Vicoli e segreti

Avrò mai conosciuto Aversa?

Ho conosciuto Aversa, nonostante ci sia nato e ci viva, molto tardi. La mia bella città la conobbi nella sua profonda intelaiatura grazie a una ragazza. È stato per conquistare lei, e rendermi in quel momento oggetto unico del suo interesse, se mi spinsi nelle viscere profonde, nelle vene, capillari esangui di questa, in parte, ripudiata città… che in primis fu un borgo.

Le volevo mostrare, essendo ella proveniente dal contado, qualcosa che fosse sfuggito al suo occhio vigile nelle passeggiate scolastiche/universitarie per Aversa. In questo modo, scoprii che il mio cuore era occupato nelle sue due parti, una per quella misteriosa signorina, e l’altra per la mia città, ma, in quei luoghi pieni di silenzio sentii la richiesta tacita di aiuto. Avete mai visto e ascoltato una città che ha dimenticato qualcosa di sé? Ed è la parte per cui essa è lì? Eppure, la cosa più vera era che non conoscevo nel profondo ciò in cui vivevo.

Aversa è stanziata tra due entità geografiche, quella della antica Liburia e dell’ampia zona metropolitana di Napoli, tale posizione la rende solo meta di passaggio e non di arrivo per la scoperta turistica della bellissima Campania. Un territorio di grande fertilità e di ingegno, da cui un’agricoltura festosa e florida, ha reso l’Agro aversano famoso in tutta Italia, la coltivazione di prodotti unici e rinomati da tutti i veri buongustai.  

È da ricordare la coltivazione della Mela annurca, in passato della canapa, la torzella e soprattutto dell’Asprinio, antichissimo vitigno sopravvissuto alle difficoltà del tempo, ma non all’abbandono della terra, coltivazione che continua a lasciare tracce di sé nel comune con la sua necessaria e verticale salita verso il cielo, aiutato dai pioppi con cui ama sposarsi per secoli, formando la scultura della vite maritata o Alberata aversana, che può raggiungere ben oltre i dieci metri di altezza. Viene scalata (scalillo) e potata a sua volta dagli uomini ragno i quali permettono la formidabile e precisa ramificazione della tela vitata per catturare non gli insetti, ma il sole, in modo da rendere del colore della giada i grappoli più alti. Aspro n’è il sapore, giallo paglierino il colore, dissetante soprattutto nelle calure estive è un vitigno unico, che ha  genetica simile al Greco di Tufo, di cui condivide la struttura ma non l’altezza nella coltivazione; il Greco, in verità, è l’Asprinio portato dalla  famiglia Tufo in quei luoghi ricchi di zolfo, nobili aversani, i quali ebbero in epoca angioina feudi nella zona irpina, e come mi ricorda Salvatore, un grande conoscitore della storia aversana, per non sentirne  nostalgia fecero arrivare barbatelle per riprodurne lo stesso vino in un territorio diverso. Asprinio che va di gran gusto abbinato con la Mozzarella di bufala aversana, il latte proveniente dalla zona dei Mazzoni, lì dove le bufale mediterranee trovano un habitat unico tra i Regi lagni, il Volturno e il mare, viene lavorato dai mastri casari donando giubilo con prodotti inimitabili, basti pensare anche ai meno famosi bocconcini con la panna di bufala, un tempo conservati in otri di argilla e commercializzati a Napoli.

Vite asprinio
La polacca aversana

Altro vanto è la pasticceria: in questo ramo si ricordano la Polacca (sinfonia di crema e amarena), di cui si presume sia commercializzata nelle pasticcerie dopo il furto della ricetta dal convento delle Cappuccinelle, dove una suora di origine polacca deliziava le sue consorelle, ancora avvezze ai piaceri del palato. Per non parlare poi della Pietra di San Girolamo… e dei Pasticciotti di San Paolo (simili a quelli leccesi), della Melacca (crema e mela annurca)… Per i primi il famigerato Scarpariello piatto povero dei calzolai cucinato nei bassi del quartiere spagnolo del Limitone… lì dove poi nacque la grande piccola industria calzaturiera di Aversa.

