Tra cedri e castagni alla corte dei Montecuccoli

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Quella di Pavullo nel Frignano è un’esperienza del tutto singolare, non più visita pomeridiana e domenicale in terra natia, ma lunga permanenza in luoghi lontani da casa. Quello di Pavullo nel Frignano è un viaggio sui generis, poiché le passeggiate sull’ Appennino modenese e i pomeriggi immersi nella storia sono privi della insostituibile compagnia dei miei amici di viaggio.

Ad ogni modo, vi chiedo di immaginarci tutti insieme a raccontarvi questo splendido posto: del resto, la maniera migliore per scoprire un luogo è farne esperienza con i propri inseparabili compagni.

Completamente immerso tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, a quasi 700 metri sul livello del mare, Pavullo nel Frignano è forse il borgo montano più caratteristico della provincia di Modena; popolato da poco più di 17000 abitanti, è oggi la sede amministrativa dell’ “Unione dei comuni del Frignano” che comprende altri 9 centri: Fanano, Fiumalbo, Lama Mocogno, Montecreto, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Serramazzoni, Sestola. La zona del Frignano, dominata dal monte Cimone, è una regione storico-geografica che si estende approssimativamente nei territori appenninici compresi tra il fiume Secchia e il Panaro.

L 'Appennino modenese

Anche questa volta, sapendo che certi toponimi parlano e svelano tanto della storia di un luogo, è stato inevitabile ricercare le radici linguistiche che hanno dato origine al nome “Pavullo nel Frignano”. Questo caratteristico borgo montano si trova esattamente al centro dell’area geografica del Frignano, in una posizione così strategica da costituirsi tappa obbligatoria sulle antiche tratte commerciali Modena- Pistoia e Modena- Lucca ; ma da dove deriva la parola “Frignano”? Gli storici non hanno dubbi: “Frignano” deriverebbe dal nome dell’antica popolazione che abitava la vasta area appenninica, i cosiddetti “Friniates”, i Liguri Friniati. Tuttavia, l’imminente conquista romana modificò significativamente l’aspetto del luogo, la cultura e l’organizzazione amministrativa: in epoca romana, il Frignano divenne una “prefaectura” di Mutina, l’attuale Modena. Centro geografico ed amministrativo della zona, il borgo ha attirato a sé il nome Frignano, ma Pavullo da cosa deriva? Molto probabilmente, “Pavòll” (in dialetto) discende dalla parola “palus”, ovvero “palude” a ricordare l’antica natura paludosa del territorio.

Il castello di Montecuccolo
Il conte Raimondo Montecuccoli

Come è facile intuire dal breve excursus etimologico, Pavullo nel Frignano possiede una storia antica, crocevia di popoli tra loro molto diversi: nonostante la lunga permanenza romana, i segni più tangibili dello scorrere dei secoli testimoniano soprattutto il periodo medievale. È proprio al XII secolo, infatti, che si fa risalire la costruzione del Castello di Montecuccolo, probabilmente fino al XV secolo centro del potere politico dell’intera area. Il castello sorge nella piccola frazione di Montecuccolo e , insieme al suo borgo, è da considerarsi una delle perle storiche meglio conservate della zona. Costruito nel 1019, il castello apparteneva alla nobile famiglia dei Montecuccoli, feudatari e dominatori del posto: tra questi spicca la personalità del conte Raimondo Montecuccoli, nato proprio nel castello di famiglia, valoroso uomo di guerra al quale il comune di Pavullo ha intitolato la sua scuola media.

Chiesa di San Lorenzo Martire

Il castello domina una piccola piazza su cui si affaccia la Chiesa di San Lorenzo Martire, edificata nel 1454: l’edificio è ad aula unica con due cappelle laterali simmetriche e una facciata comprensiva di campanile a vela. L’intero complesso è costruito con la pietra del posto.

Sia il castello che la chiesa sembrano essere fermi in un passato glorioso, quello di un medioevo cristiano ed eroico. Alla suggestione storica non manca l’accostarsi di quell’aura di pace e conciliazione che solo la natura a grandi altitudini sa dare: l’area del Frignano e con essa il suo centro, Pavullo, godono di una vegetazione ancora in larga parte incontaminata, di passi e sentieri immersi tra alberi di castagno.

A primo impatto sembra di trovarsi in un tipico borgo di montagna, benché si tratti di un centro modestamente abitato. Ebbene, Pavullo è ricca di storia e qui la storia è passata da Via Giardini, il centro della città, dei negozi e del passeggio: è su questa strada che si affaccia la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Secondo alcune fonti storiche, l’edificio nasce da una piccola cappella del preesistente ospedale di San Lazzaro, a sua volta costruito per ospitare dapprima i pellegrini per poi diventare un lebbrosario. In seno a questo edificio, dunque, sorge l’attuale chiesa parrocchiale di Pavullo: tuttavia, l’edificio comincia a svolgere a pieno le sue funzioni solo a partire dal 1690. La chiesa aveva probabilmente l’aspetto tipico delle costruzioni tardo-barocche, ma oggi non ne abbiamo più tracce: purtroppo, la notte del 22 aprile 1945 i tedeschi distrussero l’edificio durante la loro ritirata. Grazie alla devozione e alla laboriosità del popolo pavullese, la chiesa fu ricostruita  secondo uno stile che si ispira all’antico romanico, ma i lavori terminarono soltanto nel 1960. L ’interno ad unica navata è arricchito dalle opere di artisti locali e da testimonianze vetuste, tra le quali un antico crocifisso risalente all’epoca della chiesa antecedente.

Il Palazzo ducale

Proseguendo su via Giardini, si  raggiunge il palazzo ducale. Risalente al XIX secolo, l’edificio fu voluto dal duca di Modena e Reggio Francesco IV d’Este poiché Pavullo rappresentava l’area montana più facilmente raggiungibile da Modena. Utilizzato come residenza estiva austro-estense fino all’Unità d’Italia, oggi il palazzo ducale è sede di alcuni uffici del comune e della biblioteca e ospita mostre ed eventi nelle sue sale. Risalendo un sentiero sul retro dell’edificio, è poi possibile visitare il parco ducale, polmone verde cittadino e suggestiva passeggiata a ridosso del centro. Il giardino ospita la tipica vegetazione appenninica:   querce, boschi di aghifoglie, di latifoglie, aceri, frassini e cerri.

Fontana del parco ducale
Sentiero del parco ducale

Tuttavia, l’attenzione del visitatore è subito attirata da un maestoso albero, il “Pinone”, così affettuosamente definito dai pavullesi. Si tratta di un cedro del Libano alto 38 metri che da oltre due secoli è uno dei simboli della città, ma anche testimonianza di patriottismo. Difatti, gli abitanti del posto raccontano che nel 1943 i tedeschi tentarono di abbattere il maestoso cedro cittadino per farne legna da ardere: la ferrea opposizione dell’intera comunità e del parroco della chiesa cittadina destò i tedeschi dal loro intento, salvando la vita ad un amico verde bicentenario, per i pavullesi quasi un membro della propria famiglia;

una famiglia proprio come quella dei Borgonauti ai quali dedico l’inaspettata scoperta di questo luogo, sperando di poterlo presto visitare, questa volta insieme, in un soleggiato pomeriggio domenicale.

                                                                                                                                                                                                                       Delia Brusciano

il "Pinone" simbolo di Pavullo

Gaeta: la città dai mille piaceri

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La storia

Gaeta è una splendida città adagiata sul mare e dalle origini antichissime, tanto che la sua storia si fonde col mito. L’etimologia del nome, secondo Strabone, deriva dal termine greco “καϊέτα” (caieta), cioè ogni cosa ‘cava’, con riferimento al golfo. Secondo Virgilio, invece, Caieta sarebbe stata la nutrice di Enea, sepolta da lui in questo sito durante il suo viaggio verso le coste laziali.

Certo è che le prime notizie di questa città risalgono all’epoca dei Romani, ai quali fu favorito l’accesso dalla costruzione della via Flacca; essi l’apprezzarono così tanto da costruirvi  ville fastose, monumenti e mausolei, tra cui quello dedicato a Lucio Munazio Planco, generale di Giulio Cesare.

Castello di Gaeta
Tempio di San Francesco

In epoca medievale la città, grazie alla sua posizione arroccata su una penisola alta e rocciosa che ne permetteva una facile difendibilità (soprattutto dagli attacchi dei Barbari e dei Saraceni), fu circondata da mura e divenne un vero e proprio castrum.

Intorno al X secolo, liberata dai Saraceni, si costituì in un ducato autonomo, con una propria forza militare, propri statuti ed una propria moneta (il follaro), che permise alla città di sviluppare intensi traffici marittimi nel Mediterraneo ed essere considerata la quinta Repubblica Marinara.

Un altro periodo critico per la città fu il 110 d.C. quando la città fu contesa tra Federico II di Svevia e dal papato, poi divenne dominio di Angioini ed Aragonesi. Qui si nascose Papa Pio IX dopo la proclamazione della Repubblica Romana nel 1848 e fu al centro di uno degli scontri più importanti per la proclamazione dell’Unità di Italia che si concluse il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II di Borbone. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la posizione strategica di Gaeta fece sì che essa avesse un ruolo importante negli avvenimenti storici.

A spasso per i vicoli della città

Il nostro borgotour è iniziato da via dell’Indipendenza, da cui si snodano una serie di vicoletti, che sono probabilmente la parte più caratteristica della città. Entrando nel viottolo principale siamo stati catapultati in una dimensione completamente diversa da quella del resto della città: case sviluppate in altezza, balconcini pieni di piante, negozietti e altri particolari preziosi che si mimetizzano con la quotidianità di tutti i giorni.

Via dell'Indipendenza

Il vico 2 di via dell’Indipendenza in pochi metri raccoglie anni di storia e tradizioni: entrandovi è possibile notare subito l’anello per legare gli animali da soma; il mulo o la mula, infatti, erano fondamentali per l’economia rurale del paese, tanto da essere soggetti a tassazione patrimoniale. Sulla parete destra, invece, è possibile osservare un vecchio torchio, una pigiatrice ed una botte con i quali veniva fatto e conservato il vino.

Vico 2

Il vico 3 è dedicato al ‘sarto’, o meglio, ‘gliu cusutore’. All’ingresso del vicoletto, infatti, abbiamo trovato una macchina per cucire, alcuni attrezzi da sarto ed una targa che spiegava quanto fosse stata importante la loro attività artigiana durante tutta la storia di Gaeta: “tra i clienti del Borgo-cita la targa- c’erano anche i militari dei Presidio di Gaeta e negli ultimi anni quelli statunitensi che richiedevano adattamenti alle proprie divise”.

La parete della poesia e le panchine letterarie

Da via dell’Indipendenza siamo arrivati, poi, a Piazza Goliarda Sapienza, dove siamo rimasti incuriositi e sorpresi alla vista della ‘Parete della poesia’ realizzata dagli studenti dell’Istituto Enrico Fermi Gaeta ed AbbelliAmo Gaeta, nell’ambito del progetto nazionale “Cantieri di Narrazione Identitaria”. La parete è caratterizzata da maioliche con su riportate poesie su Gaeta scritte da autori locali ed internazionali che hanno visitato la bella città pontina, tra cui, Cicerone, D’Annunzio, Boccaccio, Cervantes e Mazzini. Ad abbellire ulteriormente Piazza Goliarda Sapienza ci sono le panchine letterarie ed un murales, che fa parte dello stesso percorso che abbiamo trovato per i vicoli di via Indipendenza e raffiguranti scene di vita quotidia

Visita al campanile del Duomo

La nostra seconda tappa è stata la visita al campanile del Duomo. Secondo quanto riportato su un atto notarile su pergamena, la storia del campanile comincia nel gennaio del 1148, anno in cui il monaco Pandolfo Palagrosio decide di donare alla Cattedrale un terreno per la realizzazione del campanile stesso. Da quel momento comincia la costruzione di questa struttura, alta 57 metri, conclusasi nel 1279.

La torre campanaria del duomo di Gaeta unisce caratteri romanici con elementi tardo romani, in simbiosi con architetture islamiche. Il campanile è caratterizzato da una pianta quadrangolare; la struttura si compone di un basamento con arco gotico, tre celle, ognuna arricchita da quattro bifore (una per lato), e da un torrino ottagonale, circondato da quattro torri circolari.

Il campanile del Duomo
Bifore del campanile
La scala del campanile del Duomo

Vi è una simbologia nascosta nelle forme del campanile. Difatti, la pianta quadrata del basamento fa riferimento ai quattro elementi della filosofia platonica (aria, acqua, terra, fuoco) che simboleggiano la natura umana; invece, la sommità del campanile, di forma ottagonale, se venisse proiettata all’infinito convergerebbe verso il cerchio, che simboleggia la perfezione, il divino. Il campanile, dunque, costituisce un asse che unisce terra e cielo, che avvicina l’uomo e le sue miserie terrene alla perfezione e al paradiso.

Il primo livello costruttivo è realizzato con blocchi calcarei provenienti da edifici antichi romani prelevati dall’intera rada di Gaeta. La scalea monumentale è arricchita da un arco gotico e presenta delle colonne incastrate negli angoli dei pilastri che lo sottendono: questa caratteristica richiama l’architettura degli edifici sacri islamici. 

Il campanile è caratterizzato da una dettagliata tessitura laterizia, che vede numerose decorazioni in diversi materiali, come pietre di diverse colorazioni, laterizi e, soprattutto nella parte sommitale della struttura, bacini ceramici smaltati di diversi colori, assieme a losanghe in cotto smaltate.

All’altezza della seconda delle tre celle che suddividono la struttura, sono visibili gli ingranaggi di uno degli orologi anticamente presenti sul campanile stesso, posti sia verso il mare (nord) che verso il borgo (est).

 

Una delle campane del campanile

Lungo il percorso guidato si riscontrano diverse campane, le quali, in passato, venivano collocate in prossimità degli unici punti di forza della struttura, ovvero le bifore. Difatti, prima del 1960-1, la struttura era sprovvista dei solai attualmente posti in corrispondenza dei marcapiani esterni e, per giungere sulla sommità, veniva adoperata una lunga scala di legno che correva tutt’intorno alla struttura, collocata in prossimità di tutti i punti che dovevano essere facilmente accessibili, ovvero vicino alle campane da suonare e agli orologi da ricaricare.

Il percorso termina nel torrino ottagonale che, come ricorda l’epigrafe ritrovata durante i lavori di restauro del vicino palazzo Cardinale De Vio, venne posto in opera e completato nel 1279 per volere del Vescovo di Gaeta Bartolomeo Maltacea. Il torrino è riccamente decorato con bacini ceramici: tuttavia, quelli posti in situ sono delle riproduzioni, mentre gli originali sono custoditi presso il Museo Diocesano di Gaeta.

Il Museo Diocesano

Visita al museo diocesano

Il museo diocesano risale al 1903 e nasce in seguito all’idea di raccogliere reperti dell’età classica e del periodo medievale rinvenuti sia a Gaeta che nel territorio vicino.
Negli anni successivi alla sua fondazione fu poi iniziata un’altra raccolta, che comprendeva anche dipinti, nella navata superstite del duomo duecentesco. I ritrovamenti depositati rappresentavano un consistente nucleo per l’inizio di una vera e propria pinacoteca e di un piccolo museo archeologico. Le opere pittoriche provenivano principalmente da edifici religiosi danneggiati durante l’ultima guerra. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il progetto andò a conclusione con il Museo Diocesano, inaugurato sul pronao della Cattedrale il 4 novembre 1956.

I dipinti su tela e su tavola raccolti nella pinacoteca risalgono dal secolo XIII al primo decennio della seconda metà dell’Ottocento. Le opere, quasi tutte di soggetti religiosi, provengono dal Museo Diocesano del 1956, dalla Cattedrale e da altre chiese chiuse al culto. Nella pinacoteca sono esposte molte opere di cui sono noti gli artisti e, pertanto, rappresenta un giacimento di particolare valore, che permette un’attenta lettura dei corrispondenti periodi delle correnti artistiche in Campania. Delle opere in mostra il numero maggiore è rappresentato da quelle di Giovanni da Gaeta, artista che ha operato nella seconda metà del sec. XV. Altre opere appartengono, invece, ad artisti gaetani, quali Scipione Pulzone e Sebastiano Conca.

Il museo conserva anche lo Stendardo di Lepanto del pittore Girolamo Siciolante, raffigurante sui due lati il Crocifisso tra i santi Pietro e Paolo. Esso fu sventolato sulla nave ammiraglia della flotta pontificia, comandata da Don Giovanni d’Austria. La battaglia nelle acque di Lepanto portò alla sconfitta delle navi ottomane il 7 ottobre 1571. Il 4 novembre dello stesso anno fu lasciato dal figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’Austria, nel Duomo di Gaeta.

Curiosità:

Gaeta conserva la più antica testimonianza scritta della pizza nel mondo: basti pensare che il primo documento scritto nel quale è riportata la parola pizza è contenuto nel Codex Diplomaticus Caietanus dell’anno 997. Il Codex ratificava un baratto: il pagamento in natura dell’affitto di un mulino, proprio con “spatula de porco, lumbum, pulli” e pizza. Certo, una pizza bianca (il pomodoro sarebbe arrivato in Europa dopo la scoperta delle Americhe) ma pur sempre pizza. 

La locazione del mulino aveva effetto giuridico a condizione che “ogni anno nel giorno di Natale del Signore, voi e i vostri eredi dovrete corrispondere sia a noi che ai nostri successori, a titolo di pigione per il soprascritto episcopio e senza alcuna recriminazione, dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone, e similmente dodici pizze e un paio di polli nel giorno della Santa Pasqua di Resurrezione”.

Cosa mangiare a Gaeta?

Trai i piatti tipici di Gaeta figura la Tiella, antica ricetta che un tempo, per pescatori e contadini, era un piatto unico: due sfoglie di pasta tirata a mano, ripiene di verdure o pesci a scelta, polpi, alici, cipolle, scarola o altri ingredienti tipici della dieta mediterranea. La Spagnoletta, caratteristico pomodoro dalla forma a spicchi e dal gusto intenso che profuma di mare. Le olive in salamoia, famose in tutto il mondo ed ancora le alici salate e le cozze del Golfo.

Ciò che vi ho presentato in questo articolo è solo un piccolo spicchio di Gaeta, una città  ricca di posti da scoprire e di storie da raccontare. Speriamo di tornarci presto per potervi parlare ancora di lei e di altre meravigliose scoperte.

Ilaria Pellino.

Santa Maria Occorrevole e la magia della natura

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Sul Monte Muto, ai cui piedi è posta la città di Piedimonte Matese, esiste un luogo di grande suggestione spirituale dove la natura e la pace incantano l’uomo. È un posto dove praticare il silenzio, evocato già dal nome della montagna…le parole diventano mute e il cuore canta! Il complesso conventuale di Santa Maria Occorrevole e l’Eremo della Solitudine regalano attimi magici: la natura e il patrimonio artistico e religioso esercitano sul visitatore un fascino particolare così che la mente si svuota e i sensi si appagano.

Porta del Paradiso
Vista su Castello del Matese

Il percorso virtuale partirà dal monumentale Campanile di San Pasquale che in un largo piazzale domina su tutta la pianura Alifana, per diventare man mano più intimo: dalla riservatezza del Convento fino ai segreti della natura selvaggia dell’Eremo.

Non mi dilungherò sulla storia e le minuzie architettoniche perché sono luoghi dello spirito, condividerò, invece, ciò che abbiamo visto e ci ha emozionato…le foto non possono catturare la freschezza dell’aria e gli odori del bosco, tuttavia guidano lo sguardo alla bellezza.

Attimi di pace

CAMPANILE DI SAN PASQUALE

Il campanile, visibile da tutti i punti della valle, sembra innalzarsi quasi a protettore ed osservatore dell’area sottostante e il tocco delle sue campane segnava per i contadini lo scorrere delle ore nel duro lavoro delle campagne. Si trova spostato in avanti al convento, isolato e completamente separato dall’intero complesso di Santa Maria Occorrevole. Si tratta di una posizione un po’ insolita per una torre campanaria ma il motivo di questa notevole distanza è stato quello di evitare che i fulmini potessero danneggiare il convento. La prima costruzione del campanile, risalente al XVII secolo, fu infatti distrutta da un violento temporale.

Stare ai piedi dell’imponente campanile e di fronte all’immenso panorama ti fa sentire piccoli piccoli ma con lo sguardo si possono raggiungere orizzonti lontani e allora, ammirare così tanta bellezza ti fa sentire fortunato.

Campanile di San Pasquale
L'imponente campanile con vista sulla valle

CHIESA E CONVENTO DI SANTA MARIA OCCORREVOLE

LEGGENDA

Sulle origini della chiesa e del convento esiste una leggenda, secondo la quale, durante la Quaresima del 1436, un pastore, alla ricerca di una pecorella smarrita, trovò l’immagine della Madonna dipinta su un vecchio muro coperto di spine. La leggenda narra che “il pio pastore non volle essere da meno del piccolo animale di servire e pregare la Beata Vergine, così, ogni giorno, su quelle alture un’esile voce umana, confusa al belato di un gregge, si levava devota a cantare alla Beata Vergine…” (Padre Crisostomo Bovenzi). Il ritrovamento miracoloso si diffuse rapidamente tra il popolo, così, molti fedeli cominciarono a salire sul Monte Muto per venerare la Madonna. Si decise quindi, di costruire su quella montagna una chiesa sia per proteggere l’immagine sacra sia per raccogliere i fedeli che diventavano sempre più numerosi.

Santa Maria Occorrecole
Piazzale del Convento
Facciata Convento

CENNI ARTISTICI

Tutto il complesso è contraddistinto dalla semplicità e caratteristica singolare è il biancore delle costruzioni che spicca nella rigogliosa vegetazione. Nel piazzale antistante si trova una piccola fontana con al centro la statua in bronzo di San Pasquale Baylon, anche questa semplice e in armonia con tutto l’ambiente.

Chiostro del convento
Vista sui Monti del Matese

La chiesa all’interno conserva la stessa purezza e candore che si assapora fuori dalle sue mura, tuttavia sono conservati sull’abside degli affreschi del ‘400 eseguiti da un ignoto pittore campano che creano tanto stupore negli occhi di chi l’ammira. Al centro dell’opera è rappresentato il Cristo Pantocrator, sostenuto dagli Angeli, mentre nella parte inferiore sono collocate otto figure, di una grazia straordinaria. Si tratta di S. Filippo, S. Elena, la Madonna del Latte, S. Caterina d’Alessandria con la ruota del martirio, S. Maria Maddalena con il vaso d’unguento, la Madonna del Giglio, S. Giacomo Minore con il bastone e la Madonna del Granato. Al centro dei santi risalta la Vergine Orante, ossia Santa Maria Occorrevole con le braccia levate al cielo.

Vergine Orante con Santi
Abside affrescato con il Cristo Pantocrator
Abside affrescato con il Cristo Pantocrator
Interno chiesa
Santa Caterina d'Alessandria

PERCORCO VERSO L’EREMO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI

Dal piazzale della chiesa si può percorrere un vialetto che conduce in uno luogo dello spirito tanto suggestivo, una vera oasi di pace. Si accede attraverso un cancello sormontato da un’epigrafe di lode alla solitudine. Si narra che nel passato fosse severamente vietato varcare il Muro della Solitudine senza il permesso del Padre Superiore e coloro che contravvenivano a tale disposizione venivano puniti. Oggi per fortuna si può entrare in questa area mistica e soprattutto non ci sono pene per chi, come i Borgonauti, non rispetta le regole del silenzio quando si è in bella compagnia.

Erbe aromatiche
Entri chi tace perché il solo silenzio è qui loquace
Cancello e muro della Solitudine

Per raggiungere l’eremo bisogna percorrere un sentiero nel bosco fiancheggiato dalle edicole maiolicate della via Crucis. Inoltre, camminando tra querce, faggi e lecci secolari e tra le erbe selvatiche, ci si imbatte in un’esplosione di profumi e il respiro si fa leggero. Di tanto in tanto poi, si sente qualche foglia scricchiolare, segno che il bosco è il regno degli animali e l’uomo deve rispettare le sue leggi soprannaturali.

Viale incantato
Borgonauti che violano le regole del silenzio
Edicola della via Crucis
Bosco con edicole maiolicate

I giardini segreti nel cuore dell’Italia

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Spesso, quando si riesce a trovare un momento di calma nel turbinio della nostra vita frenetica e ci si ferma a pensare, riaffiorano nella mente pezzi di vita o frammenti di altre vite, quelli delle storie lette e interiorizzate, soprattutto quelle metabolizzate quando si era bambini. In queste settimane mi sono soffermata su un passaggio del libro “Il Giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett: 

«Una delle cose strane della vita di questo mondo è che solo qualche volta uno si sente veramente contento di vivere. Succede, per esempio, se ti alzi presto una mattina e assisti a quel meraviglioso, indescrivibile spettacolo che sono l’alba e il sorgere del sole. Se in un momento così si riesce a dimenticare tutto e a guardare solo il cielo che da pallido va prendendo colore, il misterioso spettacolo che ti prende alla gola e ti fa commuovere davanti a tanta bellezza che pur si ripete ogni giorno da migliaia di migliaia di migliaia di anni e ti senti felice di poterci assistere. Succede, per esempio, se ti trovi solo in un bosco al tramonto e riesci ad ascoltare le cose meravigliose che ti ripetono, senza che le tue orecchie possano intenderle, i raggi del sole che se ne va e che ti raggiungono come una pioggia d’oro attraverso i rami e le foglie degli alberi».

 

 

Ho ripensato così al Giardino segreto di Mary e Colin e in questo strano e drammatico anno, il 2020, che ha messo in discussione tante abitudini, sottratto molte possibilità alla voglia di scoperta e di viaggio, sostituendo il desiderio di visitare e la sete di conoscenza con la paura del contagio, passeggiare all’aperto in mezzo al verde, avvolti dallo spettacolo che la natura continua a offrirci, tra prati fioriti, fila di alberi, piante e cespugli, sfumature di centinaia di colori offerti dal paesaggio e l’estasi olfattiva di tanti profumi, risulta essere una delle migliori alternative per entrare in comunione con il mondo esterno e sentirsi vivi.

 

Se poi la visita a giardini, boschi e parchi naturali si accompagnasse anche alla scoperta di mirabili opere d’arte nascoste, frutto del genio di artisti che negli anni hanno contribuito a creare dei piccoli “regni” fiabeschi, in cui arte e natura formano un connubio indissolubile, non sarebbe perfetto?

