di sfumature di questo sito, apprezzando ogni dettaglio nel quale il tempo ha dato manifestazione tangibile della propria mano, incantandosi e  perdendosi nella profonda devozione religiosa, che il luogo esprime, e infine emozionandosi nel calpestare lo stesso suolo, nell’abbandonarsi negli stessi luoghi in cui il filosofo Vico ha dato voce al suo pensiero.

                                                                                                                               Marica Fiorito

Caiazzo: il borgo delle ricchezze storico-artistiche da scoprire

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I Borgonauti, sempre impegnati nella scoperta delle bellezze locali, hanno dedicato nel mese di maggio una tappa ad una città che, grazie alla sua posizione elevata, offre paesaggi a cui nessun occhio umano può restare indifferente: Caiazzo. Posta nella Media Valle del Volturno, il borgo è maestosamente circondato dalle variegate colture nelle aree pianeggianti, rese fertili dall’abbondanza di corsi d’acqua, a cui fanno da contrasto, alle quote più elevate, le formazioni boschive di rovere e leccio. I colori dei monti e delle vallate, intensi come pennellate, creano uno scenario idilliaco, che rievoca le leggendarie origini del luogo: principio di tutto fu l’amore passionale e contrastato tra il dio Volturno e la ninfa Calatio, figlia di Tifata, la quale per sfuggire all’ira e alla disapprovazione del padre trovò riparo in questo splendido territorio e vi fondò una città: Caiatia.  

Il borgo caiatino

Se il paesaggio sembra un evanescente omaggio alla radice mitologia del borgo, il centro abitato invece incarna l’essenza di una lunga storia, in cui ogni popolo dominatore ha contribuito all’evoluzione della sua ricca bellezza: Caiazzo, fondata secondo le fonti storiche più accreditate dagli Osci tra il IX e l’VIII secolo a.C., come confermano alcuni tratti delle mura pelasgiche, visse dapprima una fase di influenza etrusca e poi sannitica, svolgendo un ruolo di supporto nelle relazioni commerciali. Successivamente la città rientrò sotto il dominio di Roma, attraversando un periodo particolarmente florido sia dal punto di vista culturale che architettonico, testimoniato anche da alcune lapidi onorarie rinvenute nelle vicinanze del sito, che riportano il nome della casata imperiale Giulia. È proprio in questa fase che Caiazzo trasformò il proprio volto, assumendo l’assetto urbanistico di una città vera e propria. La crescita dell’antica Caiatia da quel momento in poi si arricchì dell’intervento successivo dei Longobardi, che nel X secolo elevarono l’abitato a Contea, edificando uno degli emblemi della città: il castello. In epoca medievale il dominio del luogo passò ai Normanni e Rainulfo II di Drengot ne divenne il signore. Fu poi la volta degli Svevi, nel XIII secolo, con Federico II, che decise di fondarvi una delle tre Corti dei Conti del Regno. In seguito Caiazzo fu scelto come luogo di caccia da Carlo e Ferdinando IV di Borbone.

I borgonauti alla scoperta del borgo e dei suoi paesaggi.

Passeggiando nel cuore del borgo, di questo passato pieno di forti mutamenti se ne riscontrano testimonianze in ogni pietra levigata, in ogni arcata, in ogni stradina accarezzata dal tempo. Si scoprono così le mura megalitiche, i vicoli medioevali, le chiese rinascimentali e barocche, come la Basilica di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo, e i palazzi catalani del XV secolo con i bellissimi portali. Alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il simbolo storico-artistico del luogo: Il castello longobardo di Caiazzo. Situato sull’Arce romana, esso fu realizzato per volontà del secondo conte di Capua, il longobardo Landone Matico. Divenuto col tempo di proprietà privata, la struttura conserva poche tracce della fisionomia originaria, essendo stato radicalmente modificato nel XIX secolo. Infatti, oggi l’edificio presenta numerosi ampliamenti, risultato dell’accostamento di più corpi così distinti: residenza nobile, cappella, ambienti di servizio e torre. Nei suoi pressi si possono però ancora scorgere delle mura poligonali sannite, risalenti al IV secolo a.C. Diversi personaggi illustri hanno dimorato in questa splendida roccaforte, come il poeta Torquato Tasso, l’imperatore Federico II e Pier Della Vigna, menzionato da Dante Alighieri nell’Inferno, e sotto il regno di Alfonso I d’Aragona ospitò la favorita del re: Lucrezia d’Alagno. Nel territorio tra Monte Santa Croce del comune di Piana di Monte Verna e il centro urbano di Caiazzo, si trova una collinetta conosciuta come «Castello delle Femmine». Sulla sommità si trovano i resti di un piccolo insediamento fortificato medievale, già segnalato come castrum feminarum in una pergamena del 1119 ed in un elenco di decime del 1326-1327, in cui, secondo un’antica leggenda, si preparavano giovani donne a diventare cortigiane a servizio dei feudatari del luogo.

