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Il Borgo che non c’è

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«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.»

Italo Calvino, Le città invisibili.

"È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure"
"È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure"
"L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose"

È interessante notare come la mente umana, una volta chiusa nel recinto delle norme civili sanitarie, lasci spazio a un impeto di ribellione creativa che esula dalle forme congeniali del comunemente costruito. In termini di costruzione l’immaginazione è semplicemente la cosa più dolce che la natura ci ha donato, è il fondamento per ripartire oltre una costruzione imposta… è un atto di evasione/ribellione.

Rettangoli, quadrati, coni, cerchi, triangoli, forme geometriche costruite per creare ordine, un’“architettura spontanea”, un’esigenza di sorreggersi su ogni base, su ogni raggio: è sorprendente considerare come si possa essere architetti per un giorno!

"Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano..."
"Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano..."
"Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone"

Basta mettere a frutto il principio della Fantasia, e osservare come il vento, anche nel deserto, possa scolpire dolci dune dove l’ombra gioca con il sole. Anche la natura possiede la Fantasia, ne sono certo. La Fantasia ha permesso di cogliere il senso dell’armonia: molto spesso interi borghi sono incastonati come pietre preziose su anelli di granito o di tufo, lì splendono spesso dopo un lungo temporale con un corridoio arcobaleno che li sovrasta. 

Nei borghi vedremo persone restie a interloquire con i viandanti, ma dopo aver scoperto la meraviglia negli occhi degli osservatori, i nativi di queste lande si lanciano nell’apologia di gesta di questi spazi, dove storie d’amore si confondono con il gusto dei piatti della tradizione, e quel sentimento di abbandono che traspare dai loro volti diventa una forma di ribellione, riscoprendo l’orgoglio di un tempo che fu, quando nei  centri così nascosti v’era un senso di comunità, dove si improvvisavano teatrini, concertini e carnevali. Tutto vive dove c’è fantasia, ma questa ha bisogno di essere condivisa e nutrita. Le risposte che i territori ci danno sono il succo dell’abitare. Spesso nelle società dell’informazione il cibo di cui ci nutriamo è il servizio, le cose vicine… La vicinanza è il recinto, ma la fantasia spesso ha bisogno di infiniti da comprimere nel nostro cuore. Grandi città pochi spazi, piccoli borghi grandi spazi.

"Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo ad un dialogo"
"Non c'è linguaggio senza inganno"
"Non c'è linguaggio senza inganno"

Ogni borgo è fatto di leggende e di misteri, di signore con il fazzoletto ricamato sul capo prima di entrare in chiesa, da dispute su come far crescere meglio i pomodori tra i vecchietti orticoltori, dalle faide tra le famiglie per un amore che non doveva nascere o per quelli nati in clandestinità, dai ragazzi che corrono nelle grandi metropoli per aprire i loro orizzonti e quest’ultimi inselvatichiti o uniformati. 

I borghi nacquero per proteggersi dall’esterno, dall’altro, dalla paura hanno tratto l’elemento più bello quale può essere un castello, una chiesa dove rinchiudersi per proteggere l’anima, una terra da addomesticare lì dove salendo verso il cielo l’aria diventa sempre più rara e quindi anche il sostegno della terra. 

"Viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti"
Intaglio di Armando Lasso

Oggi c’è una riscoperta dei borghi, ma non una riscoperta del viverci, si corre il rischio di renderli luoghi vuoti, perché spopolati, angoli dove neanche i gatti possano sostare sui giacigli delle case, dove le storie sulle streghe e sui miti della foresta restino una storia antica non più narrata.

Se muore il borgo, muore un mondo, lasciando vivere un unico e comodo sogno. Se il primo è nato dalla paura, un desiderio così profondo, il secondo nasce dalla razionalità non per la vita ma per l’economia.

*Le didascalie sono citazioni tratte dal bellissimo libro “Le città invisibili” di Italo Calvino

Raccolta di San Gennaro

Asprinio poetico

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Il sapore delle tradizioni

Un po’ di storia. Durante il periodo della quarantena, l’anima, nella piena solitudine sanitaria e nella circoscritta visione delle solite mura, ha viaggiato come non mai alla ricerca di interessi inusuali, sfruttando i pochi spiragli dalle finestre. Un mondo si è disvelato sui bordi della città, un passato coriaceo, come gli antichi racconti dei nonni, perché l’Agro aversano era terra di contadini, demiurghi di pedologie paludose e vulcaniche, punti d’incontro d’opposte forze telluriche. L’agricoltore ha da sempre dovuto mediare il fuoco degli effluvi magmatici e l’irruento fiume Clanio distribuiva limosi doni, ma anche devastazioni e acquitrini diffusori di malaria. Dopo le bonifiche del tempo (Regi lagni), queste terre hanno custodito un raro gioiello enologico, un unicum, un vitigno da cui si produce un “piccolo grande vino”, come ci ricorda un vero custode della memoria enologica, Mario Soldati. Al di là delle varie ipotesi sulle origini di questo ancestrale vitigno, una conferma potrebbe derivare proprio dalla tecnica di coltivazione, quella dell’Alberata aversana (per propaggine e a piede franco, possibile grazie alla natura del suolo prevalentemente vulcanico/sabbioso che ha reso quasi impossibile la vita alla filossera, afide che ha devastato il modo viticolo europeo per anni, sconfitta solo grazie alla tecnica del portinnesto su viti americane), sistema di allevamento  che rimanda ad un’origine etrusca. Gli Etruschi erano soliti coltivare con tutori vivi la vite, cosa che del resto accadeva con il promiscuo nel Chianti in Toscana e in Emilia per i Lambruschi (territori della civiltà etrusca) prima dell’impostazione contemporanea della produzione enologica di impronta francese.

La muraglia
La muraglia
Festoni
Festoni

L’Asprinio ha una simbologia romantica; infatti, si marita (vite maritata) con alberi di olmo e pioppo raggiungendo altezze di venti metri. In questo modo la terra si congiunge con il cielo, e i contadini coltivandola percorrono una ascesa mistica dove la fatica e il pericolo sono elementi della briosità del prodotto, perché per coltivare questa rara uva sono necessarie passione e follia. Un’altra notizia in merito è quella che vede una comunanza genetica con il più rinomato Greco di Tufo irpino. Infatti, l’Asprinio fu portato in Irpinia dalla famiglia Tufo aversana, che in epoca angioina divenne feudataria della solforosa Tufo (AV). Inoltre, gli studi genetici sui biotipi dei due areali, condotti dalla Facoltà di Agraria di Portici della Federico II, avvalorano tale ipotesi.  Un altro particolare per quanto riguarda la tecnica di allevamento delle alberate, presenti prevalentemente nella zona territoriale, denominata Agro aversano, è quello rinvenuto in una raffigurazione pittorica nel bellissimo Real sito di Carditello: esso fu fiore all’occhiello per la zootecnia e la sperimentazione agricola durante il regno dei Borboni. Sulle pareti, sono raffigurate scene dove le viti vengono coltivate con l’ausilio degli alberi, ma la particolarità è che l’uva raffigurata è di colore nero… Ogni simbolo rimanda alla ricerca, questa terra si fonda sull’unicità, che non è frutto sempre della razionalità. La terra ha permesso una graduale sostituzione, quasi scomparsa, di tale particolarità, per rispondere in maggior modo alle esigenze del mercato e alla quantità. Ciò è avvenuto a discapito della qualità di questo raro gioiello, che durante il boom economico divenne uvaggio da taglio per famosi spumanti che inondarono le tavole italiane; d’altro canto i contadini, da eroi romantici, divennero conferitori e la magia andò ben presto affievolendosi.