Parlare della mia città in maniera dotta sarebbe per me riduttivo, per tale interesse rimando ai brillanti studi sulla storia e sul patrimonio artistico monumentale di Alfonso Gallo e Aldo Cecere, e alla miriade di siti che nella rete raccontano la città dalle cento chiese. Questo pensiero nasce da una sfera affettiva, sentimento acuito con gli anni come ambasciatore (onorario) di Aversa nel mondo, titolo conquistato sul campo. Ricordo quando due anni or sono ho iniziato a insegnare in una scuola della provincia napoletana: accadeva che durante l’ora di pranzo, prima del turno pomeridiano, imbastissi forti e conflittuali tafferugli storico-culinari con i colleghi provenienti da altre lande della Campania. Le guerre, come ben sappiamo, nonostante le vittime, possono farci gustare il sapore della vittoria, un bellum culturale. Dopo mesi di assalti al campanilismo trincerato di ogni collega, riuscimmo a organizzare una passeggiata per Aversa, avevano firmato l’armistizio, bisognava portarli alla resa, e ciò poteva accadere solo con le armi della mia alleata città.

Questa passeggiata ebbe inizio da Porta Napoli, sotto all’arco un’epigrafe ricorda la fondazione della contea nel 1030 con l’atto di donazione di Sergio IV duca bizantino di Napoli al normanno Rainulfo Drengot (confermato nel 1037 dall’imperatore Corrado II il salico) per i servigi militari resi contro l’espansionismo longobardo del Principe di Capua Pandolfo IV, da quella data, Aversa divenne la prima Contea normanna in Italia e forse del mediterraneo. I Normanni o Vichinghi erano abili guerrieri, ma anche sagaci negoziatori al punto che riuscirono ad acquisire, alternandosi in alleanze dettate dall’opportunismo, vasti possedimenti, tra cui si annovera il ducato di Gaeta, territori di Alife e altri si ricordano in Puglia, ma la ciliegina sulla torta dei possedimenti conquistati fu il Principato di Capua, per opera del più fiero dei dodici conti che ressero le sorti della contea: Riccardo I di Aversa. Dopo questa piccolissima parentesi sulle origini medievali della contea, fatta anche perché altri studiosi la fanno risalire alla città etrusca di Velsu, ritorno al senso di questa passeggiata più che alla passeggiata storica stessa. L’intenzione è stata quella di rendere vivo quell’ordito urbano definito ad espansione biologica, da cui ha avuto origine una città. Ho cercato da cittadino di far ascoltare la profonda ammirazione e dolore, ai miei colleghi, nel vedere qualcosa di così unico lasciato lì tra silenzio e degrado. Oggi Aversa è spoglia, è affollata nelle strade nuove, ma quasi vuota nella parte più antica.

Il nostro gruppo si è spinto proprio lì dove la fine del suono confuso della città, lascia il posto alle pietre vecchie di tufo consumate, smussate dall’incuria e dall’incedere del tempo chiedono ristoro, un ristoro che potrebbe essere semplicemente una foto, un ricordo, contro il decadere della pietra porosa a favore del cemento duttile.

Dopo aver parlato di normanni, angioini, spagnoli, austriaci, Borbone, francesi, italiani… di Rainulfo, Riccardo I, Giovanna la Pazza, Ladislao, Carlo V, Guitmondo, Cimarosa e Iommelli, San Paolo, ecc… tutti legati a loro volta ad Aversa, raggiungemmo il punto di arrivo del viaggio, che racchiude il messaggio nascosto della ricerca e riscoperta dei borghi.  Aversa è una città molto importante, ma la sua origine la deve a quel nucleo caduto nell’oblio, o nei racconti tramandati delle persone anziane, dai narratori dotti e non, che ancora ricordano le antiche consuetudini e festività, le ricette preparate tra quei vicoletti,  le processioni lente e calde in quelle piazze nascoste e accoglienti…