La bellezza dei vicoli di Caiazzo.
Basilica Concattedrale di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo.
Vista dal basso del Castello Longobardo

Pro Loco Caiazzo “Nino Marcuccio” e il Palazzo Savastano

Grazie all’Associazione di promozione sociale PRO LOCO CAIAZZO, inserita nel registro nazionale come affiliata UNPLI e dedita alla valorizzazione e promozione del territorio, è stato possibile recarsi al meraviglioso Palazzo Savastano. La visita è stata accompagnata da una spiegazione accurata, offertaci da Annarita, la quale ha saputo alimentare il nostro interesse per i dettagli dell’imponente struttura, descrivendo le caratteristiche artistiche del palazzo e la sua storia. L’edificio attuale è il risultato di una serie di modifiche delle strutture preesistenti, realizzate nel corso del XVII secolo, probabilmente ad opera della famiglia Fortebraccio. Il palazzo, attualmente di proprietà della famiglia Savastano, presenta una facciata tardobarocca, ed è composto al piano nobile da sette aperture, ornate da busti allegorici in terracotta, che rappresentano i giorni della settimana. Il maestoso portone è contornato da locali che servivano nel passato da botteghe. Altrettanto interessante è il cortile interno con le sontuose scale a forbice, che permette di accedere ai piani superiori. Frontalmente, è presente lo stemma della famiglia De Pertis, formato da due stucchi di leoni rampanti. Una volta superata la prima rampa di scale, è possibile ammirare due affreschi, di origine ottocentesca, che riproducono paesaggi all’alba e al tramonto. Il piano nobile raggruppa invece diverse sale, tra cui emerge la bellezza del salone centrale, il solo ad essersi interamente salvato dal disastroso incendio, che colpì la struttura durante la seconda guerra mondiale. Ogni stanza del palazzo sfoggia un arredamento ricco, riconducibile a varie epoche, come i raffinati pavimenti settecenteschi, gli imponenti stucchi e affreschi ornamentali e i preziosi lampadari.

Palazzo Savastano
Lo stemma della famiglia De Pertis.

A conclusione di questa tappa borgonautica, si è radicato nel profondo dei nostri animi l’entusiasmo per le meraviglie paesaggistiche e artistiche del territorio caiatino. Questa stessa sorpresa rende inevitabile la riflessione sulla necessità di dare la giusta luce ad opere di importanza storica e bellezza artistica, cadute nell’oblio o nella morsa della privatizzazione. In tal senso, il lavoro della pro loco, come è da esempio quella caiatina “Nino Marcuccio”, fa sì che le testimonianze del nostro passato siano valorizzate e ricordate, rendendole accessibili al pubblico. Consci di ciò, ci si accorgerà che ogni borgo ha voglia di condividere la sua storia e, per quanto complessa e travagliata sia stata, è dovere dell’uomo lottare affinché esso ottenga il diritto di raccontarla. L’auspicio, che ogni borgonauta può rivolgere ai visitatori di borghi, è di osservare queste antiche città con il fervore della ricerca e della scoperta, poiché solo così sarà possibile ricomporre i frammenti delle nostre radici.  

