Ponte di Olina

Olina e Lavacchio: un viaggio tra cielo e terra sull’Appennino modenese

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«Per tutti coloro che hanno un po’ l’illuministico comune sentimento di luogo, che viene a volte alterato e reso debole, Olina è un’eccezione, perché non è un insieme più o meno confuso di oggetti edilizi provocatoriamente collocati in piena antitesi con tutto ciò che natura e storia vi avevano prodotto. È un luogo vero, non un “non luogo” caratterizzato da estraniazioni e da dispersioni insediative»

(Elio Garzillo, in Seicento Appenninico. La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Olina)

Le parole dell’ architetto Elio Garzillo descrivono in maniera plastica e viva non solo e non tanto il luogo fisico, ma soprattutto le sensazioni che si destano in chi vi fa visita. Immerso completamente nel verde dell’Appennino modenese, il borgo di Olina è una frazione del comune di Pavullo nel Frignano. Come al solito, immancabile è la curiosità per la toponomastica: il nome “Olina” deriverebbe da “aula”, in latino ampia traduzione di un luogo aperto e arioso e che, difatti, ben descrive il clima mite e la fertilità di tale territorio. Tuttavia, oltre alle meraviglie paesaggistiche che il borgo offre per la sua strategica posizione sull’Appennino, Olina ha significato tanto per la storia locale e non solo. Le fonti attestano che il borgo fu teatro di un violentissimo scontro tra le diverse fazioni che si contendevano il territorio del Frignano: nel 1269, i ghibellini Montecuccoli sconfissero l’esercito modenese guelfo; tuttavia, queste lotte intestine terminarono soltanto nel 1337, quando i Montecuccoli (poi divenuti signori del Frignano) si allearono definitivamente con la più nota e nobile famiglia degli Estensi.

Ponte di Olina
Ponte di Olina

Per secoli, Olina è stata anche un luogo cruciale per la tratta Sestola-Fanano, snodo che si congiungeva alla più importante strada che collegava le città di Modena e Pistoia. Del resto, non è un caso che l’attrazione principale di questa località sia proprio un elemento architettonico che segna il passaggio da un luogo ad un altro: stiamo parlando del suo ponte, famoso nel territorio non solo per bellezza ma anche per raffinatezza ingegneristica. Il ponte di Olina fu costruito nel 1522 per congiungere l’Emilia con la Toscana, collegando così le due sponde del fiume Scoltenna: oggi, ancora in perfetto stato, è il simbolo della frazione. Per secoli, il ponte ha rappresentato il principale collegamento tra Modena e Pistoia: per tale ragione, la sua costruzione fu voluta non solo dai Montecuccoli, ma anche dai signori di Firenze e di Lucca. Progettato da Giovanni e Bernardo Parrocchetti, il ponte fu edificato secondo dei criteri che per l’epoca erano molto avanzati: la forma dell’arcata è parabolica e consente di sostenere e scaricare un enorme peso che, con altre tecniche di costruzione, la pietra locale non sarebbe riuscita a sorreggere. Nonostante la sua imponenza, il ponte conserva ancora oggi un aspetto slanciato e leggero. Come ogni luogo misterioso che si rispetti, anche il ponte di Olina ha la sua leggenda: si racconta che chiunque passi dal ponte in una notte tempestosa e buia senta una voce strozzata che chiede aiuto, come se qualcuno stesse tentando di catapultarla nel fiume. Con un po’ di fantasia, potremmo immaginare il volto o l’ombra di questa voce sinistra, magari affacciata proprio dalla piccola edicola sacra costruita in cima al ponte, a protezione della imponente costruzione.

Fiume Scoltenna
Edicola sacra sul ponte di Olina

Ma se il ponte unisce due lembi di terra, cos’è che l’uomo costruisce per guardare da più vicino il cielo? E’ questa la domanda che ci si pone quando ci si imbatte nelle torri di pietra dei Montecuccoli.

Oggi, una delle meglio conservate è la torre della frazione di Lavacchio, a pochi chilometri dal comune di Pavullo nel Frignano. A partire dagli anni ’80, questo luogo è stato protagonista di un’opera di rivalorizzazione territoriale: oggi, è un borgo d’arte, caratteristico per i suoi mosaici e per i suoi murales che all’antichità della torre contrappongono un’aura di modernità.

Panorama
Scorcio panoramico dalla torre

La prima testimonianza scritta che riporta il nome della località risale al 1034 e cita “locus qui dicitur Lavacli”: dunque, si suppone che la frazione di Lavacchio sia antichissima e altrettanto vetusta anche la sua torre.

Torre di Lavacchio
Chiesa di Sant'Anna

La torre di Lavacchio, come tutte le altre disseminate nel Frignano, era una torre di avvistamento: della sua funzione è testimonianza la forma snella dell’edificio, le caditoie poste solo sulla cima ed un’unica porta di ingresso sopraelevata rispetto al livello della terra. Poco distante, sorge la piccola chiesa di Sant’Anna, probabilmente eretta sulla rovine del castello di Obizzo da Montegarullo e consacrata alla Santa nel 1522: l’edificio conserva un aspetto semplice e rurale, poiché costruito con la tipica pietra locale e possiede un campanile a vela, in linea con lo stile della la vicina chiesa di San Lorenzo martire, presso la località Montecuccolo. I luoghi che qui vi abbiamo raccontato sono una piccola parte dell’enorme testimonianza culturale che solo l’Italia può vantare: un connubio storico e paesaggistico di immenso valore che certamente non ha eguali altrove.

                                                                                                                                                                                                      Delia Brusciano

Eremo di San Vitaliano: l’eleganza di una chiesa di campagna

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L’aria mistica dei Colli Tifatini, gli alberi e la vegetazione rigogliosa, il tufo antichissimo e la semplicità delle forme rendono l’Eremo di San Vitaliano un posto unico, un luogo dove il tempo si è fermato all’atmosfera intima del Medioevo. La natura, con i suoi poteri magici, ti scaglia nel meraviglioso mondo delle emozioni, attiva tutti i sensi…quei sensi che nella frenesia giornaliera ti dimentichi di possedere.  E allora scopri quanto è bello lasciarsi accarezzare dal vento, meravigliarsi dei colori di una farfalla che passa a salutarti. 

Porta d'accesso
Gli alberi e l'eremo

L’eremo è immerso nel verde di Casola, uno dei casali di Casertavecchia e seppur rimaneggiato più volte nel tempo, conserva la semplicità delle sue origini. Ci si arriva attraverso una stradina di campagna stretta dove i castagni creano delle volte scenografiche e se non ci fossero le indicazioni probabilmente si andrebbe dritti verso il più noto borgo di Casertavecchia e si perderebbe questo gioiello nascosto.

Bosco misto
Arco d'ingresso

Secondo la tradizione è stato costruito da San Vitaliano durante la sua vita in solitudine in una località che la memoria ricorda come Miliarum, forse da un’antica pietra miliare. Il santo, stanco delle persecuzioni e calunnie a cui era soggetto, fuggì dalla città di Capua per ritirarsi a vita eremitica. Si narra che un lupo, da lui ammansito, l’aiutò a costruire l’eremo dove visse diversi anni compiendo miracoli. Tuttora gli abitanti del posto conservano l’arcaico culto di questo santo, protettore della pioggia contro la siccità: nel mese di maggio infatti, i quattro casali si recano in processione fino all’eremo.

