Vicoli e segreti

Capua è una bella donna

Casilinum, porto fluviale dell’antichissima Capua (IX sec. a. C. – Santa Maria Capua Vetere) è protetto dal geloso fiume Volturno, l’antico e irruento fiume che deve il suo nome a una dea etrusca, Voltumna, la portatrice del vento di scirocco; ed è sorvegliato dal monte Tifata, lì dove il geniale Annibale sacrificò alla dea Diana tifatina un elefante per propiziare la guerra contro l’Urbe. Ebbene, a sconfiggere il cartaginese furono proprio quelle messi, che con la loro abbondanza rammollirono la grandiosa macchina bellica africana.

Appena vedi Capua capisci che la sua essenza è femminile: già la sagoma lo è, con le meravigliose cupole che invadono lo sguardo sia provenendo da Aversa che da Treflisco. È una donna misteriosa, piena di angoli mai pienamente compresi, ed è per questo che continuo a corteggiarla, cercandone la strada più intima. Il suo tessuto urbano, che si mostra lineare e chiaro, ti porta a dubitare sempre se quella strada sia stata già percorsa, in uno smarrimento tra bellezza, complessità… silenzi.

In realtà, la Campania stessa è un mondo femminile e Capua n’è la figlia prediletta e dimenticata, ha il profumo fluviale della fertilità limosa, nonostante sia violentata dalle vicende umane (fin) troppo umane, sotto i bracieri dell’ignoranza e dei roghi dei soldi facili; è una terra che di notte è piena di fiamme e odori innaturali, infernali, eppure al risveglio ti riconquista sempre (nonostante l’incubo).

L’attuale Capua è figlia del Fiume, il più grande e lungo del Sud, che l’abbraccia su d’un fianco e la protegge dal nord: pertanto, gli uomini, per non essere meno galanti e gelosi, l’hanno collegata e corteggiata con due antiche strade, l’Appia (Regina viarum) e la Casilina… forse per raggiungerla celermente o per amarla di sfuggita o semplicemente per ritornarci sempre. Essa ha il dono di essere l’ombelico dell’Italia intera.

Fiume Volturno

Capua è emozionante… mio padre vi ha lavorato per anni portandomi a visitarla nei pomeriggi dopo il lavoro, spiegandomi quanta storia potesse essere racchiusa in un rettangolo; mio padre sapeva rendere la storia geometrica e la geometria carica di bellezza. Ricca di monumenti e vicoli misteriosi, la città ha una composta consistenza di mito, sogno e luce… ma è l’ombra il suo sfondo! Capua fu Principato longobardo (Landone, i Pandolfo) conquistata dai vicini normanni della contea di Aversa (Riccardo I) e inglobata nel primo grande regno d’Italia, quello normanno degli Altavilla: qui venne incoronato Federico I d’Aragona, fu la città dell’impavido Ettore Fieramosca, del grande Pier delle Vigne, venne offesa col saccheggio dal Borgia, protetta con le sublimi fortificazioni prima normanno-sveve (Torri di Federico II, Castello delle Pietre) e poi asburgico-spagnole (Castello di Carlo V con fortificazioni spettacolari)… quanta storia vive in questa sonnacchiosa città. È l’antica città del Placito capuano e di Pulcinella, quest’ultimo simpatico oggetto di sfida con l’altra città di origine etrusca, Acerra, per la nascita della maschera più complessa d’Italia e con l’osca Atella… ma è qui che rivive ogni anno il più antico Carnevale della Campania.

La scelta di scoprire Capua avvenne sempre nelle famigerate discussioni nella scuola della provincia napoletana, tra una chiacchiera, un panino, e un’insalata di patate, durante la pausa-pranzo nella quale nasce il sogno borgonauta, quello di renderci visitatori particolari di luoghi e di comunità, ricamatori di legami spezzati, contro il pregiudizio che i posti più belli siano solo quelli già resi noti dall’industria del turismo o delle sagre. Dopo aver combattuto con Flora per chi dovesse parlare di più, litigato con Carla per chi dovesse mangiare l’ultimo cioccolatino, aver visto l’insofferenza di Marica col suo sbattere di ciglia, parlato con Daniela delle doti enologiche del padre, dialogato con Giuseppe sulle potenzialità culinarie della Pianura campana, parlato di essenze della meraviglia con Ilaria e collegato Pier delle Vigne sia con il padre di Daniela che con la passione di Delia per i versi del divin poeta… decidemmo! E Capua fu.

Borgonauti e amici

Questa città è un concentrato di monumenti di fattura pregevole, è un turbinio di epoche. Scegliemmo di seguire il percorso che ci avrebbe portato alla scoperta dell’anima longobarda della città e fummo fortunati, nonostante il tempo birichino e lunatico; avemmo la possibilità di essere guidati dai due angeli-guida (Pro loco e Touring club) di Capua che vennero in nostro soccorso con tutta la simpatia e professionalità di chi sa amare la propria storia… fu una scoperta incredibile!