 

                                                                                                                 Marica Fiorito

‘A festa ‘e Sant’Antuono: devozione religiosa e amore per la tradizione a Macerata Campania

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Chi è appassionato di tradizioni popolari non può perdere l’appuntamento, fissato in data  17 gennaio, con ‘A festa ‘e Sant’Antuono di Macerata Campania. In migliaia, tra giovani e adulti, accorrono ogni anno per partecipare a questo evento, grazie al quale il paese si anima di quei profumi e suoni, che rimandano ad una storia millenaria, ricca di dedizione religiosa. Al centro di questi festeggiamenti, vi è l’omaggio a Sant’Antonio Abate, l’ eremita egiziano, nato nel  IV secolo d.C., che decise per vocazione religiosa di spendere la propria esistenza nel deserto in totale solitudine, resistendo, come si racconta, alle tentazioni del demonio. Il suo esempio di dedizione verso i valori spirituali e di rifiuto dei beni terreni, ispirò la nascita dell’ascetismo monastico e lo rese simbolo del trionfo del bene sul male. I numerosi miracoli che lo vedono protagonista nella tradizione agiografica, hanno fatto sì che Sant’Antonio fosse indicato come patrono dei contadini, degli allevatori e dei macellai e come protettore degli animali e dalle avversità del fuoco. Macerata Campania, quindi, celebra Antonio Abate con un tripudio di canti, giochi e rappresentazioni, tipiche degli antichi costumi locali. Le notizie sull’origine di questa ricorrenza sono legate esclusivamente alla tradizione orale e ne indicano come periodo  di nascita il XIII secolo: all’epoca Macerata era terra di artigiani, fabbri e contadini che durante le fiere al momento della vendita per dimostrare la qualità dei prodotti realizzati, come le botti, i tini, le falci e gli utensili di legno, li percuotevano, provocando un suono fragoroso. Dunque, in una società essenzialmente contadina, legata indissolubilmente alla terra e al lavoro nei campi, una qualsiasi minaccia ad essi avrebbe rappresentato un notevole danno: da ciò sarebbe derivata l’usanza di dimostrare, con riti e festeggiamenti, devozione al Santo che con il potere del bene avrebbe garantito la protezione degli animali e di quanti lavorano col fuoco.

Il ricco programma della festa

‘A festa ‘e Sant’Antuono dura diversi giorni, durante i quali le strade del paese si ravvivano, grazie all’entusiasmo dei visitatori e al sorriso fiero dei cittadini. I festeggiamenti  cominciano con la processione, in cui la statua del santo è condotta in spalla dai fedeli per le vie del paese, ritornando in fine nella Chiesa Abbaziale San Martino Vescovo, dove è celebrata una messa a lui dedicata. Segue, la sera, la benedizione degli animali e del fuoco:  il cippo di Sant’Antonio , ovvero un rito apotropaico, legato ad antichi culti contadini, realizzato come buon auspicio per il raccolto. Ad essi si aggiunge la riffa, cioè l’asta, durante la quale sono messi in vendita i beni offerti precedentemente dai fedeli al Santo e dei proventi raccolti una parte è destinata al finanziamento della festa e il resto è devoluto alla chiesa, sotto forma di offerta. Le celebrazioni continuano con i fuochi pirotecnici figurati, così chiamati perché ricreano le forme dei personaggi legati alla vita e ai miracoli di Sant’Antonio e sono distrutti dal fuoco come segno di estinzione del male. Si distinguono: l’asino, che simboleggia il centauro apparso al santo durante il suo viaggio in visita a San Paolo; la donna, che rappresenta la tentazione carnale, a cui il diavolo sottopose Sant’Antonio nel suo viaggio nel deserto; il maiale, legato al santo da varie storie e leggende, che rappresenta il trionfo della fede; la scala, emblema peculiare di Macerata Campania, ricollegabile probabilmente al lavoro nei campi e alla terra. Non manca, in questa ricorrenza tanto amata, un omaggio ai giochi della tradizione che, oggi come in passato, rappresentano un momento di ludica aggregazione e di riposo dalla vita lavorativa. Ne sono un esempio il tiro alla fune, la corsa dei sacchi o il palo di sapone, in cui i partecipanti si arrampicano lungo una pertica, cosparsa di sapone, per raggiungere e dunque vincere i generi alimentari, posti sulla cima, oppure il giro della botte: una gara di velocità in cui si fa girare una botte con le mani lungo il bordo. La rievocazione del patrimonio di usi e costumi maceratesi prevede anche la preparazione del piatto, simbolo di Macerata Campania: la past’e’lessa.  Si tratta di un primo, in cui l’ingrediente fondamentale sono le castagne lesse, la cui dolcezza è bilanciata dall’uso del peperoncino. L’importanza di questo alimento ha origini antiche: tipico delle diete contadine, esso aveva il pregio di essere poco costoso, facile da conservare e utilizzabile in cucina in svariati modi.