La risposta è stata affermativa e in un momento in cui purtroppo le visite ai tanti meravigliosi siti artistici e culturali di cui è ricco il Patrimonio italiano sono contingentate e, ahimè, in alcuni casi sono addirittura provvisoriamente negate, abbiamo scoperto che esiste sul suolo, sempre prodigo di tesori e sorprese del nostro Paese, una serie di giardini segreti favolosi, romantici o esoterici, irreali o mostruosi, in cui la ricchezza della flora si sposa perfettamente con la creatività dell’arte, facendo nascere dei paradisi in cui le tracce dell’uomo, del suo pensiero, del suo talento si intrecciano magicamente con la vegetazione.

 

Non credo sia un caso che la parola “paradiso” derivi dal persiano pairidaeza, da cui anche l’ebraico pardeš, attraverso il greco παράδεισος, con il significato originario di “giardino recinto” o “parco”.  Questi labirinti di verde e creazioni artistiche cambiano di forma, dimensione e sembianze in base al contesto storico e paesaggistico in cui sono sorti ed è per questo che attraversarli è un po’ come sfogliare le pagine di libri di storia e di arte. Mentre tutti conosciamo Parc Güell, diventato negli anni uno dei simboli di Barcellona, inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità Unesco, parco progettato dall’architetto catalano Antoni Gaudì a inizio del ‘900, che si trova sulla collina El Carmel nel quartiere Gràcia e che è divenuto una delle mete turistiche più belle della Spagna e d’Europa, invece in pochi conosciamo la varietà e la ricchezza dei giardini nostrani.  Proprio per questo oggi vogliamo parlarvi di alcuni dei parchi italiani che abbiamo visitato e che ci hanno colpito, in rappresentanza di tutti quelli che ancora dobbiamo conoscere e scoprire.

IL SACRO BOSCO DI BOMARZO 

Ai piedi del Monte Cimino, la più alta cima dell’Antiappennino laziale, a Bomarzo in provincia di Viterbo, si trova la Villa delle Meraviglie detta anche Sacro Bosco o Parco dei mostri. Appena si varca l’ingresso si fa un salto indietro nel tempo di quasi cinquecento anni all’epoca in cui il principe Pier Francesco Orsini noto come Vicino Orsini e l’architetto Pirro Ligorio progettarono nel 1552 la loro opera, un unicum nel panorama italiano e mondiale per il quale sembra che anche Goethe e Dalì avessero un debole. Se da un lato nel parco possiamo osservare raffinati giardini all’italiana, dall’altro nel bosco si trovano decine di sculture di basalto raffiguranti mostri, creature oniriche, soggetti mitologici e animali esotici, ma anche obelischi, fontane e un’incredibile casetta pendente. Vicino, signore di Bomarzo, fece scolpire le rocce sul posto, animandole e donando ad esse forme, a volte minacciose e a volte incantate. Alla morte del principe, anche il parco morì e per secoli rimase abbandonato e dimenticato fino al recente restauro che l’ha riportato in vita per la gioia di tutti noi visitatori. Il bosco, pur inserendosi nella cultura architettonica-naturalistica del secondo Cinquecento, sfugge ai canoni delle altre opere in quanto le sculture rocciose sono svincolate da vicendevoli rapporti prospettici o proporzionali. La simmetria classica cede il passo al gusto manierista per il bizzarro e, con i suoi elementi giganteschi, crea un rapporto sconcertante con la natura.

Proteo (Glauco)
La tartaruga
"Ogni pensiero vola"

Interpretazioni

Molti hanno provato a interpretare il disegno alla base di questo luogo un po’ sospeso tra arte, magia e letteratura cavalleresca, ma il giardino di Bomarzo è probabilmente destinato a rimanere un luogo intriso di fascino, che sollecita l’immaginario di ciascun visitatore chiamato a formulare la propria idea.

Tra le varie ipotesi di recente si è affermata la rilettura del prof. Antonio Rocca, storico dell’arte, che individua nell’Idea del theatro di Giulio Camillo la fonte iconografica del parco.

L’accezione egemone del termine “Teatro” durante il XVI e XVII secolo era infatti quella di dispositivo panoramico. Un manuale, un giardino, o qualunque altro strumento in grado di esporre visivamente un argomento era definito un teatro. Sarebbe quindi esatto sostenere che a Bomarzo sia reso possibile attraversare la visione del mondo che dalla Grecia del V secolo a.C. è giunta sino alle soglie della Rivoluzione scientifica.

L’Orsini avrebbe trasformato in pietra la sintesi della cultura greca, ebraica e cristiana realizzata da Camillo per offrirci lo spettacolo, in continuo divenire, del farsi mondo di Dio.
Il Bosco sarebbe quindi il luogo della catarsi, la seconda possibilità che l’arte offre ad una vita piena di errori, luogo oracolare nel quale l’uomo può riscoprire la sua natura triplice sino al compimento della deificazione.

IL GIARDINO DI NINFA

 Ai piedi dei monti Lepini,  sui ruderi della città medievale di Ninfa, nell’agro pontino, esiste un meraviglioso giardino di otto ettari eletto dal New York Times il più bello e romantico del mondo, dichiarato Monumento naturale dalla Regione Lazio dal 2000 e Oasi affiliata del WWF.

Il clima unico che qui si ritrova, grazie anche alla rupe di Norma che protegge il territorio dai venti del nord e crea un microclima favorevole, favorisce la crescita all’interno del giardino, tra il fiume Ninfa e vari ruscelli d’irrigazione, di circa 1300 specie di piante provenienti da ogni parte del mondo. Accanto alla flora mediterranea e ai roseti, infatti, si ammirano noci americani, aceri giapponesi, yucca o l’albero della nebbia, così chiamato per le sue infiorescenze a piumino rosa simili a zucchero filato.

 

La Flora di Ninfa
La vegetazione del giardino di Ninfa

Le tracce della storia

Nel 1921 Gelasio Caetani, esponente di una famiglia da sempre regnante nella zona, iniziò la bonifica e il restauro di alcuni ruderi di Ninfa, in particolar modo della torre e del municipio, per farne una residenza estiva; inoltre, sotto la guida della madre Ada Wilbraham, che aveva già realizzato un bell’orto botanico a Fogliano, iniziò a piantare diverse specie botaniche che portava dai suoi viaggi all’estero. In seguito Marguerite Chapin e Lelia Caetani durante gli Anni Trenta, diedero al giardino una struttura all’inglese. Ninfa ospitò diverse personalità di spicco del ‘900 come il poeta Gabriele D’Annunzio o lo scrittore Boris Pasternak, autore de Il dottor Živago. Lelia Caetani, senza eredi, fu l’ultima rappresentante della famiglia Caetani, che dopo oltre settecento anni estingueva il suo casato: la donna però, prima della sua morte, avvenuta nel 1977, diede vita ad una fondazione, chiamata Roffredo Caetani di Sermoneta, alla quale intestò oltre al castello di Sermoneta anche il giardino ed è ancora tale fondazione che oggi si occupa del parco. Intorno al giardino a partire dal 1976 è stata istituita un’oasi del WWF a sostegno della flora e della fauna del luogo, che la bonifica della palude aveva portato alla scomparsa.

Attraversando il giardino… tra vegetazione e ruderi

Percorrendo il giardino di Ninfa in diversi momenti ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di uno dei quadri di Claude Monet e dei suoi amici impressionisti, direttamente catapultata in quell’universo di colori e ninfee, di fiori e ponticelli, d riflessi d’acqua e vegetazione che vi si specchia… Ma in aggiunta alla rigogliosa natura che subito colpisce l’occhio e rapisce, all’interno del giardino si possono ammirare anche i resti architettonici di Ninfa a partire da alcune delle chiese dell’antico borgo. Santa Maria Maggiore era la chiesa principale e fu con molta probabilità costruita a partire dal X secolo e ampliata nella prima metà del XII secolo. Oggi vediamo i ruderi del perimetro esterno, dell’abside e del campanile. Si trattava di una chiesa a tre navate: la navata centrale era coperta da un tetto a spiovente, mentre le due laterali avevano delle volte in muratura. L’abside è semicircolare e sono ancora riconoscibili due affreschi, uno raffigurante San Pietro, risalenti al 1160-1170.

La chiesa di San Giovanni è databile intorno all’XI secolo ed oggi ne rimangono soltanto alcuni resti che rendono difficile ricostruire la sua struttura originaria: forse era a navata unica, con diverse cappelle laterali e un’abside semicircolare, ancora oggi in parte visibile e su cui restano tracce di affreschi rappresentanti degli angeli. Nei pressi della chiesa di San Giovanni è possibile osservare un noce americano, diversi meli ornamentali, un acero giapponese a foglia rosa, un faggio rosso, un acero a foglie bianche e un pino a foglie di color argento. Alle spalle della chiesa di Santa Maria Maggiore una bignonia gialla, un gruppo di yucca e diversi roseti, mentre presso la facciata principale si trova il famoso albero della nebbia.

Abside con affreschi della chiesa di Santa Maria Maggiore
Ruderi sul fiume Ninfa

L’acqua è l’elemento centrale e vitale che caratterizza Ninfa: il lago ed il fiume, che da esso fuoriesce, danno vita ai fossati, che circondavano la città medievale, agli stagni e ai ruscelli presenti all’interno del giardino, ulteriormente arricchito dalla presenza di piccole sorgenti. Il fiume Ninfa era attraversato nel borgo da due ponti, di cui uno di epoca romana, il più antico, e un altro chiamato del Macello: si tratta di un ponte a due campate, costruito a ridosso delle mura difensive e sul suo nome esistono due ipotesi. La prima vuole che durante una battaglia, i nemici cercassero di entrare in città passando proprio attraverso il fiume, ma all’altezza del ponte i ninfini li colpissero con numerose lance rendendo l’acqua di colore rossa a causa del sangue versato; la seconda ipotesi, molto più probabile, è che nei pressi del ponte sorgesse un edificio dedicato alla macellazione della carne, andato completamente perduto.

Il ponte a due luci cattura con la sua magia ogni visitatore, ogni scrittore, ogni artista. All’esterno della cinta muraria si eleva un maestoso pioppo, inserito nell’archivio degli “Alberi Monumentali d’Italia”. La Via del Ponte attraversa il fiume Ninfa sul Ponte Romano, avvolto dai romantici intrecci di un glicine dai grappoli di fiori violacei, affiancato da una photinia serrulata, gelsomini e prima di arrivare al ponte di legno un gruppo di bambù provenienti dalla Cina, i cui steli eretti e flessuosi racchiudono la Sorgente dei Bambù. Un doppio filare di lavande introduce al Piazzale dei Ciliegi. Sulle mura di cinta sono visibili i ruderi della chiesa di San Biagio e una densa bordura di piante arbustive e erbacee perenni che degrada verso il prato erboso.

Sorgente del bambù
Il Ponte del macello
Ponte di Legno

Alla fine del percorso c’è il Piazzale del Municipio, risalente al XII sec., ristrutturato nei primi del Novecento per convertirlo a villa di campagna, dove i Caetani ospitavano amici, intellettuali e artisti: di esso possiamo ammirare la rocca, con la torre alta 32 metri, e le graziose bifore.

Come disse Marie Luise Gothei, «Il giardino è movimento, vita, l’architettura è fissità e cristallizzazione; ecco perché, forse, l’una ha così bisogno dell’altro. In questo rapporto-scontro il giardino è stato a volte l’ancella, a volte la signora».

 

Il fiume Ninfa
Bifora del Municipio
Piazzale Municipio

IL GIARDINO DEI TAROCCHI

«Il Giardino dei Tarocchi non è il mio giardino, ma appartiene a tutti coloro che mi hanno aiutata a completarlo. Io sono l’architetto di questo giardino. … Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino alla ricerca del tesoro mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della temperanza».

Con queste parole l’architetto e artista francese Niki de Saint Phalle presenta quella che lei stessa definisce “la più grande avventura della sua vita”.

La piazza centrale... La Papessa e la ruota della fortuna

Il progetto

Durante un viaggio in Spagna Niki de Saint Phalle scoprì l’opera di Antoni Gaudí e ne fu fortemente colpita; in particolare, il Parc Güell a Barcellona ebbe una grossa importanza nella sua decisione di costruire un suo giardino di sculture, fornendole anche l’ispirazione di fare di materiali diversi ed oggetti trovati gli elementi principali della sua arte. Dopo il ricovero all’ospedale per un ascesso ai polmoni, causato dal pluriennale lavoro col poliestere, Niki soggiornò a St. Moritz per un periodo di convalescenza. Là incontrò Marella Caracciolo Agnelli che nel 1950 ca. conobbe a New York. Niki espresse all’amica il suo sogno di creare un giardino di sculture le quali si sarebbero dovute basare sulla simbologia delle carte dei tarocchi. In seguito i fratelli di Marella, Carlo e Nicola Caracciolo le misero a disposizione un terreno della loro proprietà a Garavicchio in Toscana ove realizzare il suo sogno.

 Il progetto del Giardino dei Tarocchi, situato a Pescia Fiorentina, frazione di Capalbio, occupò per ben vent’anni a partire dal 1979 il pensiero e la forza creativa di Niki che trascorse la maggior parte del suo tempo tra le colline e la Maremma. Il terreno fu pulito e disboscato e furono gettate le fondamenta:  Niki fu impegnata prevalentemente nella costruzione del suo Giardino, ottenendo l’aiuto di numerosi suoi amici e seguaci; l’architetto francese, affiancata da operai specializzati e da un’èquipe di artisti contemporanei tra cui spiccano i nomi di Rico Weber, Sepp Imhof, Doc Winsen e il marito Jean Tinguely che ha creato alcuni assemblaggi meccanici semoventi, si dedicò alla realizzazione di 22 imponenti figure, rappresentanti gli Arcani maggiori, ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate. I tarocchi sono formati da 78 carte ma gli Arcani maggiori sono 22 come le 22 sculture del Giardino: il Sole, la Luna, il Papa, la Giustizia, l’Imperatore, la Torre di Babele, la Morte, il Diavolo, la Stella ecc. tutte ricoperte con coloratissime decorazioni a mosaico, alcune ciclopiche e molte di loro percorribili, collegate tra loro grazie a viuzze sopra le quali sono scritti nomi, numeri, pensieri, citazioni care all’artista.

Il Sole ovvero la forza vitale
L'Impiccato
La Luna ovvero l'immaginario creativo

Nei meandri del giardino

Appena superato l’ingresso del giardino, il sentiero principale conduce alla grande piazza centrale, dominata dal volto azzurro della Papessa. Emblema dell’inconscio irrazionale, la Papessa (espressione della carta n. II) è considerata “la grande sacerdotessa del potere femminile dell’intuizione… una delle chiavi che portano alla saggezza. Rappresenta il potenziale dell’irrazionale inconscio. Coloro che vogliono spiegare gli avvenimenti soltanto con la logica e i ragionamenti rimangono inevitabilmente in superficie e non riescono a penetrare la realtà con l’immaginario e la visione istintiva”. Da un punto di vista iconografico la scultura si ispira all’orco del parco tardorinascimentale di Bomarzo, seppur ingigantita e sormontata dalla testa del Mago, simbolo di energia, luce, malizia e creatività. Dalla bocca della Papessa sgorga l’acqua che confluisce nella fontana centrale, dove è collocata la grande scultura semovente realizzata da Tinguely che rappresenta la Ruota della Fortuna, la ruota della vita. Da qui prendono avvio itinerari differenti.

Tutto il giardino è una continua sorpresa. Immersi nella vegetazione si trovano queste colossali rappresentazioni, realizzate in cemento armato e metallo e interamente ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate che evocano le tipiche forme dilatate da Matisse a Picasso. Le sculture che caratterizzano lo stile di Niki de Saint Phalle sono le Nanas: sculture con sembianze femminili a grandezza naturale e dalla forma un po’ grottesca, da lei ideate e create. Il termine spagnolo “Nanas” significa “ragazzine di piccola statura”. Le troviamo visibili nella fontana con giochi d’acqua all’interno del castello dell’imperatore e in molte sue figure femminili raffigurate.

Le statue sono l’ultima tappa del percorso artistico iniziato dalla Saint Phalle nella seconda metà degli Anni Sessanta, quando l’artista allontanò dal Nouveau per approdare a queste grandi opere tridimensionali femminili dalle rotondità accentuate, alcune delle quali sono percorribili e abitabili.

Nella fortezza dell'Imperatore
La Torre di Babele
La Torre di Babele

All’ingresso troviamo il Mago (Carta n. I) il grande giocoliere: “Per me il mago è la carta di Dio che ha creato la meravigliosa farsa di questo mondo nel quale viviamo. È la carta dell’intelligenza attiva, della luce, dell’energia pura, della creazione e del gioco”. Spicca la fortezza dell’Imperatore, una cittadella fortificata il cui loggiato è costituito da 22 colonne, in numero uguale a quello delle carte. Questo è l’arcano che meglio raccoglie l’eredità di Gaudì: ricoperto da vetri di murano e murrine, specchi francesi, boemi e cecoslovacchi, l’Imperatore è simbolo del maschile, dell’ambizione e del potere. Gli si contrappone la carta dell’Imperatrice-Sfinge, identificata come l’opera più rappresentativa dell’intero complesso, non solo perché l’artista ne fece sua abitazione personale ma perché questa scultura enorme e opulenta, con il corpo esageratamente formoso rivestito di una molteplicità di ceramiche, viene identificata come la regina del cielo, sacra magia e civilizzazione. All’interno della di questa gigantesca scultura sono addirittura colllocate una stanza da letto, un soggiorno, una cucina e il bagno con una singolare doccia a forma di serpente. Tutte le pareti sono interamente rivestite da frammenti di specchi, creando un suggestivo effetto da labirinto e casa degli specchi…

Tra le altre opere va ricordata la Temperanza, grande scultura-igloo creata per celebrare la memoria dello scomparso Jean Tinguely e dell’amico Menon, le cui fotografie sono all’interno dell’ambiente ricoperto da ceramiche e specchi di varia forma, innescando uno spaesante effetto caleidoscopico di curve riflesse e deformate. Uno spazio magico e infinito, dunque. Proseguendo il percorso, ci s’imbatte nel Matto, giovane simbolo del caos, dello spirito e dell’entusiasmo, con cui s’identifica l’artista stessa.

Non voglio andare avanti nella descrizione delle altre singole, meravigliose e incredibili opere d’arte contemporanea presenti nel Giardino perché credo che sia giusto che ogni visitatore possa scoprire dal vivo tutti i meandri di questo magico e surreale regno in cui l’artista ha voluto ridisegnare il percorso interiore e artistico della sua stessa vita… un viaggio tra natura, arte ed esistenza che solo fino a un certo punto può essere illustrato ma che per essere colto va vissuto, catapultandosi in questo crogiolo di colori, allusioni e forme che il Giardino custodisce in attesa del prossimo viandante.

Gli itinerari di San Potito Sannitico

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Questa è la volta di San Potito Sannitico, nel parco nazionale del Matese.

Era una calda domenica di fine estate, alla scoperta di un nuovo borgo, ma soprattutto di nuove persone, che in fondo sono proprio loro a fare la differenza, rendendo le nostre passeggiate leggere e piacevoli.

Il borgo di San Potito Sannitico sorge alle pendici del Matese, di qui è inutile spiegare l’elevata valenza naturalistica del luogo, che cattura l’attenzione già lungo la strada percorsa per raggiungerlo.

Il bellissimo borgo ultra millenario di San Potito Sannitico offre ai turisti tre itinerari, che percorrendo le strade del paese sono perfettamente collegati l’uno all’altro: Acqua – Storia – Natura.

Sono i tre elementi che caratterizzano San Potito, elementi che si lasciano vivere ed assaporare passeggiando per il paese.

Acqua

L’acqua, è uno degli elementi essenziali che caratterizza le singole stradine e le piazze del paese, con le sue fontane, abbeveratoi e i caratteristici lavatoi, che definiscono un itinerario completo del borgo, accompagnando il turista in un percorso definito.

L'abbeveratoio
Il lavatoio
Il lavatoio
La fontana
La fontana

La storia

La storia, tangibile nella passeggiata tra le stradine, tra i palazzi del 700 e dell’800, il cui primo insediamento si fa risalire al periodo sannitico. Uno degli elementi di spiccata valenza storica è il Palazzo Filangieri de Candida Gonzaga, costruito nel XVII secolo, da una famiglia di latifondisti, i Sannillo. Nell’ottocento è poi passato ai conti Gaetani, che lo ampliarono sul modello della Reggia di Caserta, ispirandosi ad alcuni elementi essenziali come ad esempio lo scalone della reggia. Il palazzo è poi passato in eredità ai Filangieri, attuali proprietari. Oggi il palazzo con le sue decorazioni artistiche, mobili d’epoca e preziosi di ogni genere è anche sede di numerose iniziative culturali.

La natura

Infine, la natura, presente in ogni scorcio, che regala dei panorami mozzafiato.

I tre itinerari si fondono perfettamente in una cornice artistica. Le fontane, le case e le mura del paese sono un vero e proprio museo a cielo aperto, alla portata di tutti, fruibile dal semplice passante al turista, tutti possono ammirarla e goderne.

L’idea nasce nel 2004, dal progetto FateLab, il cui unico obbiettivo è la valorizzazione del territorio. Il progetto vede la partecipazione di artisti vari, nazionali e internazionali, che regalano arte ai visitatori. Dietro a ogni singolo murales vi sono innumerevoli messaggi che affrontano i temi più svariati.

Tante sono anche le opere d’arte installate nelle aree del paese, opere realizzate con l’utilizzo di materiali di riciclo.

Il dolore di emigrare
I murales
Ritratto di famiglia
El silencio del ruido

Le cupole

Altra tappa imperdibile è la scuola materna di San Potito Sannitico. Un progetto di edilizia scolastica caratterizzato da elevate caratteristiche antisismiche e dall’utilizzo di tecnologie innovative.

La scuola materna, con biblioteca e auditorium, è stata realizzata con una struttura a cupola in mattoni e pietra di tufo, ricoperte di cocciopesto con lo scopo di realizzare una struttura antisismica, dopo l’evento sismico che ha interessato il paese nel 2013.

Le cupole

La passeggiata finisce con la splendida vista serale della chiesa di Santa Caterina, incorniciata, nella sua maestosità, da una suggestiva atmosfera.

La chiesa di Santa Caterina

Finisce così la nostra passeggiata a San Potito, soprattutto con la consapevolezza che sono principalmente le persone, in questo caso i nostri tre ‘angeli’, a fare la differenza e ad arricchire le nostre passeggiate. Persone che pensavi non esistessero più, che ti aprono la porta nonostante fossimo in troppi, che ti lanciano un invito a cena, al quale non vedi l’ora di andare.

I borgonauti

Questa tappa, come tantissime altre lasciano in primis in ognuno di noi l’allegria e l’accoglienza che le persone del posto ci trasmettono. Spesso, come in questo caso, ci ritroviamo sommersi di affetto, stupiti dalla diponibilità delle persone e dall’amore che trasmettono per i loro borghi.

Raccolta di San Gennaro

Asprinio poetico

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Un po’ di storia. Durante il periodo della quarantena, l’anima, nella piena solitudine sanitaria e nella circoscritta visione delle solite mura, ha viaggiato come non mai alla ricerca di interessi inusuali, sfruttando i pochi spiragli dalle finestre. Un mondo si è disvelato sui bordi della città, un passato coriaceo, come gli antichi racconti dei nonni, perché l’Agro aversano era terra di contadini, demiurghi di pedologie paludose e vulcaniche, punti d’incontro d’opposte forze telluriche. L’agricoltore ha da sempre dovuto mediare il fuoco degli effluvi magmatici e l’irruento fiume Clanio distribuiva limosi doni, ma anche devastazioni e acquitrini diffusori di malaria. Dopo le bonifiche del tempo (Regi lagni), queste terre hanno custodito un raro gioiello enologico, un unicum, un vitigno da cui si produce un “piccolo grande vino”, come ci ricorda un vero custode della memoria enologica, Mario Soldati. Al di là delle varie ipotesi sulle origini di questo ancestrale vitigno, una conferma potrebbe derivare proprio dalla tecnica di coltivazione, quella dell’Alberata aversana (per propaggine e a piede franco, possibile grazie alla natura del suolo prevalentemente vulcanico/sabbioso che ha reso quasi impossibile la vita alla filossera, afide che ha devastato il modo viticolo europeo per anni, sconfitta solo grazie alla tecnica del portinnesto su viti americane), sistema di allevamento  che rimanda ad un’origine etrusca. Gli Etruschi erano soliti coltivare con tutori vivi la vite, cosa che del resto accadeva con il promiscuo nel Chianti in Toscana e in Emilia per i Lambruschi (territori della civiltà etrusca) prima dell’impostazione contemporanea della produzione enologica di impronta francese.

La muraglia
La muraglia
Festoni
Festoni

L’Asprinio ha una simbologia romantica; infatti, si marita (vite maritata) con alberi di olmo e pioppo raggiungendo altezze di venti metri. In questo modo la terra si congiunge con il cielo, e i contadini coltivandola percorrono una ascesa mistica dove la fatica e il pericolo sono elementi della briosità del prodotto, perché per coltivare questa rara uva sono necessarie passione e follia. Un’altra notizia in merito è quella che vede una comunanza genetica con il più rinomato Greco di Tufo irpino. Infatti, l’Asprinio fu portato in Irpinia dalla famiglia Tufo aversana, che in epoca angioina divenne feudataria della solforosa Tufo (AV). Inoltre, gli studi genetici sui biotipi dei due areali, condotti dalla Facoltà di Agraria di Portici della Federico II, avvalorano tale ipotesi.  Un altro particolare per quanto riguarda la tecnica di allevamento delle alberate, presenti prevalentemente nella zona territoriale, denominata Agro aversano, è quello rinvenuto in una raffigurazione pittorica nel bellissimo Real sito di Carditello: esso fu fiore all’occhiello per la zootecnia e la sperimentazione agricola durante il regno dei Borboni. Sulle pareti, sono raffigurate scene dove le viti vengono coltivate con l’ausilio degli alberi, ma la particolarità è che l’uva raffigurata è di colore nero… Ogni simbolo rimanda alla ricerca, questa terra si fonda sull’unicità, che non è frutto sempre della razionalità. La terra ha permesso una graduale sostituzione, quasi scomparsa, di tale particolarità, per rispondere in maggior modo alle esigenze del mercato e alla quantità. Ciò è avvenuto a discapito della qualità di questo raro gioiello, che durante il boom economico divenne uvaggio da taglio per famosi spumanti che inondarono le tavole italiane; d’altro canto i contadini, da eroi romantici, divennero conferitori e la magia andò ben presto affievolendosi.