Archi e cipressi
Prospettive

SAN VITALIANO, TRA REALTÀ E LEGGENDA

San Vitaliano nacque nel VIII secolo nell’antica Capua (l’odierna Santa Maria Capua Vetere) dove fu consacrato vescovo. Fu un uomo di grande umiltà e devozione ma ciononostante fu perseguitato da uomini infidi che cospirarono contro di lui, accusandolo di immoralità. Vitaliano decise allora di dirigersi verso Roma, dal Papa ma i suoi nemici lo inseguirono e nei pressi dell’antica Sinuessa lo catturarono, lo chiusero in un sacco e lo gettarono tra le onde del mare. Ma grazie alla protezione divina il santo raggiunse Ostia sano e salvo, qui venne liberato dal sacco e si fermò per alcuni mesi. Nel frattempo la città di Capua fu colpita da carestie e siccità ed i capuani compresero di essere stati puniti del Signore per quanto avevano fatto al santo: decisero quindi di cercarlo per implorare il suo perdono. San Vitaliano, impietositosi, perdonò il suo popolo e al suo ritorno a Capua la pioggia cadde in abbondanza.

Statua San Vitaliano

EREMO

La struttura, risalente all’VII secolo, ha subito nel corso del tempo diversi rifacimenti sia esterni che interni e quello che oggi vediamo è il frutto del restauro, iniziato nel 2001, ad opera di Don Valentino Picazio, parroco di San Marco Evangelista di Casola. 

Caratteristiche principali di tutto il complesso sono l’ordine, la pulizia e le linee essenziali della pietra viva e certamente il richiamo con la natura tutt’intorno. 

All’eremo si accede attraverso un semplice arco che ti porta dentro un piccolo giardino con alti cipressi e profumate piante di rosmarino. Qui si trova un caratteristico pozzo antico, con tutti gli ingranaggi e il secchio per raccogliere l’acqua dalle falde…magari ci sono ancora le tracce della pioggia che San Vitaliano impetrava durante i periodi di siccità!

Colonna e rosmarino profumato
Pozzo

La chiesa è semplice ma con un grande fascino: è la classica chiesa di campagna, luogo di incontro per le comunità rurali. È preceduta da un portico con tre archi in tufo mentre all’interno i muri sono ricoperti in calce viva e probabilmente nascondono degli affreschi. La struttura infatti ha avuto nel corso dei secoli numerosi rimaneggiamenti, tuttavia gli interventi di rivalutazione artistica e storica hanno conservato l’antico splendore. 

Facciata della chiesa

C’è un’unica navata centrale e a sinistra una piccola cappella con un affresco di Madonna con Bambino e la statua di San Vitaliano mentre al piano superiore ci sono le celle dei monaci ospitati in passato. Usciti fuori, da qui attraverso un piccolo arco si accede al campanile, sobrio ed elegante che va a ad esaltare la semplicità e la bellezza disarmante dell’intera struttura.

Campanile
Affresco Madonna con Bambino

RIFLESSIONI

“Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust)

La visita all’eremo rientra tra le passeggiate domenicali che i Borgonauti tanto amano fare, condividendo lo spirito dei “viaggi a km zero”. Chi osserva le foto potrebbe pensare ad una bellissima chiesa delle campagne senesi. Siamo invece in provincia di Caserta e i colli non sono quelli toscani ma i monti Tifatini, regno della dea Diana, regina di tutti i boschi e custode della natura.

È un luogo, questo, che risulta sconosciuto agli stessi casertani. Come tante altre località viene snobbato…si preferisce andare nei soliti luoghi comuni e si rischia non solo di perdersi la loro bellezza ma soprattutto che questi vengano persi.

Interno chiesa
Campanile

Non ci resta che andare a Sermoneta!

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Quest’ultimo anno di certo non ha consentito viaggi o grandi spostamenti… Approfittando di uno dei pochi momenti in cui era consentito uscire dal proprio Comune per una passeggiata, ho potuto vivere una giornata indimenticabile, visitando uno dei borghi medievali più belli del Lazio, l’antichissima Sermoneta, situata a 257 metri sul livello del mare tra l’Agro pontino e i Monti Lepini.

In questa occasione ho dovuto rinunciare alla compagnia degli altri Borgonauti e mi sono affidata alla sicura guida di amici storici che sono stati spesso meravigliosi compagni di avventura e di scoperta.

La prima visita e la Loggia dei mercanti

In realtà avevo già avuto un primo approccio con la perpetua bellezza di Sermoneta diversi anni fa: la conobbi in occasione del matrimonio di una cara amica che aveva scelto, come luogo per dire il suo “sì”, la meravigliosa Loggia dei Mercanti del borgo, che con i suoi archi a tutto sesto è uno dei posti più suggestivi del paese.

La Loggia dei Mercanti
La Loggia dei Mercanti
Vista dall'arcata della Loggia
Vista dall'arcata della Loggia
Affacciandosi dalla Loggia
Affacciandosi dalla Loggia

Costruita nel 1446 per volere di Onorato III Caetani per essere utilizzata come sede del Comune, delle assemblee popolari e degli scambi commerciali, la Loggia è divenuta pian piano il fulcro delle attività commerciali con le botteghe nei magazzini e le stalle sotto le ariose arcate: dal Cinquecento assunse il ruolo di centro civico. Oggi la Loggia dei Mercanti rappresenta un punto di aggregazione per gli abitanti di Sermoneta che qui si incontrano per molteplici motivi.

 
Ciak, si gira!

E proprio entrando nella Loggia è impossibile, allora come adesso, non farsi trascinare in un buco spazio-temporale magnetico in cui non si può non sentire l’eco di voci lontane e cinematografiche che risuonano nell’aria… Proprio da queste arcate infatti il mitico Massimo Troisi si affacciava in una delle scene epiche del film “Non ci resta che piangere” e rispondeva al predicatore che lo incalzava:

«Predicatore: Ricordati che devi morire!

Mario: Come?

Predicatore: Ricordati… che devi morire!

Mario: Va bene…

Predicatore: Ricordati che devi morire!

Mario: Sì, sì… no… mo’ me lo segno».

Anche memore della particolare atmosfera respirata durante la prima tappa nel borgo che, però, non potei all’epoca visitare, vi sono ritornata recentemente per poter finalmente conoscere i meandri di questo “villaggio” che conserva immutata la sua storia nelle sue strade a gradini, nelle salite e discese, nelle piazze, case, chiesette e in ogni angolo del paese.

Un po’ di storia

In realtà a ridosso di dove oggi è collocata l’Abbazia di Valvisciolo, sorgeva l’antica Sulmo, città dei Volsci, in seguito divenuta colonia romana con il nome di Sora Moneta in onore della dea Giunone Moneta.  A causa dell’invasione dei Saraceni e dell’espansione delle paludi pontine che fecero anche preferire ai Romani una strada tra le montagne piuttosto che la via Appia come collegamento tra Roma e Napoli, gli abitanti dell’antica Sulmo si trasferirono nell’attuale Sermoneta, che viene citata con questo nome già nell’XI proprio come evoluzione del nome “Sulmonetta” ovvero “piccola Sulmo”.

La sua storia è connessa da un lunghissimo filo alle vicende della famiglia Caetani che, dal 1297, ne fecero il centro dei loro domini sull’intero Lazio meridionale, grazie alla sua posizione strategica sulla via Pedemontana, l’arteria che aveva appunto sostituito l’Appia nei collegamenti fra il Nord e Sud d’Italia. I sermonetani, per ottenere il controllo della strada, sconfissero prima Ninfa e poi Sezze. E infatti oggi il borgo attira spesso l’attenzione dei visitatori del giardino dell’antica Ninfa che, dopo dopo l’immersione floreale, scelgono di far tappa nel paesino.