I Longobardi, misterioso popolo proveniente dalla Pannonia, portarono non solo il famigerato Caciocavallo e la Podolica (antica razza bovina che sopravvive in alcune zone del Sud Italia dal Molise alla Calabria) – alcuni sostengono anche le bufale – ma anche un culto molto particolare, quello del dio guerriero Odino che furbamente, per esigenze di conversione al cristianesimo dopo un originario paganesimo, collegarono all’Arcangelo Michele il paladino di Dio. Il culto micaelico di origine bizantina divenne forte coesione nel Sud Italia per il popolo germanico, che disseminò santuari, dedicati al Principe degli angeli, nelle grotte e sulle vette dei monti, ma anche nelle loro città principali tra cui Capua. Tutto torna: Michele era il nome di mio padre, anche lui mi sta guidando in questa riscoperta!

Grazie alle guide riuscimmo a vedere alcune delle chiese longobarde che difficilmente avremmo trovato aperte: infatti sarebbe sempre consigliabile contattare le associazioni operanti in città, perché Capua è difficile da visitare, è donna!

Partendo da Piazza dei Giudici, anch’essa magnifica con il Palazzo del Governatore (particolari degni di nota sono le teste di spoglio incastonate, prelevate dall’Anfiteatro di Capua antica, S.P.Q.C) e il Palazzo della Gran Guardia (Bivach) sede della Pro loco, ci addentrammo alla scoperta, dopo esserci proiettati su un’ottima cartina fornitaci da uno degli angeli delle visite il quale ci annunciò la meraviglia, pillole di mondi incredibili, pochi elementi che portano alla grandezza passata di questo luogo, tramite un itinerario alto-medievale, culminato nell’altezza scenografica del barocco. Un imprevisto ci colse: incontrammo un nobile saggio innamorato della sua città, che con la dolcezza di chi l’ha amata da anni ne descriveva l’eternità, con cui, rincalzato dalle mie impertinenti domande campanilistiche, nacque un duello all’ultimo sangue tra Aversa e Capua… ma a vincere questa volta fu la consapevolezza che in pochi chilometri si racchiude un patrimonio artistico sublime, purtroppo fruito in modo superficiale. Quel simpatico vecchietto ci ha insegnato tanto, perché ci ha mostrato quell’amore che spesso dimentichiamo per i nostri luoghi, città, borghi, frazioni ecc.

Giuseppe della Pro loco
Il duello

Arrivati alla prima Chiesa di San Salvatore a Corte (X sec. d.C.), sede del Touring club, ci attende Mario, uno degli angeli, che subito ci mostra i tratti salienti di questa bellissima struttura con le particolarità longobarde, come le colonne semincassate e i capitelli del portico (nartece), elementi che avremmo ritrovato nella seconda delle chiese denominate a “corte”, ma anche due bassorilievi raffiguranti un leone e due grifoni. La chiesa è composta da tre navate e da un bellissimo campanile romanico. Un’altra nota caratteristica è che per accedervi si scende tramite una pedana: infatti la chiesa si trova sotto il livello stradale, perché vi furono innumerevoli modifiche già in epoca normanno-sveva. Si narra che questa fosse una cappella privata dove Adelgrima dopo la morte di suo marito, il barbuto gastaldo Landenolfo, ricordasse e pregasse per l’anima guerriera del marito, scegliendo tra Odino e il Valhalla San Michele e il Paradiso….

Colonna semincassata
Chiesa di San Salvatore a Corte

Dopo queste leggere interpretazioni, del tutto fantasiose e arbitrarie, con il prode Mario partimmo verso la seconda chiesa ad curtim quella di San Michele (X sec. d.C.); arrivati sul posto, appena i giri della chiave avevano terminato il tintinnio e una goccia di pioggia era caduta sul vetro degli occhiali, ecco una vocina antica che ci richiama sulle scale… Era ancora il simpatico vecchietto che aggiungeva ai precedenti racconti altre strepitose gesta del popolo capuano, dal campo artistico a quello militare, soffermandosi anche su quello culinario, citandoci il famoso carciofo Capuanello  e l’oliva Corniola coltivata nei pressi del Tifata, che aveva la forma dei corni suonati dagli uomini del nord nell’adunata per invadere queste fertili pianure. Sopraggiunse la telefonata della moglie del nostro simpatico capuano, a cui la donna ricordò che era pronto e lo attendevano per il pranzo domenicale.