Ascesi
Ascesi
Uva d'Asprinio di Alberata
Uva d'Asprinio di Alberata
Vite maritata in primavera
Vite maritata in primavera

Esperienze. Durante l’allentamento delle misure anti-covid, la curiosità, implementata dalla cattività sanitaria, ha nutrito il desiderio di toccare con mano questa antica storia. L’esigenza è stata quella di conoscere il mondo di chi per secoli ha coltivato questa terra e custodisce le antiche pratiche e leggende. Ad Aversa, ai margini della urbanizzata città, dove il verde respira con le sue sfumature, resistono ancora strade di campagna in terra battuta, dove è possibile conoscere dinastie di agricoltori custodi, e chi se non i borgonauti potevano spingersi in una conoscenza dell’oblio? In queste passeggiate abbiamo avuto l’onore di dialogare con il signor Angelino, che con grande passione ci ha informato di come le alberate non possano essere conosciute senza emozioni, perché la loro esistenza è frutto di scelte irrazionali. Con lui abbiamo appreso molte cose, e soprattutto “colto” quanto gli agricoltori abbiano una simbiosi profonda con la terra, e come i poeti e gli agricoltori possano scegliere tra due metriche, quelle classiche, sorrette dalla razionalità, o il verso libero spinto dall’inspiegabile dolore/passione che da sempre rende insaziabile l’uomo alla ricerca di un’anima insondabile: in questo caso l’agricoltore è poeta. Durante questi dialoghi primaverili/autunnali, quasi platonici, perché l’alberata è un’idea applicata alla realtà, la terra respirava libera dalla pressione idrocarburica e antropica. Abbiamo sentito originariamente il profumo dei fiori, del cardo e di pesco rosa, ammirato il dischiudersi dei fiori di melo d’annurca candidi, il nascondersi dei delicati ciliegi. La campagna era una tavolozza di colori e odori di cui non avevamo mai fruito nella sua integrità.

Il cardo
Il cardo
Campo di cardi
Campo di cardi

Ritornando all’Asprinio il sig. Angelino ci ha dato appuntamento per la vendemmia che quest’anno si è tenuta nel giorno di San Gennaro, perché è solo nella vendemmia e nella potatura che si può comprendere che gli eroici agricoltori non vivono solo nelle rinomante zone vitivinicole, tra terrazzamenti e quote temerarie, ma anche in un lembo di terra che galleggia sulle acque salmastre, alluvionali e marine, e resiste contro l’ignoranza dell’inquinamento. Gli agricoltori dell’Agro aversano con le loro maestose alberate sono gli unici che hanno avuto l’ardire di coltivare il cielo, con filari alti venti metri una rara stirpe d’uomini ragno capaci di tessere tralci e raccogliere i frutti.

Il sentiero dei nidi di ragno
Il sentiero dei nidi di ragno
Fratelli Angelino
Fratelli Angelino
Un fratello Angelino
Un fratello Angelino

Uve che fluttuano tra sole e ombra e che indiscutibilmente conservano elementi chimici e magici come il profumo di agrumi e l’acidità magmatica esaltata nelle grotte di tufo, dove viene conservato il vino, grotte scavate da abili scalpellini. È giusto ricordare come i contadini fossero anche abili vinificatori stregoni delle grotte, che sapevano rendere il vino particolare semplicemente con il gioco delle lune e fossero conoscitori arcaici e profondi delle costellazioni zuccherine che rendono il vino un’anima duplice, ferma o spumantizzata.

Tra un’ascesa e discesa dalle alberate dei vendemmiatori, siamo riusciti a raccogliere esperienze e ricordi, perché l’agricoltore imprime alla terra ciò che custodisce dentro. Il sig. Angelino discende da una grande famiglia di agricoltori, che da anni coltiva con devozione i rispettivi moggi di terra. Egli ci ha raccontato della sua prima vendemmia a 13 anni e fu… una vera e propria impresa… un rito di iniziazione.

Il peso della terra
Il peso della terra

I nostri ingegnosi agricoltori, infatti, posseggono uno scalillo (scala) di castagno costruito a misura altissima e stretta, particolarmente pesante da alzare e trasportare, sulla quale si inerpicano grazie a dei pioli molto resistenti tali da sorreggere le fascine (contenitori di vimini di forma triangolare con la parte terminale appuntita che facilmente si configgeva nel terreno), nelle quali veniva raccolta l’uva prima di farla discendere verso terra con una corda. Il meccanismo è semplice ma ingegnoso. Di fatto, nel momento della discesa del prodotto verso il suolo sono soliti usare delle foglie di vite tra le mani per evitare che la corda possa tagliarle con l’attrito.

Scalillo
Scalillo
Posizionamento scalillo
Posizionamento scalillo
Sulla vetta
Sulla vetta

Queste scale hanno anche un costo elevato, perché la loro costruzione – date le altezze da raggiungere e il peso da sopportare – devono essere strumenti di alta precisione e qualità, di cui solo pochi artigiani ne conservano l’arte. Un altro elemento interessante è la pratica (ancora rispettata dalla famiglia Angelino) che avviene durante il periodo della potatura, quando la pianta, una volta recisa, piange la linfa e gli agricoltori sono soliti bere del vino accovacciandosi ai piedi dei fusti delle piante, che con la loro vorticosa crescita sembrano ballare un tango plastico e passionale. I contadini chiedono perdono, cercando di dimenticare il dolore arrecato alle piante, portatrici invece di un prodotto di felicità come il vino.