Il Castello 

A questo periodo, il XIII secolo, risale il borgo medievale, che ha perfettamente conservato il suo impianto urbanistico, con due dei suoi simboli principali, il Castello Caetani, uno dei più famosi esempi laziali di architettura difensiva, che domina il paese e l’intera Pianura Pontina e il Duomo.

Il Rione Castello
Il Rione Castello
Davanti al Castello Caetani

Il Castello costruito dagli Annibaldi e poi passato ai Caetani è accessibile da più ponti levatoi tramite i quali è possibile l’ingresso al castello, per arrivare alla Piazza d’Armi e alla torre centrale “il maschio” che ha di fronte una torre di più modeste dimensioni, “il maschietto”. Il maniero si mostra ancora oggi in tutto il suo splendore, dalla magnificenza delle mura esterne alle artistiche sale interne, decorate con degli splendidi affreschi del pittore Girolamo Siciolante, poi detto il Sermoneta. 

Da poco tempo si possono scoprire anche le prigioni, dove si possono notare i disegni murari realizzati dai detenuti durante l’angusta permanenza.  Anche nelle stalle del Castello si sono girate alcune scene del film “Non resta che piangere”.  Un tempo il cortile della roccaforte ospitava militari mentre ora è sede di concerti ed eventi.

 Il Castello è un luogo a cui i sermonetani sono sempre stati molto legati tanto che, quando Alessandro Borgia fu nominato Papa e scomunicò i Caetani, confiscando i loro possedimenti, compreso il castello di Sermoneta che venne trasformato in una mera fortezza difensiva, il popolo, da sempre fedele ai Caetani, li aiutò, per ciò che era in proprio potere fare, a tornare padroni del borgo e del castello.

Il cortile interno del Castello
Il cortile interno del Castello
La Salita delle Scalette
La Salita delle Scalette
Il  Duomo

Il Duomo di Sermoneta ovvero la Cattedrale di Santa Maria Assunta fu edificata nel V secolo d.C. su un tempio pagano dedicato alla dea Cibele adibito poi al rito cristiano. Essa fu costruita a pianta basilicale con forme romaniche e nel XIII secolo assunse quell’aspetto gotico che ancora oggi riconosciamo, probabilmente grazie agli interventi degli architetti cistercensi di Fossanova.

All’interno della Cattedrale che oggi è a tre navate con quattro cappelle per ogni lato, si osserva lo stile architettonico romanico e cistercense, caratterizzato da mezze colonne adiacenti ai pilastri della navata centrale e del portico, archetti pensili disposti lungo la navata minore destra, molto simili nelle forme a quelli dell’Abbazia di Fossanova presso Priverno, archetti a sesto acuto e le volte a crociera.

All’esterno della Cattedrale, il primo elemento che si ammira è il Campanile, alto 24 metri, in stile romanico, in origine isolato, che oggi si sviluppa su quattro piani e presenta su ciascun lato finestre a bifore con colonnine romane, inizialmente costituito da cinque piani, uno dei quali fu abbattuto da un fulmine.

Il Campanile del Duomo
Il Campanile del Duomo
Interno della Cattedrale di Santa Maria Assunta
Il cuore del borgo – il centro storico

Intorno all’antico maniero si sviluppa il borgo che, come già accennato sopra, si presenta inalterato e perenne, con le sue case in pietra calcarea, il succedersi di pendenze e declivi, il dedalo dei suoi vicoli, gli angoli fioriti, le botteghe artigianali e gli scorci sulla piana sottostante.

Le strade di Sermoneta
Particolari
Passeggiando tra i vicoli
Le casette del borgo

Passeggiando senza meta per il piccolo centro storico si può godere della sensazione di passeggiare al di fuori del tempo, ammirando tra le abitazioni elementi architettonici e decorativi di grande pregio come bifore, stemmi, portali a bugnato, archi a tutto sesto e ad ogiva, loggiati, insieme a edifici d’importanza storica ed artistica quali la già ricordata Loggia dei Mercanti, la rinascimentale Chiesa dell’Annunziata, il Palazzo Comunale e la Sinagoga ebraica.

I punti panoramici del borgo

Se si percorre verso l’alto Via del Rione Vecchio, una pittoresca viuzza di Sermoneta che conduce alla famosa Salita delle Scalette, ci si trova all’interno di uno spazio fatto di gradoni incluso tra le case arroccate che termina, sulla sommità delle scale, con la vista del castello di Sermoneta. Se invece voltiamo le spalle al vecchio castello, davanti ai nostri occhi si giunge al Belvedere di Sermoneta, da cui si può ammirare un vastissimo panorama sulla pianura e sul litorale pontino mentre lungo le mura quattrocentesche, invece, è stato recentemente allestito un percorso pedonale, che si snoda tra ulivi e terrazzamenti.

Scorcio del Belvedere da via delle Scalette
Scorcio del Belvedere da via delle Scalette
Vista sull'agro pontino dai terrazzamenti lungo le mura
La Chiesetta di San Michele Arcangelo

Se dal Belvedere, invece di imboccare la via delle Scalette, si scende verso via della Valle, si arriva in una zona più nascosta del borgo che porta all’antica Chiesa di San Michele Arcangelo, una chiesetta del 1100 che, con la sua cripta di dipinti quattrocenteschi, è un vero gioiellino.

La chiesa, intitolata a San Michele, anche detta di Sant’Angelo, è stata costruita nel’XI sec. sui resti del tempio romano dedicato alla dea Maia ed è stata eretta in stile romanico ma modificata nel corso degli anni come testimoniano il portico, gli archi delle navate, il soffitto a crociera di impronta cistercense.

Affresco della Chiesa di San Michele Arcangelo
Affresco della Chiesa di San Michele Arcangelo
La Chiesa di San Michele Arcangelo
La Chiesa di San Michele Arcangelo
Non solo arte ma anche gastronomia

Vale la pena visitare il borgo di Sermoneta non solo per una passeggiata tra arte e storia ma anche per fare un viaggio gastronomico e assaggiare la tradizione culinaria tipica delle colline lepine.  Si tratta di piatti specifici che hanno la propria nota peculiare nella semplicità della pasta fresca alla carne, nella degustazione di salumi soprattutto di cinghiale, du formaggi e minestre.

Tra i piatti caratteristici non si possono non menzionare:

  • le lacchene, pasta all’uovo più larga delle fettuccine, o le  fettuccine alla “jutta” condite con un sugo di pomodoro cotto per molte ore con il pecorino;
  • zuppa con i fagioli;
  •  gli strozzapreti conditi con un sugo a base di mortadella e prosciutto cotto tritati o con cinghiale o con abbacchio o con funghi trifolati;
  • i famosi tagliolini di Fabio Stivali al Trombolotto, caratteristica salsa ai profumi di olio, limone trombolotto e 12-14 erbe aromatiche del sottobosco, rielaborata da antiche ricette monastiche cistercensi del Medioevo che consigliavano di spremere il limone con le olive lasciandovi in infusione le erbe;
  • la polenta con la salsiccia;
  • tra i dolci spiccano le serpette, biscotti a forma di serpente, fatti con ingredienti molto semplici quali zucchero, uova e farina, preparati per la prima volta  per celebrare la vittoria dei cristiani contro i Turchi nella battaglia di Lepanto alla quale partecipò il valente Onorato Caetani. La caratteristica forma di serpetta fa anche riferimento all’onda, presente insieme all’aquila nello stemma della famiglia Caetani;
  • tra i liquori da citare Piccolo l’Amaro dell’Agro Pontino, il primo amaro di questa zona e di Sermoneta, una miscela di erbe tra cui alloro, genziana, rabarbaro e agrumi, tra i quali spicca il Merancolo, arancia amara selvatica sermonetana dal succo molto aspro e leggermente amaro.
Fettuccine con funghi e trombolotto
Le serpette di Sermoneta
Il Sapore delle tradizioni – la Rievocazione storica della battaglia di Lepanto

Il 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto, venne combattuta una delle battaglie più famose e importanti della storia, quella che vide la sconfitta delle flotte dell’Impero Ottomano ad opera di quelle cristiane della Lega Santa di papa Pio V. Tra le fila delle forze alleate combatteva il Duca Onorato IV Caetani, Comandante Generale della Fanteria Pontificia sulla nave Grifone, che nel momento più intenso della battaglia, pronunciò un voto con il quale si impegnava, in caso di vittoria, a erigere una chiesa a Sermoneta.