Ascesi
Ascesi
Uva d'Asprinio di Alberata
Uva d'Asprinio di Alberata
Vite maritata in primavera
Vite maritata in primavera

Esperienze. Durante l’allentamento delle misure anti-covid, la curiosità, implementata dalla cattività sanitaria, ha nutrito il desiderio di toccare con mano questa antica storia. L’esigenza è stata quella di conoscere il mondo di chi per secoli ha coltivato questa terra e custodisce le antiche pratiche e leggende. Ad Aversa, ai margini della urbanizzata città, dove il verde respira con le sue sfumature, resistono ancora strade di campagna in terra battuta, dove è possibile conoscere dinastie di agricoltori custodi, e chi se non i borgonauti potevano spingersi in una conoscenza dell’oblio? In queste passeggiate abbiamo avuto l’onore di dialogare con il signor Angelino, che con grande passione ci ha informato di come le alberate non possano essere conosciute senza emozioni, perché la loro esistenza è frutto di scelte irrazionali. Con lui abbiamo appreso molte cose, e soprattutto “colto” quanto gli agricoltori abbiano una simbiosi profonda con la terra, e come i poeti e gli agricoltori possano scegliere tra due metriche, quelle classiche, sorrette dalla razionalità, o il verso libero spinto dall’inspiegabile dolore/passione che da sempre rende insaziabile l’uomo alla ricerca di un’anima insondabile: in questo caso l’agricoltore è poeta. Durante questi dialoghi primaverili/autunnali, quasi platonici, perché l’alberata è un’idea applicata alla realtà, la terra respirava libera dalla pressione idrocarburica e antropica. Abbiamo sentito originariamente il profumo dei fiori, del cardo e di pesco rosa, ammirato il dischiudersi dei fiori di melo d’annurca candidi, il nascondersi dei delicati ciliegi. La campagna era una tavolozza di colori e odori di cui non avevamo mai fruito nella sua integrità.

Il cardo
Il cardo
Campo di cardi
Campo di cardi

Ritornando all’Asprinio il sig. Angelino ci ha dato appuntamento per la vendemmia che quest’anno si è tenuta nel giorno di San Gennaro, perché è solo nella vendemmia e nella potatura che si può comprendere che gli eroici agricoltori non vivono solo nelle rinomante zone vitivinicole, tra terrazzamenti e quote temerarie, ma anche in un lembo di terra che galleggia sulle acque salmastre, alluvionali e marine, e resiste contro l’ignoranza dell’inquinamento. Gli agricoltori dell’Agro aversano con le loro maestose alberate sono gli unici che hanno avuto l’ardire di coltivare il cielo, con filari alti venti metri una rara stirpe d’uomini ragno capaci di tessere tralci e raccogliere i frutti.

Il sentiero dei nidi di ragno
Il sentiero dei nidi di ragno
Fratelli Angelino
Fratelli Angelino
Un fratello Angelino
Un fratello Angelino

Uve che fluttuano tra sole e ombra e che indiscutibilmente conservano elementi chimici e magici come il profumo di agrumi e l’acidità magmatica esaltata nelle grotte di tufo, dove viene conservato il vino, grotte scavate da abili scalpellini. È giusto ricordare come i contadini fossero anche abili vinificatori stregoni delle grotte, che sapevano rendere il vino particolare semplicemente con il gioco delle lune e fossero conoscitori arcaici e profondi delle costellazioni zuccherine che rendono il vino un’anima duplice, ferma o spumantizzata.

Tra un’ascesa e discesa dalle alberate dei vendemmiatori, siamo riusciti a raccogliere esperienze e ricordi, perché l’agricoltore imprime alla terra ciò che custodisce dentro. Il sig. Angelino discende da una grande famiglia di agricoltori, che da anni coltiva con devozione i rispettivi moggi di terra. Egli ci ha raccontato della sua prima vendemmia a 13 anni e fu… una vera e propria impresa… un rito di iniziazione.

Il peso della terra
Il peso della terra

I nostri ingegnosi agricoltori, infatti, posseggono uno scalillo (scala) di castagno costruito a misura altissima e stretta, particolarmente pesante da alzare e trasportare, sulla quale si inerpicano grazie a dei pioli molto resistenti tali da sorreggere le fascine (contenitori di vimini di forma triangolare con la parte terminale appuntita che facilmente si configgeva nel terreno), nelle quali veniva raccolta l’uva prima di farla discendere verso terra con una corda. Il meccanismo è semplice ma ingegnoso. Di fatto, nel momento della discesa del prodotto verso il suolo sono soliti usare delle foglie di vite tra le mani per evitare che la corda possa tagliarle con l’attrito.

Scalillo
Scalillo
Posizionamento scalillo
Posizionamento scalillo
Sulla vetta
Sulla vetta

Queste scale hanno anche un costo elevato, perché la loro costruzione – date le altezze da raggiungere e il peso da sopportare – devono essere strumenti di alta precisione e qualità, di cui solo pochi artigiani ne conservano l’arte. Un altro elemento interessante è la pratica (ancora rispettata dalla famiglia Angelino) che avviene durante il periodo della potatura, quando la pianta, una volta recisa, piange la linfa e gli agricoltori sono soliti bere del vino accovacciandosi ai piedi dei fusti delle piante, che con la loro vorticosa crescita sembrano ballare un tango plastico e passionale. I contadini chiedono perdono, cercando di dimenticare il dolore arrecato alle piante, portatrici invece di un prodotto di felicità come il vino.

La danza plastica
La danza plastica

L’Asprinio, come i borghi dimenticati, è un vitigno che rischia di essere abbandonato, non solo perché è molto costoso da allevare, ma anche perché non sempre compreso dalla platea degli amanti dei vini così spesso conforme a criteri standard di degustazione stereotipati. Non è un vitigno razionale, ma immediato. Con la sua fresca nota acidula rifiuta l’equilibrio e sa esaltare i sapori e placarne la persistenza. È un particolare modo di esprimere il mondo, un verso libero e dissetante. Curiosa è la mitologia etrusca che parla del dio Flufluns (Dioniso e Bacco, per i greci e i romani) figlio della dea Semia (Semele grc.) che essendo andato a caccia si fermò sotto la frescura di un pioppo e vedendolo solo e indifeso dal sole, decise di lasciare un tralcio di vite come ringraziamento. Nel tempo la pianta di pioppo si accorse che quel dono era ciò che di meglio potesse desiderare poiché da una parte i frutti della vite, che si inerpicò sulle altre piante, assorbivano nei periodi caldi i raggi del sole divenendo di colore dorato, dall’altra la solitudine divenne un lontano ricordo.

La scalata
La scalata
A un passo dal cielo
A un passo dal cielo
Groviglio enoico
Groviglio enoico

Vatolla: il borgo in cui tradizione locale e pensiero filosofico si armonizzano

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A sud della provincia di Salerno si erge nel cuore del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni il borgo medievale di Vatolla, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Come spesso accade per i centri abitati di remota fondazione, le tracce delle origini di Viculus Vatulanus si dissolvono nel corso dei  secoli. È ipotizzabile però, dato i numerosi  resti di epoca romana,  che Vatolla esistesse già ai tempi dell’Impero e che sia uno dei paesi più antichi del Cilento. La presenza del maestoso castello, che incanta il visitatore per la sua imponenza, induce a supporre che Vatolla, nel primo periodo della dominazione longobarda sia stato luogo di insediamento degli arimanni, ovvero della guarnigione di confine, caratteristica dell’ordinamento militare dei longobardi, e che in seguito sia mutata in fara, cioè nella forma abitativa civile, che univa l’attività agricola con l’eventuale servizio armato.  Gli elementi artistico-architettonici, manifestazione tangibile della sua storia, e  la posizione sopraelevata del sito creano un’atmosfera suggestiva, quasi fiabesca, che incanta l’anima e dona emozioni profonde:  il panorama, che accoglie il mare salernitano e il paesaggio collinare, i delicati riferimenti religiosi sparsi in tutto il borgo, i richiami al rapporto tra il luogo e il filosofo Giambattista Vico, importante esponente del panorama filosofico napoletano, la tradizione locale, dedita soprattutto alla coltivazione di una varietà di cipolla unica nel suo genere, rendono Vatolla un luogo eclettico, poliedrico, capace di armonizzare la conoscenza in tutte le sue straordinarie sfaccettature.

Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla Di Vatolla.
Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il luogo dove germogliò la Scienza Nuova di Giambattista Vico

Giambattista Vico è stato filosofo, storico, giurista e letterato, nato a Napoli nel 1668. Questi fu fortemente legato alla cultura umanistica, che venne a diffondersi nell’ambiente napoletano nella seconda metà del XVII secolo. Nel 1686 il vescovo di Ischia Geronimo Rocca conobbe G. Vico in una libreria napoletana e, ammirandone la vasta cultura, gli propose l’incarico di istitutore per i suoi quattro nipoti. Fu così che Il Vico restò a Vatolla, anche se non continuativamente, per nove anni, spendendo qui  la maggior parte del corso degli studi filosofici. Il grande pensatore ebbe con il paese un rapporto di amore e odio: alcune volte lo definiva “aspra Selva solinga arida e mesta” , altre come “bellissimo sito di perfectissima aria, dalla quale fu restituito alla salute ed ebbe tutto l’agio di studiare e gettare le basi della Scienza Nuova“. Infatti, è proprio in questa terra di rurale fascino che nel  1725 prese forma l’opera in cui è racchiusa nella sua complessità e originalità la dottrina di G. Vico.

l’Associazione Cipolla di Vatolla e il prodotto di eccellenza locale

Nata nel 2014, l’Associazione Cipolla di Vatolla di natura privatistica, senza fini di lucro e con valenza di pubblica utilità sociale e rilevanza di interesse pubblico agisce sul territorio con finalità di promozione sociale e di valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storico-artistiche, turistiche ed enogastronomiche. La presidente Angela Marzucca, manifestando nelle sue parole un profondo l’orgoglio e l’amore per la propria terra, afferma: «ci auspichiamo che Vatolla sia conosciuta e apprezzata anche attraverso il suo prodotto d’eccellenza: la cipolla. L’associazione ha avviato vari progetti, che mirano alla rinascita del territorio, e che sono animati soprattutto da donne, anche giovani, che non vogliono abbandonare il Cilento. Un esempio di queste iniziative è la festa della cipolla, che ogni estate si organizza a Vatolla e che ha ottenuto nel corso degli anni un riscontro crescente, gettando le basi di un percorso enogastronomico, che favorisca diverse forme di  turismo e la diffusione di un prodotto, riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO». La cipolla di Vatolla (Allium cepa L.) è un ecotipo, un elemento della biodiversità del Cilento, coltivato secondo tradizioni antiche nelle zone rurali di questo magnifico borgo. Questa peculiare varietà di cipolla differisce da tutte le altre per la particolare dolcezza e delicatezza e per la presenza di sostanze, come flavonoidi e quercetina, che favoriscono il benessere del corpo. I semi della cipolla di Vatolla arrivano dall’Oriente, forse dall’Afghanistan, portati dai monaci Basiliani in fuga dalle persecuzioni che si realizzarono dopo l’anno mille. Il microclima locale, le caratteristiche e la biodiversità dei suoli dei sistemi di terre del Cilento e la continuità della tradizione contadina da parte delle popolazioni locali hanno determinato le caratteristiche di questo vegetale, unico nel suo genere.

La cipolla, prodotto di eccellenza di Vatolla. Foto dell'Associazione la Cipolla di Vatolla.

Il borgo e le sue bellezze

È stata Arianna C. con la sua bravura a creare un percorso, che ha reso possibile apprezzare le meraviglie del luogo: ella con grande disponibilità ha accolto i visitatori ed ha esposto in modo garbato ma con partecipata emozione  le caratteristiche e la storia dei siti di interesse del borgo. Il tour è cominciato con la visita alla Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Le prime notizie riguardo la chiesa risalgono all’XI secolo. I pannelli, facenti parte di un sarcofago romano del IV secolo, posizionati ai lati della facciata fanno pensare che essa sia sorta sulle rovine di un tempio romano poiché raffigurano le divinità pagane di Pan, Dioniso, Bacco e Sileno. L’interno della struttura, in parte restaurata, è costruita su tre navate e notevole importanza e pregio sono gli affreschi raffiguranti santi bizantini, come San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola. In questa chiesa lo stesso Vico assisteva alla Santa Messa con la famiglia Rocca.

Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Affresco della Chiesa Santa Maria Delle Grazie.

Imponente  alla vista è il Castello- Palazzo Vargas : eretto probabilmente prima dell’Anno Mille per mano dei Longobardi con la funzione di “sentinella” e di primo ostacolo, per chi avesse voluto avventurarsi sulla via di Lucania e fu poi reso il palazzo di residenza dalla famiglia feudataria Griso nel XVI secolo . Si tratta di una costruzione a pianta trapezoidale, circondata da quattro torri cilindriche. Passato successivamente in possesso dei marchesi Rocca, il palazzo divenne la dimora di Gian Battista Vico. Nel 1767 la struttura divenne di proprietà di un nobile napoletano, di origini spagnole: Francesco Vargas.  All’interno vi è un’ampia biblioteca di testi storici e critici che riguardano il grande filosofo.

Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Cortile del Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Continuando il percorso, è possibile ammirare la Cappella Di San Nicola . Si tratta un’antica chiesetta padronale, posseduta in origine dalla famiglia Cocozza e poi da questa donata alla comunità francescana del Convento della Pietà. Il culto di San Nicola, e anche la sua statua, furono portati a Vatolla dagli abitanti di Avella. Probabilmente risale al XIV secolo.

la Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Interno della Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il cammino si è concluso con la visita Convento S. Maria Della Pietà, fondato nel 1619 su un terreno donato ai francescani dalla Universitas, recuperando un’antica struttura di una cappella detta “della pietà”, in cui oggetto di grande venerazione era un affresco ritenuto miracoloso dal popolo. Soppresso nel decennio francese, fu riaperto nel 1815, dopo sostanziali lavori di restauro. Oltre all’antica cappella, di notevole importanza sono gli affreschi interni e alcuni elementi artistici. Vico fu assiduo frequentatore del Convento della Pietà, dove era solito discorrere con i frati oppure consultare la biblioteca interna, che conteneva testi su cui il noto filosofo condusse i suoi studi e da tali libri, all’ombra dell’ulivo posto di fronte al Convento in cui Vico soleva riposare, leggere e meditare, prese forma la sua  Scienza Nuova, consacrando il pensatore come punto di riferimento dello scenario filosofico dei secoli successivi.

Convento S. Maria Della Pietà. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Vatolla stimola una profonda curiosità, una straordinaria sete di conoscenza in chi la osserva e non delude né la mente né l’anima, perché dà testimonianza tanto della fierezza della tradizione rurale, quanto delle meraviglie dell’ingegno umano. Noi Borgonauti  ci auguriamo, dunque, che altri possano conoscere e  godere del fascino particolare e ricco di sfumature di questo sito, apprezzando ogni dettaglio nel quale il tempo ha dato manifestazione tangibile della propria mano, incantandosi e  perdendosi nella profonda devozione religiosa, che il luogo esprime, e infine emozionandosi nel calpestare lo stesso suolo, nell’abbandonarsi negli stessi luoghi in cui il filosofo Vico ha dato voce al suo pensiero.

                                                                                                                               Marica Fiorito

Il fiume Titerno sotto il ponte di Annibale

La natura e l’uomo – Alla scoperta delle Forre di Lavello

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Quale sensazione più bella può esserci, in piena estate, in una calda domenica di agosto, di tuffarsi nelle gelide e trasparenti acque di un fiume, all’interno di gole scavate nella pietra, protetti dalle pareti rocciose dei monti, circondati dagli alberi e coperti solo da un cielo limpido che si lascia attraversare dalla luce filtrante del sole agostano?

Beh vi dirò che, contrariamente a quel che immaginavo, questa è stata solo una delle meravigliose emozioni che ha regalato, a noi borgonauti, la passeggiata alle Forre di Lavello, uno splendido canyon, detto appunto “Lavello”, di circa 30 metri di profondità, nato tra i monti Erbano e Cigno, grazie alla forza erosiva delle acque del fiume Titerno a contatto con la pietra calcarea.

Il sentiero che fiancheggia il torrente, al confine tra i comuni di Cerreto Sannita e Cusano Mutri (nel Beneventano) ripercorre un’antichissima strada mulattiera di epoca sannita, che era fondamentale per gli abitanti della valle che si recavano verso la montagna.

Come anticipato sopra, il tuffo finale nelle forre è stato solo l’approdo e il bellissimo coronamento di un’escursione iniziata diverse ore prima, che può regalare davvero un avventuroso e intenso percorso, all’interno di un’altalena di emozioni.

Le Forre viste dall'alto
Scorci lungo la discesa

IL SENSO DELL’ESPLORAZIONE

Spesso quando si progetta di fare una passeggiata in montagna, una giornata di trekking o un’escursione tra amici o in famiglia, ci si concentra sull’equipaggiamento da portare e sull’abbigliamento da usare, solitamente scarpe comode con una suola non liscia, vestiti sportivi, occhiali da sole, zainetto con borraccia o bottiglie d’acqua, una colazione a sacco e, qualora si preveda una sosta con annesso bagno nelle acque del luogo, magari anche un costume! Ed è stata questa anche la base di partenza della nostra giornata matesina.

Quello sui cui, però, spesso non si ragiona è cosa occorra “lasciare” a casa per vivere al meglio questo genere di esperienza e con che tipo di bagaglio si possa tornare dopo l’esplorazione. Quando, infatti, si decide di attraversare un tratto di montagna quasi incontaminata, quale è questo selvaggio e suggestivo angolo del Parco nazionale del Matese, e si pensa, quindi, di entrare in uno spazio-dominio assoluto della natura, si apprende anche, quasi in maniera inconsapevole, il rispetto ancestrale per essa e di conseguenza per la vita.

Infatti, nel ricercare i sentieri, appena vagamente indicati o tracciati, nel batterli e sperimentarli con il desiderio e la curiosità di scoprire cosa vi sia alla fine del percorso e quale sia la strada più breve o più giusta, diventano importantissimi tanti piccoli elementi spesso trascurati e che, in questo contesto specifico, si riscoprono fondamentali: la roccia che ci fornisce riparo e ombra quando il sole picchia troppo forte, il vento che soffia tra gli alberi donando sollievo e spingendoci quasi in avanti, la vegetazione che ci regala frutti, colori e profumi insieme a spettacoli di grande bellezza, l’acqua che permette di idratarci, la capacità di orientarsi senza gps ma guardandosi intorno, la coordinazione tra i passi e il senso dell’equilibrio che diviene prezioso quando si esce dall’universo modellato dall’uomo solo per le sue esigenze e si calpesta, invece, il regno della natura, che può affascinarci o anche metterci in seria difficoltà, se non si entra in sintonia con essa.

Flora e fauna delle Forre
Natura selvaggia
Giochi di riflesso
Giochi di riflesso

Ed ecco che, allora, in un attimo, si comprende quanto sia importante capire la natura, sentire la terra, interpretare i suoi segnali, ascoltandola con calma e riscoprendo così anche un po’ se stessi. Se lo si farà, lasciando indietro maschere, sovrastrutture, paure consce e inconsce, la natura si lascerà attraversare regalando momenti e scenari imperdibili, aiutandoci ad affrontare tabù e superare i nostri limiti.

Questa sensazione un po’ magica di sentirsi, come essere umano, solo una piccola parte di un contesto più grande che ti accoglie, ti mette alla prova e ti premia se ti metti in gioco, mi ha accompagnato in tutto il percorso fatto dal Ponte di Annibale al Ponte dei Mulini e lungo la risalita sul monte Cigno.

Il Ponte di Annibale

L’inizio della passeggiata – Il Ponte di Annibale

Guidando lungo la strada provinciale Cerreto Sannita-Cusano Mutri, ad un certo punto abbiamo notato un monumento in ferro raffigurante alcuni elefanti: questo è l’indicatore che segna l’inizio di una strada che porta al famoso Ponte di Annibale. Parcheggiata l’auto nell’area antistante, abbiamo iniziato a scendere a piedi lungo il sentiero che ci ha portato, in pochi minuti, direttamente, come una macchina del tempo, nelle viscere della Storia.

Il ponte, lungo 13 metri, largo 1,5 metri con una luce di 9,15 metri, è formato da una sola arcata a tutto sesto che giganteggia sul corso del fiume Titerno ed è costruito interamente con l’uso di pietra locale.

Secondo la leggenda sul ponte sarebbe passato il celebre condottiero cartaginese Annibale, assieme ai suoi elefanti, durante la sua discesa al tempo della seconda guerra punica, per nascondere un bottino di guerra sul vicino monte Cigno. Anche lo storico Polibio racconta una versione dei fatti che rinvigorisce tale ipotesi. Recentemente la leggenda sembrava aver trovato un’ulteriore conferma grazie al ritrovamento, il 10 febbraio 1951, sul monte Cigno, di alcune monete in argento di epoca romana, databili al periodo storico della narrazione. Sull’eventuale presenza di Annibale in queste zone gli storici dell’antichità hanno opinioni controverse: Tito Livio, al contrario di Polibio, narra che colui che attraversò la Cominium Cerritum sannita fu Annone, generale di Annibale.

Il ponte è stato edificato in epoca romana e successivamente ristrutturato più volte specie dopo il sisma del 1688, anche se ha conservato nel tempo la sua fisionomia. Durante il terremoto citato mentre Cerreto Sannita fu quasi interamente distrutta, Cusano Mutri restò indenne e per ringraziamento furono edificate le cappelle di Santa Maria della Pietà (poi sconsacrata) e quella della Santa Croce utilizzando le pietre e l’area del fortino Castelluccio, ribattezzando poi l’altura principale Monte Calvario.

Dopo aver attraversato il ponte, ammirato da esso il corso del fiume e aver percorso brevemente un piccolo tratto dei sentieri a destra e sinistra del ponte, che costeggiano il fiume dall’alto, siamo tornati all’auto in direzione “Forre di Lavello”.

Costeggiando il Titerno

Ritornando sulla strada provinciale verso Cusano Mutri o verso Civitella Licinio in entrambi i casi si incontra una stradina che un tempo era veicolabile in auto ma che, a causa di frane in passato, ora è percorribile solo a piedi, come è reso intuitivo dalla presenza di un enorme macigno posto al centro della strada. C’è uno spazio parcheggio prima di tale masso, in cui si può fermare l’automobile per poi continuare a piedi.

Proseguendo verso Nord, dopo un po’ di asfalto, si incontra sulla sinistra una scalinata che, ahimè, solo alla fine della nostra escursione, abbiamo capito essere il vero inizio del percorso, dotato anche di un cartello che funge da mappa e che è una delle poche indicazioni sul sentiero.

Se da là si prosegue attraversando il Ponte di Pesco appeso a cavallo del fiume Titerno, si arriva a un bivio, in cui si comincerà a salire per incontrare rispettivamente la Grotta delle Fate, una grotta artificiale scavata nella roccia calcarea ai fini di sondare il terreno per la costruzione di una diga, fino alla Grotta dei Briganti, che rappresenta la parte più “avventurosa” del sentiero, una piccola fessura tra le rocce, ricca di stalattiti e stalagmiti, La Grotta delle Streghe e alcuni punti panoramici come il Belvedere sulla Forra.

Come anticipavo prima, solo alla fine della giornata noi borgonauti abbiamo compreso che questo è il modo più agevole di visitare le Forre di Lavello ed è probabilmente la modalità di escursione che utilizzeremo la prossima volta che decideremo di tornare al Lavello.

 

Inizio del nostro percorso
Inizio del nostro percorso
Bivii lungo il tragitto
Il fiume Titerno

Invece, durante la nostra prima visita, dopo aver ignorato la scalinata, abbiamo deciso di scendere tramite una stradina alla sinistra di un ponte di legno, lungo il corso del fiume, che stavamo già ammirando dall’alto in tutta la sua selvaggia bellezza, tra piccole cascate, rivoli, insenature e grotte.

Abbiamo deciso di seguire solo il nostro senso di orientamento e costeggiare il Titerno a piedi dal basso, trovandoci poi a farci largo nel letto del fiume tra rocce scivolose e piccoli salti da fare, un cammino un po’ tortuoso che, forse, senza gli amici borgonauti, non avrei tentato di portare a termine, precludendomi di assistere alla meraviglia che entro pochi minuti ci saremmo trovati davanti agli occhi.

Infatti dopo aver superato, grazie al reciproco incoraggiamento, qualche resistenza e l’incoscia paura di cadere e inciampare, ci siamo ritrovati in un punto di incantevole bellezza,  all’interno di pozze d’acqua fredda stupende in cui immergersi dopo la traversata, all’altezza del Ponte del Mulino, un ponticello stretto, corto, formato da rocce posizionate in modo da formare un arco, che sembra in perenne bilico e che invece è parte costituente da sempre di quello scenario,incorniciato in alto da una flora ricchissima fatta di faggi, castagni e un fitto sottobosco.

Il Ponte del Mulino
Il Ponte del Mulino

Dopo aver mangiato lungo le sponde del fiume, trovato ristoro in acqua, aver conosciuto altri esploratori con cui scambiare itinerari e impressioni sui dintorni, aver assistito ai tuffi dal ponte, scattato diverse foto ricordo, decidiamo di risalire partendo dal Ponte del Mulino tramite un sentiero, in parte privo di protezioni, lungo il monte Cigno, seguendo il sentiero in direzione inversa rispetto a quella descritta in prima istanza, strada che ci riporta esattamente al punto di partenza, la scalinata sull’asfalto lasciato alle nostre spalle la mattina, di cui quasi avevamo dimenticato l’esistenza, dopo tante ore avvolti nell’abbraccio di tutti gli elementi primordiali del mondo naturale che ci hanno ricordato la nostra vera essenza, il nostro posto nel mondo e il valore inestimabile di questo tipo di passeggiate.

Immagine copertina

Viaggio nel tempo nella città di Venafro

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Non sembra un sabato qualunque un sabato molisano!