Fuochi pirotecnici figurati: l'asino portato a spalla. Macerata Campania. Anni '70. Foto fornita da Stanislao Roggiero.
La benedizione del fuoco. Macerata Campania, 2016. Foto di Vincenzo Capuano.
La past'e'llessa (la pasta con le castagne lesse). Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.
Il gioco del palo di sapone. Macerata Campania,2016. Foto di Vincenzo Capuano.

La sfilata dei carri e la musica delle battuglie di pastellesse

L’evento più atteso dell’intera Festa ‘e Sant’Antuono è la sfilata dei carri, che ravvivano l’atmosfera con la propria musica e canti. È possibile assistere a più sfilate: una solitamente è organizzata il sabato che precede il 17 gennaio e l’altra la domenica che lo segue. Quest’ultima è realizzata sia di mattina, che di sera e si concentra davanti al sagrato della Chiesa Abbaziale, dai cui gradoni è possibile godere dell’ esibizione musicale. I carri in origine erano semplici carretti, trascinati da buoi o cavalli, ma col passare del tempo aumentavano di dimensione, fino ad arrivare a quelli odierni, trainati dai trattori, che possono raggiungere anche i 12 metri di lunghezza. Essi sono realizzati in modo da assomigliare ad un vascello per la leggenda, tutt’ora tramandata, secondo la quale il Santo si sarebbe trasferito dall’Egitto in Italia a bordo di una nave. Le decorazioni generalmente prevedono: foglie di Palma, che rappresentano la provenienza egiziana del Santo, e figure che simboleggiano la lotta tra bene e male, come le maschere o i volti demoniaci e angelici. Ogni carro trasporta quella che viene definita “Battuglia di Pastellessa”, composta dai Bottari, i quali coordinati dal Capobattuglia, cioè il maestro di esecuzione.   Il nome “Pastellessa”, che identifica  tanto le battuglie, quanto uno dei ritmi della loro musica, è legato ad Antonio Di Matteo, detto “Zi Antonio ‘e pastellessa”, che era sia gestore di una famosa cantina Maceratese in cui era possibile gustare la tradizionale past’e’lessa, ma anche un capobattuglia, il cui soprannome indicava in origine la battuglia da lui coordinata. La sua bravura, col tempo, gli permise di ottenere una fama tale che l’espressione “battuglia di pastellesse” si  estese a tutti i gruppi di bottari, che ancora oggi si esibiscono, sfilando sui carri. La musica delle battuglie hanno una genesi più antica della festività stessa, che è da ricercarsi negli antichi riti agresti pagani, legati alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, che in epoca cristiana hanno assunto una funzione apotropaica, secondo la convinzione che i fuochi e i rumori prodotti dagli strumenti agricoli potessero spaventare e allontanare le presenze maligne. Col passare del tempo però quei suoni hanno assunto tratti sempre più definiti, fino a diventare la musica tradizionale della festa di Sant’Antuono. Questo tipo particolare di musica è realizzata percuotendo le botti con i mazzafuni, le falci con spranghe di ferro e i tini con bastoni di legno: tutti arnesi riconducibili alla cultura rurale ed artigianale. I ritmi, che possono all’occorrenza essere creativamente combinati, sono tre: la tarantella, la musica a Sant’Antonio e la pastellessa. Le percussioni sono eseguite senza alcuno schema di riferimento, ma seguono le indicazioni dettate dalla fantasia del Capobattuglia, sulle quali sono intonati canti in dialetto, che trattano di vari temi legati al Santo, al territorio e alla vita quotidiana.