L’esito della battaglia è noto a tutti, ma forse molti non sanno che il Duca, al suo ritorno, tenne fede alla promessa edificando la chiesa, dove poi fu sepolto, che prese il nome di Madonna della Vittoria. Da allora Sermoneta, ogni anno, la seconda domenica di ottobre, ricorda la Battaglia di Lepanto con una grande rievocazione storica che coinvolge tutti i rioni del paese e i loro abitanti.

Sebbene la manifestazione raggiunga il proprio culmine con il suggestivo corteo storico, la ricostruzione del ricongiungimento tra il Duca Onorato IV Caetani e la sua sposa Agnesina Colonna al ritorno dalla battaglia, e il Palio Equestre tra i rioni, nei vari quartieri del paese la festa dura almeno una settimana con iniziative ed eventi che coinvolgono tutta la popolazione anche dei dintorni.

Il corteo è composto da 170 figuranti in costumi d’epoca, che si reca dapprima al Belvedere per rievocare l’incontro tra il Duca e la sua sposa, e prosegue, poi, verso il campo sportivo per il palio. La Rievocazione trascina in festa i rioni cittadini che coinvolgono i partecipanti in vari spettacoli, ma porta nel borgo anche le esibizioni anche di altre località che sono presenti con sbandieratori, archibugieri e fanfare. Spesso infatti si riuniscono a Sermoneta gli Sbandieratori delle contrade di Cori, gli Archibugieri Trombonieri di Cava de’ Tirreni e della Fanfara di Paliano.

Sermoneta e la Battaglia di Lepanto
Curiosità

Molti non sanno che Sermoneta e il suo territorio custodiscono le tracce maggiori della presenza dei Templari nel Lazio. Ne sarebbero espressione i numerosi simboli riscontrabili nei suoi più importanti edifici sacri, sempre caratterizzati da un’evidente impronta cistercense. Tale Ordine è notoriamente legato ai misteriosi monaci-cavalieri. Tra i segni più interessanti vanno annoverati almeno la “Triplice Cinta Druidica” e il celebre “Sator”. La prima è incisa un po’ ovunque nel borgo e soprattutto sulle chiese di San Michele Arcangelo, dell’Annunziata e sulla Cattedrale di Santa Maria Assunta; il “Sator” sarebbe presente nel chiostro dell’Abbazia di Valvisciolo che si trova fuori dalle mura e che sarà oggetto di una prossima visita al borgo, magari in compagnia di tutti i Borgonauti.

Simboli dalle origini remote e di derivazione probabilmente celtica, sul cui significato ancora si discute, sembra che i Templari se ne servissero per “contrassegnare” i luoghi a cui conferissero un’incredibile valenza sacra e tellurica, in base ad una selezione effettuata secondo occulte conoscenze sulle energie della Natura. La presenza templare è avvalorata anche da vecchi racconti tramandati dalle fonti locali, riguardanti soprattutto Valvisciolo: nei sotterranei dell’abbazia si troverebbe, infatti, il favoloso tesoro dei Templari. In ogni caso, a parte gli elementi favolosi, è un dato certo che i Cavalieri del Tempio s’insediarono per un certo periodo a Valvisciolo, forse a cavallo tra XIII e XIV secolo, com’è provato dalla croce templare scolpita sulla sinistra dell’oculo centrale del rosone.

Scorci panoramici
Scorci panoramici
Girando tra le case in pietra

Si potrebbe scrivere ancora tantissimo su Sermoneta, non solo per citare altri punti di interesse su cui non mi sono soffermata in questo tentativo di narrazione, ma anche perché trattasi di un borgo che non conserva intatta soltanto la sua storica struttura urbanistica, contrassegnata da quella pietra calcarea che ti circonda e rapisce non appena metti il piede sul primo ciottolo, bensì perché l’antica Sulmo è un paese che custodisce, ai piedi del suo maniero, un grande rispetto per i suoi simboli e le sue tradizioni, da quelle storico-medievali a quelle folcloristiche, da quelle culinarie e artigianali a quelle artistiche. Sermoneta si è reinventata senza però snaturarsi troppo, aprendo anche le porte del suo centro storico al cinema, agli eventi, al turismo, iniziando così a entrare in itinerari di avventori curiosi di ripercorrere le tracce del suo passato.

Ed è per questo che spero che il borgo possa regalare, a tanti viandanti come me, momenti eterni come quelli donatimi in una calda domenica estiva, a tanti abitanti la voglia di restare nel paese natio per mantenere viva una storia gloriosa e aggiungervi altri motivi di pregio e di curiosità ma, soprattutto, mi auguro che possa fungere da modello trainante per tanti borghi dimenticati che, come Sermoneta, hanno racchiusi nel proprio “cuore” una profonda ricchezza dalle lontane origini tutta da scoprire e valorizzare. Non ci resta che andare a Sermoneta, anzi ritornarvi al più presto!

Il Borgo in fiore!
Il Borgo in fiore!

Gli scavi di Oplontis: l’arte e l’anima si appartengono.

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I Borgonauti continuano le loro spedizioni alla scoperta delle bellezze del nostro territorio, facendo tappa questa volta a Torre Annunziata, dove è possibile lasciarsi stupire da alcuni scavi che, sebbene meno ampi di Ercolano e Pompei, ne condividono la storia come si può evincere dall’ arte pittorica e nell’ architettura del sito: parliamo degli scavi di Oplontis, ovvero un’antica area periferica e semi-urbana con ville ed edifici pubblici, che fu legata amministrativamente alla maestosa Pompei e che ne subì la stessa sorte, in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79. Il suo patrimonio giacque quindi sepolto per secoli, fino a quando il fervore per le scoperte di Ercolano, Pompei e Stabia del XVIII indussero il potere borbonico ad incentivare le ricerche archeologiche nella zona vesuviana. Da quel principio, dopo una serie di interruzioni durate svariato tempi, emersero tra i maggiori ritrovamenti due strutture maestose: nel 1964 la Villa attribuita a Poppea (o Villa A), un sontuoso complesso residenziale, e nel 1974 la Villa di Lucius Crassius Tertius (o Villa B), appellativo riferito a colui che fu forse l’ultimo proprietario e il cui nome comparve su un sigillo in bronzo, emerso durante gli studi del sito. Quest’ultima, a differenza della Villa A, era presumibilmente un horreum, cioè un edificio destinato alle attività commerciali, ma provvisto anche di una sezione abitativa. Interessante è sapere che nella Villa B sono stati rinvenuti sia i resti di una cinquantina di persone che, al momento dell’eruzione avevano trovato riparo in attesa in attesa di soccorsi, sia i gioielli e le monete, detti “ori di Oplontis”, che i proprietari avevano portato con sé nella speranza di tornare presto a casa. Gli scavi delle due ville non sono ancora conclusi, impediti anche dal contesto urbano moderno.