Finalmente entrammo: San Michele era lì di fronte a noi, elegante e fiero mentre schiaccia il serpente che divide. La sua luce ci mostrava come ci fosse un luogo buio non solo nella guerra celeste, ma anche in questa bella chiesetta; essa infatti è dotata di una cripta a cui si accede da due scale simmetriche posizionate a ridosso dell’abside. La cripta con la sua umidità storica è interessante anche per le tipiche colonne. La cappella denota per di più una forte influenza bizantina, non solo per il culto dell’Arcangelo, ma soprattutto per gli eleganti capitelli sempre di fattura longobarda. Anche questa chiesa era in origine una cappella privata, quella dei Principi di Capua e, probabilmente, era direttamente collegata al Palazzo della residenza principesca con un cavalcavia. Purtroppo, non riuscimmo a vedere la terza delle chiese ad curtim, quella di San Giovanni.

Chiesa di San Michele a Corte
Quis ut Deus?
La vocina antica
Capitello longobardo

Ebbene, Mario aveva l’asso nella manica: ci portò nella Chiesa dei Santi Rufo e Carponio, d’impianto longobardo, che fu edificata nel 1053 e poi ristrutturata in epoca romancia dopo la concessione ai benedettini di Montecassino. Caratteristiche peculiari sono l’abside che chiude la navata centrale con un arco trionfale e presenta nella struttura sedici nicchie, ricavate nel 1646 per custodire le reliquie dei Santi ritrovate sotto l’altare maggiore. Suggestive anche le belle colonne di spoglio, ma ancor di più il sarcofago di epoca romana posto come altare della struttura.

Un’altra chiesetta dimenticata, sempre di origine longobarda, completamente infestata dall’odore acre dell’urina, ma anche dalla solitudine, è quella di Sant’Angelo in Audoladis, sempre chiusa, ma eccezionalmente fascinosa… gli Audoladi la fondarono dedicandola a San Michele, come riporta un’iscrizione del portale: anche qui emerge il contributo dei materiali di origine romana come ottimi strumenti di riutilizzo… il passato ha sempre sostenuto l’incerto futuro.

Chiesa dei Santi Rufo e Carponio
Sant’Angelo in Audoladis (Foto di Laura Autiero)

Questa fu l’ultima tappa sotto la supervisione di Mario, che ringraziamo in modo particolare per la pazienza e per le dritte che ci ha concesso! Ad attenderci di nuovo nella Piazza dei Giudici c’era il nostro precursore e cartografo, Giuseppe Netti, membro della Pro loco, il quale attento cultore e appassionato del barocco napoletano ci aveva dato appuntamento verso mezzogiorno. Ci regalò una bellissima chicca e sinceramente era la prima volta che avevo piacere di visitare una tale gioiello: la Chiesa della Carità (1697). Di impianto prevalentemente settecentesco, appena entrati, la luce del barocco lasciò ben presto lo spazio al buio della scala a chioccia che portava sul terrazzo, imprevisto… alla fine della scala era presente una campana che portò quasi tutti a farsi una foto o a volerla suonare…

Appena raggiunta la vetta notammo, dopo le indicazioni sublimi di Giuseppe, il tiburio che accoglie la cupola che è davvero qualcosa di particolarissimo, ma che soprattutto ci guidò da lì nello spettacolo di Capua vista dalla tribuna principale non pagante… una bellezza eterna, feconda. Era tutto lì alla portata del nostro sguardo, il Tifata, la bellissima Annunziata, il Castello delle Pietre normanno con i suoi merli ghibellini ma non medievali… il Duomo in cui riposa un Cristo sempre nella madre terra… le decine di cupole morbide come la prospera Mater Matutae ancora Mario che non ci ha mai abbandonato!

Veduta del Monte Tifata
Veduta della Chiesa di Sant'Eligio (Foto di Laura Autiero)
Giuseppe e Mario, le nostre guide
Veduta del Castello delle Pietre
Campana della Chiesa della Carità

Lo spettacolo era lì e fummo spettatori privilegiati almeno per un giorno. Perché rendere così silenzioso un posto come questo, dove la vita sarebbe sostenuta dalla bellezza? Mi ricordo quando con Carla una sera d’estate, mentre passeggiavamo per le misteriose strade di Capua, chiedemmo un consiglio culinario al Sig. Gennaro e, dopo averlo ricevuto, domandammo perché Capua fosse così silenziosamente dimenticata… Lui rispose che «i capuani erano invaghiti di un ozio di cittadinanza (lontano dall’otium latino) che ha chiuso molti luoghi alla partecipazione, un torpore che li allontana sempre di più dalla responsabilità della vita cittadina e rende la città dormiente o affollata solo per negotium, nascosta al mondo intero per paura di non aver più la forza di quel passato che l’ha resa grande».

Poi aggiunse che «la storia era il problema…se uno non conosce la storia, il passato non ha senso per la vita e tutto diventa moderno, luccicante e confortevole, un’illusione insomma […] i ragazzi seguono luci sbagliate e tutto diventa ombra. I giovani sono sempre meno perché accecati dalle sirene dei grandi raduni, come se la felicità potesse essere raggiunta solo nella confusione, nello stordirsi, ma a Capua qualcosa sopravvive e la sorregge». Insomma, Capua è una bella donna, abbandonata!

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