La sfilata dei carri di Sant'Antuono: "A gioventù nov". Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.

L’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa

Gli aspetti organizzativi dell’evento sono gestiti dall’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa: nata nel 2008 come unione apolitica, apartitica e senza fine di lucro, essa, oltre a rappresentare un laboratorio culturale a tutto campo, in sinergia con il comune e la Parrocchia San Martino Vescovo di Macerata Campania è dedita alla salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni popolari. L’associazione è attiva sia in ambito locale che internazionale e partecipa ad un’ampia rete associativa, impegnata nella difesa del patrimonio di usi e costumi, ancora vive nei territori. Nel 2014 l’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa è stata accreditata dall’UNESCO come “Organizzazione non governativa (ONG)”  e nello stesso anno ha siglato un Protocollo di Intesa con l’Associazione Giochi Antichi di Verona per l’attuazione di misure di tutela dei “Giochi tradizionali e delle espressioni ludiche delle comunità”. Tra le iniziative più recenti, da essa realizzate, bisogna ricordare il sostegno della candidatura della festa all’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. «Sensibilizzare, tramandare, accogliere ed evolvere» sono gli obiettivi che l’associazione  Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa si prefigge, come afferma Vincenzo Capuano, «per realizzare un turismo sostenibile per Macerata Campania e il territorio locale». Emerge da queste parole una profonda devozione per la propria terra e il proprio patrimonio culturale, che trova riscontro nella pianificazione e realizzazione, dettagliatamente accurate, della festa e ciò contribuisce a creare un clima coinvolgente e gioioso, in cui si svelano in ogni dove occhi colmi di stupore e visi carichi di orgoglio. La musica, che dai carri riecheggia con potenza, crea un vortice di emozioni, che hanno il sapore di racconti antichi e allo stesso tempo familiari, particolari, eppure universali. Come l’associazione stessa ci comunica attraverso il suo esempio, è necessario che si continui a proteggere e a tramandare le proprie tradizioni, poiché solo grazie ad esse l’anima umana svela la propria origine per poi arricchirsi, rivoluzionarsi e infine portare ai posteri la testimonianza più autentica  dei nostri valori e della nostra identità. Dunque, si dia spazio alla nostra storia e alla cultura, in tutte le sue forme, per ottenere il migliore futuro auspicabile.

                                                                                                                                Marica Fiorito

Il Real Sito di Carditello – Storia di una rivalsa

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Visitai per la prima volta il Real Sito di Carditello in una radiosa domenica di primavera. Il cielo terso brillava di azzurro e il vento, lieve come una carezza, mitigava il calore del sole. Le ampie distese di terreni coltivati, gli alberi di cerri ed eucalipto e i fitti arbusti incorniciavano di sfumature verdi e marroni le stradine di San Tammaro. Alla fine del tragitto, parcheggiato il veicolo e varcata la soglia del massiccio cancello della Reale Tenuta di Carditello, mi incamminai verso l’ingresso della struttura per visitarla. Nell’incedere mi immergevo nell’intensità dei colori e dei profumi dei fiori e dell’erba e questo mi permise, passo dopo passo, respiro dopo respiro, di godere di un momento di pieno abbandono alla natura circostante. Avanzavo, accolta dai suoni della campagna, e cercavo di cogliere tutti i dettagli, che mi si offrivano al passaggio: l’antico galoppatoio per le corse dei cavalli, realizzato in terreno battuto con prato centrale alla maniera di un antico circo romano, nel quale si scorgevano i due obelischi di marmo, utilizzati come fontane, e il tempietto circolare, riservato agli orchestrali.

Il Tempietto per gli orchestrali del Real Sito di Carditello

Ad accompagnare il visitatore nel suo cammino, vi erano le torrette, alcune a pianta ottagonale e altre a pianta quadrata, che in passato erano destinate all’attività casearia e agricola, e i corpi centrali, utilizzati in origine come capannoni. Sul retro si scorgevano i cortili, che un tempo erano impiegati come campi agricoli. Tutto mi incantava e mi suscitava una profonda curiosità, eppure la sensazione, che il luogo trasmetteva, era di profonda malinconia: il passato si manifestava con un’imponenza solenne in ogni angolo, ma il tempo aveva avuto un corso chiaramente spietato, arrivando a contaminare di incuria l’antico splendore.