La Villa d’otium di Poppea

Dal 1997 l’area archeologica di Torre Annunziata, insieme a quella di Pompei e Ercolano, è stata inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. La villa di Lucius purtroppo è chiusa al pubblico, mentre è possibile visitare la Villa A, che è stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone, in base ad un’iscrizione dipinta su un’anfora menzionante Sucundus, un suo schiavo o liberto.

Accesso alla Villa di Poppea.

La struttura, la cui parte più antica risale al I secolo A.C., era magnificamente decorata da affreschi, alcuni dei quali ancora ben conservati, da fontane, ampi giardini, sale con ricchi arredi. Essa era inoltre provvista di una vasta piscina e un centro termale, rappresentando così un luogo perfetto per l’otium.

Porticato della villa.

Da Borgonauta amo immaginare l’affascinate Poppea trascorrere piacevoli giornate in compagnia di illustri ospiti o godersi momenti rilassanti nell’impianto termale della costruzione: la mente prova a fantasticare su quanto questa donna di indiscusso fascino avrà goduto di una profonda quiete nel calidarium, ovvero la sala da bagno riscaldata con aria calda proveniente dalla vicina cucina, ornato al centro della parete da una splendida raffigurazione di Ercole nel giardino delle Esperidi, o nel tepidarium, cioè la stanza scaldata con aria tiepida, mentre i vapori le accarezzavano il viso.

Calidarium

Nel percorso di visita della villa, il pensiero ricrea il suono leggero della tunica dell’imperatrice e lo scalpiccio dei passi diretti all’atrio tuscanico, l’ingresso principale della villa, per accogliere al loro arrivo gli ospiti attesi. Mi piace pensare che allora, come oggi, chi arrivasse in questa stanza fosse rapito dagli affreschi sontuosi di II stile, rappresentati finti colonnati e porte, sormontati da quadretti pittorici di diversi paesaggi, che permettevano un prospettico ampliamento dello spazio. L’atrio ha conservato il compluvium, ossia di un’apertura sul tetto, grazie al quale era possibile la raccolta dell’acqua piovana in una vasca posta al centro della stanza: l’impluvium.

Affresco dell'atrio.
l'impluvium dell'atrio.

Durante la visita, quando si giunge nella sala da pranzo (triclinio), quasi riaffiorano gli echi delle parole dei commensali, sdraiati sui triclini, mentre scintillano le coppe preziose, colme di vino pregiato, e i profumi dei frutti serviti dagli schiavi. Questa pensiero è animato anche dallo sfondo delle pareti, che sono decorate con affreschi di realistiche colonne in marmo colorato con capitelli figurati. Nella scena pittorica emerge inoltre la rappresentazione di un cancello, oltre il quale si scorge un giardino, dove una colonna sorregge la statua di una divinità femminile, e un cestino di fichi, destinati alla dea come offerta.

Triclinio

Le giornate trascorrevano evidentemente in modo sereno e ogni angolo della grande villa si animava di passi che calpestavano i pavimenti di cocciopesto e spesso facevano sosta nei giardini, di cui ne è un esempio il piccolo e raccolto viridarium. Esso è circondato da un portico, provvisto di colonne, davanti alle quali erano presenti in origine rampicanti e sempreverdi e al centro un’aiuola ricca di fiori. In questo spazio, tipico delle ville d’otium, era possibile abbandonarsi alla meditazione e dedicarsi al riposo.

Viridarium
Prospettiva interna del viridarium.

La villa di Poppea conserva anche il peristilio: il cortile, la cui parte centrale aperta era occupata da una fontana adombrata da un grande castagno. Esso è affiancato da quattro corridoi, circondati da colonne. Pareti e colonne sono decorate con striature bianche e nere, a imitazione del marmo, che in origine rappresentavano un modello economico di decorazione. Intorno al peristilio si possono notare delle stanze di piccole dimensioni, destinate ai servi o usate come depositi. Sulla piccola fontana, che è presente al centro di questo cortile, probabilmente era collocata la statuetta del fanciullo con l’oca, ritrovata in uno dei porticati.

Peristilio
La fontana del peristilio.

Continuando la scoperta del sito, si giunge verso la parte più recente della villa, ovvero la piscina esterna, aggiunta verso la metà del I secolo d.C., la cui lunghezza di 61 metri ricorda le piscine olimpioniche. Accanto ad essa erano situati piccoli e rigogliosi giardini e delle stanze, sobriamente decorate, poste in questa zona appartata della struttura per far sì che gli ospiti beneficiassero della maggiore riservatezza possibile (hospitalia). Diversi studi hanno consentito di scoprire la ricca vegetazione originaria, che accompagnava le decorazioni architettoniche e le statue di ispirazione greca: oleandri, platani, olivi, cipressi, rose ed edere rampicanti. È possibile che questo ambiente della villa fosse utilizzato come gymnasium di stile greco, dove i presenti potevano dedicarsi agli esercizi atletici. Come si può non immedesimarsi negli ospiti della villa, che sguazzavano in acqua, o che leggevano in una delle stanze ad essi destinate?

La piscina.
Hospitalia.

Tutto nella sontuosa villa rianima un passato glorioso di arte, ricchezza e mistero: lo straordinario mondo romano, con il suo simbolismo magnetico, con gli usi e costumi, che hanno originato la nostra civiltà, emana in questo sito un fascino particolare, che si intreccia alla controversa immagine di Poppea, descritta dalle fonti come una donna di ineguagliabile bellezza e ambizione senza scrupoli. La villa è capace di suscitare emozioni contrastanti, alternando il senso di amarezza per il deterioramento, provocato dall’eruzione del Vesuvio e dallo scorrere del tempo, e il profondo stupore per i meravigliosi dettagli artistici e architettonici conservati. Per questo alla fine del percorso si comprendere una grande verità: l’arte e l’anima si appartengono.

Riflessioni conclusive: l’arte e l’anima si appartengono.

In questo periodo particolarmente difficile da affrontare, l’arte ha sacrificato il suo splendore in un abbandono simile al dormiveglia, attendendo tempi più sicuri in cui tornare alla vita. Noi Borgonauti consideriamo l’arte, in tutte le sue forme, e la storia come gli elementi fondanti dell’essenza umana ed è innegabile che le anime, seppur a causa di forze maggiori, abbiano perso un po’ della propria luce, a causa di questa mancanza: lo spirito ha bisogno d’arte perché, se è vero che gli uomini agiscono secondo ragione, è solo nutrendosi del sublime che possono elevare sé stessi. Troppo spesso capita che nei nostri tempi moderni si consideri indispensabile solo ciò che è immediatamente percepibile ed è capace di soddisfare i sensi in modo immediato. Eppure, noi Borgonauti vorremmo condividere un’altra idea: esistono sensazioni altrettanto appaganti, derivanti dalla contemplazione profonda delle testimonianze del nostro passato e dallo stupirsi delle più antiche manifestazioni dell’ingegno umano. L’anima dunque ha bisogno di arte, come l’arte ha bisogno delle anime, poiché da sola, priva di sguardi curiosi e amorevoli, muore. Essa, nel concedersi senza riserve, ci mostra la sua nobiltà e si presta come un accogliente rifugio per la nostra interiorità, in cui trovare protezione e sollievo, e lasciarsi andare all’abisso delle nostre emozioni. L’augurio, che guida il gruppo borgonauta, è che si protegga degnamente questo magnifico riparo, che ci ricorda costantemente il fascino della vita, poiché l’arte e l’anima si appartengono in un modo che la ragione non può comprendere e, quando questo legame si allenta, la natura dell’uomo inaridisce irrimediabilmente.