La danza plastica
La danza plastica

L’Asprinio, come i borghi dimenticati, è un vitigno che rischia di essere abbandonato, non solo perché è molto costoso da allevare, ma anche perché non sempre compreso dalla platea degli amanti dei vini così spesso conforme a criteri standard di degustazione stereotipati. Non è un vitigno razionale, ma immediato. Con la sua fresca nota acidula rifiuta l’equilibrio e sa esaltare i sapori e placarne la persistenza. È un particolare modo di esprimere il mondo, un verso libero e dissetante. Curiosa è la mitologia etrusca che parla del dio Flufluns (Dioniso e Bacco, per i greci e i romani) figlio della dea Semia (Semele grc.) che essendo andato a caccia si fermò sotto la frescura di un pioppo e vedendolo solo e indifeso dal sole, decise di lasciare un tralcio di vite come ringraziamento. Nel tempo la pianta di pioppo si accorse che quel dono era ciò che di meglio potesse desiderare poiché da una parte i frutti della vite, che si inerpicò sulle altre piante, assorbivano nei periodi caldi i raggi del sole divenendo di colore dorato, dall’altra la solitudine divenne un lontano ricordo.

La scalata
La scalata
A un passo dal cielo
A un passo dal cielo
Groviglio enoico
Groviglio enoico
Castello Prata Sannita

Rocce e rivoli di oblio a Prata Sannita

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Geostoria. Prata è nascosta tra le serrate montagne del Matese: tra quelle propaggini una stirpe antica di guerrieri, i Sanniti, fece assaporare con pietre e lance − si narra che il pilum fosse stato abilmente copiato e migliorato dai romani, ma che in origine fosse un’arma sannita − le prime sconfitte all’emergente potenza romana. I Pentri, tribù sannita, furono i primi grandi guerriglieri della storia, e il Muro delle fate è una testimonianza della loro natura bellicosa.

Prata Sannita (Prat-orum toponimo che compare per la prima volta nel Chronicon vulturnense, conservato nel Vaticano ma scritto a San Vincenzo al Voltuno nel vicino Molise) s’arrampica su d’una collina, sulla cui cima a ferire il cielo c’è il magnifico Castello Pandone; quest’ultimo testimonia l’importanza strategica del luogo. Prata, nata in origine nella parte pianeggiante (Prata piana), a causa dei saccheggi saraceni (860 d.C.) che devastarono le terre sulle sponde del Volturno, venne edificata dai Longobardi, che decisero di arroccarsi incastellandosi sulla collina alta 333 m.s.l.m.

 In seguito, fu dominio: normanno dei Drengot della contea di Alife provenienti da Aversa, e dei Sanframondi, infine dei Pandone durante il reame aragonese… le prossime notizie le coglierete leggendo.

Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Fiume Lete
Fiume Lete

Impressione. Appena scorgi Prata comprendi che la sua ossatura urbana è di pietra, così lontana dalla civiltà del tufo tipica della Campania Felix. Il suo apparire riflette il sole, come l’acqua leggendaria su cui questi posti galleggiano come navi. Qui il fiume Lete richiama il mito e pensieri profondi di una tale limpidezza da ossigenare le astruse costruzioni di un mondo così confuso. Questo scorrere millenario ha lasciato un ciottolo levigato nella mia mente, una ricostruzione etimologica: Aletheia (ἀλήθεια) in greco antico è traducibile “come lo stato del non essere nascosto”, il fiume Lete (Λήθη) attraverso il mito è per noi tutti il fiume dell’oblio.

Questo meditare mi ha ancor di più mostrato come la Campania sia sempre pronta, a causa della sua natura mitica, a parlare della sua storia tramite sirene, sibille, titani… di correre il rischio della dimenticanza. C’è troppo da ricordare, meglio l’oblio… La Campania tutta, dal Tirreno all’Appennino, può essere narrata solo abbandonando per un po’ la ragione, solo così si sfiora la sua anima.

Prata si costruì verticalmente, forse per proteggersi dai pericoli leggendari del Lete e cercò anche di crearsi una via di fuga con il ponte che collega il mondo di pietra e quello di acqua. La Prata di cui ci incuriosimmo fu quella protetta dal mantello calcareo che è il suo abitato, abbellita dagli orti colorati con gli aranciati fiori di zucca, dalle sfumature di verde dei suoi alberi e dai primi pomodori sfumati di rosso.

Il letto del Fiume
Il letto del Fiume
Orti colorati
Orti colorati

L’arrivo. Mentre eravamo intenti a liberarci dall’arsura grazie al gorgoglio e ai rivoli ipnotici del Lete, Flora decise di chiamare il Presidente della Pro Loco Di Prata, il sig. Mario che ci diede appuntamento vicino al Ponte di origine romana verso le 15.00. Nel frattempo, seguendo il corso del mitico fiume arrivammo al vecchio Mulino in pietra, alimentato in passato dalle sue acque. Le suggestioni iniziarono a fiorire nella mente: immaginai che farina sarebbe stata quella prodotta con l’acqua del fiume dell’oblio e col grano duro più della stessa pietra matesina, coltivato su quelle spianate e terrazzamenti… Pane e oblio, alimenti per sopravvivere nei luoghi duri ed eroici dell’Appennino. Dalle alture nascono sempre prodotti densi di sapori, come i formaggi eccezionali e l’olio, ma anche il mais della varietà tonda con il quale si produce una ottima farina di polenta con la quale si cucinano piatti impensabili per la cucina campana mediterranea. Dopo esserci ristorati, andammo all’appuntamento.

 

Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dal ponte
Prata Inferiore vista dal ponte
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino

Lì attendeva Mario, che ci venne incontro sorridente, nonostante fosse claudicante per via di una operazione recente al menisco e fossero più di trenta i gradi che illuminavano il luogo pattuito per l’incontro. Da questo momento, senza aver ancor visto il borgo, se non da lontano, stimai ancor di più questo uomo, il quale per dare un’opportunità ai visitatori di apprezzarlo, aveva lasciato tutti i timori a casa, dedicandosi completamente a Prata, anzi… dedicandosi anche alla moglie. Maria fu la sua spalla, energica e simpaticissima, donna di origini statunitensi, ma ancor di più pratesi, che subito ci fece sorridere con le sue battute e ci rimproverò della nostra incoscienza borgonautica, che scioccamente, invece di spingerci a bagnarci nei flutti marini, portò ad arrampicarci con quelle temperature sullo specchio di sasso che è il Matese. Maria ci descrisse la preparazione di uno dei piatti tipici, il Frattocchio, fatto con la polenta fredda e la minestra…

Schizzo del ponte sul Lete
Schizzo del ponte sul Lete
Antico mulino
Antico mulino

L’esplorazione. Prima tappa del percorso scelto dalle nostre guide fu il Convento di San Francesco. L’architettura, ci spiegò Mario, è di origine romanica con interventi barocchi, ma purtroppo è chiuso, come i misteri più profondi del cristianesimo stesso e che solo con la fede vi si può giungere.