Primo agosto: caldo torrido, prime partenze verso località marine, incertezza sul traffico stradale… ma niente ferma l’impavida ricerca dei borghi perduti dei Borgonauti, che questa volta hanno deciso di approdare in terra molisana.

In realtà in questa terra di mezzo, imparentate entrambe con i Sanniti, Molise e Campania condividono tradizioni di lingua e cultura e da sempre si scambiano doni. Ricordiamo ad esempio quello del 1863 quando Venafro dalla passata provincia Terra di Lavoro viene annessa all’attuale Molise e ne diventa la sua porta.

Ma Venafro a sua volta, generosa da tempi ben più antichi, dona il fiume San Bartolomeo, con le sue acque sorgive nel pieno centro della città, al possente Volturno. Due terre quindi, dove le acque si confondono e non esistono confini! Queste acque le si incrocia appena si entra nel centro cittadino, accolti dalla Palazzina Liberty -nonché dalle simpatiche oche- oggi centro di mostre e conferenze, nel secolo scorso centrale idroelettrica e molto prima ancora sede del “Mulino della Corte”.

L’incantevole scenario della Palazzina che si affaccia sul laghetto preannuncia che Venafro abbia tanto da vedere e che ogni angolo riserva delle meraviglie!

Palazzina Liberty
Palazzina Liberty
Le simpatiche oche
Le simpatiche oche

GENESI DI VENAFRO

Non è facile stabilire quando e dove sia sorto il primo insediamento venafrano; probabilmente il territorio fu abitato fin dalla Preistoria perché sono stati rinvenuti alcuni arnesi in bronzo e resti umani nella Piana di Venafro. Tuttavia nella tortuosa e lunga linea del tempo, la nascita di Venafro è ancora incerta, i primi tasselli della sua storia sono ancora gelosamente custoditi sotto il suolo, magari all’ombra di un ulivo o forse trasportati dal Volturno…

Per orientarci, allora in questo tempo infinito, ci siamo fatti guidare dai due musei della città: il Museo Archeologico e il Museo Nazionale di Castello Pandone

Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo archeologico con vista panoramica
Museo archeologico con vista panoramica

MUSEO ARCHEOLOGICO

La sede del museo ci dice molto sulla sua vecchia destinazione; si tratta infatti dell’ex convento di Santa Chiara costruito nel XVII secolo e che ospitava le suore dell’ordine delle clarisse. Il percorso museale racconta circa mille anni della storia della città: dalle necropoli della società sannita, passando per la Venafrum romana fino a raggiungere la spiritualità del Medioevo.

Di esemplare bellezza è la statua di Venere (momentaneamente in prestito presso il museo di Forlì), che sembra aver compiuto il suo bagno rituale. La statua dalle morbide curve è probabilmente una decorazione di fontana appartenente ad una domus di prestigio, perfettamente conservata e davvero bellissima.

Si trovano inoltre reperti provenienti dall’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno, salvati dall’attacco dei Saraceni nell’881. Grazie a questi reperti è stato possibile non solo riconoscere l’importanza religiosa, economica e culturale di questa cittadella monastica ma anche ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei monaci durante il Medioevo. La visita infine non può terminare senza aver ammirato i celebri scacchi di Venafro, i più antichi d’Europa…una vera chicca!

Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Scacchi di Venafro
Scacchi di Venafro

Le esposizioni all’interno delle sale del museo archeologico ci hanno guidato fino al Medioevo ma siamo ancora a metà strada! Colpa di questo ritardo le continue pause dei Borgonauti per scattare la foto ricordo perfetta; per rimanere incantati dalla vista delle montagne che circondano l’intero complesso; per lasciarsi estasiare dal suono delle campane che in perfetta sincronia riecheggiano da tutti i campanili della città; per fotografare la chiesa di San Francesco, ben visibile dalle finestre dell’ex convento nel vano tentativo di rimuovere le macchine in sosta dall’obiettivo fotografico.

Prima di lasciare il museo, ci siamo concessi ancora un po’ di tempo per chiacchierare con la signora Lina, addetta alla vendita dei biglietti, tramite la quale scopriamo che in Molise per la carenza di personale molte bellezze del territorio restano chiuse. I turisti quindi, o si affidano alle aperture straordinarie dei siti oppure… non si ha scelta e si va via con grande rammarico. Ma esiste una terza alternativa, l’opzione Borgonauti: mettersi in contatto con i volontari del posto che noi chiamiamo “angeli”. Convinciamo quindi la signora Lina a fornirci il numero di un “angelo” di Venafro, il signor Nicandro, carabiniere in pensione, e concordiamo un appuntamento per visitare la Chiesa dell’Annunziata.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro

MUSEO NAZIONALE DI CASTELLO PANDONE

Quindi dove eravamo rimasti? Continuiamo il nostro viaggio nel tempo nelle stanze del castello le cui prime pietre sono opera prima dei Sanniti e poi dei Longobardi. Tali primordiali fortificazioni vengono poi plasmate dai Normanni, Angioini e Aragonesi; insomma nelle mani delle dinastie che hanno stabilito le sorti del Sud Italia per molti secoli. Ma il periodo che sicuramente ha lasciato al castello un aspetto unico e inconfondibile risale al 1443 quando passa alla custodia della famiglia Pandone.

In particolare Enrico Pandone, conte di Venafro, convertì la fortezza in una residenza signorile e negli anni fece affrescare gli ambienti del piano nobile con un ciclo di raffigurazioni (a grandezza naturale) interamente dedicate ai suoi cavalli che egli stesso allevava con tanta dedizione nelle scuderie del castello; una testimonianza della passione che il conte venafrano nutriva per questi nobili animali. Se oggi Enrico fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe commissionato delle stampe digitali per i suoi cavalli ma per fortuna è vissuto mezzo millennio fa e ci ha lasciato degli affreschi il cui valore artistico è grande!

Al secondo piano, l’itinerario continua con l’esposizione di affreschi, sculture, tele e disegni che documentano l’arte dal Medioevo al Barocco nonché testimonianze pittoriche e fotografiche fino a giungere al XX secolo. Tra queste opere, di rara bellezza è il polittico di alabastro proveniente dalla Chiesa dell’Annunziata di Venafro.

Un cavallo Pandone
Un cavallo Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Polittico di alabastro
Polittico di alabastro

Ovviamente anche qui non è mancata la chiacchierata con la guida del museo, una gentile signora di Caserta adottata con amore dalla città di Venafro e gli immancabili scatti dal terrazzo del castello dove si può ammirare un panorama unico.

Vista panorama dal Castello Pandone
Vista panorama dal Castello Pandone
Castello Pandone
Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone

CHIESA DELL’ANNUNZIATA

Venafro è anche conosciuta come la Città delle 33 chiese per il gran numero di edifici religiosi tra cui si distingue la Chiesa dell’Annunziata, uno degli esemplari più belli di architettura barocca del Molise. Abbiamo avuto la fortuna di vederla all’interno grazie alla devozione del signor Nicandro per la sua città di cui porta il nome di uno dei suoi Santi patroni ovvero San Nicandro e Santa Daria sua sposa e San Marciano.

Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro
Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro

La fama di questa chiesa è pianamente comprovata; l’interno è contraddistinto da un’unica immensa navata e appena si entra si rimane incantati di fronte ad un bianco così brillante spezzato dalla vivacità degli affreschi eseguiti da abili pittori, dei quali alcuni furono allievi del Vanvitelli.

Gli affreschi che più degli altri attirano l’attenzione appartengono al ciclo dedicato alla Madonna. Di tale ciclo il signor Nicandro ci fa notare un unicum nelle rappresentazioni pittoriche all’interno delle chiese: due natività poste una di fronte l’altra sull’abside del complesso ed in particolare, si tratta della maternità di Sant’Anna e quella della Vergine Maria.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa chiesa meravigliosa, ma il rischio di diffondere imprecisioni è alto, quindi meglio limitarsi ai ricordi più nitidi.

Chiesa dell'Annunziata
Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Signor Nicandro e Borgonauti
Signor Nicandro e Borgonauti
Maternità di Sant'Anna
Maternità di Sant'Anna
Maternità della Vergine Maria
Maternità della Vergine Maria

ULTIMI SGUARDI ALLA CITTA’ DI VENAFRO

Probabilmente l’attenzione dei lettori sta per esaurirsi, così come il tempo avuto a disposizione per visitare le altre (ma non ultime) bellezze di Venafro…quindi niente paura perché il resoconto della passeggiata sta per terminare.

L’ora del tramonto si avvicinava e nuvole nerissime provenienti dalle montagne presagivano un terribile temporale estivo, tuttavia decidemmo di fare una visita fugace al Verlasce e lunga la via di casa raggiungere con la macchina il Parco Regionale dell’olivo

Il Verlasce, unico in Italia insieme al Parlascio di Lucca, (ahimè meno noto della piazza toscana, sede di eventi e manifestazioni) era in origine un anfiteatro romano e ciò è bene visibile dalla conservazione della pianta ellittica. Successivamente l’impianto romano subì delle sovrapposizioni medievali, infatti il complesso fu adattato al contesto rurale e con la realizzazione di piani sovrapposti trasformato in abitazioni. Si tratta di un monumento davvero particolarissimo dal punto di vista artistico e architettonico ma che allo stesso tempo testimonia un passato di cui oggi restano solo le sterili pietre. Queste antiche case medievali infatti sembrano abbracciarsi e richiamano un senso di comunità oggi diventato raro.

Verlasce
Verlasce
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco

Il temporale era ormai imminente, le nuvole sul punto di scoppiare ma non rinunciamo all’ultima tappa. Percorriamo la strada alle spalle della Concattedrale e raggiungiamo il Parco dell’olivo; velocemente scattiamo qualche foto nel tentativo di immortalare la serenità degli olivi secolari, la pace di un luogo tanto mistico. Come ladri in fuga rubiamo le ultime essenze di Venafro e poi scappiamo con la consapevolezza di ritornare e con le prove per smentire che il Molise non esista!

Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
La quiete prima della tempesta
La quiete prima della tempesta
Ulivi secolari
Ulivi secolari
Nuvoloni in arrivo
Nuvoloni in arrivo

Il magico borgo di Erice

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A spasso per le strade del paese

Il borgo medievale di Erice sorge arroccato sul monte omonimo, situato sulla costa occidentale della Sicilia, dove sovrasta con il suo sguardo paladino la città di Trapani ed il mare in cui si specchia la sua ombra. I panorami che si offrono al visitatore sono molteplici e aprono la vista da un lato alle saline di Trapani, dall’altro alle Egadi e più a nord ancora a Marsala. Passeggiare per le strade ericine è come andare a spasso nel tempo, catapultati in un’epoca medievale dal sapore moderno. 

Le arancine ericine

Si, perché mentre si è intenti a passeggiare per le sue stradine ripide ed acciottolate, l’attenzione per l’antico viene rubata dall’invitante profumo delle arancine che proviene dai piccoli locali tipici. Ma quello delle arancine non è l’unico profumo che caratterizza il borgo siculo; Erice è anche il profumo delle ‘Genovesi’, del cuoio delle botteghe artigiane, delle porcellane lavorate a mano. Passeggiare per i suoi vicoli è un’esperienza mistica e sensoriale, che schiude davanti ai nostri occhi orizzonti aperti che riportano alla mente l’antica e ricca Erice, quella a cui i Segestani chiesero in prestito le coppe d’oro per fare bella figura con gli inviati ateniesi.

La torre campanaria
Il Real Duomo

Tra mito e storia

Tra una strada acciottolata ed un arancino è facile perdersi nella storia e nel mito che avvolge questo magico borgo. Le origini di Erice risalgono probabilmente ai Sicani e, da sempre, sono indissolubilmente legate al culto della dea Venere: prima ancora che fosse dedicato dai Fenici ad Astarte, quello che fu il “thémenos“, il santuario di Afrodite, il tempio di Venere Ericina, era già il luogo della dea dell’amore. Un luogo che avrebbe attirato su questa vetta popolazioni da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime Ierodule, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di voluttà, crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento a “i doni fatti alla Dea, anfore, coppe e ricche masserizie…” dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d’oro dedicato ad Afrodite. 

I vicoli acciottolati
Il tramonto su Trapani
Panorama dalle strade ericine

In ogni caso, è chiaro che un luogo come Erice, in una posizione geografica del tutto privilegiata per l’ampissima visuale, oltretutto fortificato e protetto efficacemente, dovesse assumere il potere che l’interesse dei popoli che si succedettero attribuirono al santuario-fortezza. Tucidide riporta anche che la città fu fondata dagli esuli Troiani, che scappando nel Mediterraneo trovarono lì il posto ideale in cui insediarsi e che i Troiani uniti alle popolazioni autoctone avrebbero dato vita al popolo degli Elimini. Contesa, poi tra i Siracusani ed i Cartaginesi, fu conquistata dai Romani nel 244 a.C. Secondo altre testimonianze durante la prima guerra punica, il generale cartaginese Amilcare Barca ne dispose la fortificazione e qui fece trasferire parte degli Ericini per la fondazione dell’odierna Trapani. Erice fu anche dominata dagli Arabi e dagli Spagnoli. Nel XII secolo, fu conquistata dai Normanni e ribattezzata da Ruggero d’Altavilla come Monte San Giuliano. Raggiunse il suo massimo splendore durante la guerra del Vespro, divenendo di fatto la rocca da cui scaturivano le azioni belliche di Federico d’Aragona, re di Sicilia. Durante la dominazione spagnola, invece, fu percorsa da numerosi e feroci tumulti. Certo è, che la ricchezza di alcune famiglie ericine, attraverso la costruzione di maestosi palazzi, ha donato lustro e splendore alla città.

Piazza Madrice, il Real Duomo e la Torre

A spasso per la città

Per raggiungere il borgo antico di Erice si può usufruire della funivia che permette di raggiungere la vetta del monte in dieci minuti, godendo di uno splendido panorama su Trapani e sulle isole Egadi.  Usciti dalla funivia si passa per un viale alberato, per arrivare, attraverso una delle porte della città,  al cuore del borgo antico: piazza Madrice. Proprio qui sorge il maestoso duomo di Erice, un vero gioiello in stile gotico, con la sua isolata torre campana, usata come torre vedetta durante le guerre del Vespro. Il duomo mantenne per secoli il suo aspetto originario, fino ai restauri iniziati nel 1853, dopo alcuni crolli, che si trasformarono in un vero e proprio rifacimento, durato fino al 1865, in stile neogotico ottocentesco. Custodisce in un piccolo museo il cosiddetto “tesoro di Erice”, con oreficeria, argenti, monili, parati, alabastri. Un altro incredibile e straordinario ponte col passato che Erice ancora conserva è il Castello Normanno, o Castello di Venere, che sorge sulle rovine del santuario a cui in epoca romana si sovrappose un tempio in onore della Venus Erycina. Qui, secondo il mito, risiedevano le sacerdotesse che praticavano l’arte della prostituzione sacra con i pellegrini che si recavano sul monte per omaggiare la dea. 

I resti di quella struttura oggi corrispondono alla fortezza che i Normanni eressero nel 1100 recuperando i materiali lapidei preesistenti. Il castello servì, successivamente, come carcere e nel XVI secolo fu presidio militare spagnolo. Il passaggio nelle mani del Comune avvenne con la riforma borbonica tra il 1818 e 1819.

La funivia

Cosa mangiare ad Erice

Non si può, infine, lasciare Erice senza aver assaggiato le sue gustosissime e prelibate specialità, da quelle dolci, come le ‘Genovesi’, sfiziosi dolcetti di pasta frolla ripieni di crema, a quelle salate, come le arancine e il pane cunzato, pane di grano duro cotto a legna con pomodori, pecorino, olio, acciughe.

La vista su Trapani
Balli tradizionali in piazza Madrice

Caiazzo: il borgo delle ricchezze storico-artistiche da scoprire

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I Borgonauti, sempre impegnati nella scoperta delle bellezze locali, hanno dedicato nel mese di maggio una tappa ad una città che, grazie alla sua posizione elevata, offre paesaggi a cui nessun occhio umano può restare indifferente: Caiazzo. Posta nella Media Valle del Volturno, il borgo è maestosamente circondato dalle variegate colture nelle aree pianeggianti, rese fertili dall’abbondanza di corsi d’acqua, a cui fanno da contrasto, alle quote più elevate, le formazioni boschive di rovere e leccio. I colori dei monti e delle vallate, intensi come pennellate, creano uno scenario idilliaco, che rievoca le leggendarie origini del luogo: principio di tutto fu l’amore passionale e contrastato tra il dio Volturno e la ninfa Calatio, figlia di Tifata, la quale per sfuggire all’ira e alla disapprovazione del padre trovò riparo in questo splendido territorio e vi fondò una città: Caiatia.  

Il borgo caiatino

Se il paesaggio sembra un evanescente omaggio alla radice mitologia del borgo, il centro abitato invece incarna l’essenza di una lunga storia, in cui ogni popolo dominatore ha contribuito all’evoluzione della sua ricca bellezza: Caiazzo, fondata secondo le fonti storiche più accreditate dagli Osci tra il IX e l’VIII secolo a.C., come confermano alcuni tratti delle mura pelasgiche, visse dapprima una fase di influenza etrusca e poi sannitica, svolgendo un ruolo di supporto nelle relazioni commerciali. Successivamente la città rientrò sotto il dominio di Roma, attraversando un periodo particolarmente florido sia dal punto di vista culturale che architettonico, testimoniato anche da alcune lapidi onorarie rinvenute nelle vicinanze del sito, che riportano il nome della casata imperiale Giulia. È proprio in questa fase che Caiazzo trasformò il proprio volto, assumendo l’assetto urbanistico di una città vera e propria. La crescita dell’antica Caiatia da quel momento in poi si arricchì dell’intervento successivo dei Longobardi, che nel X secolo elevarono l’abitato a Contea, edificando uno degli emblemi della città: il castello. In epoca medievale il dominio del luogo passò ai Normanni e Rainulfo II di Drengot ne divenne il signore. Fu poi la volta degli Svevi, nel XIII secolo, con Federico II, che decise di fondarvi una delle tre Corti dei Conti del Regno. In seguito Caiazzo fu scelto come luogo di caccia da Carlo e Ferdinando IV di Borbone.

I borgonauti alla scoperta del borgo e dei suoi paesaggi.

Passeggiando nel cuore del borgo, di questo passato pieno di forti mutamenti se ne riscontrano testimonianze in ogni pietra levigata, in ogni arcata, in ogni stradina accarezzata dal tempo. Si scoprono così le mura megalitiche, i vicoli medioevali, le chiese rinascimentali e barocche, come la Basilica di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo, e i palazzi catalani del XV secolo con i bellissimi portali. Alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il simbolo storico-artistico del luogo: Il castello longobardo di Caiazzo. Situato sull’Arce romana, esso fu realizzato per volontà del secondo conte di Capua, il longobardo Landone Matico. Divenuto col tempo di proprietà privata, la struttura conserva poche tracce della fisionomia originaria, essendo stato radicalmente modificato nel XIX secolo. Infatti, oggi l’edificio presenta numerosi ampliamenti, risultato dell’accostamento di più corpi così distinti: residenza nobile, cappella, ambienti di servizio e torre. Nei suoi pressi si possono però ancora scorgere delle mura poligonali sannite, risalenti al IV secolo a.C. Diversi personaggi illustri hanno dimorato in questa splendida roccaforte, come il poeta Torquato Tasso, l’imperatore Federico II e Pier Della Vigna, menzionato da Dante Alighieri nell’Inferno, e sotto il regno di Alfonso I d’Aragona ospitò la favorita del re: Lucrezia d’Alagno. Nel territorio tra Monte Santa Croce del comune di Piana di Monte Verna e il centro urbano di Caiazzo, si trova una collinetta conosciuta come «Castello delle Femmine». Sulla sommità si trovano i resti di un piccolo insediamento fortificato medievale, già segnalato come castrum feminarum in una pergamena del 1119 ed in un elenco di decime del 1326-1327, in cui, secondo un’antica leggenda, si preparavano giovani donne a diventare cortigiane a servizio dei feudatari del luogo.

La bellezza dei vicoli di Caiazzo.
Basilica Concattedrale di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo.
Vista dal basso del Castello Longobardo

Pro Loco Caiazzo “Nino Marcuccio” e il Palazzo Savastano

Grazie all’Associazione di promozione sociale PRO LOCO CAIAZZO, inserita nel registro nazionale come affiliata UNPLI e dedita alla valorizzazione e promozione del territorio, è stato possibile recarsi al meraviglioso Palazzo Savastano. La visita è stata accompagnata da una spiegazione accurata, offertaci da Annarita, la quale ha saputo alimentare il nostro interesse per i dettagli dell’imponente struttura, descrivendo le caratteristiche artistiche del palazzo e la sua storia. L’edificio attuale è il risultato di una serie di modifiche delle strutture preesistenti, realizzate nel corso del XVII secolo, probabilmente ad opera della famiglia Fortebraccio. Il palazzo, attualmente di proprietà della famiglia Savastano, presenta una facciata tardobarocca, ed è composto al piano nobile da sette aperture, ornate da busti allegorici in terracotta, che rappresentano i giorni della settimana. Il maestoso portone è contornato da locali che servivano nel passato da botteghe. Altrettanto interessante è il cortile interno con le sontuose scale a forbice, che permette di accedere ai piani superiori. Frontalmente, è presente lo stemma della famiglia De Pertis, formato da due stucchi di leoni rampanti. Una volta superata la prima rampa di scale, è possibile ammirare due affreschi, di origine ottocentesca, che riproducono paesaggi all’alba e al tramonto. Il piano nobile raggruppa invece diverse sale, tra cui emerge la bellezza del salone centrale, il solo ad essersi interamente salvato dal disastroso incendio, che colpì la struttura durante la seconda guerra mondiale. Ogni stanza del palazzo sfoggia un arredamento ricco, riconducibile a varie epoche, come i raffinati pavimenti settecenteschi, gli imponenti stucchi e affreschi ornamentali e i preziosi lampadari.

Palazzo Savastano
Lo stemma della famiglia De Pertis.

A conclusione di questa tappa borgonautica, si è radicato nel profondo dei nostri animi l’entusiasmo per le meraviglie paesaggistiche e artistiche del territorio caiatino. Questa stessa sorpresa rende inevitabile la riflessione sulla necessità di dare la giusta luce ad opere di importanza storica e bellezza artistica, cadute nell’oblio o nella morsa della privatizzazione. In tal senso, il lavoro della pro loco, come è da esempio quella caiatina “Nino Marcuccio”, fa sì che le testimonianze del nostro passato siano valorizzate e ricordate, rendendole accessibili al pubblico. Consci di ciò, ci si accorgerà che ogni borgo ha voglia di condividere la sua storia e, per quanto complessa e travagliata sia stata, è dovere dell’uomo lottare affinché esso ottenga il diritto di raccontarla. L’auspicio, che ogni borgonauta può rivolgere ai visitatori di borghi, è di osservare queste antiche città con il fervore della ricerca e della scoperta, poiché solo così sarà possibile ricomporre i frammenti delle nostre radici.  

 

                                                                                                                 Marica Fiorito

Piana di Monteverna e i suoi angoli nascosti

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Nonostante il Covid-19 e le premesse che non erano delle migliori, visto che dopo un po’ di tentativi di organizzare una passeggiata nei borghi che avevamo calendarizzato ci ritrovavamo di fronte a strutture non ancora pronte per l’apertura al pubblico, decidemmo di andare nella valle caiatina, a Piana di Monteverna, prima chiamata Piana di Caiazzo.

Scelta condizionata soprattutto dal cordialissimo Antony, membro della proloco di Piana. Sì proprio lui, con il suo modo naturale di coinvolgere le persone, ci spinse a scoprire il piccolo borgo ai piedi del monte Verna.

Arrivati, parcheggiammo a piazza Municipio e ci incamminammo verso il centro.

Percorrendo la piccola stradina in discesa che porta al centro del paese siamo subito, tutti, catturati da una piccola chiesetta.

È la chiesa della Madonna delle Grazie, la cui prima edificazione risulta antecedente al al XII secolo, poi è stata riedificata agli inizi del 1600, nota anche come chiesa di Santo Angiolillo. Nella chiesa è presente una grotta naturale, dove è collocata una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes.

Chiesa della Madonna delle Grazie
Chiesa della Madonna delle Grazie

Svoltammo poi per il centro, in fondo alla strada, posta in rilievo rispetto al piano stradale, si vede la chiesa dello Spirito Santo, una chiesa nata intorno al 1600.

La chiesa affaccia sulla piazza del paese, Piazza XXI Maggio, che offe un bellissimo panorama immerso nel verde, che dona tranquillità e spensieratezza.

Chiesa dello Spirito Santo - Foto di Andrea Buondonno

Da qui, poi, raggiungemmo Antony nella sua splendida bottega di fiori. Come già ci aveva accennato erano ancora tante le restrizioni da rispettare, ma nonostante ciò riuscì ad organizzare una visita alla chiesa di Santa Maria a Marciano. Prima però ci consiglio di visitare Villa Santa Croce.

Villa Santa Croce

Accogliemmo, ovviamente, i suoi consigli e tra una chiacchiera e mille risate l’ora di pranzo era giunta. Così dopo il nostro ordinario pranzo a sacco ci spingemmo per le viuzze del borgo, che sorge sul monte Santa Croce, una delle punte della catena dei Monti Trebulani.

 

Arrivammo alla Piazzetta delle chiacchiere, ad accoglierci uno splendido belvedere, inutile descriverne la bellezza e le sensazioni che regala! Un tuffo nel verde, nella natura incontaminata. Non riuscivamo a non immortalare quel panorama.

Piazzetta delle chiacchiere
Il panorama

Tra il silenzio del posto incontriamo una coppia del posto, il silenzio rotto dalle nostre voci li stranisce, perché ormai quel luogo vive nel silenzio, perché, come loro stessi raccontano ogni iniziativa ad esso legata sta svanendo, insieme alle sue tradizioni.

Le origini di villa Santa Croce  non sono ben chiare, se ne hanno le prime notizie intorno al 1400, se ne trova, infatti, traccia in una pergamena del 1436 nella quale si parla di un certo Giovanni de Adenulfo di Villa S.Croce. Dall’anno 1700 si ha certezza della vita cittadina di Piana.