Epigrafe Aversa Contea normanna
Cartolina storica - Piazza San Domenico negli Anni 30

Dicevo, raggiungemmo piazza San Domenico, esempio privilegiato di epoche storiche e così vicino sia al Duomo,(1053, da non perdere il Deambulatorio del 1030 con i costoloni delle volte a crociera, tra i primi dell’architettura romanica e gli Ebdomadari, il Cavaliere con drago entrambe di fattura normanna), che all’antico Castello normanno, localizzato anticamente nell’attuale settecentesco Seminario vescovile. La piazza è un vero gioiello, colorato nel suo insieme di edifici, bifore, portici e chiostri, con il bianco candido, lo scarlatto, il giallo oro e terra di Siena… terra toscana da cui son giunti qui pittori di scuola senese…tracce custodite nell’antico borgo dei pescatori dove la chiesa di Santa Maria a Piazza (la più antica) racchiude alcune opere.

Sempre nella piazza c’è uno degli antichi sedili medievali, quello di San Luigi, completamente ristrutturato, ma nonostante tutto completamente vuoto, proprio perché privo di quei nobili intenti antichi che vedeva reclamare diritti per la città. Al centro la bellissima Chiesa di San Domenico (1278), esempio unico ed eclettico di epoche disparate, sintesi perfetta di gotico e di barocco con la disposizione concava della facciata, elaborata dalla mano dell’architetto del papa Raguzzini nel 1742, che tanta scuola fece nei canoni architettonici del Settecento. Al coronamento della facciata, sopra la piazza silenziosa, osserva come un custode il santo re, Luigi IX di Francia, il re taumaturgo in grado di sconfiggere la scrofola con un solo tocco della mano… Crociato e uomo di valore, chissà cosa avrebbe pensato di questa piazza desertica, lui che era cinto dalle acclamazioni dei sudditi festanti nelle piazze del reame per la partenza verso l’Egitto. Ecco appunto questa piazza, organo non funzionante di questa città, borgo dimenticato come tanti altri nella mia amata Campania, orfani senza orfanotrofio, troppo piccoli e scomodi per essere abitati.

 

Sedile di San Luigi a Piazza San Domenico - Foto di Giuseppe Matacena
Facciata della Chiesa di San Domenico - Foto di Giuseppe Matacena

Eppure, in questa passeggiata mentre Flora parlava e bisbigliava, Carla ascoltava, Giuseppe pensava, Mena tremava, Laura brontolava, Rossella sognava, prima di tutto ciò, ci accorgemmo che nonostante l’abbandono, resiste la meraviglia della scoperta e la dolcezza del ricordo; in cui l’amicizia tra colleghi può ricordarci l’amicus (devoto) cittadino verso il suo borgo o città.  Un ruolo privilegiato ha l’amicizia nel mondo.

Tra tante sconfitte bisogna ricordare un lieto fine, l’opera di un grande cittadino aversano, Pasquale che ha lottato con i Normans  per il recupero della Chiesa di San Domenico, con tenacia e coraggio ha visto concretizzare una promessa  fatta a uno zio defunto,  quella di ridare   vita a quell’antico quartiere con il richiamo sacro della messa e della bellezza in essa custodita, manca all’appello il recupero del Chiostro dei domenicani, ma so che anche questa vittoria sarà frutto dell’amore dei cittadini e non tarderà. Passando sotto l’antico palazzo Azzolini con il suo splendido arco gotico, e dopo aver litigato con uno dei proprietari del palazzo, riuscimmo ad avere un ricordo nostro in quel posto, una foto dove amicizia storia e bellezza verranno ricordati per molti anni a venire, e da lì ci siamo riconosciuti borgonauti.

Arco dell'Annunziata
Borgonauti sotto l'arco gotico di Palazzo Azzolini

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