 La seconda tappa del percorso fu la piazza principale nella parte di Prata Superiore, nata intorno alla fine del ‘500, dove domina la Parrocchia di San Pancrazio, nata per sostituire quella ancor più antica che sorgeva a 1000 piedi dall’attuale e nella quale sono riutilizzati elementi della più antica parrocchia risalente al 700 d.C, come il portale laterale di epoca longobarda raffigurante Cristo, arricchito con motivi geometrici e floreali, e dalle tre teste di leone poste nella parte alta della facciata. Interessante è l’appellativo di questo giovane martire: è uno dei santi di ghiaccio, dicitura risalente a una credenza contadina che vedeva nel giorno del 12 maggio (festa patronale) un brusco raffreddamento del clima, giorno che apriva in modo definitivo al caldo dell’estate sostituendosi alle bizzarrie e ai tepori primaverili. Per gli appassionati dei misteri medievali una ricostruzione storica vede sul portale di accesso in pietra un’edicola, avente ai lati le immagini di due soli sfolgoranti riconducibili ai Cavalieri Templari del Santo Sepolcro…

Convento di San Francesco
Convento di San Francesco
Parrocchia di San Pancrazio
Parrocchia di San Pancrazio

La bella passeggiata dalla piazza proseguì per le strade di Prata superiore dove avemmo il piacere di incontrare un bravissimo ceramista, nonché profondo conoscitore di Prata, il sig. Santillo Martinelli che ci accolse nella sua variopinta bottega e a ogni colore smaltato, richiamò un tassello del mosaico storico di Prata, spiegandoci come tra queste stradine la storia non avesse mai smesso di scorrere: infatti, anche da un punto di vista archeologico, Prata è una chicca! Per tale esigenza, in questo borgo è stata istituita una vivacissima e colta associazione, il Gruppo Archeologico di Prata Sannita, che tanti studi di pregio ha condotto a livello locale, lavori che abbracciano la preistoria fino all’archeologia industriale, ma anche il restauro di alcune opere di pregio. 

Tra ceramiche e archeologia
Tra ceramiche e archeologia

Prima di ritornare al parcheggio scambiammo delle piacevoli chiacchiere con due arzille signore, amabili scrutartici dagli occhi vispi. Le simpatiche donne rocciose nella lucidità, subito ci tempestarono di domande, ci spiegarono come il loro nome, Maria, fosse dedicato alla S.S Maria di Prata, che è cosa diversa da tutte le altre Maria… e ci salutarono con la frase “che a Maronn e Prata v’accumpagn”…

La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
Le strade bianche
Le strade bianche

Arrivati al parcheggio per partire verso una nuova tappa, Mario ci incitò a seguirlo per andare a vedere qualcosa di sacro e allo stesso tempo profano, dove l’uomo sfida la montagna e la sua linfa…ancora acqua e pietra. Seguimmo la sua auto bianca mentre si gettava con una certa velocità – lontana dagli standard di guida di gente proveniente dalle tempeste urbane – in una strada sterrata. Eravamo entrati in una strada bianca – penso alla archeologia – ricca di polvere e meno insidiosa dei crateri stradali delle città della Pianura campana; Mario aiutato dalla polvere bianca e dal colore della sua auto si mimetizzò da buon sannita, ma lo raggiungemmo perché ci orientammo grazie alle argentee foglie degli ulivi che delimitavano la strada. Antonella aveva lavato la macchina da qualche giorno, prontamente ricevetti uno schiaffo dolce almeno quanto le botte date con la sua macchina quel giorno.

Mario si fermò vicino a una edicola votiva in onore di Sant’Antonio da Padova con la rispettiva statua che ha del miracoloso. Infatti, è stata piangente: è per questo miracolo che San Pancrazio, nel cuore dei pratesi, ha ceduto il posto al padovano che in quella statua ha ancora racchiuso mito e acqua. Dopo aver goduto del panorama che dà su una gola ripida e un paesaggio mozzafiato, tappa seguente fu la centrale idroelettrica dismessa sulla Grotta del Cavuto costruita nel 1946 e funzionante fino agli anni ’60. Mario, scendendo dalla macchina, ci portò alla scoperta di questo sito di archeologia industriale: tra stradine ripopolate da piante fiorite di giallo e viola, sentimmo il piacere dell’avventura, il profumo della menta selvatica… Mario mi sembrò un brigante alla macchia e dimenticai ben presto che avesse subito un intervento al menisco.

Sant'Antonio da Padova
Sant'Antonio da Padova

Tra il cemento e il ferro, e le scritte rupestri di giovani innamorati o contestatori politici, capii che il mito sa essere più forte di tutto, e che l’uomo col suo contenere le acque, i boschi, non ha vinto… ha plasmato se non in modo temporaneo quello che è il mito. Tutto ritorna perché il Lete è il fiume dell’oblio e ha dimenticato ben presto ciò che l’uomo ha imprigionato… il suo sbarramento è un ricordo passato, adesso scorre dimenticando. Il mito non è altro che un modo diverso di dire tutto, cambiando nome recupera sempre lo stesso mistero rimescolandolo.

Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Borgonauti & Friends
Borgonauti & Friends
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino

Ultima tappa fu il borgo medievale che ammirammo già dal fiume e che adesso dovevamo invadere. Appena arrivammo nel parcheggio del Castello, ahimè chiuso al pubblico quel giorno, mi emozionai nel vedere tutto quel miscuglio di lastre di calcare, tagliate in modo da costruire ardite fortificazioni e case forate in pietra, legate con malta e acqua, edificate  l’una sull’altra in modo da sostenersi fondamenta su fondamenta, dalle quali sgorgavano piante spontanee di cappero, con i loro bellissimi e profumati fiori, di colore avorio e viola. Questa è la bellezza dei luoghi calcarei e carsici: se è vero che dal letame nascono i fiori, dalle pietre nascono i borghi. Arrivati alla porta di San Giovanni che affianca il Castello con il suo apparire angioino, e con i suoi simboli templari ben custoditi, scendemmo per il borgo tra strade strette e sconnesse. Lì ci imbattemmo in una dolce signora dal corpo esile e impaurita, in un primo momento molto diffidente. Per avere delle dritte sulle storie popolari del posto chiedemmo delle Janare: ella dopo un po’e con molta reticenza, accennò di queste donne conoscitrici dei misteri della natura e dei malefici… ci aggiornò che non era più epoca delle Janare; erano scomparse, infatti nessuno più lega le trecce dei cavalli nella notte, né recita formule per propiziare amori e incantamenti…ma qualche lupanaro ancora era impresso nella memoria dei pratesi.

Torre in fiore
Torre in fiore
Pietra e capperi
Pietra e capperi

Di tutto ciò parlammo vicino alla chiesa più importante di Prata, almeno per le Marie, la custode della divinità femminile del luogo S.S Maria di Prata: la Madonna della montagna è custodita nella Chiesa di S.Maria delle Grazie, quest’ultima nata dopo la distruzione della Chiesa di San Giovanni, ma che malgrado sia databile intorno al Cinquecento, possiede alcuni particolari romanici come il portale con un fregio longobardo.

Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Scendemmo ancora per il borgo, incontrando gente meravigliosa. Una dolce signora sul balconcino di casa accudiva i suoi gerani di vari colori e ci salutò scambiando qualche battuta. Giunti nella piazza del borgo medievale ci acquartierammo con gli abitanti del posto, che tra domande e battute ci mostrarono il lavatoio e il calore della gente dell’oblio.

Borgonauti alla scoperta
Borgonauti alla scoperta
Il calore della gente dell'oblio
Il calore della gente dell'oblio

Prata, con la sua misteriosa luce, ci aveva lasciati nella dimenticanza di avere un posto in cui tornare. Sulla strada del ritorno, nella macchina impolverata, vidi Carla felice, i suoi occhi stanchi di bellezza coperti dai capelli mossi dal vento. Al suo fianco sedeva Paolo, un piccolo borgonauta che ancora faceva domande sui posti visitati, sui monti e sulle storie delle streghe…Capii che aveva un senso tutto questo e che al mondo del cemento e della memoria virtuale sopravvive un mondo fatto di pietra che lotta contro l’oblio.

Scorcio del borgo
Scorcio del borgo
Le case del tempo
Le case del tempo

Capua è una bella donna

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Casilinum, porto fluviale dell’antichissima Capua (IX sec. a. C. – Santa Maria Capua Vetere) è protetto dal geloso fiume Volturno, l’antico e irruento fiume che deve il suo nome a una dea etrusca, Voltumna, la portatrice del vento di scirocco; ed è sorvegliato dal monte Tifata, lì dove il geniale Annibale sacrificò alla dea Diana tifatina un elefante per propiziare la guerra contro l’Urbe. Ebbene, a sconfiggere il cartaginese furono proprio quelle messi, che con la loro abbondanza rammollirono la grandiosa macchina bellica africana.

Appena vedi Capua capisci che la sua essenza è femminile: già la sagoma lo è, con le meravigliose cupole che invadono lo sguardo sia provenendo da Aversa che da Treflisco. È una donna misteriosa, piena di angoli mai pienamente compresi, ed è per questo che continuo a corteggiarla, cercandone la strada più intima. Il suo tessuto urbano, che si mostra lineare e chiaro, ti porta a dubitare sempre se quella strada sia stata già percorsa, in uno smarrimento tra bellezza, complessità… silenzi.

In realtà, la Campania stessa è un mondo femminile e Capua n’è la figlia prediletta e dimenticata, ha il profumo fluviale della fertilità limosa, nonostante sia violentata dalle vicende umane (fin) troppo umane, sotto i bracieri dell’ignoranza e dei roghi dei soldi facili; è una terra che di notte è piena di fiamme e odori innaturali, infernali, eppure al risveglio ti riconquista sempre (nonostante l’incubo).

L’attuale Capua è figlia del Fiume, il più grande e lungo del Sud, che l’abbraccia su d’un fianco e la protegge dal nord: pertanto, gli uomini, per non essere meno galanti e gelosi, l’hanno collegata e corteggiata con due antiche strade, l’Appia (Regina viarum) e la Casilina… forse per raggiungerla celermente o per amarla di sfuggita o semplicemente per ritornarci sempre. Essa ha il dono di essere l’ombelico dell’Italia intera.

Fiume Volturno

Capua è emozionante… mio padre vi ha lavorato per anni portandomi a visitarla nei pomeriggi dopo il lavoro, spiegandomi quanta storia potesse essere racchiusa in un rettangolo; mio padre sapeva rendere la storia geometrica e la geometria carica di bellezza. Ricca di monumenti e vicoli misteriosi, la città ha una composta consistenza di mito, sogno e luce… ma è l’ombra il suo sfondo! Capua fu Principato longobardo (Landone, i Pandolfo) conquistata dai vicini normanni della contea di Aversa (Riccardo I) e inglobata nel primo grande regno d’Italia, quello normanno degli Altavilla: qui venne incoronato Federico I d’Aragona, fu la città dell’impavido Ettore Fieramosca, del grande Pier delle Vigne, venne offesa col saccheggio dal Borgia, protetta con le sublimi fortificazioni prima normanno-sveve (Torri di Federico II, Castello delle Pietre) e poi asburgico-spagnole (Castello di Carlo V con fortificazioni spettacolari)… quanta storia vive in questa sonnacchiosa città. È l’antica città del Placito capuano e di Pulcinella, quest’ultimo simpatico oggetto di sfida con l’altra città di origine etrusca, Acerra, per la nascita della maschera più complessa d’Italia e con l’osca Atella… ma è qui che rivive ogni anno il più antico Carnevale della Campania.

La scelta di scoprire Capua avvenne sempre nelle famigerate discussioni nella scuola della provincia napoletana, tra una chiacchiera, un panino, e un’insalata di patate, durante la pausa-pranzo nella quale nasce il sogno borgonauta, quello di renderci visitatori particolari di luoghi e di comunità, ricamatori di legami spezzati, contro il pregiudizio che i posti più belli siano solo quelli già resi noti dall’industria del turismo o delle sagre. Dopo aver combattuto con Flora per chi dovesse parlare di più, litigato con Carla per chi dovesse mangiare l’ultimo cioccolatino, aver visto l’insofferenza di Marica col suo sbattere di ciglia, parlato con Daniela delle doti enologiche del padre, dialogato con Giuseppe sulle potenzialità culinarie della Pianura campana, parlato di essenze della meraviglia con Ilaria e collegato Pier delle Vigne sia con il padre di Daniela che con la passione di Delia per i versi del divin poeta… decidemmo! E Capua fu.

Borgonauti e amici

Questa città è un concentrato di monumenti di fattura pregevole, è un turbinio di epoche. Scegliemmo di seguire il percorso che ci avrebbe portato alla scoperta dell’anima longobarda della città e fummo fortunati, nonostante il tempo birichino e lunatico; avemmo la possibilità di essere guidati dai due angeli-guida (Pro loco e Touring club) di Capua che vennero in nostro soccorso con tutta la simpatia e professionalità di chi sa amare la propria storia… fu una scoperta incredibile!

I Longobardi, misterioso popolo proveniente dalla Pannonia, portarono non solo il famigerato Caciocavallo e la Podolica (antica razza bovina che sopravvive in alcune zone del Sud Italia dal Molise alla Calabria) – alcuni sostengono anche le bufale – ma anche un culto molto particolare, quello del dio guerriero Odino che furbamente, per esigenze di conversione al cristianesimo dopo un originario paganesimo, collegarono all’Arcangelo Michele il paladino di Dio. Il culto micaelico di origine bizantina divenne forte coesione nel Sud Italia per il popolo germanico, che disseminò santuari, dedicati al Principe degli angeli, nelle grotte e sulle vette dei monti, ma anche nelle loro città principali tra cui Capua. Tutto torna: Michele era il nome di mio padre, anche lui mi sta guidando in questa riscoperta!