Salendo verso il cimitero, tra la natura e il silenzio spicca una doppia cinta di mura ciclopiche, sono i resti del monastero, La Badia Benedettina del monte Santa Croce, che in base alle varie ricostruzioni sarebbe stata fatta edificare dal Conte Landolfo tra il 979 e il 981.

Chiesa di Santa Maria a Marciano

Chiesa di Santa Maria a Marcano - Foto di Andrea Buondonno

Nel pomeriggio ci dirigemmo poi alla chiesa di Santa Maria a Marciano, ad accoglierci c’è Antony con la guida Nunzia Cecere, che nonostante i suoi impegni e il poco preavviso ci appassiona alla piccola chiesa e ai suoi affreschi.

L’attuale struttura della chiesa risale al XIV secolo. Anche se le sue origini sono anteriori all’anno 979. Intorno al 1303 la Chiesa in stile gotico è stata completamente ricostruita ed ampliata con i caratteri dell’architettura angioina. Ad oggi la chiesa presenta origini gotiche angioine con influenza catalana.

La bifora sovrastante, che fa parte dell’eremo, è uno dei rari esempi dell’alto casertano di architettura catalana, insieme alla scala a chiocciola in pietra, una delle prime di importazione spagnola.

Scala a chiocciola

Una chiesa ricca di affreschi, di cui purtroppo non si hanno evidenze storiche. Infatti, i documenti erano contenuti nell’abbazia di Montecassino e sono andati persi.

I soggetti degli affreschi sono stati dunque ricostruiti nel tempo, dai tanti studiosi che si stanno dedicando alla chiesa. È proprio Nunzia, la nostra guida, che di recente con un gruppo di sue colleghe stanno portando alla luce l’identità degli affreschi grazie ai due lavori da loro redatti: La Chiesa di Santa Maria a Marciano. Gli affreschi svelati’ e ‘La chiesa di Santa Maria a Marciano’ del 2008 autrici Nunzia Cecere, Amalia Gioia, Rosolena Maresca, Angela D’Agostino.

Di certo gli affreschi non risalgono tutti alla stessa epoca, si distinguono, infatti, affreschi del 300 e del 400, dove è chiara l’influenza esercitata dai grandi pittori fiorentini e senesi.

Sono inoltre presenti degli affreschi del 1234 il cui committente è stato Giovanni Cammario.

Degli affreschi Quattrocenteschi, quelli che tuttora rimangono, sono: la Vergine col Bambino del Transetto e i quattro dipinti della Cappellina a sinistra del Coro. I restanti sono stati ricoperti da vari strati di calce.

Nella cappellina a destra del Coro è rappresentata la Vergine col Bambino, a destra della Vergine, è dipinta Santa Maria Maddalena, a sinistra della Vergine troviamo Santa Caterina d’Alessandria, avvolta in manto rosso.

Sopra la Vergine, nella parete, c’è una piccola apertura monofora, di forma rettangolare, ma con arco ogivale.

A destra dell’apertura è rappresentato S. Giacomo, quello a sinistra invece è rovinato dall’umidità e non risulta identificabile

A destra invece troviamo San Giovanni Battista, al disotto di S. Giovanni, ci si presenta nella parete un’altra apertura monofora, pure di forma rettangolare, però murata nella parte posteriore.

Ai due lati di quest’apertura, si osservano due affreschi, a sinistra c’è S. Stefano, Vescovo di Caiazzo, come si legge dalla scritta “Sanctus Stephanus Caiaccianus”, a destra c’è poi S. Antonio Abate.

Nella parete sinistra, sono rappresentate le maestose figure di tre Apostoli, che sono dipinti pure in piedi come S. Stefano e S. Antonio Abate dalla parte opposta.

Nella restante parte della parete, verso la chiave dell’arco, l’umidità ha prodotto ingenti danni che ne rendono impossibile la definizione dei dipinti.

Affreschi cappellina a destra del Coro
Affreschi

Lungo il transetto è presente il più importante dipinto quello di Cristo in Croce.

La cappellina a Sinistra del Coro ha ormai pochissimo affreschi, il più interessante è, il solito gruppo della Vergine col Bambino.

Molti sono gli affreschi rovinati dall’umidità, umidità causata dalla presenza di una falda sottostante la chiesa.

Cristo in croce

La falda sta creando oltre ai problemi di risalita anche problemi strutturali, aggravati dalla spinta dell’eremo sovrastante. Problemi già evidenti nel passato, nel 1620, quando il vescovo di Caiazzo, il vescovo Acquaviva, fece costruire un arco rampante all’esterno per contrastare i danni.

Purtroppo, i problemi strutturali ancora oggi sono presenti e sono costantemente monitorati.

Dopo questa bellissima giornata a Piana ci lasciamo con la gioia nel cuore di sapere che sono ancora tanti i giovani come Antony che cercano di dare vita ai loro piccoli borghi e ci sono giovani come Nunzia che credono ancora nelle tradizioni, nella cultura e nella storia, trasmettono con tantissima passione l’amore per le origini proprie.

Castello Prata Sannita

Rocce e rivoli di oblio a Prata Sannita

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Geostoria. Prata è nascosta tra le serrate montagne del Matese: tra quelle propaggini una stirpe antica di guerrieri, i Sanniti, fece assaporare con pietre e lance − si narra che il pilum fosse stato abilmente copiato e migliorato dai romani, ma che in origine fosse un’arma sannita − le prime sconfitte all’emergente potenza romana. I Pentri, tribù sannita, furono i primi grandi guerriglieri della storia, e il Muro delle fate è una testimonianza della loro natura bellicosa.

Prata Sannita (Prat-orum toponimo che compare per la prima volta nel Chronicon vulturnense, conservato nel Vaticano ma scritto a San Vincenzo al Voltuno nel vicino Molise) s’arrampica su d’una collina, sulla cui cima a ferire il cielo c’è il magnifico Castello Pandone; quest’ultimo testimonia l’importanza strategica del luogo. Prata, nata in origine nella parte pianeggiante (Prata piana), a causa dei saccheggi saraceni (860 d.C.) che devastarono le terre sulle sponde del Volturno, venne edificata dai Longobardi, che decisero di arroccarsi incastellandosi sulla collina alta 333 m.s.l.m.

 In seguito, fu dominio: normanno dei Drengot della contea di Alife provenienti da Aversa, e dei Sanframondi, infine dei Pandone durante il reame aragonese… le prossime notizie le coglierete leggendo.

Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Fiume Lete
Fiume Lete

Impressione. Appena scorgi Prata comprendi che la sua ossatura urbana è di pietra, così lontana dalla civiltà del tufo tipica della Campania Felix. Il suo apparire riflette il sole, come l’acqua leggendaria su cui questi posti galleggiano come navi. Qui il fiume Lete richiama il mito e pensieri profondi di una tale limpidezza da ossigenare le astruse costruzioni di un mondo così confuso. Questo scorrere millenario ha lasciato un ciottolo levigato nella mia mente, una ricostruzione etimologica: Aletheia (ἀλήθεια) in greco antico è traducibile “come lo stato del non essere nascosto”, il fiume Lete (Λήθη) attraverso il mito è per noi tutti il fiume dell’oblio.

Questo meditare mi ha ancor di più mostrato come la Campania sia sempre pronta, a causa della sua natura mitica, a parlare della sua storia tramite sirene, sibille, titani… di correre il rischio della dimenticanza. C’è troppo da ricordare, meglio l’oblio… La Campania tutta, dal Tirreno all’Appennino, può essere narrata solo abbandonando per un po’ la ragione, solo così si sfiora la sua anima.

Prata si costruì verticalmente, forse per proteggersi dai pericoli leggendari del Lete e cercò anche di crearsi una via di fuga con il ponte che collega il mondo di pietra e quello di acqua. La Prata di cui ci incuriosimmo fu quella protetta dal mantello calcareo che è il suo abitato, abbellita dagli orti colorati con gli aranciati fiori di zucca, dalle sfumature di verde dei suoi alberi e dai primi pomodori sfumati di rosso.

Il letto del Fiume
Il letto del Fiume
Orti colorati
Orti colorati

L’arrivo. Mentre eravamo intenti a liberarci dall’arsura grazie al gorgoglio e ai rivoli ipnotici del Lete, Flora decise di chiamare il Presidente della Pro Loco Di Prata, il sig. Mario che ci diede appuntamento vicino al Ponte di origine romana verso le 15.00. Nel frattempo, seguendo il corso del mitico fiume arrivammo al vecchio Mulino in pietra, alimentato in passato dalle sue acque. Le suggestioni iniziarono a fiorire nella mente: immaginai che farina sarebbe stata quella prodotta con l’acqua del fiume dell’oblio e col grano duro più della stessa pietra matesina, coltivato su quelle spianate e terrazzamenti… Pane e oblio, alimenti per sopravvivere nei luoghi duri ed eroici dell’Appennino. Dalle alture nascono sempre prodotti densi di sapori, come i formaggi eccezionali e l’olio, ma anche il mais della varietà tonda con il quale si produce una ottima farina di polenta con la quale si cucinano piatti impensabili per la cucina campana mediterranea. Dopo esserci ristorati, andammo all’appuntamento.

 

Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dal ponte
Prata Inferiore vista dal ponte
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino

Lì attendeva Mario, che ci venne incontro sorridente, nonostante fosse claudicante per via di una operazione recente al menisco e fossero più di trenta i gradi che illuminavano il luogo pattuito per l’incontro. Da questo momento, senza aver ancor visto il borgo, se non da lontano, stimai ancor di più questo uomo, il quale per dare un’opportunità ai visitatori di apprezzarlo, aveva lasciato tutti i timori a casa, dedicandosi completamente a Prata, anzi… dedicandosi anche alla moglie. Maria fu la sua spalla, energica e simpaticissima, donna di origini statunitensi, ma ancor di più pratesi, che subito ci fece sorridere con le sue battute e ci rimproverò della nostra incoscienza borgonautica, che scioccamente, invece di spingerci a bagnarci nei flutti marini, portò ad arrampicarci con quelle temperature sullo specchio di sasso che è il Matese. Maria ci descrisse la preparazione di uno dei piatti tipici, il Frattocchio, fatto con la polenta fredda e la minestra…

Schizzo del ponte sul Lete
Schizzo del ponte sul Lete
Antico mulino
Antico mulino

L’esplorazione. Prima tappa del percorso scelto dalle nostre guide fu il Convento di San Francesco. L’architettura, ci spiegò Mario, è di origine romanica con interventi barocchi, ma purtroppo è chiuso, come i misteri più profondi del cristianesimo stesso e che solo con la fede vi si può giungere.

 La seconda tappa del percorso fu la piazza principale nella parte di Prata Superiore, nata intorno alla fine del ‘500, dove domina la Parrocchia di San Pancrazio, nata per sostituire quella ancor più antica che sorgeva a 1000 piedi dall’attuale e nella quale sono riutilizzati elementi della più antica parrocchia risalente al 700 d.C, come il portale laterale di epoca longobarda raffigurante Cristo, arricchito con motivi geometrici e floreali, e dalle tre teste di leone poste nella parte alta della facciata. Interessante è l’appellativo di questo giovane martire: è uno dei santi di ghiaccio, dicitura risalente a una credenza contadina che vedeva nel giorno del 12 maggio (festa patronale) un brusco raffreddamento del clima, giorno che apriva in modo definitivo al caldo dell’estate sostituendosi alle bizzarrie e ai tepori primaverili. Per gli appassionati dei misteri medievali una ricostruzione storica vede sul portale di accesso in pietra un’edicola, avente ai lati le immagini di due soli sfolgoranti riconducibili ai Cavalieri Templari del Santo Sepolcro…

Convento di San Francesco
Convento di San Francesco
Parrocchia di San Pancrazio
Parrocchia di San Pancrazio

La bella passeggiata dalla piazza proseguì per le strade di Prata superiore dove avemmo il piacere di incontrare un bravissimo ceramista, nonché profondo conoscitore di Prata, il sig. Santillo Martinelli che ci accolse nella sua variopinta bottega e a ogni colore smaltato, richiamò un tassello del mosaico storico di Prata, spiegandoci come tra queste stradine la storia non avesse mai smesso di scorrere: infatti, anche da un punto di vista archeologico, Prata è una chicca! Per tale esigenza, in questo borgo è stata istituita una vivacissima e colta associazione, il Gruppo Archeologico di Prata Sannita, che tanti studi di pregio ha condotto a livello locale, lavori che abbracciano la preistoria fino all’archeologia industriale, ma anche il restauro di alcune opere di pregio. 

Tra ceramiche e archeologia
Tra ceramiche e archeologia

Prima di ritornare al parcheggio scambiammo delle piacevoli chiacchiere con due arzille signore, amabili scrutartici dagli occhi vispi. Le simpatiche donne rocciose nella lucidità, subito ci tempestarono di domande, ci spiegarono come il loro nome, Maria, fosse dedicato alla S.S Maria di Prata, che è cosa diversa da tutte le altre Maria… e ci salutarono con la frase “che a Maronn e Prata v’accumpagn”…

La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
Le strade bianche
Le strade bianche

Arrivati al parcheggio per partire verso una nuova tappa, Mario ci incitò a seguirlo per andare a vedere qualcosa di sacro e allo stesso tempo profano, dove l’uomo sfida la montagna e la sua linfa…ancora acqua e pietra. Seguimmo la sua auto bianca mentre si gettava con una certa velocità – lontana dagli standard di guida di gente proveniente dalle tempeste urbane – in una strada sterrata. Eravamo entrati in una strada bianca – penso alla archeologia – ricca di polvere e meno insidiosa dei crateri stradali delle città della Pianura campana; Mario aiutato dalla polvere bianca e dal colore della sua auto si mimetizzò da buon sannita, ma lo raggiungemmo perché ci orientammo grazie alle argentee foglie degli ulivi che delimitavano la strada. Antonella aveva lavato la macchina da qualche giorno, prontamente ricevetti uno schiaffo dolce almeno quanto le botte date con la sua macchina quel giorno.

Mario si fermò vicino a una edicola votiva in onore di Sant’Antonio da Padova con la rispettiva statua che ha del miracoloso. Infatti, è stata piangente: è per questo miracolo che San Pancrazio, nel cuore dei pratesi, ha ceduto il posto al padovano che in quella statua ha ancora racchiuso mito e acqua. Dopo aver goduto del panorama che dà su una gola ripida e un paesaggio mozzafiato, tappa seguente fu la centrale idroelettrica dismessa sulla Grotta del Cavuto costruita nel 1946 e funzionante fino agli anni ’60. Mario, scendendo dalla macchina, ci portò alla scoperta di questo sito di archeologia industriale: tra stradine ripopolate da piante fiorite di giallo e viola, sentimmo il piacere dell’avventura, il profumo della menta selvatica… Mario mi sembrò un brigante alla macchia e dimenticai ben presto che avesse subito un intervento al menisco.

Sant'Antonio da Padova
Sant'Antonio da Padova

Tra il cemento e il ferro, e le scritte rupestri di giovani innamorati o contestatori politici, capii che il mito sa essere più forte di tutto, e che l’uomo col suo contenere le acque, i boschi, non ha vinto… ha plasmato se non in modo temporaneo quello che è il mito. Tutto ritorna perché il Lete è il fiume dell’oblio e ha dimenticato ben presto ciò che l’uomo ha imprigionato… il suo sbarramento è un ricordo passato, adesso scorre dimenticando. Il mito non è altro che un modo diverso di dire tutto, cambiando nome recupera sempre lo stesso mistero rimescolandolo.

Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Borgonauti & Friends
Borgonauti & Friends
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino

Ultima tappa fu il borgo medievale che ammirammo già dal fiume e che adesso dovevamo invadere. Appena arrivammo nel parcheggio del Castello, ahimè chiuso al pubblico quel giorno, mi emozionai nel vedere tutto quel miscuglio di lastre di calcare, tagliate in modo da costruire ardite fortificazioni e case forate in pietra, legate con malta e acqua, edificate  l’una sull’altra in modo da sostenersi fondamenta su fondamenta, dalle quali sgorgavano piante spontanee di cappero, con i loro bellissimi e profumati fiori, di colore avorio e viola. Questa è la bellezza dei luoghi calcarei e carsici: se è vero che dal letame nascono i fiori, dalle pietre nascono i borghi. Arrivati alla porta di San Giovanni che affianca il Castello con il suo apparire angioino, e con i suoi simboli templari ben custoditi, scendemmo per il borgo tra strade strette e sconnesse. Lì ci imbattemmo in una dolce signora dal corpo esile e impaurita, in un primo momento molto diffidente. Per avere delle dritte sulle storie popolari del posto chiedemmo delle Janare: ella dopo un po’e con molta reticenza, accennò di queste donne conoscitrici dei misteri della natura e dei malefici… ci aggiornò che non era più epoca delle Janare; erano scomparse, infatti nessuno più lega le trecce dei cavalli nella notte, né recita formule per propiziare amori e incantamenti…ma qualche lupanaro ancora era impresso nella memoria dei pratesi.

Torre in fiore
Torre in fiore
Pietra e capperi
Pietra e capperi

Di tutto ciò parlammo vicino alla chiesa più importante di Prata, almeno per le Marie, la custode della divinità femminile del luogo S.S Maria di Prata: la Madonna della montagna è custodita nella Chiesa di S.Maria delle Grazie, quest’ultima nata dopo la distruzione della Chiesa di San Giovanni, ma che malgrado sia databile intorno al Cinquecento, possiede alcuni particolari romanici come il portale con un fregio longobardo.

Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Scendemmo ancora per il borgo, incontrando gente meravigliosa. Una dolce signora sul balconcino di casa accudiva i suoi gerani di vari colori e ci salutò scambiando qualche battuta. Giunti nella piazza del borgo medievale ci acquartierammo con gli abitanti del posto, che tra domande e battute ci mostrarono il lavatoio e il calore della gente dell’oblio.

Borgonauti alla scoperta
Borgonauti alla scoperta
Il calore della gente dell'oblio
Il calore della gente dell'oblio

Prata, con la sua misteriosa luce, ci aveva lasciati nella dimenticanza di avere un posto in cui tornare. Sulla strada del ritorno, nella macchina impolverata, vidi Carla felice, i suoi occhi stanchi di bellezza coperti dai capelli mossi dal vento. Al suo fianco sedeva Paolo, un piccolo borgonauta che ancora faceva domande sui posti visitati, sui monti e sulle storie delle streghe…Capii che aveva un senso tutto questo e che al mondo del cemento e della memoria virtuale sopravvive un mondo fatto di pietra che lotta contro l’oblio.

Scorcio del borgo
Scorcio del borgo
Le case del tempo
Le case del tempo

La Cipresseta di Fontegreca

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Avreste mai pensato che a pochi chilometri da casa nostra, spingendoci ai confini della provincia di Caserta, non molto lontano dal Molise, potessimo trovare un tipico paesaggio svizzero? Se non ci credete provate a visitare la Cipresseta di Fontegreca e scoprirete un ambiente degno delle più belle favole, grazie al quale si può riscoprire il gusto ed il piacere di entrare in stretto contatto con la natura.

Ci troviamo precisamente nel Parco Regionale del Matese, in una zona ricca di uliveti e  vigneti dove, per circostanze non ancora completamente chiarite, si è venuto a creare nel corso dei secoli un bosco verticale di magnifici cipressi di una varietà  poco comune. Come ogni bosco che si rispetti, anche la Cipresseta ha il suo meraviglioso corso d’acqua: il fiume Sava, che partendo dalla montagna sovrastante supera rocce e vegetazione formando di volta in volta graziosi dislivelli e pozze d’acqua fredda e cristallina, che per gli amanti delle basse temperature è ottima per rinfrescarsi.

Esistono due percorsi che permettono di visitare la Cipresseta e che si caratterizzano per una differente difficoltà: uno impervio, poco raccomandabile per i meno esperti e per coloro che temono di bagnarsi nei rivoli d’acqua gelida, l’altro più semplice e ben strutturato; in entrambi i casi avrete l’occasione di poter visitare questo piccolo angolo di paradiso immergendovi completamente nella natura incontaminata. Il percorso completo  è lungo circa due chilometri, il dislivello in salita è di 200 metri e ha un tempo di percorrenza, escludendo le soste,di circa due ore. Attraversando il sentiero che si inoltra fino alla zona più alta si incontrano vari terrazzamenti attrezzati con tavoli e panche, ottime per organizzare un picnic in compagnia, senza considerare le fantastiche piscine naturali, particolarmente invitanti, soprattutto se  l’escursione la si organizza durante il periodo estivo.

L’acqua cristallina sarà un vero toccasana, vi ripristinerà di nuova energia che magari potrete utilizzare per continuare la passeggiata fino al punto più alto, scoprendo nuovi angoli immersi nella natura e godere di tutta l’aria salubre di questo fantastico paradiso incontaminato.

 

-Giuseppe Chianese-

La fertile Limatola, porta del Sannio

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Sin da quando si è piccoli, il castello è sempre un luogo privilegiato, l’ambientazione ideale di favole, giochi, imprese, lo scenario perfetto su cui far scorrere immagini di un tempo antico, storico o mitico, in cui ricercare tracce di un passato glorioso o ricostruire le fila di leggende e tradizioni popolari che contraddistinguino l’eredità culturale dei borghi che nascono ai suoi piedi.

Proprio sulla spinta dell’immaginazione e della curiosità di entrare nell’antico Castello di Limatola, situato sulla sommità di una collina a guardia del suggestivo borgo medioevale di Limatola, nella valle del Volturno, circondata dal monte Taburno, dal monte Maggiore e dai Monti Tifatini, a cavallo tra la fine dell’estate e i primi giorni dell’autunno 2019, decidemmo di organizzare una passeggiata alla scoperta di Limatola.

Durante l’organizzazione della nostra visita al borgo, scoprimmo che Limatola sarebbe stata inserita tra gli itinerari culturali promossi in occasione delle Giornate europee del Patrimonio 2019, a cura del Mibact, e che quindi avremmo potuto visitare gli interni, non sempre aperti, di molti gioielli caratteristici del luogo e così scegliemmo di cogliere l’occasione e di lasciarci condurre dalla giovane Rosa Ambrosio, la guida volontaria che ci ha gentilmente accompagnato nel nostro viaggio di scoperta.

La nuova Chiesa di San Biagio

Il luogo d’appuntamento – Limatola centro

La base di partenza ideale per visitare Limatola, un piccolo borgo di più di 4.000 abitanti diviso in varie frazioni, Casale, Biancano, Giardoni e appunto Limatola, è la piazza, nella parte bassa del borgo, in cui è situata la nuova Chiesa di San Biagio Vescovo e Martire.

Lo spazio antistante la chiesa è stato anche il nostro luogo d’appuntamento con la guida che ci ha fatto entrare in chiesa e ha iniziato a raccontarci la ricca storia del paese.

La nuova Chiesa di San Biagio fu restaurata dal duca Gambacorta nel 1724, come si legge nella memoria sotto la volta, e conservava una meravigliosa pala di altare, rubata il 5 ottobre 1999, a seguito della ristrutturazione, durante la quale, sotto il pavimento, fu rinvenuto il corpo di un nobile, forse un duca della famiglia Gambacorta, con un bambino, completi di vestimenti d’epoca.

Ma la vera ricchezza del complesso è la Campana Giubilare dedicata alla Pace fra i popoli, fatta fondere dal parroco don Giuseppe Giuliano con il concorso del popolo di Limatola  e benedetta da S.S. Giovanni Paolo II per l’Anno Santo del 2000.

La campana, quarta di Italia per grandezza, è posta su un supporto d’acciaio, davanti al campanile, e fa sentire la sua voce nei momenti forti e nelle ricorrenze più solenni dell’anno liturgico.

Campana Giubilare
Campanile della Nuova Chiesa di San Biagio

Dopo aver ammirato la maestosità della Campana e aver iniziato ad assaggiare i primi bocconi della storia secolare del posto, salimmo su una piccola navetta messa a nostra disposizione dalla nostra energica e solare guida e iniziammo a salire per le viuzze del borgo verso la parte alta di Limatola.

Borgo Antico di Limatola

Lungo la strada che porta al borgo antico è situata la vecchia Chiesa di San Biagio. Questa chiesa, come la Chiesetta di San Nicola dentro le mura, è documentata nella bolla di Sennete del 1113. Oggi non conserva più l’originario aspetto romanico, ma possiede un impianto rinascimentale, dovuto agli interventi dei Duchi Gambacorta. Sulla facciata sono presenti un portale rinascimentale (1599) e una lapide dei restauri settecenteschi (1734).

Un salto nella storia del borgo

Mentre salivamo verso il Castello abbiamo avuto modo di conoscere le vicende dell’affascinante storia di Limatola grazie al racconto orale di Rosa e di chi abbiamo incontrato durante il percorso, il modo più interessante per comprendere le tracce che la Storia ha lasciato in un territorio. Sulle origini del nome l’ipotesi più accreditata fa derivare Limatola da “limo” ovvero terra limacciosa, fertilizzata dal fiume. Diversi documenti attestano la presenza di Limatola già in epoca longobarda come presidio militare del Principato di Capua, al confine con il Ducato di Benevento, anche se vari ritrovamenti archeologici ne attesterebbero l’importanza già in epoca romana.

Con la costituzione della Contea di Caserta, Limatola ne ha seguito le vicende dinastiche, prima con i Longobardi, poi con i Lauro e i Della Ratta (fino al sec. XV).

Acquisita tramite unione matrimoniale dai duchi di Gambacorta, il borgo visse un momento di rinnovato splendore nei secoli XVI e XVII.

Francesco Gambacorta fu un vero mecenate, per il suo amore per l’arte e l’architettura. Fece consolidare la struttura del castello di Limatola, restaurò la cappella di San Nicola intra castrum, emanò nel 1527 i capitolari, norme che dovevano essere osservate sia dai feudatari che dai contadini delle sue terre, commissionò il polittico dell’Annunziata di Limatola a Francesco da Tolentino, pittore marchigiano che lavorò a Napoli con artisti locali. Nel 1570 Limatola fu comprata per conto del principe di Conca Giulio Cesare di Capua. Passata al Demanio regio (1734) fu acquistata dai Mastelloni, cui successero i Lattieri D’Aquino e i Carafa, fino all’emersione della feudalità (1806).

Con l’Unità d’Italia, Limatola fu aggregata alla provincia di Benevento a cui ancora oggi appartiene, diventando una delle porte di confine tra la terra casertana e il Sannio beneventano.