Ergendosi a simbolo di quel meridione che ha vissuto tanto la magnificenza quanto il degrado, Il Real Sito mostrava con fierezza le vicende della sua tortuosa storia. Storia, che cominciò nel 1628, anno in cui fu realizzata per volere di un feudatario, il Conte di Acerra. Probabilmente il nome “Carditello”  trasse origine da una sua peculiarità dell’epoca, ovvero dalla massiccia presenza del cardo mariano: parliamo di una pianta di aspetto simile al carciofo, tipica delle aree paludose, considerata infestante, ma dotata di forti proprietà antiossidanti. Infatti era utilizzato in varie ricette popolari e ancora oggi in alcune zone d’Italia è usato in zuppe e liquori. Successivamente si registrò una profonda svolta: nel 1744 Carlo di Borbone, in seguito all’opera di esproprio e acquisto di feudi, ottenne la tenuta, dando inizio a una serie di trasformazioni in termini  di impiego e di prestigio della struttura. Infatti, il sito divenne una delle Reali Delizie borboniche, cioè una delle residenze che offrivano una piacevole permanenza ai sovrani e alla corte, e fu riservata all’allevamento e alla valorizzazione di particolari specie di cavalli. Nacque così la Real Razza equina. Inoltre, i territori di Carditello, ricchi di fauna, permisero di sfruttare il luogo per l’attività venatoria, particolarmente apprezzata dai reali e dall’aristocrazia dell’epoca. In particolare era possibile cacciare i cinghiali, le lepri, i  cervi e le volpi. Il processo di sviluppo, avviato con Carlo, continuò con Ferdinando IV, che nel 1787 commissionò all’architetto Francesco Collecini, allievo di Vanvitelli, la costruzione della palazzina centrale, che avrebbe contenuto gli appartamenti reali.

La Reggia di Carditello - Foto di Lucia Russo

 Il contributo di Collecini però non si limitò a questo: egli realizzò per Carditello un progetto all’avanguardia, che permise la trasformazione della tenuta in un’azienda agricola di stampo sperimentale. Il prospetto comportò il raggruppamento delle stalle, scuderie, laboratori caseari, aree agricole e la costruzione di alloggi dei contadini, allevatori e casari, rendendo il Casino Reale uno snodo tra aristocrazia e popolo e tra diversi tipi di produzione. Infatti, nella tenuta si integrò l’allevamento di cavalli, bufali e vacche e la coltivazione della canapa, di cereali e lino alla lavorazione del formaggio e della mozzarella di bufala.  L’architetto fu affiancato nella direzione dei lavori di decorazione della Reggia di Carditello da Jakob Philipp Hackert, pittore tedesco, apprezzato dal sovrano per la sua capacità di riproduzione del reale, il quale si avvalse della collaborazione di molti artisti di corte, come Carlo Beccalli, Giuseppe Cammarano, Fedele Fischetti, Angelo e Carlo Brunelli. Il regno borbonico ha dunque rappresentato il periodo più florido per il Real Sito, a cui purtroppo sono susseguiti gli eventi più drammatici. Mi riferisco ai secoli di saccheggi, di abbandono, vandalismo e degrado, che hanno afflitto il connubio di arte, lavoro e natura, che esso rappresentava. Le sofferenze della Reale Tenuta ebbero inizio nel 1799, anno in cui fu proclamata la Repubblica Napoletana, in seguito all’occupazione francese: la reggia fu assaltata e occupata, subendo ingenti danni, come i furti e le devastazioni degli affreschi, arredi e opere d’arte. Successivamente con l’occupazione napoleonica, i sovrani borbonici si videro costretti a fuggire, cercando di trarre in salvo dalle varie residenze gli oggetti a cui tenevano maggiormente.