Grazie alle guide riuscimmo a vedere alcune delle chiese longobarde che difficilmente avremmo trovato aperte: infatti sarebbe sempre consigliabile contattare le associazioni operanti in città, perché Capua è difficile da visitare, è donna!

Partendo da Piazza dei Giudici, anch’essa magnifica con il Palazzo del Governatore (particolari degni di nota sono le teste di spoglio incastonate, prelevate dall’Anfiteatro di Capua antica, S.P.Q.C) e il Palazzo della Gran Guardia (Bivach) sede della Pro loco, ci addentrammo alla scoperta, dopo esserci proiettati su un’ottima cartina fornitaci da uno degli angeli delle visite il quale ci annunciò la meraviglia, pillole di mondi incredibili, pochi elementi che portano alla grandezza passata di questo luogo, tramite un itinerario alto-medievale, culminato nell’altezza scenografica del barocco. Un imprevisto ci colse: incontrammo un nobile saggio innamorato della sua città, che con la dolcezza di chi l’ha amata da anni ne descriveva l’eternità, con cui, rincalzato dalle mie impertinenti domande campanilistiche, nacque un duello all’ultimo sangue tra Aversa e Capua… ma a vincere questa volta fu la consapevolezza che in pochi chilometri si racchiude un patrimonio artistico sublime, purtroppo fruito in modo superficiale. Quel simpatico vecchietto ci ha insegnato tanto, perché ci ha mostrato quell’amore che spesso dimentichiamo per i nostri luoghi, città, borghi, frazioni ecc.

Giuseppe della Pro loco
Il duello

Arrivati alla prima Chiesa di San Salvatore a Corte (X sec. d.C.), sede del Touring club, ci attende Mario, uno degli angeli, che subito ci mostra i tratti salienti di questa bellissima struttura con le particolarità longobarde, come le colonne semincassate e i capitelli del portico (nartece), elementi che avremmo ritrovato nella seconda delle chiese denominate a “corte”, ma anche due bassorilievi raffiguranti un leone e due grifoni. La chiesa è composta da tre navate e da un bellissimo campanile romanico. Un’altra nota caratteristica è che per accedervi si scende tramite una pedana: infatti la chiesa si trova sotto il livello stradale, perché vi furono innumerevoli modifiche già in epoca normanno-sveva. Si narra che questa fosse una cappella privata dove Adelgrima dopo la morte di suo marito, il barbuto gastaldo Landenolfo, ricordasse e pregasse per l’anima guerriera del marito, scegliendo tra Odino e il Valhalla San Michele e il Paradiso….

Colonna semincassata
Chiesa di San Salvatore a Corte

Dopo queste leggere interpretazioni, del tutto fantasiose e arbitrarie, con il prode Mario partimmo verso la seconda chiesa ad curtim quella di San Michele (X sec. d.C.); arrivati sul posto, appena i giri della chiave avevano terminato il tintinnio e una goccia di pioggia era caduta sul vetro degli occhiali, ecco una vocina antica che ci richiama sulle scale… Era ancora il simpatico vecchietto che aggiungeva ai precedenti racconti altre strepitose gesta del popolo capuano, dal campo artistico a quello militare, soffermandosi anche su quello culinario, citandoci il famoso carciofo Capuanello  e l’oliva Corniola coltivata nei pressi del Tifata, che aveva la forma dei corni suonati dagli uomini del nord nell’adunata per invadere queste fertili pianure. Sopraggiunse la telefonata della moglie del nostro simpatico capuano, a cui la donna ricordò che era pronto e lo attendevano per il pranzo domenicale.

Finalmente entrammo: San Michele era lì di fronte a noi, elegante e fiero mentre schiaccia il serpente che divide. La sua luce ci mostrava come ci fosse un luogo buio non solo nella guerra celeste, ma anche in questa bella chiesetta; essa infatti è dotata di una cripta a cui si accede da due scale simmetriche posizionate a ridosso dell’abside. La cripta con la sua umidità storica è interessante anche per le tipiche colonne. La cappella denota per di più una forte influenza bizantina, non solo per il culto dell’Arcangelo, ma soprattutto per gli eleganti capitelli sempre di fattura longobarda. Anche questa chiesa era in origine una cappella privata, quella dei Principi di Capua e, probabilmente, era direttamente collegata al Palazzo della residenza principesca con un cavalcavia. Purtroppo, non riuscimmo a vedere la terza delle chiese ad curtim, quella di San Giovanni.

Chiesa di San Michele a Corte
Quis ut Deus?
La vocina antica
Capitello longobardo

Ebbene, Mario aveva l’asso nella manica: ci portò nella Chiesa dei Santi Rufo e Carponio, d’impianto longobardo, che fu edificata nel 1053 e poi ristrutturata in epoca romancia dopo la concessione ai benedettini di Montecassino. Caratteristiche peculiari sono l’abside che chiude la navata centrale con un arco trionfale e presenta nella struttura sedici nicchie, ricavate nel 1646 per custodire le reliquie dei Santi ritrovate sotto l’altare maggiore. Suggestive anche le belle colonne di spoglio, ma ancor di più il sarcofago di epoca romana posto come altare della struttura.

Un’altra chiesetta dimenticata, sempre di origine longobarda, completamente infestata dall’odore acre dell’urina, ma anche dalla solitudine, è quella di Sant’Angelo in Audoladis, sempre chiusa, ma eccezionalmente fascinosa… gli Audoladi la fondarono dedicandola a San Michele, come riporta un’iscrizione del portale: anche qui emerge il contributo dei materiali di origine romana come ottimi strumenti di riutilizzo… il passato ha sempre sostenuto l’incerto futuro.

Chiesa dei Santi Rufo e Carponio
Sant’Angelo in Audoladis (Foto di Laura Autiero)

Questa fu l’ultima tappa sotto la supervisione di Mario, che ringraziamo in modo particolare per la pazienza e per le dritte che ci ha concesso! Ad attenderci di nuovo nella Piazza dei Giudici c’era il nostro precursore e cartografo, Giuseppe Netti, membro della Pro loco, il quale attento cultore e appassionato del barocco napoletano ci aveva dato appuntamento verso mezzogiorno. Ci regalò una bellissima chicca e sinceramente era la prima volta che avevo piacere di visitare una tale gioiello: la Chiesa della Carità (1697). Di impianto prevalentemente settecentesco, appena entrati, la luce del barocco lasciò ben presto lo spazio al buio della scala a chioccia che portava sul terrazzo, imprevisto… alla fine della scala era presente una campana che portò quasi tutti a farsi una foto o a volerla suonare…

Appena raggiunta la vetta notammo, dopo le indicazioni sublimi di Giuseppe, il tiburio che accoglie la cupola che è davvero qualcosa di particolarissimo, ma che soprattutto ci guidò da lì nello spettacolo di Capua vista dalla tribuna principale non pagante… una bellezza eterna, feconda. Era tutto lì alla portata del nostro sguardo, il Tifata, la bellissima Annunziata, il Castello delle Pietre normanno con i suoi merli ghibellini ma non medievali… il Duomo in cui riposa un Cristo sempre nella madre terra… le decine di cupole morbide come la prospera Mater Matuta… e ancora Mario che non ci ha mai abbandonato!