Marica Fiorito

Il Carnevale: dalle origini alla cucina

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La storia

La parola ‘Carnevale’ deriva dal latino carnem levare che vuol dire ‘eliminare la carne’, poiché anticamente il banchetto si teneva il martedì grasso prima del digiuno della Quaresima (periodo in cui ci si astiene dal consumo della carne). Questa festa ha origini molto antiche ed incerte, che sembrano risalire all’epoca greco-romana durante il quale si tenevano cerimonie pagane in onore del dio Saturno, per propiziare l’inizio dell’anno agricolo. Durante queste feste ci si mascherava e ci si abbandonava ai piaceri dei sensi, mangiando, bevendo e divertendosi. Nel Medioevo i festeggiamenti furono mantenuti simili a quelli greco-romani, con la differenza che essi terminavano con il processo di un fantoccio come simbolo di espiazione dei mali commessi durante l’anno. Questi festeggiamenti sregolati, successivamente, non furono ben visti dalla Chiesta, che cercò in qualche modo di ridimensionarli. Così, il Carnevale cominciò ad essere rappresentato da compagnie di attori in maschera che a partire dal Cinquecento si esibivano nelle corti dei nobili.  

Arlecchino e Pulcinella: due facce della stessa medaglia

Arlecchino e Pulcinella, sebbene indossassero due costumi e modi di esprimersi diversi sono molto simili, sia per lo status sociale di appartenenza che per il rapporto che intercorre tra i due: il primo rappresenta il buono, il secondo il sfrontato e chiacchierone.

La storia di Arlecchino

Arlecchino era un bambino bergamasco che viveva in povertà con la sua mamma. Per Carnevale la sua scuola organizzò una festa durante la quale tutti i bambini avrebbero dovuto vestirsi in maschera. Arlecchino, purtroppo, non poteva permettersi una maschera, così la mamma chiese agli altri bambini un pezzo di stoffa tagliata dal loro vestito. In questo modo venne fuori il coloratissimo vestito di Arlecchino.

La storia di Pulcinella

La maschera di Pulcinella è tipicamente napoletana e le sue origini si avvolgono nella nube del mistero. Secondo alcune fonti il nome Pulcinella deriverebbe da ‘piccolo pulcino’ con riferimento al suo naso a becco. Secondo altre fonti, invece, Pulcinella deriva da Puccio d’Aniello, un attore di Acerra che nel Seicento si unì come buffone ad una compagnia di girovaghi del suo paese. Secondo altri ancora, la maschera di Pulcinella si ispirava alla maschera atellana di Maccus.

Sfizi culinari

Vogliamo lasciarvi, dopo aver letto questo breve e simpatico articolo, la nostra borgoricetta, tutta carnevalesca: le chiacchiere.

INGREDIENTI

  • 500 g di farina di tipo 00
  • 100 ml latte
  • 70 g di zucchero
  • 2 uova
  • 20 g burro
  • 20 g di liquore strega
  • 1 scorza di limone
  • Sale
  • Semi di arachide per friggere
  • Zucchero a velo

PROCEDIMENTO

  • Unire in una terrina: la farina, il burro, le uova, il latte, il liquore, lo zucchero ed un pizzico di sale.
  • Impastare fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo che andrà avvolto nella pellicola trasparente e messo a riposare in frigo per almeno 30 minuti.
  • Dividere l’impasto in tanti pezzi e stendere ogni pezzo formando dei rettangoli (sarebbe meglio se ogni rettangolo venisse steso col tirapasta).
  • Tagliare le chiacchiere con una rondella.
  • Friggere le chiacchiere nell’olio caldo, scolarle e lasciarle raffreddare.
  • Infine cospargerle di zucchero a velo e servirle.

Vi auguriamo un buon Carnevale!

Ilaria P.

Immagine copertina

Il Borgo che non c’è

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«Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.»

Italo Calvino, Le città invisibili.

"È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure"
"È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure"
"L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose"

È interessante notare come la mente umana, una volta chiusa nel recinto delle norme civili sanitarie, lasci spazio a un impeto di ribellione creativa che esula dalle forme congeniali del comunemente costruito. In termini di costruzione l’immaginazione è semplicemente la cosa più dolce che la natura ci ha donato, è il fondamento per ripartire oltre una costruzione imposta… è un atto di evasione/ribellione.

Rettangoli, quadrati, coni, cerchi, triangoli, forme geometriche costruite per creare ordine, un’“architettura spontanea”, un’esigenza di sorreggersi su ogni base, su ogni raggio: è sorprendente considerare come si possa essere architetti per un giorno!

"Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano..."
"Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano..."
"Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone"

Basta mettere a frutto il principio della Fantasia, e osservare come il vento, anche nel deserto, possa scolpire dolci dune dove l’ombra gioca con il sole. Anche la natura possiede la Fantasia, ne sono certo. La Fantasia ha permesso di cogliere il senso dell’armonia: molto spesso interi borghi sono incastonati come pietre preziose su anelli di granito o di tufo, lì splendono spesso dopo un lungo temporale con un corridoio arcobaleno che li sovrasta. 

Nei borghi vedremo persone restie a interloquire con i viandanti, ma dopo aver scoperto la meraviglia negli occhi degli osservatori, i nativi di queste lande si lanciano nell’apologia di gesta di questi spazi, dove storie d’amore si confondono con il gusto dei piatti della tradizione, e quel sentimento di abbandono che traspare dai loro volti diventa una forma di ribellione, riscoprendo l’orgoglio di un tempo che fu, quando nei  centri così nascosti v’era un senso di comunità, dove si improvvisavano teatrini, concertini e carnevali. Tutto vive dove c’è fantasia, ma questa ha bisogno di essere condivisa e nutrita. Le risposte che i territori ci danno sono il succo dell’abitare. Spesso nelle società dell’informazione il cibo di cui ci nutriamo è il servizio, le cose vicine… La vicinanza è il recinto, ma la fantasia spesso ha bisogno di infiniti da comprimere nel nostro cuore. Grandi città pochi spazi, piccoli borghi grandi spazi.

"Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo ad un dialogo"
"Non c'è linguaggio senza inganno"
"Non c'è linguaggio senza inganno"

Ogni borgo è fatto di leggende e di misteri, di signore con il fazzoletto ricamato sul capo prima di entrare in chiesa, da dispute su come far crescere meglio i pomodori tra i vecchietti orticoltori, dalle faide tra le famiglie per un amore che non doveva nascere o per quelli nati in clandestinità, dai ragazzi che corrono nelle grandi metropoli per aprire i loro orizzonti e quest’ultimi inselvatichiti o uniformati. 

I borghi nacquero per proteggersi dall’esterno, dall’altro, dalla paura hanno tratto l’elemento più bello quale può essere un castello, una chiesa dove rinchiudersi per proteggere l’anima, una terra da addomesticare lì dove salendo verso il cielo l’aria diventa sempre più rara e quindi anche il sostegno della terra. 

"Viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti"
Intaglio di Armando Lasso

Oggi c’è una riscoperta dei borghi, ma non una riscoperta del viverci, si corre il rischio di renderli luoghi vuoti, perché spopolati, angoli dove neanche i gatti possano sostare sui giacigli delle case, dove le storie sulle streghe e sui miti della foresta restino una storia antica non più narrata.

Se muore il borgo, muore un mondo, lasciando vivere un unico e comodo sogno. Se il primo è nato dalla paura, un desiderio così profondo, il secondo nasce dalla razionalità non per la vita ma per l’economia.