Facciata della vecchia Chiesa di San Biagio
Lapide per il restauro della Chiesa di San Biagio
Il Castello

Finalmente giungemmo al Castello che sorge su una collinetta calcarea a 100 metri sul livello del mare. Si pensa che già i Sanniti avessero stabilito qui una loro fortificazione. Lo sviluppo del castello avvenne intorno ad una primitiva torre longobarda (X sec.), in epoca normanno-sveva (XII sec.) e soprattutto in età angioina. Nel periodo rinascimentale assunse le attuali forme di palazzo ducale con corte interna, sede signorile delle varie famiglie che ne fecero la propria dimora.

Curiosità sui lavori al Castello – Il Castello di Limatola ebbe la sua prima ristrutturazione alla fine del mese di ottobre del 1277, con decreto del re Carlo I d’Angiò, emanato a Melfi il 27 settembre del 1277. Con molta probabilità alla sua ristrutturazione dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt, quello stesso che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che spesso viene citato col titolo di Protomaestro.

La facciata esterna del castello di Limatola rivolta a Sud-Est, nonostante gli interventi strutturali successivi, tra i quali quello operato dal duca Francesco Gambacorta nel 1518, conserva ancora parte dell’antico splendore e del restauro eseguito dai maestri scalpellini napoletani, fatti venire da Margherita de Tucziaco. La finezza del lavoro si nota soprattutto per la messa in opera dei conci di tufo, per la precisione del loro taglio (tutti della stessa dimensione) e per la perfezione della forma, che richiama quella della fabbrica di Castelnuovo, ristrutturata da Pietro D’Angicourt.

Carlo, difatti, era molto meticoloso nell’assegnare i lavori e pretendeva che si portassero a termine con celerità e minacciava forti pene a chi indugiava ad eseguire i suoi ordini.

Nel mese di novembre, vedendo che i lavori progredivano poco, Carlo chiese a Gerardo di Artois, giustiziere di Terra di Lavoro, di mandare altri manovali, ed esortò Pietro Chaul ed Enrico di Torsenvach di vigilare affinché gli operai lavorassero e non fuggissero. Ordinò di chiudere in carcere cum compedibus, e solamente con pane e acqua, quelli che si mostrassero svogliati o che andassero via; e di procedere contro quelli che riuscissero a nascondersi, carcerando la moglie e i figli, rovinando le loro case, divellendo le loro vigne. Da questi aneddoti si comprende come mai il lavoro di restauro del castello di Limatola sia durato poco più di un anno.

Il Castello
Il Castello
L'esterno del Castello
L'esterno del Castello

 Il valore storico e attuale del Castello – Il Castello di Limatola, con le sue mura merlate, rappresenta la memoria storica del territorio; si erge poderoso sulla collina, a guardia della vallata, in un punto strategico, dando lustro al piccolo centro limatolese e divenendo il simbolo della sua storia.

Baluardo dell’antico borgo medioevale, il Castello di Limatola, un tempo dimora difensiva, ora è di proprietà privata dal 2010, e dopo cinque anni di restauro è stato aperto al pubblico ed è oggi un’incantevole location. Tra le suggestive mura del Castello medioevale di Limatola infatti si svolgono matrimoni, eventi, meeting e nel periodo natalizio i Mercatini di Natale di Limatola “Cadeaux al Castello”.

In questo modo il Castello rivive e, anche se con una funzione del tutto diversa, può continuare a essere un polo di attrazione e una calamita nei confronti di chi non è nato nel borgo, restando così uno dei motori trainanti del piccolo centro. In questo senso, il Castello fortifica il senso di appartenenza dei suoi abitanti e rappresenta anche un simbolo di riscatto del suo popolo.

Dopo aver visitato il Castello, aver respirato la sua storia, girovagato nelle varie stanze e negli spazi esterni adiacenti, scattato foto e aver osservato i preparativi di allestimento dello spazio interno, che lasciavano ben cogliere la sua nuova destinazione d’uso, a malincuore abbiamo lasciato alle nostre spalle questa meravigliosa struttura per continuare la nostra visita limatolese e ci siamo diretti alla “fontana”.

Armatura d'arredo
Armatura d'arredo
Arredo interno
Arredo interno
Sala interna del Castello
Sala interna del Castello
Borgonauti al Castello
Le scale del Castello
Le scale del Castello
Il castello dall'uscita lateralello
Il castello dall'uscita laterale
La Fontana Margherita de Tucziaco – L’adozione

Questa fontana storica è localizzata nei pressi del Castello e intitolata a Margherita de Tucziaco, cugina carissima di Carlo I d’Angiò alla quale egli offrì uno dei più maestosi castelli del Regno di Napoli, qual era il castello di Limatola, in cui il re stesso fu ospite per qualche giorno durante i suoi viaggi. Nel tempo, la Fontana Margherita de Tucziaco di Limatola è divenuta un luogo molto significativo per tutta la comunità e non solo per la sua fonte d’acqua. Infatti questa fontana è stata sempre meta di molti visitatori, così come di molte persone del posto, anche per trascorrere il proprio tempo libero e pian piano è diventata insomma un punto di aggregazione sociale.

Dopo un periodo di maggiore disattenzione e incuria, quando qualche tempo fa il Sindaco di Limatola, dott. Domenico Parisi, ha proposto di attivare un progetto di adozione dei monumenti principali di Limatola, l’Assessore alla Cultura, il dott. Massimiliano Marotta, ha scelto proprio questa fontana come oggetto della sua personale adozione, curandone il ripristino e la manutenzione. E proprio nei pressi della fontana abbiamo vissuto uno dei momenti più belli della nostra domenica limatolese: una volta ascoltata la storia della fontana e aver fatto la nostra foto di rito, guardandoci intorno, osservammo che nei pressi della fontana c’era una lunga tavolata di abitanti del borgo che mangiavano e bevevano insieme all’aperto nei pressi della fontana, rappresentando ai nostri occhi una delle più simpatiche immagini simposiali e conviviali che ci si possa prefigurare immaginando la vita quotidiana di un borgo vivo. Avendo anche i commensali notato la nostra presenza al seguito della giovane Rosa, fummo invitati a brindare con loro con dell’ottimo vino gentilmente offertoci dall’assessore lì presente e dagli altri suoi amici commensali, facendoci sentire accolti e parte integrante di quell’allegra rappresentanza di limatolesi. 

Fontana Margherita de Tucziaco
Fontana Margherita de Tucziaco
Borgonauti con la loro guida
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco

Dopo un brindisi e un bel momento di gioia, ci accingemmo a lasciare la parte antica e a completare il nostro itinerario nei meandri del centro sannita, verso le altre frazioni non ancora esplorate.

Casale di Limatola – Chiesa dell’Annunziata

Andando verso “Casale di Limatola” potemmo visitare la Chiesa dell’Annunziata Ave Gratia Plena che dà anche nome alla frazione.

L’aspetto tardo-settecentesco che oggi la caratterizza nasconde origini ben più antiche. Fu fondata infatti prima del 1403, per volontà di una confraternita laicale, i Battenti, ancora oggi raffigurati nello splendido portale rinascimentale di gusto spiccatamente toscano, che risale al 1503. L’originaria pianta ad una sola navata fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali. Nel 1764 fu realizzato l’attuale imponente campanile.

Sulla sinistra del portale di ingresso è ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche, l’edificio rinascimentale della chiesa con annessa una cisterna per la raccolta delle acque, nominata più volte nei documenti dell’archivio vescovile di Caserta.

La chiesa è stata sede dello splendido Polittico di Francesco da Tolentino, pittore marchigiano, datato 1527. Per un periodo il Polittico è stato depositato presso il Museo del Territorio della Reggia di Caserta per restauro, in attesa del rientro in sede entro l’imponente macchina lignea, purtroppo asportata da ignoti durante la notte nel 1999. Il Polittico raffigura la Madonna in trono col Bambino, San Giovanni Battista e Santa Maria Maddalena; nella predella sono visibili Storie di Gesù e Maria ed era originariamente destinato a ornare l’altare maggiore della chiesa della SS. Annunziata di Limatola e dopo il suddetto restauro, il Polittico è attualmente conservato nella chiesa palatina del Castello di Limatola.

Biancano – Il Santuario di Sant’Eligio e la Fontana

Biancano di Limatola è localizzata a pochi chilometri dal centro cittadino. Rivela un’origine autonoma e una storia importante per i reperti archeologici rinvenuti e l’esistenza di una serie di toponimi che attesterebbero a Biancano un accampamento di soldati cartaginesi guidati da Annibale in marcia per soccorrere i campani contro i Romani.

Il monumento più antico di Biancano è il Santuario che su un colle da cui si gode di uno spettacolare scorcio della vallata del medio Volturno verso Capua. La sua fondazione risale alla fine del Trecento, quando le truppe francesi acquartierate a Caserta e a Maddaloni si rifugiarono a Biancano per sfuggire alla fame e alla peste. Qui fraternizzarono con la popolazione locale e le comunicarono la devozione al santo, vissuto nel VII secolo. I biancanesi vollero testimoniare la loro riverenza innalzando nel 1388 un piccolo tempio a navata unica sovrastata da una cupola emisferica su presbiterio quadrato. Sulla navata si aprono alcune finestre e all’interno della chiesa è possibile ammirare alcuni affreschi tardorinascimentali. Tra la navata e il presbiterio vi è un arco sorretto da pilastri, su uno dei quali vi è un affresco di ignoto autore raffigurante San Benedetto. Sul fondo dell’abside vi è un trittico forse risalente alla scuola di Giotto che reca da sinistra a destra San Francesco, Sant’Eligio e Santa Caterina; mentre nella lunetta in alto campeggia la Madonna delle Grazie con gli angeli. All’esterno, a destra della chiesa si eleva il campanile in muratura di tufo.

Altro luogo incantevole di Biancano è la nota fontana, alimentata dalle sorgenti del versante dei monti Tifatini. Per le sue acque naturali freschissime e salubri, è stata sempre considerata una tappa importante dai viaggiatori di un tempo che si spostavano a piedi. Allo stesso modo, come l’altra Fontana storica di Limatola, anche questa di Biancano è stata sempre utilizzata in passato dalle signore del posto, le cosiddette lavandaie, che qui si recavano a lavare. Difatti, entrambe presentano degli abbeveratoi per animali e dei lavatoi in pietra risalenti al XVII sec. Nei pressi dell’antica fontana di Biancano è situata la vecchia Chiesa di San Michele Arcangelo (oggi in disuso), testimonianza dell’espandersi del culto dell’Arcangelo fin dalla seconda metà del VII secolo, praticato anche dai Longobardi.Il

Chiesa dell'Annunziata Ave Gratia Plena
Santuario di Sant'Eligio

 

Sazi per la tutta la meraviglia assaporata, felici di aver potuto scoprire la ricchezza storica, artistica e culturale di Limatola, storditi come si potrebbe essere dopo un viaggio nel passato grazie a quella preziosa macchina del tempo costituita dalla memoria collettiva umana, estasiati dalla bellezza naturale dei luoghi e soddisfatti di questa salita e discesa fatte tra cielo (sulla sommità della collina tra Castello e Santuario di Sant’Eligio) e terra (tra le viuzze del borgo antico fino alla Nuova Chiesa di San Biagio), andammo via da Limatola, consapevoli di aver conosciuto un borgo tra i più belli, con una vitalità e potenzialità enormi, come appurato anche grazie all’incontro con il popolo limatolese, che ci ha accolto e che continua ad adottare le testimonianze della sua storia per farle vivere anche nel presente e nel futuro.

L'interno dell'antico Santuario di Sant'Eligio
Vista dal colle in località Biancano

Sant’Angelo in Formis: sulle tracce della spiritualità

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Facciata dell'abbazia di Sant'Angelo in Formis

Se fosse possibile fare un salto nel passato oppure azionare una macchina del tempo,  di certo a Sant’angelo in Formis avremmo sorpreso la dea Diana intenta nei suoi propositi di caccia.  Ebbene, com’è possibile che un luogo deputato alla cristianità conviva con miti e leggende pagane? In una terra come quella campana, non è la prima volta che la storia di popoli che non conobbero il culto cristiano si intreccia alle più note vicende di quei popoli che, nella cristianità, trovarono il senso della propria esistenza. Sant’Angelo in Formis è frazione del comune di Capua, in provincia di Caserta, alle pendici del monte Tifata. È proprio tra i boschi del monte che nasce il culto antico e locale della dea Diana: le fonti storiche e archeologiche attestano in quest’area la presenza di un tempio edificato a Diana Tifatina, regina della caccia e dei boschi. Sebbene di questo sito si conservi solo qualche reperto nel vicino Museo Campano di Capua, è comunque possibile farsi un’idea del luogo che stiamo per descrivere, un posto che per il suo fascino e per la sua atmosfera mistica sembra da sempre essere depositario di memorie religiose, siano esse pagane o cristiane. Più che per il suo valore cittadino, nell’immaginario collettivo l’espressione “Sant’Angelo in Formis” fa riferimento alla magnifica abbazia che domina il versante occidentale del monte Tifata. Anche questa volta, complici le curiosità sull’ etimologia di certi toponimi, cerchiamo di ricostruire la secolare tradizione di un luogo così speciale. Se a Diana fu associato il nome del monte Tifata, perché quello dell’abbazia reca invece le parole “in formis”? Secondo alcuni storici, la parola “formis” potrebbe avere ben due significati: il primo sarebbe una traduzione della stessa parola latina che indicherebbe la presenza di falde acquifere, mentre il secondo significato sarebbe da collegare a qualcosa privo di forma, secondo un indirizzo più spirituale e teologico tipico della cristianità medievale.

Nonostante le diverse interpretazioni circa l’ origine di questo toponimo, una cosa è certa: il sito di Sant’Angelo in Formis riesce a fondere la sua geografia, i suoi elementi naturali con tutto ciò che è al di fuori della natura e del sentirsi umani, che è oltre, spirituale.

Vista panoramica dalla piazzetta dell'abbazia

Attraversando un piccolo sentiero immerso nella natura, si raggiunge l’abbazia: la prima impressione è quella di trovarsi in un luogo spettacolare, complice il bellissimo panorama che si può ammirare proprio dall’area antistante alla chiesa. Storicamente, alcune fonti attestano che l’edificio fu costruito sui resti del tempio di Diana, perciò inizialmente indicato con l’espressione “ad arcum Dianae”. In effetti, l’abbazia presenta ornamenti e elementi architettonici (capitelli e colonne) d’epoca romana e ripercorre il perimetro dell’antico tempio, ampliato poi dalla costruzione delle absidi delle navate. Con ogni probabilità, la chiesa vera e propria fu edificata in epoca longobarda: non è un caso che si tratti di un edificio dedicato all’arcangelo Michele il cui culto, com’è noto, fu tanto caro al popolo longobardo. Il destino dell’abbazia è stato segnato da una serie di eventi storici di non poca rilevanza. Ai tempi del vescovo di Capua Pietro I, la chiesa fu donata ai monaci di Montecassino, poi intorno al 1065 legata alle sorti di Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa: probabilmente in questi anni cominciò la ristrutturazione voluta dall’abate Desiderio.

È a quest’ultimo personaggio che è legata la magnificenza dell’ abbazia: l’architrave reca un’iscrizione in latino che vuole l’abate Desiderio come fondatore del luogo di culto, testimonianza di colui che obbedì alla legge cristiana edificando la casa di Dio.

Dettaglio di una delle colonne
Navata centrale e ciclo di affreschi

Oggi, l’abbazia di Sant’Angelo in Formis è uno dei luoghi di culto più antichi e meglio conservati del territorio campano. Menzionata dai più grandi studiosi ma presente anche in molti manuali di storia dell’arte, la chiesa stupisce per la perfetta armonia tra tra spazi d’ombra e di luce, in un insieme organico e solenne, al tempo stesso semplice , quasi fosse sospesa in in tempo indefinito, a richiamo dell’unico tempo della cristianità, quello dell’eternità.

La magia di Sant’ Angelo in Formis è probabilmente contenuta nell’esperienza del visitatore, un’esperienza che fonde la più profonda spiritualità con il senso di stupore che solo l’arte sa trasmettere.

È proprio questa la sensazione che si prova quando, attraversando la navata centrale, ci si ritrova al cospetto dell’ affresco posizionato nel catino absidale e  rappresentante il Cristo Pantocratore, il Dio che benedice e governa il mondo.

Cristo Pantocratore
Parte degli affreschi della navata centrale

Accanto alla figura di Cristo sono poi raffigurati i simboli dei quattro evangelisti, mentre nella fascia inferiore dell’affresco compaiono gli Arcangeli, San Benedetto e l’abate Desiderio: quest’ultimo tiene tra le mani il modello della chiesa, a testimonianza del proprio ruolo di fondatore dell’edificio. Altrettanto maestoso è l’affresco della controfaccia dell’ abside centrale, raffigurante il Giudizio Universale, mentre nelle navate laterali vengono riproposte scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento: ogni figura è tracciata nei colori vivaci e brillanti tipici dell’arte bizantina.

È evidente che il ciclo di affreschi abbia un significato profondamente spirituale, quasi a voler simboleggiare il percorso che l’uomo in terra e il pellegrino in chiesa devono compiere durante la propria vita, in nome della fede in Cristo.

Probabilmente, non esistono e non sono pronunciabili parole completamente esaustive per descrivere l’esperienza di un visitatore a Sant’Angelo in Formis, ma una cosa è certa: l’abbazia conserva ancora il suo fascino mistico e ancestrale e il suo silenzio richiama le note di una sacralità profonda che si ridesta nell’esperienza spirituale e terrena del pellegrino visitatore.

Delia Brusciano

Borgonauti
Abbazia di Sant'Angelo (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

Taurano, capitale estiva di danze e cultura

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Trascorrere le vacanze estive a casa, lontani dalle gettonate capitali europee o dalle nevrotiche spiagge di Ferragosto non è poi un dramma! A volte non è necessario allontanarsi tanto, ci sono luoghi vicini, spesso insospettabili che possono sorprenderci per angoli dal fascino ancora sconosciuto. Il territorio campano, ma in generale l’entroterra della nostra bella Italia, offre ad agosto un calendario ricco di serate magiche. Si può optare per escursioni notturne i cui passi sono illuminati dalla luna, concerti, sagre con ottimi percorsi enogastronomici, festival di danze popolari… Insomma, si ha solo l’imbarazzo della scelta, che in questo caso ci ha portato a Taurano. Le ragioni che ci hanno condotto a questa scelta sono state essenzialmente due: la prima è perché si tratta di un borgo dell’Irpinia quindi, garanzia di bellezza; la seconda è perché Taurano ogni anno ospita il Festival Internazionale del Folklore. Aggiungo un ulteriore motivo, scoperto solo dopo la visita di questo borgo: si tratta di alcuni murales che rianimano i vicoli con i loro colori e tematiche.

TAURANO

Taurano, antico come l’età del bronzo, è un piccolo paese della Bassa Irpinia disteso lungo il monte Pietra Maula, sempre lì, in quiete, a contemplare un panorama ricco di vegetazione dove con lo sguardo si può arrivare fino ad abbracciare il suolo napoletano. È circondato da un territorio generoso dove tutti i sensi vengono appagati con la natura che cambia colore ad ogni stagione ed è sempre uno spettacolo per gli occhi, il fruscio del vento tra gli alberi, l’odore intenso delle erbe selvatiche, la frescura dell’estate, il gusto raffinato dei suoi frutti. Questa terra è caratterizzata dalla presenza di querceti, uliveti e noccioleti; è segnata da una cultura agricola antichissima e, grazie alle mani sapienti dei suoi abitanti, Taurano è una delle capitali italiane della nocciola. Si tratta della nocciola Mortarella, di ottime qualità, la cui coltivazione ne ha fatto un prodotto di eccellenza nella tradizione culinaria dell’Irpinia.

Per quanto riguarda il centro abitato, il borgo non è molto grande, è raccolto ma non privo di fascino. Anzi, è proprio quell’atmosfera intima che lo rende incantevole. Oltre ai suggestivi vicoletti, Taurano è patrimonio di chiese meravigliose dall’architettura semplice e raffinata dove è possibile ammirare all’interno opere d’arte come le tele di Angelo Mozzillo (1736 –1806) nella Chiesa del Rosario (fine XVI secolo) oppure l’altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (XIII secolo) e; all’esterno scorci mozzafiato come quelli unici dall’Abbazia di Sant’Angelo risalente al 1087 (vedi immagine di copertina, fornita da Tommaso Buonfiglio).

Altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Convento di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Convento di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FOLKLORE

Taurano, nonostante sia un piccolo borgo, protetto e isolato per la sua posizione di difesa sui rilievi della Campania, ha una meravigliosa tradizione di accoglienzaTaurano, infatti, ospita dal 1996 il Festival internazionale del Folklore organizzato dalla Pro Loco del paese con la collaborazione del Gruppo Folk Laccio di Amore. Il Festival si tiene durante la prima settimana di agosto, giorni in cui Taurano si accende con i colori dei numerosi gruppi internazionali, la tradizione locale si mescola alle culture di paesi lontani, ed è tutta una festa di sorrisi e allegria, senza frontiere! Le danze, i costumi variopinti e le musiche dei gruppi partecipanti ti avvolgono e ti travolgono. La danza è l’essenza di un popolo, possiede quel ritmo antico che accomuna tutte le culture per propiziare un raccolto generoso, per onorare una cerimonia religiosa, per allontanare spiriti cattivi…

L’edizione del 2019 ha accolto con entusiasmo i gruppi musicali e di danza popolare di Argentina, Cile, Costa d’Avorio, Perù, Polinesia, Kamtchatka e l’immancabile compagnia di Taurano, sempre in giro per il mondo per far conoscere le proprie tradizioni. I vari gruppi dopo la sfilata inaugurale, sulle scale della villa comunale dove le luci hanno creato una magnifica scenografia, si sono esibiti a turno mostrando la bellezza dei loro movimenti. La musica ci ha rapiti e non importava se si trattasse di quella tribale della Polinesia o quella cortese della tarantella nostrana.

Gruppi del Folklore
Gruppi del Folklore
Foto ricordo con le gentili donne della Polinesia
Foto ricordo con le gentili donne della Polinesia

TAURANO E L’ARTE DEI MURALES

Taurano si sta trasformando in un museo a cielo aperto grazie ai murales lungo i caratteristici portici del paese. Si tratta del progetto “Portici d’Autore”, iniziativa artistica nata nel 2012 che ha l’intento, oltre a quello di riqualificare e valorizzare il borgo spento dal tempo, di testimoniare le epoche trascorse di questo antico borgo: un modo per conservare la memoria storica di Taurano. Il murales che più mi ha colpito è il “Sogno Americano” di Franco Mora. L’artista ha affrontato il tema dell’emigrazione che ha coinvolto i cittadini tauranesi (e non solo) nei primi anni del Novecento. Al centro del murales c’è un veliero fantastico che traghetta gli abitanti del paese verso una nuova vita: di fronte ad un futuro dove l’unica certezza era una vita dura, segnata dalla fatica nei campi che non sempre riusciva a sfamare la comunità, la gente lasciava con amarezza la propria terra per l’America con la speranza di un futuro migliore.

Portici d'Autore
Portici e murales (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
La contadina (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
La contadina (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Dettagli dei portici (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Dettagli dei portici (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Portici d'Autore (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Portici d'Autore (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

Andare alla scoperta di borghi e sentieri, e di tutte quelle bellezze del nostro territorio cadute nell’oblio, è una passione che coltivo da tempo, oggi trasformata in qualcosa di vitale per il richiamo di teneri ricordi e per l’occasione di nuovi incontri. Ma è una passione che si è fatta ancora più bella e profonda grazie all’allegra compagnia dei Borgonauti, uniti dal desiderio di conoscere l’anima dei borghi consumati dal tempo e dalla speranza di vederli un giorno rianimati dalla freschezza di future generazioni. Oggi l’America del murales è la città, il caos, i luoghi affollati, i bar, il degrado, tutto a portata di mano…Il sogno dei Borgonauti è quello di vedere quel veliero fare rotta verso i borghi, traghettare le persone verso luoghi dimenticati che hanno bisogno solo di essere abitati.

Il "Sogno americano"
Il "Sogno americano"

Il lago d’Averno, tra natura e leggende

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Il lago d’Averno: una meta tanto conosciuta, ma in realtà a molti sconosciuta!

Non mi ero mai soffermata sulla bellezza e sulla ricchezza di questo lago, che si è scoperto un luogo idilliaco, ricco di natura, storia, leggende e soprattutto di serenità. È uno di quei luoghi che ti lasciano addosso un senso di leggerezza, con la sua bellissima passeggiata immersa nel verde, tra svariati tipi di fiori, alberi di ogni specie, vigneti, tutto avvolto da una storia lunga secoli.

Contrariamente a quanto ricorda il nome Avernus, dal greco Aornon, luogo senza uccelli è proprio qui che si incontrano una svariata quantità di volatili. Eh sì, si diceva che vista l’origine vulcanica, le acque esalassero acido carbonico e gas che non permettevano la vita agli uccelli. In realtà essendo il lago nato nel cratere di un vulcano che si è spento, circa 4000 anni fa, le continue emissioni sulfuree dal suo cratere provocarono la morte di tutti gli uccelli che si alzavano in volo verso quella zona. Così, gli antichi chiamarono questo lago con il nome di Aornon.

Sulla riva orientale del lago incontriamo il tempio di Apollo, che in realtà è una bellissima sala termale, invece, lungo la riva opposta troviamo la grotta della Sibilla. Dal connubio delle antiche rovine prende vita il velo di mistero che avvolge il lago, immerso tra mitologia greca e vicende militari.

La leggenda narra che lungo le rive del lago fosse ubicata la porta degli inferi, come narrano anche Virgilio nell’Eneide e Dante Alighieri nella Divina Commedia. Sono innumerevoli i racconti e le leggende riguardanti il lago, non mancano, inoltre le narrazioni storiche che vedono il lago anche luogo di imprese militari.

Il Tempio di Apollo

Il tempio di Apollo

Passeggiando lungo le rive di lago, immerso tra i vigneti, siamo subito catturati dalla bellissima sala termale, che si estendeva fino alle rive del lago, probabilmente per sfruttarne le fumarole con i loro benefici. Per la vicinanze alla grotta dove operava la Sibilla oggi è noto come Tempio di Apollo.