Veduta del Monte Tifata
Veduta della Chiesa di Sant'Eligio (Foto di Laura Autiero)
Giuseppe e Mario, le nostre guide
Veduta del Castello delle Pietre
Campana della Chiesa della Carità

Lo spettacolo era lì e fummo spettatori privilegiati almeno per un giorno. Perché rendere così silenzioso un posto come questo, dove la vita sarebbe sostenuta dalla bellezza? Mi ricordo quando con Carla una sera d’estate, mentre passeggiavamo per le misteriose strade di Capua, chiedemmo un consiglio culinario al Sig. Gennaro e, dopo averlo ricevuto, domandammo perché Capua fosse così silenziosamente dimenticata… Lui rispose che «i capuani erano invaghiti di un ozio di cittadinanza (lontano dall’otium latino) che ha chiuso molti luoghi alla partecipazione, un torpore che li allontana sempre di più dalla responsabilità della vita cittadina e rende la città dormiente o affollata solo per negotium, nascosta al mondo intero per paura di non aver più la forza di quel passato che l’ha resa grande».

Poi aggiunse che «la storia era il problema…se uno non conosce la storia, il passato non ha senso per la vita e tutto diventa moderno, luccicante e confortevole, un’illusione insomma […] i ragazzi seguono luci sbagliate e tutto diventa ombra. I giovani sono sempre meno perché accecati dalle sirene dei grandi raduni, come se la felicità potesse essere raggiunta solo nella confusione, nello stordirsi, ma a Capua qualcosa sopravvive e la sorregge». Insomma, Capua è una bella donna, abbandonata!

Avrò mai conosciuto Aversa?

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Ho conosciuto Aversa, nonostante ci sia nato e ci viva, molto tardi. La mia bella città la conobbi nella sua profonda intelaiatura grazie a una ragazza. È stato per conquistare lei, e rendermi in quel momento oggetto unico del suo interesse, se mi spinsi nelle viscere profonde, nelle vene, capillari esangui di questa, in parte, ripudiata città… che in primis fu un borgo.

Le volevo mostrare, essendo ella proveniente dal contado, qualcosa che fosse sfuggito al suo occhio vigile nelle passeggiate scolastiche/universitarie per Aversa. In questo modo, scoprii che il mio cuore era occupato nelle sue due parti, una per quella misteriosa signorina, e l’altra per la mia città, ma, in quei luoghi pieni di silenzio sentii la richiesta tacita di aiuto. Avete mai visto e ascoltato una città che ha dimenticato qualcosa di sé? Ed è la parte per cui essa è lì? Eppure, la cosa più vera era che non conoscevo nel profondo ciò in cui vivevo.

Aversa è stanziata tra due entità geografiche, quella della antica Liburia e dell’ampia zona metropolitana di Napoli, tale posizione la rende solo meta di passaggio e non di arrivo per la scoperta turistica della bellissima Campania. Un territorio di grande fertilità e di ingegno, da cui un’agricoltura festosa e florida, ha reso l’Agro aversano famoso in tutta Italia, la coltivazione di prodotti unici e rinomati da tutti i veri buongustai.  

È da ricordare la coltivazione della Mela annurca, in passato della canapa, la torzella e soprattutto dell’Asprinio, antichissimo vitigno sopravvissuto alle difficoltà del tempo, ma non all’abbandono della terra, coltivazione che continua a lasciare tracce di sé nel comune con la sua necessaria e verticale salita verso il cielo, aiutato dai pioppi con cui ama sposarsi per secoli, formando la scultura della vite maritata o Alberata aversana, che può raggiungere ben oltre i dieci metri di altezza. Viene scalata (scalillo) e potata a sua volta dagli uomini ragno i quali permettono la formidabile e precisa ramificazione della tela vitata per catturare non gli insetti, ma il sole, in modo da rendere del colore della giada i grappoli più alti. Aspro n’è il sapore, giallo paglierino il colore, dissetante soprattutto nelle calure estive è un vitigno unico, che ha  genetica simile al Greco di Tufo, di cui condivide la struttura ma non l’altezza nella coltivazione; il Greco, in verità, è l’Asprinio portato dalla  famiglia Tufo in quei luoghi ricchi di zolfo, nobili aversani, i quali ebbero in epoca angioina feudi nella zona irpina, e come mi ricorda Salvatore, un grande conoscitore della storia aversana, per non sentirne  nostalgia fecero arrivare barbatelle per riprodurne lo stesso vino in un territorio diverso. Asprinio che va di gran gusto abbinato con la Mozzarella di bufala aversana, il latte proveniente dalla zona dei Mazzoni, lì dove le bufale mediterranee trovano un habitat unico tra i Regi lagni, il Volturno e il mare, viene lavorato dai mastri casari donando giubilo con prodotti inimitabili, basti pensare anche ai meno famosi bocconcini con la panna di bufala, un tempo conservati in otri di argilla e commercializzati a Napoli.

Vite asprinio
La polacca aversana

Altro vanto è la pasticceria: in questo ramo si ricordano la Polacca (sinfonia di crema e amarena), di cui si presume sia commercializzata nelle pasticcerie dopo il furto della ricetta dal convento delle Cappuccinelle, dove una suora di origine polacca deliziava le sue consorelle, ancora avvezze ai piaceri del palato. Per non parlare poi della Pietra di San Girolamo… e dei Pasticciotti di San Paolo (simili a quelli leccesi), della Melacca (crema e mela annurca)… Per i primi il famigerato Scarpariello piatto povero dei calzolai cucinato nei bassi del quartiere spagnolo del Limitone… lì dove poi nacque la grande piccola industria calzaturiera di Aversa.

Parlare della mia città in maniera dotta sarebbe per me riduttivo, per tale interesse rimando ai brillanti studi sulla storia e sul patrimonio artistico monumentale di Alfonso Gallo e Aldo Cecere, e alla miriade di siti che nella rete raccontano la città dalle cento chiese. Questo pensiero nasce da una sfera affettiva, sentimento acuito con gli anni come ambasciatore (onorario) di Aversa nel mondo, titolo conquistato sul campo. Ricordo quando due anni or sono ho iniziato a insegnare in una scuola della provincia napoletana: accadeva che durante l’ora di pranzo, prima del turno pomeridiano, imbastissi forti e conflittuali tafferugli storico-culinari con i colleghi provenienti da altre lande della Campania. Le guerre, come ben sappiamo, nonostante le vittime, possono farci gustare il sapore della vittoria, un bellum culturale. Dopo mesi di assalti al campanilismo trincerato di ogni collega, riuscimmo a organizzare una passeggiata per Aversa, avevano firmato l’armistizio, bisognava portarli alla resa, e ciò poteva accadere solo con le armi della mia alleata città.