Da Carditello partirono quattro casse di tendaggi, arazzi, quadri e ornamenti in ottone e ciò che rimase fu sfregiato o saccheggiato. L’ondata di barbara devastazione si aggravò col brigantaggio dell’epoca post-unitaria: i furti ripresero con maggiore violenza e ad essere prelevati non furono solo suppellettili e arredi ma anche animali. Durante la Seconda guerra mondiale, la Reggia fu utilizzata dai soldati americani, che nel tempietto dorico incisero delle scritte per dichiarare la propria presenza.  Il declino angoscioso, dovuto all’ abbandono, alle aste, ai furti, alle infiltrazioni camorristiche e allo sversamento illegale di rifiuti, continuò imperterrito fino al 2013, quando messaggi di allarme e richieste di provvedimenti furono lanciati da Tommaso Cestrone, un pastore di quei territori divenuto poi volontario della protezione civile che, nonostante le minacce di morte, ripulì la Reggia dai rifiuti e dagli atti vandalici, conservando ciò che era rimasto.

 Il suo famoso motto “Carditello non deve morire”,  fu accolto da Massimo Bray, l’allora ministro dei Beni Culturali, che diede inizio ad un intenso intervento di recupero. L’opera di ripristino continuò incessante grazie all’azione congiunta del Ministero dei Beni Culturali, del comune di San Tammaro, dalla Regione Campania, confluiti nella Fondazione Real Sito di Carditello, e al supporto dei volontari di Agenda 21, ispirati dall’esempio di Cestrone. Recentemente dall’esperienza del volontariato è infine sorta la cooperativa sociale “Il Cardo”, alla quale la fondazione ha affidato una serie di servizi, tra cui le visite domenicali: grazie ai suoi operatori è possibile accedere agli appartamenti reali nella palazzina centrale e ricevere informazioni per tutto il percorso sull’evoluzione del sito, sulle curiosità storiche, sulle interpretazioni e le controversie degli affreschi, sulle iniziative presenti e future, aprendo così una finestra temporale sul passato e sul presente del Casino Reale. 

Grazie a questa collaborazione sinergica, la Reale Reggia di Carditello sta ottenendo il riscatto che merita, riportando a poco a poco alla luce la bellezza, sepolta sotto le macerie del degrado. L’arte, che permea questo posto, nonostante sia stata per troppo tempo offesa dalla mano di uomini indegni, pian piano torna a svelarsi, a lasciarsi ammirare e a destare stupore. Il Neoclassicismo domina incontrastato tutta la struttura con le sue forme sobrie e simmetriche e con i suoi richiami all’arte e alla mitologia greca e romana. L’equilibrata eleganza di questa corrente settecentesca rappresenta il trait d’union di tutte le residenze borboniche e non è un caso che, nel momento in cui si raggiunge la palazzina reale, si scorga subito una profonda somiglianza con la Reggia di Caserta. Seppur priva di eccessi, la facciata del corpo centrale appare maestosa e si distinguono sulla tettoia le panoplie, cioè il complesso delle parti di un’armatura o di armi, disposte a trofeo per ornamento, al di sopra dei quali primeggia la loggetta, ancora non aperta al pubblico, provvista di vetrate, grazie alle quali un giorno si potrà ammirare il panorama circostante. La natura a Carditello primeggia all’esterno ma anche all’interno della struttura: negli affreschi, salvati dal deterioramento, si distinguono svariati scorci paesaggistici, che valorizzano i soggetti pittorici, riconducibili ai personaggi dei miti classici o ai membri della dinastia borbonica.

Quando la visita si conclude, ciò che si imprime nell’animo è l’augurio di una definitiva rinascita: è indiscutibile che tutto ciò che si trova nel Real Sito di Carditello testimoni l’identità e la storia del popolo campano e ciò è sufficiente a gettare le basi per una profonda riflessione sulla capacità dell’essere umano di creare meraviglie, ma anche di distruggerle. Troppo spesso accade che i luoghi d’arte, come Carditello, diventino turpi scenari di decadenza, a causa dell’indifferenza o della disonestà dell’individuo e, nonostante tutto, il Real Sito ci tramanda con il suo esempio un messaggio di fiducia in quel cambiamento, capace di riesumare l’antico splendore, di rivalorizzare il patrimonio storico-artistico  e di risvegliare le coscienze dal torpore.

Marica Fiorito