*Le didascalie sono citazioni tratte dal bellissimo libro “Le città invisibili” di Italo Calvino

Viaggio nel cuore del Vulture: Venosa, l’antica patria di Orazio

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“Una delle peggiori tragedie dell’umanità è quella di rimandare il momento di cominciare a vivere. Sogniamo tutti giardini incantati al di là dell’orizzonte, invece di goderci la vista delle aiuole in fiore sotto le nostre finestre.” (cit. Quinto Orazio Flacco).

Questi sono solo alcuni dei versi di Orazio, l’intellettuale latino del “carpe diem” che invita a non fidarsi del futuro ma invece ci spinge ad assaporare ogni momento della vita presente. Il sommo poeta ci incita ancora oggi a brindare con il suo “Nunc est bibendum”, “Ora è il momento di bere”, e nelle sue liriche piene di sentimento non dimenticò di citare le bellezze naturali della sua terra, porta di confine tra antica Apulia, Lucania e Sannio, facendo spesso riferimento alla dolcezza dei boschi della sua patria.

 E oggi è proprio dell’antica colonia romana di Venosa che vogliamo parlare, per ripercorrerne insieme la storia e soprattutto riviverne la bellezza.

Infatti ogni strada, ogni vicolo, ogni angolo, ogni monumento del borgo senza tempo di Venosa sono espressione della cultura che nei secoli ha permeato la città, dando origine a espressioni artistiche e architettoniche di incredibile valore.

SULLE TRACCE DI ORAZIO – ARIA DI POESIA

Gli abitanti di Venosa hanno sempre sentito molte forte il legame con l’antico poeta Orazio tanto da dedicargli una delle più importanti piazze del paese al cui centro hanno collocato una sua statua, sotto cui troviamo la seguente epigrafe: “Nacqui l’8 Dicembre del 65 a.C. presso Venosa del Vulture al confine con la Lucania”.

Anche se Orazio trascorse a Roma, in qualità di intellettuale del Circolo di Mecenate, la maggior parte della sua vita, abbiamo a Venosa numerose tracce delle sue origini a partire da quella che la tradizione indica essere la sua casa nativa. Le sue opere sono piene di riferimenti ai luoghi dell’infanzia, la mitica “Fons Bandusiae”, “il procelloso Ofanto”, “l’infido Adriatico” oltre alle già citate “selve del Vulture”, luogo del cuore in cui dove il poeta rimembra le corse da bambino.

Orazio poeta Venosa
Versi del Poeta Orazio
UN PASSO INDIETRO NEI SECOLI
Etimologia ed epoca romana

La storica città di Venusia, il cui nome secondo alcuni sarebbe stato dato dall’eroe Troiano Diomede in onore di Venus, la dea della bellezza e dell’amore, per placare l’ira della Dea offesa nella guerra di Troia, mentre secondo altri trarrebbe origine da “vinum” in riferimento all’abbondanza e alla bontà dei suoi vini, risulta esistente già dal Paleolitico Inferiore, come dimostrato anche dal ritrovamento di reperti preistorici in località Loreto. Un’altra ipotesi è che il nome sia legato alle vene d’acqua da cui il borgo è attraversato.

Grazie al processo di romanizzazione, iniziato nel 291 a.C. con il prolungamento della Via Appia, il centro acquistò importanza fino a divenire un Municipium. A partire dal 70 d.C., si verificò anche la formazione di una colonia ebraica, testimonianza straordinaria di incroci di popoli come si può notare sulla collina della Maddalena, appena fuori dalle mura fortificate: qui sono visitabili ancora nelle sue cavità sia le sepolture ebree sia quelle degli abitanti cristiani.

Dal Medioevo ai nostri giorni

Nell’Alto medioevo, Venosa fu occupata dai Longobardi e dai Bizantini e, successivamente, subì ripetute incursioni Saracene. Qui nacque Manfredi Lancia Hohenstaufen, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia. Il momento di svolta si ebbe durante la dominazione normanna, grazie anche alla presenza benedettina, periodo durante cui si sviluppa il complesso della Santissima Trinità, il monumento storico più importante della città oraziana.

Con gli Angioini Venosa passa agli Orsini e sarà fondamentale per la cittadina la presenza del duca Pirro del Balzo, il quale che fece edificare il castello, costruito dal 1460 al 1470 insieme alla cattedrale di Sant’Andrea, la quale sarà terminata nel 1502 e consacrata nel 1531.

Ai Del Balzo seguirono i Gesualdo, feudatari e principi di Venosa e tra XVIII e XIX secolo Venosa passò dai Ludovisi ai Caracciolo finché nel 1820 ebbe una buona rappresentanza della carboneria, mentre con l’Unità d’Italia, nel 1861, fu conquistata dai briganti del rionerese Carmine Crocco.

RESPIRANDO ARTE

Quasi tutte le strade della città portano alla piazza centrale, Piazza Umberto I, dov’è possibile visitare il castello di Pirro del Balzo, circondato da un profondo fossato, oggi sede della Biblioteca nazionale e del Museo archeologico nazionale.

Castello Venosa
Il Castello di Pirro del Balzo

Nel punto in cui è collocato il castello nel 1042 dodici signori normanni si spartirono il territorio lucano e pugliese. Qui vi era prima una antica Cattedrale romanica, dedicata a san Felice, il santo che visse il martirio a Venosa ai tempi di Diocleziano, la quale fu abbattuta per far posto al maniero costruito quando, nel 1443, Venosa venne portata in dote da Maria Donata Orsini a Pirro del Balzo, figlio del duca di Andria.

Il Castello di Pirro del Balzo

In origine vi era una fortificazione a pianta quadrata, difesa da una cinta muraria dello spessore di 3 metri, con torri cilindriche angolari, priva degli stessi bastioni che furono completati nella metà del secolo successivo. Anche se il castello nacque come baluardo difensivo, successivamente, con i Gesualdo divenne dimora del feudatario. In seguito ai danni subiti per scosse sismiche nel corso dei Seicento, la roccaforte venne ricostruita dai Caracciolo con l’aggiunta di nuove parti come l’elegante loggiato al piano nobile, nell’intento di riaffermare il potere signorile sulla città che rimpiangeva i vanti del glorioso passato.

Oggi quando ci si accinge a visitare il Museo posto all’interno, all’inizio del ponte di accesso, si possono vedere due teste di leone provenienti dalle rovine romane: passeggiando per le stradine di Venosa si incontra spesso questo elemento ornamentale ricorrente in un borgo che è ricco di statue, incisioni e blocchi di pietra antichi situati in contesti nuovi, fuori dal tempo, grazie alla politica attuata in passato di costruire e restaurare attingendo dai materiali delle rovine antiche. Possiamo notare la presenza del leone in pietra anche nella famosa fontana di Messer Oto, edificata tra il 1313 e il 1314, a seguito del privilegio concesso dal re Roberto I d’Angiò con cui si consentiva alla città di avere le fontane nel centro abitato.

Fontana Venosa Messer OTO
Fontana di Messer Oto
IL SIGNIFICATO SIMBOLICO DEL LEONE

Il leone guardiano di un luogo sacro. Partendo dalla convinzione che i leoni nascessero con gli occhi aperti (Plutarco), era diffusa nell’antichità la credenza che questi fossero aperti sempre; ecco perché le loro statue venivano poste a guardia di un luogo sacro. Tale tradizione continuò anche in epoca cristiana, come testimoniano le coppie di leoni collocate in epoca medievale ai lati dell’ingresso delle chiese romane.