Oggi, si può vedere solo una parte dell’opera laterizia a pianta circolare, che un tempo era una grande sala centrale, con un grande tetto a cupola, alto circa 20 metri. I 38 metri di diametro della cupola la rendono un’opera di carattere stupefacente, paragonabile al Pantheon, uno dei più grossi complessi termali giunti fino a noi.

La grotta della Sibilla

La grotta della Sibilla

Il legame con il tempio di Apollo è dovuto alla presenza della Sibilla Cumana, una delle più importanti sacerdotesse del mondo antico, che avevano il dono della veggenza.

La leggende dice che un giorno Apollo si innamorò di Sibilla, una bellissima fanciulla che possedeva capacità divinatorie. Per conquistarla il dio promise alla giovane che avrebbe esaudito ogni suo desiderio e allora Sibilla prese un pugno di sabbia dalla spiaggia e chiese ad Apollo di lasciarla vivere tanti anni quanti i granelli che aveva raccolto nella sua mano. Fu accontentata e le fu disposto come luogo per poter officiare la sua arte divinatoria Cuma, dove fu amata perdutamente da Apollo. Ma la fanciulla aveva dimenticato di specificare che voleva vivere tanti anni in eterna gioventù e così, invecchiava sempre di più e il suo corpo si consumava. Allora Apollo, per preservarla dall’incuria del tempo la collocò in una gabbietta all’interno dell’antro, finché di lei non rimase che la voce, unica testimonianza fisica della sua presenza che profetizzò ancora a lungo gli eventi futuri.

L’antro della Sibilla Cumana in realtà si trova nel Parco Archeologico di Cuma, all’interno dei Campi Flegrei e la grotta della Sibilla altro non è che un camminamento militare scavato nel tufo in epoca romana come collegamento al Portus Julius.

Infatti, qui i romani, sotto Agrippa, costruirono un canale di collegamento diretto dal mare trasformando il lago in uno dei porti di Cuma, il porto Julius. Fu inoltre realizzato un ingegnoso canale navigabile che metteva in comunicazione il lago d’Averno con il vicino lago Lucrino e quest’ultimo con il mare. Contemporaneamente alla creazione del nuovo porto, furono anche scavate due gallerie: la grotta di Cocceio, che collegava il porto Julius alla parte bassa di Cuma; la grotta della Sibilla, scavata nella collina che separa il lago di Averno dal lago di Lucrino, che congiungevano rapidamente il porto con la vicina Cuma e che permettevano ai soldati di muoversi rapidi e indisturbati.

L’improvvisa eruzione del Monte Nuovo nel 1538 stravolse l’intera area flegrea e di conseguenza il Lago d’Averno fu isolato dal mare.

Insomma, il lago D’Averno è un vero e proprio polmone verde che ti offre una piacevole passeggiata di circa tre chilometri tra una fitta popolazione di fauna e flora, dove i vigneti fanno da sfondo al tempio dando vita ad un’esperienza mistica, dove la natura si intreccia con la storia e i suoi misteri. Una passeggiata suggestiva, dove non mancano le sorprese, e per gli appassionati della natura tantissime specie da ammirare e conoscere.

Capua è una bella donna

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Casilinum, porto fluviale dell’antichissima Capua (IX sec. a. C. – Santa Maria Capua Vetere) è protetto dal geloso fiume Volturno, l’antico e irruento fiume che deve il suo nome a una dea etrusca, Voltumna, la portatrice del vento di scirocco; ed è sorvegliato dal monte Tifata, lì dove il geniale Annibale sacrificò alla dea Diana tifatina un elefante per propiziare la guerra contro l’Urbe. Ebbene, a sconfiggere il cartaginese furono proprio quelle messi, che con la loro abbondanza rammollirono la grandiosa macchina bellica africana.

Appena vedi Capua capisci che la sua essenza è femminile: già la sagoma lo è, con le meravigliose cupole che invadono lo sguardo sia provenendo da Aversa che da Treflisco. È una donna misteriosa, piena di angoli mai pienamente compresi, ed è per questo che continuo a corteggiarla, cercandone la strada più intima. Il suo tessuto urbano, che si mostra lineare e chiaro, ti porta a dubitare sempre se quella strada sia stata già percorsa, in uno smarrimento tra bellezza, complessità… silenzi.

In realtà, la Campania stessa è un mondo femminile e Capua n’è la figlia prediletta e dimenticata, ha il profumo fluviale della fertilità limosa, nonostante sia violentata dalle vicende umane (fin) troppo umane, sotto i bracieri dell’ignoranza e dei roghi dei soldi facili; è una terra che di notte è piena di fiamme e odori innaturali, infernali, eppure al risveglio ti riconquista sempre (nonostante l’incubo).

L’attuale Capua è figlia del Fiume, il più grande e lungo del Sud, che l’abbraccia su d’un fianco e la protegge dal nord: pertanto, gli uomini, per non essere meno galanti e gelosi, l’hanno collegata e corteggiata con due antiche strade, l’Appia (Regina viarum) e la Casilina… forse per raggiungerla celermente o per amarla di sfuggita o semplicemente per ritornarci sempre. Essa ha il dono di essere l’ombelico dell’Italia intera.

Fiume Volturno

Capua è emozionante… mio padre vi ha lavorato per anni portandomi a visitarla nei pomeriggi dopo il lavoro, spiegandomi quanta storia potesse essere racchiusa in un rettangolo; mio padre sapeva rendere la storia geometrica e la geometria carica di bellezza. Ricca di monumenti e vicoli misteriosi, la città ha una composta consistenza di mito, sogno e luce… ma è l’ombra il suo sfondo! Capua fu Principato longobardo (Landone, i Pandolfo) conquistata dai vicini normanni della contea di Aversa (Riccardo I) e inglobata nel primo grande regno d’Italia, quello normanno degli Altavilla: qui venne incoronato Federico I d’Aragona, fu la città dell’impavido Ettore Fieramosca, del grande Pier delle Vigne, venne offesa col saccheggio dal Borgia, protetta con le sublimi fortificazioni prima normanno-sveve (Torri di Federico II, Castello delle Pietre) e poi asburgico-spagnole (Castello di Carlo V con fortificazioni spettacolari)… quanta storia vive in questa sonnacchiosa città. È l’antica città del Placito capuano e di Pulcinella, quest’ultimo simpatico oggetto di sfida con l’altra città di origine etrusca, Acerra, per la nascita della maschera più complessa d’Italia e con l’osca Atella… ma è qui che rivive ogni anno il più antico Carnevale della Campania.

La scelta di scoprire Capua avvenne sempre nelle famigerate discussioni nella scuola della provincia napoletana, tra una chiacchiera, un panino, e un’insalata di patate, durante la pausa-pranzo nella quale nasce il sogno borgonauta, quello di renderci visitatori particolari di luoghi e di comunità, ricamatori di legami spezzati, contro il pregiudizio che i posti più belli siano solo quelli già resi noti dall’industria del turismo o delle sagre. Dopo aver combattuto con Flora per chi dovesse parlare di più, litigato con Carla per chi dovesse mangiare l’ultimo cioccolatino, aver visto l’insofferenza di Marica col suo sbattere di ciglia, parlato con Daniela delle doti enologiche del padre, dialogato con Giuseppe sulle potenzialità culinarie della Pianura campana, parlato di essenze della meraviglia con Ilaria e collegato Pier delle Vigne sia con il padre di Daniela che con la passione di Delia per i versi del divin poeta… decidemmo! E Capua fu.

Borgonauti e amici

Questa città è un concentrato di monumenti di fattura pregevole, è un turbinio di epoche. Scegliemmo di seguire il percorso che ci avrebbe portato alla scoperta dell’anima longobarda della città e fummo fortunati, nonostante il tempo birichino e lunatico; avemmo la possibilità di essere guidati dai due angeli-guida (Pro loco e Touring club) di Capua che vennero in nostro soccorso con tutta la simpatia e professionalità di chi sa amare la propria storia… fu una scoperta incredibile!

I Longobardi, misterioso popolo proveniente dalla Pannonia, portarono non solo il famigerato Caciocavallo e la Podolica (antica razza bovina che sopravvive in alcune zone del Sud Italia dal Molise alla Calabria) – alcuni sostengono anche le bufale – ma anche un culto molto particolare, quello del dio guerriero Odino che furbamente, per esigenze di conversione al cristianesimo dopo un originario paganesimo, collegarono all’Arcangelo Michele il paladino di Dio. Il culto micaelico di origine bizantina divenne forte coesione nel Sud Italia per il popolo germanico, che disseminò santuari, dedicati al Principe degli angeli, nelle grotte e sulle vette dei monti, ma anche nelle loro città principali tra cui Capua. Tutto torna: Michele era il nome di mio padre, anche lui mi sta guidando in questa riscoperta!

Grazie alle guide riuscimmo a vedere alcune delle chiese longobarde che difficilmente avremmo trovato aperte: infatti sarebbe sempre consigliabile contattare le associazioni operanti in città, perché Capua è difficile da visitare, è donna!

Partendo da Piazza dei Giudici, anch’essa magnifica con il Palazzo del Governatore (particolari degni di nota sono le teste di spoglio incastonate, prelevate dall’Anfiteatro di Capua antica, S.P.Q.C) e il Palazzo della Gran Guardia (Bivach) sede della Pro loco, ci addentrammo alla scoperta, dopo esserci proiettati su un’ottima cartina fornitaci da uno degli angeli delle visite il quale ci annunciò la meraviglia, pillole di mondi incredibili, pochi elementi che portano alla grandezza passata di questo luogo, tramite un itinerario alto-medievale, culminato nell’altezza scenografica del barocco. Un imprevisto ci colse: incontrammo un nobile saggio innamorato della sua città, che con la dolcezza di chi l’ha amata da anni ne descriveva l’eternità, con cui, rincalzato dalle mie impertinenti domande campanilistiche, nacque un duello all’ultimo sangue tra Aversa e Capua… ma a vincere questa volta fu la consapevolezza che in pochi chilometri si racchiude un patrimonio artistico sublime, purtroppo fruito in modo superficiale. Quel simpatico vecchietto ci ha insegnato tanto, perché ci ha mostrato quell’amore che spesso dimentichiamo per i nostri luoghi, città, borghi, frazioni ecc.

Giuseppe della Pro loco
Il duello

Arrivati alla prima Chiesa di San Salvatore a Corte (X sec. d.C.), sede del Touring club, ci attende Mario, uno degli angeli, che subito ci mostra i tratti salienti di questa bellissima struttura con le particolarità longobarde, come le colonne semincassate e i capitelli del portico (nartece), elementi che avremmo ritrovato nella seconda delle chiese denominate a “corte”, ma anche due bassorilievi raffiguranti un leone e due grifoni. La chiesa è composta da tre navate e da un bellissimo campanile romanico. Un’altra nota caratteristica è che per accedervi si scende tramite una pedana: infatti la chiesa si trova sotto il livello stradale, perché vi furono innumerevoli modifiche già in epoca normanno-sveva. Si narra che questa fosse una cappella privata dove Adelgrima dopo la morte di suo marito, il barbuto gastaldo Landenolfo, ricordasse e pregasse per l’anima guerriera del marito, scegliendo tra Odino e il Valhalla San Michele e il Paradiso….

Colonna semincassata
Chiesa di San Salvatore a Corte

Dopo queste leggere interpretazioni, del tutto fantasiose e arbitrarie, con il prode Mario partimmo verso la seconda chiesa ad curtim quella di San Michele (X sec. d.C.); arrivati sul posto, appena i giri della chiave avevano terminato il tintinnio e una goccia di pioggia era caduta sul vetro degli occhiali, ecco una vocina antica che ci richiama sulle scale… Era ancora il simpatico vecchietto che aggiungeva ai precedenti racconti altre strepitose gesta del popolo capuano, dal campo artistico a quello militare, soffermandosi anche su quello culinario, citandoci il famoso carciofo Capuanello  e l’oliva Corniola coltivata nei pressi del Tifata, che aveva la forma dei corni suonati dagli uomini del nord nell’adunata per invadere queste fertili pianure. Sopraggiunse la telefonata della moglie del nostro simpatico capuano, a cui la donna ricordò che era pronto e lo attendevano per il pranzo domenicale.

Finalmente entrammo: San Michele era lì di fronte a noi, elegante e fiero mentre schiaccia il serpente che divide. La sua luce ci mostrava come ci fosse un luogo buio non solo nella guerra celeste, ma anche in questa bella chiesetta; essa infatti è dotata di una cripta a cui si accede da due scale simmetriche posizionate a ridosso dell’abside. La cripta con la sua umidità storica è interessante anche per le tipiche colonne. La cappella denota per di più una forte influenza bizantina, non solo per il culto dell’Arcangelo, ma soprattutto per gli eleganti capitelli sempre di fattura longobarda. Anche questa chiesa era in origine una cappella privata, quella dei Principi di Capua e, probabilmente, era direttamente collegata al Palazzo della residenza principesca con un cavalcavia. Purtroppo, non riuscimmo a vedere la terza delle chiese ad curtim, quella di San Giovanni.

Chiesa di San Michele a Corte
Quis ut Deus?
La vocina antica
Capitello longobardo

Ebbene, Mario aveva l’asso nella manica: ci portò nella Chiesa dei Santi Rufo e Carponio, d’impianto longobardo, che fu edificata nel 1053 e poi ristrutturata in epoca romancia dopo la concessione ai benedettini di Montecassino. Caratteristiche peculiari sono l’abside che chiude la navata centrale con un arco trionfale e presenta nella struttura sedici nicchie, ricavate nel 1646 per custodire le reliquie dei Santi ritrovate sotto l’altare maggiore. Suggestive anche le belle colonne di spoglio, ma ancor di più il sarcofago di epoca romana posto come altare della struttura.

Un’altra chiesetta dimenticata, sempre di origine longobarda, completamente infestata dall’odore acre dell’urina, ma anche dalla solitudine, è quella di Sant’Angelo in Audoladis, sempre chiusa, ma eccezionalmente fascinosa… gli Audoladi la fondarono dedicandola a San Michele, come riporta un’iscrizione del portale: anche qui emerge il contributo dei materiali di origine romana come ottimi strumenti di riutilizzo… il passato ha sempre sostenuto l’incerto futuro.

Chiesa dei Santi Rufo e Carponio
Sant’Angelo in Audoladis (Foto di Laura Autiero)

Questa fu l’ultima tappa sotto la supervisione di Mario, che ringraziamo in modo particolare per la pazienza e per le dritte che ci ha concesso! Ad attenderci di nuovo nella Piazza dei Giudici c’era il nostro precursore e cartografo, Giuseppe Netti, membro della Pro loco, il quale attento cultore e appassionato del barocco napoletano ci aveva dato appuntamento verso mezzogiorno. Ci regalò una bellissima chicca e sinceramente era la prima volta che avevo piacere di visitare una tale gioiello: la Chiesa della Carità (1697). Di impianto prevalentemente settecentesco, appena entrati, la luce del barocco lasciò ben presto lo spazio al buio della scala a chioccia che portava sul terrazzo, imprevisto… alla fine della scala era presente una campana che portò quasi tutti a farsi una foto o a volerla suonare…

Appena raggiunta la vetta notammo, dopo le indicazioni sublimi di Giuseppe, il tiburio che accoglie la cupola che è davvero qualcosa di particolarissimo, ma che soprattutto ci guidò da lì nello spettacolo di Capua vista dalla tribuna principale non pagante… una bellezza eterna, feconda. Era tutto lì alla portata del nostro sguardo, il Tifata, la bellissima Annunziata, il Castello delle Pietre normanno con i suoi merli ghibellini ma non medievali… il Duomo in cui riposa un Cristo sempre nella madre terra… le decine di cupole morbide come la prospera Mater Matutae ancora Mario che non ci ha mai abbandonato!

Veduta del Monte Tifata
Veduta della Chiesa di Sant'Eligio (Foto di Laura Autiero)
Giuseppe e Mario, le nostre guide
Veduta del Castello delle Pietre
Campana della Chiesa della Carità

Lo spettacolo era lì e fummo spettatori privilegiati almeno per un giorno. Perché rendere così silenzioso un posto come questo, dove la vita sarebbe sostenuta dalla bellezza? Mi ricordo quando con Carla una sera d’estate, mentre passeggiavamo per le misteriose strade di Capua, chiedemmo un consiglio culinario al Sig. Gennaro e, dopo averlo ricevuto, domandammo perché Capua fosse così silenziosamente dimenticata… Lui rispose che «i capuani erano invaghiti di un ozio di cittadinanza (lontano dall’otium latino) che ha chiuso molti luoghi alla partecipazione, un torpore che li allontana sempre di più dalla responsabilità della vita cittadina e rende la città dormiente o affollata solo per negotium, nascosta al mondo intero per paura di non aver più la forza di quel passato che l’ha resa grande».

Poi aggiunse che «la storia era il problema…se uno non conosce la storia, il passato non ha senso per la vita e tutto diventa moderno, luccicante e confortevole, un’illusione insomma […] i ragazzi seguono luci sbagliate e tutto diventa ombra. I giovani sono sempre meno perché accecati dalle sirene dei grandi raduni, come se la felicità potesse essere raggiunta solo nella confusione, nello stordirsi, ma a Capua qualcosa sopravvive e la sorregge». Insomma, Capua è una bella donna, abbandonata!

‘A festa ‘e Sant’Antuono: devozione religiosa e amore per la tradizione a Macerata Campania

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Chi è appassionato di tradizioni popolari non può perdere l’appuntamento, fissato in data  17 gennaio, con ‘A festa ‘e Sant’Antuono di Macerata Campania. In migliaia, tra giovani e adulti, accorrono ogni anno per partecipare a questo evento, grazie al quale il paese si anima di quei profumi e suoni, che rimandano ad una storia millenaria, ricca di dedizione religiosa. Al centro di questi festeggiamenti, vi è l’omaggio a Sant’Antonio Abate, l’ eremita egiziano, nato nel  IV secolo d.C., che decise per vocazione religiosa di spendere la propria esistenza nel deserto in totale solitudine, resistendo, come si racconta, alle tentazioni del demonio. Il suo esempio di dedizione verso i valori spirituali e di rifiuto dei beni terreni, ispirò la nascita dell’ascetismo monastico e lo rese simbolo del trionfo del bene sul male. I numerosi miracoli che lo vedono protagonista nella tradizione agiografica, hanno fatto sì che Sant’Antonio fosse indicato come patrono dei contadini, degli allevatori e dei macellai e come protettore degli animali e dalle avversità del fuoco. Macerata Campania, quindi, celebra Antonio Abate con un tripudio di canti, giochi e rappresentazioni, tipiche degli antichi costumi locali. Le notizie sull’origine di questa ricorrenza sono legate esclusivamente alla tradizione orale e ne indicano come periodo  di nascita il XIII secolo: all’epoca Macerata era terra di artigiani, fabbri e contadini che durante le fiere al momento della vendita per dimostrare la qualità dei prodotti realizzati, come le botti, i tini, le falci e gli utensili di legno, li percuotevano, provocando un suono fragoroso. Dunque, in una società essenzialmente contadina, legata indissolubilmente alla terra e al lavoro nei campi, una qualsiasi minaccia ad essi avrebbe rappresentato un notevole danno: da ciò sarebbe derivata l’usanza di dimostrare, con riti e festeggiamenti, devozione al Santo che con il potere del bene avrebbe garantito la protezione degli animali e di quanti lavorano col fuoco.

Il ricco programma della festa

‘A festa ‘e Sant’Antuono dura diversi giorni, durante i quali le strade del paese si ravvivano, grazie all’entusiasmo dei visitatori e al sorriso fiero dei cittadini. I festeggiamenti  cominciano con la processione, in cui la statua del santo è condotta in spalla dai fedeli per le vie del paese, ritornando in fine nella Chiesa Abbaziale San Martino Vescovo, dove è celebrata una messa a lui dedicata. Segue, la sera, la benedizione degli animali e del fuoco:  il cippo di Sant’Antonio , ovvero un rito apotropaico, legato ad antichi culti contadini, realizzato come buon auspicio per il raccolto. Ad essi si aggiunge la riffa, cioè l’asta, durante la quale sono messi in vendita i beni offerti precedentemente dai fedeli al Santo e dei proventi raccolti una parte è destinata al finanziamento della festa e il resto è devoluto alla chiesa, sotto forma di offerta. Le celebrazioni continuano con i fuochi pirotecnici figurati, così chiamati perché ricreano le forme dei personaggi legati alla vita e ai miracoli di Sant’Antonio e sono distrutti dal fuoco come segno di estinzione del male. Si distinguono: l’asino, che simboleggia il centauro apparso al santo durante il suo viaggio in visita a San Paolo; la donna, che rappresenta la tentazione carnale, a cui il diavolo sottopose Sant’Antonio nel suo viaggio nel deserto; il maiale, legato al santo da varie storie e leggende, che rappresenta il trionfo della fede; la scala, emblema peculiare di Macerata Campania, ricollegabile probabilmente al lavoro nei campi e alla terra. Non manca, in questa ricorrenza tanto amata, un omaggio ai giochi della tradizione che, oggi come in passato, rappresentano un momento di ludica aggregazione e di riposo dalla vita lavorativa. Ne sono un esempio il tiro alla fune, la corsa dei sacchi o il palo di sapone, in cui i partecipanti si arrampicano lungo una pertica, cosparsa di sapone, per raggiungere e dunque vincere i generi alimentari, posti sulla cima, oppure il giro della botte: una gara di velocità in cui si fa girare una botte con le mani lungo il bordo. La rievocazione del patrimonio di usi e costumi maceratesi prevede anche la preparazione del piatto, simbolo di Macerata Campania: la past’e’lessa.  Si tratta di un primo, in cui l’ingrediente fondamentale sono le castagne lesse, la cui dolcezza è bilanciata dall’uso del peperoncino. L’importanza di questo alimento ha origini antiche: tipico delle diete contadine, esso aveva il pregio di essere poco costoso, facile da conservare e utilizzabile in cucina in svariati modi.

Fuochi pirotecnici figurati: l'asino portato a spalla. Macerata Campania. Anni '70. Foto fornita da Stanislao Roggiero.
La benedizione del fuoco. Macerata Campania, 2016. Foto di Vincenzo Capuano.
La past'e'llessa (la pasta con le castagne lesse). Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.
Il gioco del palo di sapone. Macerata Campania,2016. Foto di Vincenzo Capuano.

La sfilata dei carri e la musica delle battuglie di pastellesse

L’evento più atteso dell’intera Festa ‘e Sant’Antuono è la sfilata dei carri, che ravvivano l’atmosfera con la propria musica e canti. È possibile assistere a più sfilate: una solitamente è organizzata il sabato che precede il 17 gennaio e l’altra la domenica che lo segue. Quest’ultima è realizzata sia di mattina, che di sera e si concentra davanti al sagrato della Chiesa Abbaziale, dai cui gradoni è possibile godere dell’ esibizione musicale. I carri in origine erano semplici carretti, trascinati da buoi o cavalli, ma col passare del tempo aumentavano di dimensione, fino ad arrivare a quelli odierni, trainati dai trattori, che possono raggiungere anche i 12 metri di lunghezza. Essi sono realizzati in modo da assomigliare ad un vascello per la leggenda, tutt’ora tramandata, secondo la quale il Santo si sarebbe trasferito dall’Egitto in Italia a bordo di una nave. Le decorazioni generalmente prevedono: foglie di Palma, che rappresentano la provenienza egiziana del Santo, e figure che simboleggiano la lotta tra bene e male, come le maschere o i volti demoniaci e angelici. Ogni carro trasporta quella che viene definita “Battuglia di Pastellessa”, composta dai Bottari, i quali coordinati dal Capobattuglia, cioè il maestro di esecuzione.   Il nome “Pastellessa”, che identifica  tanto le battuglie, quanto uno dei ritmi della loro musica, è legato ad Antonio Di Matteo, detto “Zi Antonio ‘e pastellessa”, che era sia gestore di una famosa cantina Maceratese in cui era possibile gustare la tradizionale past’e’lessa, ma anche un capobattuglia, il cui soprannome indicava in origine la battuglia da lui coordinata. La sua bravura, col tempo, gli permise di ottenere una fama tale che l’espressione “battuglia di pastellesse” si  estese a tutti i gruppi di bottari, che ancora oggi si esibiscono, sfilando sui carri. La musica delle battuglie hanno una genesi più antica della festività stessa, che è da ricercarsi negli antichi riti agresti pagani, legati alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, che in epoca cristiana hanno assunto una funzione apotropaica, secondo la convinzione che i fuochi e i rumori prodotti dagli strumenti agricoli potessero spaventare e allontanare le presenze maligne. Col passare del tempo però quei suoni hanno assunto tratti sempre più definiti, fino a diventare la musica tradizionale della festa di Sant’Antuono. Questo tipo particolare di musica è realizzata percuotendo le botti con i mazzafuni, le falci con spranghe di ferro e i tini con bastoni di legno: tutti arnesi riconducibili alla cultura rurale ed artigianale. I ritmi, che possono all’occorrenza essere creativamente combinati, sono tre: la tarantella, la musica a Sant’Antonio e la pastellessa. Le percussioni sono eseguite senza alcuno schema di riferimento, ma seguono le indicazioni dettate dalla fantasia del Capobattuglia, sulle quali sono intonati canti in dialetto, che trattano di vari temi legati al Santo, al territorio e alla vita quotidiana.

La sfilata dei carri di Sant'Antuono: "A gioventù nov". Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.