Questa passeggiata ebbe inizio da Porta Napoli, sotto all’arco un’epigrafe ricorda la fondazione della contea nel 1030 con l’atto di donazione di Sergio IV duca bizantino di Napoli al normanno Rainulfo Drengot (confermato nel 1037 dall’imperatore Corrado II il salico) per i servigi militari resi contro l’espansionismo longobardo del Principe di Capua Pandolfo IV, da quella data, Aversa divenne la prima Contea normanna in Italia e forse del mediterraneo. I Normanni o Vichinghi erano abili guerrieri, ma anche sagaci negoziatori al punto che riuscirono ad acquisire, alternandosi in alleanze dettate dall’opportunismo, vasti possedimenti, tra cui si annovera il ducato di Gaeta, territori di Alife e altri si ricordano in Puglia, ma la ciliegina sulla torta dei possedimenti conquistati fu il Principato di Capua, per opera del più fiero dei dodici conti che ressero le sorti della contea: Riccardo I di Aversa. Dopo questa piccolissima parentesi sulle origini medievali della contea, fatta anche perché altri studiosi la fanno risalire alla città etrusca di Velsu, ritorno al senso di questa passeggiata più che alla passeggiata storica stessa. L’intenzione è stata quella di rendere vivo quell’ordito urbano definito ad espansione biologica, da cui ha avuto origine una città. Ho cercato da cittadino di far ascoltare la profonda ammirazione e dolore, ai miei colleghi, nel vedere qualcosa di così unico lasciato lì tra silenzio e degrado. Oggi Aversa è spoglia, è affollata nelle strade nuove, ma quasi vuota nella parte più antica.

Il nostro gruppo si è spinto proprio lì dove la fine del suono confuso della città, lascia il posto alle pietre vecchie di tufo consumate, smussate dall’incuria e dall’incedere del tempo chiedono ristoro, un ristoro che potrebbe essere semplicemente una foto, un ricordo, contro il decadere della pietra porosa a favore del cemento duttile.

Dopo aver parlato di normanni, angioini, spagnoli, austriaci, Borbone, francesi, italiani… di Rainulfo, Riccardo I, Giovanna la Pazza, Ladislao, Carlo V, Guitmondo, Cimarosa e Iommelli, San Paolo, ecc… tutti legati a loro volta ad Aversa, raggiungemmo il punto di arrivo del viaggio, che racchiude il messaggio nascosto della ricerca e riscoperta dei borghi.  Aversa è una città molto importante, ma la sua origine la deve a quel nucleo caduto nell’oblio, o nei racconti tramandati delle persone anziane, dai narratori dotti e non, che ancora ricordano le antiche consuetudini e festività, le ricette preparate tra quei vicoletti,  le processioni lente e calde in quelle piazze nascoste e accoglienti…

Epigrafe Aversa Contea normanna
Cartolina storica - Piazza San Domenico negli Anni 30

Dicevo, raggiungemmo piazza San Domenico, esempio privilegiato di epoche storiche e così vicino sia al Duomo,(1053, da non perdere il Deambulatorio del 1030 con i costoloni delle volte a crociera, tra i primi dell’architettura romanica e gli Ebdomadari, il Cavaliere con drago entrambe di fattura normanna), che all’antico Castello normanno, localizzato anticamente nell’attuale settecentesco Seminario vescovile. La piazza è un vero gioiello, colorato nel suo insieme di edifici, bifore, portici e chiostri, con il bianco candido, lo scarlatto, il giallo oro e terra di Siena… terra toscana da cui son giunti qui pittori di scuola senese…tracce custodite nell’antico borgo dei pescatori dove la chiesa di Santa Maria a Piazza (la più antica) racchiude alcune opere.

Sempre nella piazza c’è uno degli antichi sedili medievali, quello di San Luigi, completamente ristrutturato, ma nonostante tutto completamente vuoto, proprio perché privo di quei nobili intenti antichi che vedeva reclamare diritti per la città. Al centro la bellissima Chiesa di San Domenico (1278), esempio unico ed eclettico di epoche disparate, sintesi perfetta di gotico e di barocco con la disposizione concava della facciata, elaborata dalla mano dell’architetto del papa Raguzzini nel 1742, che tanta scuola fece nei canoni architettonici del Settecento. Al coronamento della facciata, sopra la piazza silenziosa, osserva come un custode il santo re, Luigi IX di Francia, il re taumaturgo in grado di sconfiggere la scrofola con un solo tocco della mano… Crociato e uomo di valore, chissà cosa avrebbe pensato di questa piazza desertica, lui che era cinto dalle acclamazioni dei sudditi festanti nelle piazze del reame per la partenza verso l’Egitto. Ecco appunto questa piazza, organo non funzionante di questa città, borgo dimenticato come tanti altri nella mia amata Campania, orfani senza orfanotrofio, troppo piccoli e scomodi per essere abitati.

 

Sedile di San Luigi a Piazza San Domenico - Foto di Giuseppe Matacena
Facciata della Chiesa di San Domenico - Foto di Giuseppe Matacena

Eppure, in questa passeggiata mentre Flora parlava e bisbigliava, Carla ascoltava, Giuseppe pensava, Mena tremava, Laura brontolava, Rossella sognava, prima di tutto ciò, ci accorgemmo che nonostante l’abbandono, resiste la meraviglia della scoperta e la dolcezza del ricordo; in cui l’amicizia tra colleghi può ricordarci l’amicus (devoto) cittadino verso il suo borgo o città.  Un ruolo privilegiato ha l’amicizia nel mondo.

Tra tante sconfitte bisogna ricordare un lieto fine, l’opera di un grande cittadino aversano, Pasquale che ha lottato con i Normans  per il recupero della Chiesa di San Domenico, con tenacia e coraggio ha visto concretizzare una promessa  fatta a uno zio defunto,  quella di ridare   vita a quell’antico quartiere con il richiamo sacro della messa e della bellezza in essa custodita, manca all’appello il recupero del Chiostro dei domenicani, ma so che anche questa vittoria sarà frutto dell’amore dei cittadini e non tarderà. Passando sotto l’antico palazzo Azzolini con il suo splendido arco gotico, e dopo aver litigato con uno dei proprietari del palazzo, riuscimmo ad avere un ricordo nostro in quel posto, una foto dove amicizia storia e bellezza verranno ricordati per molti anni a venire, e da lì ci siamo riconosciuti borgonauti.

Arco dell'Annunziata
Borgonauti sotto l'arco gotico di Palazzo Azzolini