L’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa

Gli aspetti organizzativi dell’evento sono gestiti dall’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa: nata nel 2008 come unione apolitica, apartitica e senza fine di lucro, essa, oltre a rappresentare un laboratorio culturale a tutto campo, in sinergia con il comune e la Parrocchia San Martino Vescovo di Macerata Campania è dedita alla salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni popolari. L’associazione è attiva sia in ambito locale che internazionale e partecipa ad un’ampia rete associativa, impegnata nella difesa del patrimonio di usi e costumi, ancora vive nei territori. Nel 2014 l’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa è stata accreditata dall’UNESCO come “Organizzazione non governativa (ONG)”  e nello stesso anno ha siglato un Protocollo di Intesa con l’Associazione Giochi Antichi di Verona per l’attuazione di misure di tutela dei “Giochi tradizionali e delle espressioni ludiche delle comunità”. Tra le iniziative più recenti, da essa realizzate, bisogna ricordare il sostegno della candidatura della festa all’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. «Sensibilizzare, tramandare, accogliere ed evolvere» sono gli obiettivi che l’associazione  Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa si prefigge, come afferma Vincenzo Capuano, «per realizzare un turismo sostenibile per Macerata Campania e il territorio locale». Emerge da queste parole una profonda devozione per la propria terra e il proprio patrimonio culturale, che trova riscontro nella pianificazione e realizzazione, dettagliatamente accurate, della festa e ciò contribuisce a creare un clima coinvolgente e gioioso, in cui si svelano in ogni dove occhi colmi di stupore e visi carichi di orgoglio. La musica, che dai carri riecheggia con potenza, crea un vortice di emozioni, che hanno il sapore di racconti antichi e allo stesso tempo familiari, particolari, eppure universali. Come l’associazione stessa ci comunica attraverso il suo esempio, è necessario che si continui a proteggere e a tramandare le proprie tradizioni, poiché solo grazie ad esse l’anima umana svela la propria origine per poi arricchirsi, rivoluzionarsi e infine portare ai posteri la testimonianza più autentica  dei nostri valori e della nostra identità. Dunque, si dia spazio alla nostra storia e alla cultura, in tutte le sue forme, per ottenere il migliore futuro auspicabile.

                                                                                                                                Marica Fiorito

Le Luci di Piedimonte

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Non è difficile comprendere l’etimologia della parola “Piedimonte”, ma lo è capire il motivo per il quale questo comune dell’alto casertano, un tempo rigoglioso e florido, abbia visto nel corso dei secoli una significativa riduzione di interesse, forse  associato ad un calo dei flussi commerciali , affievolendo sempre più l’influente peso che ha avuto nella provincia. Situato ai piedi del massiccio del Matese, il comune ha conosciuto tanti felici periodi storici, ma è doveroso citarne due in particolare: quello Normanno (XII sec.) durante il quale ha esteso i propri confini occupando un territorio di oltre 142 km², e quello della nobile famiglia dei Gaetani d’Aragona (che lo mantennero fino all’abolizione della feudalità) i quali favorirono l’incremento della produzione industriale dei panni lana.

Nel 2019 il comune di Piedimonte ha partecipato ad una bellissima iniziativa chiamata “Illuminarti”, manifestazione nata nel 2012 dall’Associazione culturale Byblos, con un chiaro obiettivo: quello di accendere i riflettori sui suoi angoli più nascosti e remoti, per dare vita ad una “protesta” contro il loro abbandono. La curiosità e l’interesse che sempre ci guidano come strade maestre, ci hanno spinto a partecipare a questa suggestivo progetto che abbiamo trovato estremamente elegante e raffinato. Le luci sapientemente dislocate nei punti strategici, hanno illuminato le antiche Chiese, le strade principali  ed il centro storico, interessando anche il Complesso Museale San Tommaso D’Aquino, le rampe di San Marcellino e il Palazzo Ducale.

Passeggiando lungo questo percorso abbiamo incontrato più spettacoli in contemporanea, concerti di musica, mostre pittoriche e fotografiche, artisti di strada itineranti, punti di ristoro e prodotti locali. Sicuramente, gli scorci più suggestivi e romantici vanno ricercati nei pressi del Palazzo Ducale. E’ stata un’esperienza bellissima, intima, delicata ed organizzata in maniera estremamente scrupolosa, che ci ha dato la possibilità di ammirare un borgo magnifico, troppo spesso dimenticato, che cerca di ritornare a splendere come in passato attraverso queste romantiche manifestazioni.

Cava de’Tirreni: la città stellare

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Cava dei Tirreni è una città molto apprezzata sia per i suoi scenari naturali che per la sua storia, per questo non potevamo non destinarvi una ‘borgo-tappa’. 

Essa sorge in una vallata immersa nel verde e viene chiamata ‘città stellare’ perché parte dei suoi abitanti è dislocata nei paesini attorno al centro. L’etimologia del nome ‘Cava’, deriva dal termine cavea, ossia ‘antico anfiteatro’, che allude alla vallata circondata dai monti. La seconda parte de’ Tirreni rimanda, invece, al suo primo nucleo abitativo: i Tirreni, un popolo di origine etrusca. La storia della città è ricca di fascino e di echi mistici, che rimandano all’immagine di un luogo soprannaturale. 

Pare, infatti, che in passato, essa sia stata scelta come meta da un nucleo di monaci eremiti proprio per la sua posizione appartata, ideale per poter ritrovare se stessi e la propria dimensione dedicandosi alla contemplazione ed alla preghiera. Per un fine analogo fu costruita, nel XI secolo, l’antica Abbazia benedettina della Santissima Trinità, consacrata, poi, da Papa Urbano II nel 1092. Cava, come numerose altre città italiane, fu bombardata durante la seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita.

Borgo Scacciaventi
Borgo Scacciaventi

La nostra passeggiata ha avuto inizio dal Borgo Scacciaventi, un vero gioiello, nonché una delle più belle attrazioni della città. Esso si offre agli occhi con i suoi caratteristici portici che ornano gli antichi palazzi edificati sulle arcate,  ripercorrendo ognuno la storia del luogo. L’intero percorso porticato offre negozi e botteghe, tanto da costituire un centro commerciale all’aperto. Lo scenario dei portici è ancora più suggestivo all’imbrunire, quando le luminarie gli donano un aspetto quasi magico.

Passeggiando ci siamo imbattuti, poi, nel Complesso Monumentale di San Giovanni Battista, un vecchio monastero distrutto dal terremoto dell’ ’80 e totalmente ristrutturato, oggi sede di mostre ed esposizioni. L’illuminazione serale è stata, a sua volta, studiata per rimandare al suo carattere ieratico e di meditazione.

Santuario di San Francesco e Sant’Antonio
Cripta del santuario di San Francesco e Sant'Antonio

Tra le varie bellezze della città, c’è sicuramente il maestoso santuario dedicato a San Francesco e Sant’Antonio, situato nella piazza principale, che ogni anno diventa mèta di migliaia di pellegrini che provengono da tutta Italia. Si tratta di una chiesa del 1500 ricostruita su tre livelli dopo il terremoto dell’Irpinia e famosa per la cerimonia che si svolge ogni 13 del mese: il Botafumeiro, l’incensiere più grande d’Europa con un peso di oltre 70 kg. Al termine della cerimonia viene fatto oscillare per ben tre volte lungo la navata centrale. Altrettanto emozionante è stato ascoltare la messa e le lodi dei monaci francescani. Non bisogna dimenticare, poi, la cripta sotterranea ricca di reliquie ed il presepe monumentale, l’unico in tutta Italia costruito su 1000 m².

Insomma, con i suoi portici, le sue chiese, i suoi scenari naturali e le sue botteghe ricchi di sapori e tradizioni, Cava è una città tutta da scoprire.

Lumina in Castro – Luci sulla storia di Lauro

Pubblicato il Lascia un commentoPubblicato in Il sapore delle tradizioni

Nella Bassa Irpinia, in uno dei principali avamposti del Vallo di Lauro, al confine con l’agro nolano ma già pienamente sul suolo irpino, si erge una delle più affascinanti residenze storiche della Campania, il Castello Lancellotti. E se in passato il Castello è stato teatro di vari avvenimenti storici, successioni e dominazioni, lotte di potere, incendi e ricostruzioni, oggi si trasforma per noi in palcoscenico per accendere una luce sul suggestivo passato del suo borgo, Lauro.

Ogni anno, infatti, a ridosso del 28 agosto, festa di San Sebastiano e San Rocco, patroni di Lauro, accomunati dal fatto di essere invocati come protettori contro la Peste per essere entrambi sopravvissuti l’uno alle frecce e l’altro alla pestilenza, ormai da ben 14 edizioni, si svolge la manifestazione promossa dall’associazione Pro Lauro, Lumina in Castro,  che la scorsa estate ha attirato anche noi Borgonauti, convincendoci a organizzare una passeggiata serale per scoprire la tradizione di questo appuntamento, divenuto uno dei fiori all’occhiello dell’estate lauretana.

Il programma dell’evento è molto ricco e si estende in genere per circa una settimana alla fine di agosto lasciando che si alternino duelli, spettacoli di giocolieri, notti bianche, momenti musicali e spesso orchestrali,  assaggi enogatronomici di prodotti tipici presso i vari stand intorno agli splendidi giardini del Castello ma, soprattutto, permettendo di conoscere la storia del borgo lauretano nel modo più semplice e divertente possibile, ovvero dalla “bocca dei suoi protagonisti”!

Vi chiederete come sia possibile dato che Lauro ha antiche origini romane – già il nome  smaschera la sua antichità collegandosi al latino laurus, che significa proprio lauro, ovvero alloro, i cui boschi circondavano completamente la località in epoca romana; prima il borgo faceva parte della “Terra di Fraconia”, in riferimento ad un’antica civiltà della zona sorta all’incirca nel II millennio a.C. – e visto che la sua storia affonda le sue basi nel Medioevo: questo triplo salto indietro nel tempo è reso possibile dal fatto che, durante Lumina in Castro, si svolga una rievocazione storica affidata a diverse maestranze locali che con la propria arte, i bellissimi costumi, la musica e i balli d’epoca e i loro suggestivi racconti riescono magicamente a riportare i visitatori per qualche ora in quel periodo medievale che ha più volte sconvolto gli equilibri del luogo.

 In realtà ogni anno la rievocazione ha per oggetto una determinata fase della storia del paese: negli anni precedenti era stato protagonista il 1799 e ancora prima l’Amor cortese. La scorsa edizione invece era dedicata al Medioevo.

 

Le vie di accesso al Castello Lancellotti
Lumina in Castro - Ritorno al Medioevo
Rievocando la storia - Il potere del teatro

Appena giunti in loco, già mentre percorrevamo le stradine in salita di accesso al Castello, potevamo intravedere le persone ferme in attesa dell’inizio della rievocazione, davanti al Torrione Occidentale, straordinariamente aperto durante l’ultima edizione, in quanto luogo di partenza dello storico spettacolo teatrale itinerante “Ritorno al Medioevo”, svoltosi tra torri, scale e sale interne e anche all’interno del suo piccolo ma stupendo giardino dell’Ottocento, in cui spicca, in posizione centrale, una fontana seicentesca facente parte dell’antico parco distrutto dagli eventi del 1799. Si può ammirare anche la scuderia con  statue del Seicento.

Dopo aver fatto già sulle scale di ingresso la conoscenza del Giullar Jocoso, mattatore della serata con i suoi lazzi e i fantastici benvenuti ludici, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dalla voce di dame, guerrieri, marchesi la storia del borgo, fortemente segnata dall’avvicendamento di diverse dinastie campane. Lauro infatti è stata dominio del Principato di Benevento, di Salerno e di Capua fino alla conquista nel 1057 da parte di Riccardo I Drengot, Conte di Aversa.

Abbiamo potuto vivere attraverso le sensazioni di San Severino il racconto del passaggio del feudo da Ruggiero il Normanno a Roberto San Severino nelle mani della cui famiglia il feudo rimase fino al 1212, quando Lauro divenne possedimento di Federico II di Svevia che la donò prima a Pietro di Sangermano e poi a Giovanni di Lauro. Dopo vari successioni dinastiche (anche con un nuovo periodo di dominio dei San Severino) Lauro è stata dominata sia da De Balzo, conte di Avellino, sia dagli Orsini conti di Nola che poi persero il controllo dell’area a causa della partecipazione alla Congiura dei Baroni contro Carlo V. Dopo essere stata venduta a Scipione Pignatelli, Lauro fu acquisita dai marchesi Lancellotti che la controllarono fino all’abolizione della feudo nel 1806.

Anche lo stesso Castello conserva le tracce di questa tribolata storia: infatti pur essendo esso di origine longobarda-normanna (sembra che sia citato per la prima volta in un documento del 976) fu incendiato dai francesi nel 1799 e quindi la residenza che vediamo oggi  è il frutto della ricostruzione del 1872, avvenuta grazie al principe Filippo Massimo Lancellotti, che fece nuovamente inaugurare il Castello in quello stesso anno, proprio nel giorno della festa dei Santi Patroni. Ecco il motivo per cui all’interno del Castello possiamo notare un mix di stili  compositi dal gotico-rinascimentale al neoclassico fino al barocco.

Una delle cose che mi ha colpito di più in assoluto è stato però il secondo cortile ospitante un piccolo giardino segreto alle cui spalle sono situati la cappella di famiglia e parte degli appartamenti privati: un piccolo angolo verde che con le luci del Castello, il verde degli alberi e le facciate della cappella conserva l’aspetto di una piccola oasi nascosta incastonata nella storia.

Grazie alla visita abbiamo non solo goduto della stupenda vista dalla Loggia del Torrione su tutta la Valle ma anche osservato le stanze, le mura esterne sovrastate dalle torri merlate,  i meandri e le salette del Castello, le incisioni sulle pareti di iscrizioni  storico-letterarie, le porte e gli accessi ai due cortili.

Il Torrione Occidentale
Dai Fioretti di San Francesco

Anche se il Castello è tuttora un possedimento privato, che viene di volta in volta concesso a Comune e associazioni per lo svolgimento delle visite con pubblico o per le manifestazioni,  non si può dire che esso non sia un elemento imprescindibile della storia e della vita del borgo lauretano. 

Infatti non vive solo d’estate o durante i tanti eventi privati che vi si svolgono (da matrimoni a cerimonie varie o incontri business) ma ospita vari momenti collettivi della comunità di Lauro, aperti ovviamente anche a tutti gli avventori delle zone circostanti, in diversi momenti dell’anno, dalle “Storie d’inverno” che vedono in scena stavolta i racconti e le letture ai ragazzi alle serata stregate a novembre, dagli spettacoli di giocolieri fino al momento clou ovvero la rievocazione dell’incendio che distrusse il Castello, che si svolge di solito a fine agosto insieme a un grande spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio.

Non sappiamo ancora se quest’anno, in seguito all’emergenza legata al Coronavirus, Lumina in Castro potrà svolgersi secondo la sua consueta impostazione e organizzazione.

 L’associazione Pro Lauro ci ha informato che sta ancora verificando con le istituzioni e i proprietari del Castello la possibilità di organizzare la manifestazione estiva, forse negli spazi aperti antistanti, garantendo sicurezza e protocolli definiti. Ovviamente il nostro augurio è che, nel rispetto di regole necessarie per garantire la salute comune, manifestazioni come questa che riescono a far rivivere borghi poco affollati e meno conosciuti come Lauro, possano continuare a dare linfa al territorio.

Grazie infatti alla serata lauretana descritta, in un certo senso, ho avuto la sensazione che la vita del borgo ancora si svolgesse ai piedi della sua fortezza, come se il tempo non avesse mai indebolito la forza sovrastante e protettiva del Castello sui suoi abitanti, che continuano a radunarsi e a condividere spazi sociali di incontro, di scambio culturale o di ebbrezza,  di festa e divertimento in quel luogo deputato che la storia ha collocato là, come baluardo strategico che si affaccia sulla Valle e che, in contemporanea, permette a noi di affacciarci sulla vita che un tempo caratterizzava i suoi interni.

Benevento, la città delle streghe

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Per chi a Benevento mai è stato perché le janare non vuole incontrare, sveliamo un trucco per poterle ingannare!

Benevento è una città carica di storia e ogni epoca che l’ha attraversata ha lasciato il proprio segno di riconoscimento a memoria di un passato fiero come i Sanniti, imperiale come i Romani, pagano come i Longobardi.

Se pensiamo al presente di Benevento, sicuramente il ricordo che lascerà al futuro è quello di una città lontana dalla cronaca sulla criminalità o sui rifiuti che quotidianamente ferisce il popolo campano. Benevento è infatti tranquilla, ordinata, pulita, distaccata dal caos caratteristico delle città del Sud. Anche il clima sembra fare la sua parte con inverni più rigidi e stagioni non sempre mediterranee.

Ma se infine pensiamo a Benevento in un tempo indefinito, l’immagine che abbiamo è di una città con una identità solida e insolita che abbonda di misteri e leggende, streghe e riti di magia, miti dal fascino senza tempo.

Benevento offre molto ai turisti appassionati di storia, arte e architettura oppure presi dalla voglia di passeggiare per spazi verdi o ancora incuriositi dai prodotti gastronomici. È ricca di monumenti e luoghi di interesse ma come ogni grande città, il tempo non è mai abbastanza per scrutare tutti i suoi angoli e conoscerla tutta, nella propria personale bellezza.

Il teatro romano
Il teatro romano

La passeggiata insieme ai Borgonauti è stata simpatica e suggestiva: abbiamo scelto per questa nostra prima visita di vederci chiaro sulla questione delle Streghe di Benevento. Ci siamo quindi recati al museo Janua dove la guida e il viaggio multimediale ci hanno condotti nell’incredibile mondo delle janare, le streghe così chiamate nell’Italia meridionale.

Era domenica, ma appena arrivati siamo misteriosamente tornati indietro di un giorno. Sì, perché a Benevento è sempre sabato quando le janare, impegnate nel rito del Sabba, si tengono lontane dalle faccende umane. Ci è stato poi svelato un piccolo trucco per metterci al riparo dai malefici di queste streghe dispettose e cioè: ogni qual volta si pronuncia la parola “janara” bisogna incrociare le gambe e ripetere “oggi è sabato”!

Divertiti da questo aneddoto ma anche suggestionati dalla possibilità di poter realmente incrociare queste donne dai poteri magici, abbiamo trascorso parte della giornata a compiere questa pratica superstiziosa.

La guida, beneventana doc, è stata molto carina e paziente ad accogliere le nostre domande, a volte indiscrete, nella speranza di farci confessare qualche formula magica. Ma niente da fare: queste vanno tramandate solamente nella notte di Natale, bisbigliate nell’orecchio della futura custode di questo patrimonio straordinario.

La visita al museo è stata davvero piacevole e affascinante, merito anche di un’ottima scenografia. C’è infatti una sala dove è stato riprodotto il famoso “Nocio e Beneviente” con riproduzioni multimediali che avvolgono totalmente il visitatore e lo trascinano lungo le sponde del fiume Sabato, in quel luogo segreto, da sempre non identificato dove le streghe di varia provenienza si riuniscono per celebrare la cerimonia del Sabba nella quale si compiono pratiche eretiche.

Per raggiungere l’albero di noce la janara esce di notte, si infiltra nelle stalle per rapire un cavallo e, veloce nel percorrere lunghe distanze e ritornare con le prime luci del sole senza essere smascherata, cavalca sfrenata per tutta la notte. La mattina seguente il cavallo, sfinito per la fatica immane e con la criniera aggrovigliata dal vento durante la cavalcata, lascia un chiaro segno della presenza della janara.

Pagine di stregoneria
Simboli e magia
Bastone appartenuto ad uno stregone

Secondo le credenze popolari la strega beneventana, contrariamente alla più generica figura della strega, può essere una donna dai tratti tipicamente umani, quindi insospettabile che solo di notte fa emergere la sua vera natura. È una donna esperta di erbe, non è malvagia ma può divertirsi a lanciare malocchi a sue possibili rivali oppure durante la notte tramutandosi in vento o in gatto striscia sotto le porte e si accomoda sul petto degli uomini provocando nel sonno una sensazione di soffocamento.

C’è poi un’altra area del museo adibita con i “ferri” del mestiere di queste sapienti donne come erbe medicinali, bastoni dai poteri magici, amuleti, ex-voto e libri scritti in lingue incomprensibili fatte di simboli e figure oscure.

Tante altre curiosità abbiamo scoperto durante questa visita come quelle della notte di san Giovanni quando per tradizione si stende la biancheria al cielo per raccogliere la rugiada miracolosa o ancora, sempre nella stessa notte rituali legati all’amore delle giovani ragazze. Si crede infatti che sciogliendo pezzetti di piombo in acqua, quando poi si vanno a solidificare restituiscono una forma che suggerisce il mestiere del futuro marito.

Insomma, Benevento oltre ad avere tutte quelle qualità e caratteristiche che ne fanno una città moderna, pronta ad ospitare turisti da ogni luogo e generazione conserva un patrimonio di riti e tradizioni che la rendono unica.

Amuleti
Rituali legati all'amore delle giovani ragazze
Le erbe dai poteri magici

Santa Maria Capua Vetere: a spasso con Spartaco!

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La città di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, è il luogo perfetto per gli amanti della storia antica e in particolare della storia romana: è per questo che nella primavera dello scorso anno abbiamo deciso di farvi tappa durante un pomeriggio domenicale! Se tanti luoghi d’Italia hanno una storia complessa e spesso travagliata, Santa Maria Capua Vetere non fa eccezione! È dunque necessario fare un viaggio nel tempo e capire perché la città abbia cambiato nome nel corso degli anni. Durante i secoli, Santa Maria Capua Vetere è stata contesa da tanti popoli ma è in età romana che la  città cominciò ad essere davvero considerata uno dei centri più grandi e sviluppati dell’intera penisola. Procediamo con ordine: perché la città ha un nome così articolato? Gli amanti della storia romana e della lingua latina sapranno sicuramente che Santa Maria Capua Vetere è un toponimo che tramanda una lunga tradizione, non solo storica ma anche  linguistica. In effetti, “Santa Maria” altro non è che l’espressione con cui ci si riferiva al piccolo centro abitato chiamato “Santa Maria in Villa”, sorto proprio sull’attuale territorio comunale ma così denominato solo a partire dal XIV secolo. E “Capua Vetere”? Anche questa volta è necessario fare un salto nel passato, magari con l’aiuto di un illustre oratore!

Cicerone definiva l’odierna Santa Maria Capua Vetere l’ “altera Roma” ovvero “l’altra Roma”, volendone specificare il ruolo di polo attrattivo e snodo cruciale per la parte meridionale dei territori romani.

Tuttavia, dopo la distruzione saracena e la costruzione della nuova Capua, le rovine della città vecchia cominciarono a distinguersi come “Capua Vetere” ossia la “Vecchia Capua”: l’odierno comune di Santa Maria Capua Vetere è dunque testimonianza della rinascita della città distrutta, nell’unione quasi ossimorica del culto mariano e della cultura latina. Oggi, la città offre la possibilità di fare un viaggio nel passato, partendo dai tempi più remoti fino a giungere allo splendore dell’età romana. Senza dubbio, per chi ama l’ architettura antica e i fasti d’epoca romana, il luogo perfetto da scoprire è l’Anfiteatro Campano che ospita anche il Museo dei Gladiatori.

Sotterraneo

L’anfiteatro è secondo soltanto al Colosseo per dimensioni e vanta il primato di essere stato la sede della prima scuola per gladiatori! È proprio in questo luogo o comunque nelle sue vicinanze che secondo la tradizione Spartaco guidò la rivolta dei gladiatori. Con un po’ di immaginazione, accompagnati da questo famosissimo personaggio, ci siamo tuffati nel passato! Ancora oggi è possibile scorgere gran parte delle caratteristiche dell’edificio: le maestose arcate circondano e accolgono l’arena in cui si svolgevano gli scontri tra gladiatori. Al di sotto dell’odierno livello stradale , si apre agli occhi dei visitatori una meraviglia: un geometrico gioco di spazi in cui si incrociano corridoi perimetrali e laterali!

I sotterranei dell’ anfiteatro erano le quinte del combattimento: è qui che venivano trasportati belve e animali da utilizzare per gli spettacoli e sempre qui ogni gladiatore si preparava prima di recarsi nell’arena.

 

Museo dei gladiatori

La nostra visita prosegue presso l’ adiacente Museo dei Gladiatori, inaugurato nel 2003, che ci ha permesso di ammirare parte delle meravigliose decorazioni dell’anfiteatro: dalle iscrizioni su marmo a scene raffiguranti i combattimenti, fino ad una magnifica ricostruzione plastica delle originarie fattezze dell’anfiteatro. Insomma, il museo incuriosisce i suoi visitatori non solo perché racconta la storia di questo meraviglioso edificio ma anche perché  riporta alla luce l’ antica arte del combattimento! Chissà quanti pensieri, quante speranze e quante storie avrebbe potuto raccontarci Spartaco, la nostra guida immaginaria tra le rovine di questa meraviglia campana! Ad ogni modo, benché nel presente, la nostra passeggiata a Santa Maria Capua Vetere ha significato anche un curioso e breve viaggio nel passato, verso le origini della nostra cultura, alla sorgente della storia locale.

                                                                                                                                                                                                                                 Delia Brusciano

Montesarchio-La nuova Caudium

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Montesarchio per me era solo un borgo della valle caudina, ma Carla e Mario, con il loro entusiasmo e la loro passione per i borghi, ci affascinarono fino al punto di “calendarizzare” questa meta.

Era una domenica pomeriggio di pieno inverno, decidemmo, nonostante il tempo non proprio favorevole, di andare alla scoperta di questo nuovo paese del beneventano, ai piedi del monte Taburno.

Da lontano era già ben visibile la parte alta del borgo, la collina, sulla quale dominano maestosi la torre e il vicino castello.

Arrivati sopra la collina ci dirigemmo subito verso la torre dove fummo accolti da guide volontarie. La torre è costituita da due corpi cilindrici, rimaneggiata nel corso della storia dai vari conquistatori che si sono susseguiti. Le origini risalgono al VII secolo, quando era costituita solo dal corpo centrale, realizzato come torre di avvistamento, per necessità belliche contro l’esercito di Carlo Magno. Altre modifiche hanno interessato la torre nel tempo, cambiamenti che l’hanno vista ampliarsi per renderla più efficiente nell’utilizzo dell’artiglieria da guerra: infatti sono ancora oggi ben visibili le aperture sui due cilindri. Le ultime modifiche risalgono invece all’epoca borbonica, che vede la torre diventare un carcere politico, che ha avuto come prigioniero il patriota Carlo Poerio. Proprio da quella che fu la sua cella si può godere di una vista mozzafiato del monte Taburno e dell’intera vallata.

Vista panoramica

Purtroppo uscimmo dalla torre con un briciolo di rammarico per non aver visto il cratere di Assteas, il ratto di Europa, definito il cratere più bello del mondo, momentaneamente non esposto nella torre.

Ci dirigemmo poi al vicino castello dove è situato, al primo piano il Museo Archeologico del Sannio Caudino, che ospita numerosi ritrovamenti archeologici della valle Caudina.

Ciò che cattura l’attenzione sono i meravigliosi crateri che Il museo ospita, vasi rinvenuti nelle tombe risalenti al V e IV secolo a.C. oltre ai numerosi corredi funerari esposti.

I crateri