Il leone simbolo di resurrezione. In base alla lettura del “Physiologus“, un bestiario alessandrino del II/IV secolo d.C. che raccoglieva descrizioni di animali molto più antiche e spesso inattendibili, la leonessa partoriva morto il suo piccolo, quindi lo vegliava per tre giorni finché arrivava il padre che gli soffiava sul volto, donandogli la vita (Aristotele e Plinio il Vecchio). Questa antica tradizione spiega per quale motivo il leone fosse spesso rappresentato nelle religioni salvifiche (culto di Iside, culto di Cibele e cristianesimo).

 

La possibilità di incrociare ad ogni passo elementi appartenenti a un altro tempo rende particolarmente suggestiva la passeggiata a Venosa perché si ha la costante e crescente sensazione di attraversare nello stesso momento molti tempi diversi e, nel frattempo, di essere in un borgo senza tempo.

Uscendo dal castello, alla sua destra, si può ammirare la facciata barocca della Chiesa del Purgatorio detta anche Chiesa di San Filippo Neri, edificio di culto che piacque così tanto agli abitanti di Venosa che costruirono anche una statua per il cardinale Giovan Battista De Luca che lo volle edificare, ponendola davanti alla chiesa. Possiamo anche ammirare una delle fontane storiche del borgo, la fontana Angioina o dei Pilieri, situata nel luogo dal quale, fino al 1842, si accedeva alla città attraverso la porta cittadina detta appunto “fontana”.

Angolo del Castello
Angolo del Castello
Chiesa del Purgatorio
Chiesa del Purgatorio
La Cattedrale

Continuando a passeggiare dopo aver costeggiato la chiesa, si può imboccare via Vittorio Emanuele e dopo aver percorso la strada, soffermandosi sui vari pannelli dedicati al poeta Orazio, si giunge a Largo Vescovado dove non si può non osservare l’imponente Cattedrale di Sant’Andrea Apostolo, chiesa costituita da tre navate modulate da archi a sesto acuto, edificata a partire dal 1470. Da notare il campanile annesso alto 42 metri a tre piani cubici e due a prisma ottagonali, una cuspide piramidale con grande sfera metallica in cima, sormontata da una croce con banderuola. Sempre per la politica di riuso dei materiali a cui ho già fatto riferimento il materiale per la costruzione fu preso dall’Anfiteatro Romano e questo spiega il perché siano inseriti dentro le pareti dell’edificio iscrizioni latine, e pietre funerarie.

Cattedrale san Andrea Apostolo
Il Campanile della Cattedrale di Sant'Andrea Apostolo

Ma il fiore all’occhiello del borgo è in località San Rocco, uno spazio che sembra essere rimasto aggrappato a un altro mondo, proiettando il visitatore in una specie di dimensione multitemporale: a pochi metri l’uno dall’altra possiamo infatti osservare l’antico parco archeologico, la chiesa dell’Incompiuta e la splendida Abbazia della Trinità, luoghi sacri fortemente legati all’origine della dinastia normanna.

IL PICCOLO MONDO ANTICO DI VENOSA

Dalla chiesa di San Rocco è possibile accedere al parco archeologico che racchiude i resti monumentali della colonia latina di Venusia dal Periodo repubblicano all’Età medievale. Proprio il fatto che ci sia stata un’assenza di sovrapposizioni edilizie sull’area urbanizzata, tra il Periodo romano repubblicano e l’Età medievale inoltrata fa del parco archeologico un unicum in Italia per quanto concerne le città esistenti le cui origini risalgono a prima di Cristo. Anche questo aspetto contribuisce a rendere Venosa un borgo senza tempo.

Il Parco archeologico
Il Parco archeologico

All’interno del parco ci sono le terme realizzate nel I sec. d.C. e ristrutturate fino al III sec. d.C., i quartieri abitativi, tra cui una domus con mosaici e un isolato delimitato da due assi viari basolati. Sulla parte opposta della strada che taglia in due l’area archeologica sorgeva l’Anfiteatro, di forma ellittica, la cui costruzione può farsi risalire all’età giulio-claudia per le parti in muratura in opera reticolata, all’età traiana-adrianea per l’opera muraria mista. Dopo il periodo romano l’anfiteatro fu smontato pezzo per pezzo e i materiali sottratti furono usati per qualificare l’ambiente urbano della città e quindi si sono conservate le tracce solo dell’antica forma che prevedeva tre piani.

L’ABBAZIA DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Si erge come una sorta di fondale maestoso del percorso del parco archeologico l’Abbazia della Santissima Trinità, integralmente restaurata, eccezionale per il fatto di conservare in sé tutte le sue diverse fasi costruttive, con il conseguente suggestivo incrocio di stili: dalla domus romana imperiale al complesso episcopale paleocristiano testimoniato pavimento e dal mosaico all’ingresso della chiesa, all’impianto abbaziale benedettino risalente all’epoca normanna fino alle tracce lasciate dai Cavalieri di Malta che vi soggiornarono fino al 1800.

Incompiuta
L'Incompiuta

La parte posteriore dell’Abbazia è occupata dalla chiesa dell’Incompiuta che resta l’unico caso visibile di un fenomeno che normalmente si doveva verificare quando si costruiva una chiesa nuova sul luogo di una più vecchia: si lasciava in piedi la prima fino al momento in cui la nuova non fosse in grado di assumere le funzioni di quella più antica. La chiesa nuova fu iniziata dai Benedettini con l’idea di ampliare la chiesa precedente e costruire un’unica vasta basilica. I lavori s’interruppero per probabili problemi economici e perché i Benedettini furono costretti nel 1297 a lasciare Venosa per volere di Bonifacio quando ormai erano stati alzati i muri perimetrali e i pilastri. Il colpo d’occhio dell’Incompiuta oggi è mozzafiato, con le mura che disegnano il perfetto profilo di una grande croce e delimitano un’area che ha per pavimento il prato e al di sopra esclusivamente il cielo.

Vista sul Parco archeologico e la chiesa di San Rocco dall'Incompiuta
Affresco all'interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
LE CURIOSITÀ LEGATE ALL’ABBAZIA
La colonna dell’amicizia e dell’amore

“Siete andati a girare la pietra?” Fino a poco tempo a Venosa invece di chiedere a una coppia se si fosse sposata si era solito chiedere ai fidanzati se fossero andati a “girare la pietra” nell’Abbazia della Santissima Trinità, dove è collocata una colonna detta colonna dell’amicizia, attorno alla quale sono avvolte tante braccia: la leggenda prediceva che se due persone avessero abbracciato la colonna prendendosi reciprocamente la mani sarebbero state legate da eterna amicizia. Dall’amicizia poi l’auspicio si è focalizzato sui matrimoni in quanto la credenza voleva se fossero stati i coniugi ad abbracciarsi attorno alla colonna ciò avrebbe suggellato in modo sacrale l’unione. Ancora oggi ci sono donne inoltre che, non riuscendo ad avere figli, vanno a strofinarsi sulla colonna con un triplo giro per evocare un antico rito di amore e fertilità.

Il ripudio di Alberada

All’interno dell’Abbazia nella navata sinistra c’è un’elegante tomba marmorea, quella di Alberada, moglie ripudiata da Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo. Su di essa c’è un’incisione: “Se stai cercando mio figlio puoi trovarlo a Venosa”. Il figlio citato altri non era che Boemondo, famoso condottiero di cui parlò anche Tasso nella Gerusalemme liberata. Il destino ha voluto che nella navata destra ci fossero invece proprio le tombe degli Altavilla e secondo alcune fonti non certe e da verificare vi sarebbero sepolti anche i corpi del Guiscardo e dei suoi tre fratelli.

Interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
Interno dell'Abbazia della Santissima Trinità
Particolare all'interno dell'Abbazia
Dettaglio affresco interno all'Abbazia
LA NUOVA VITA DEL BORGO

Tanti sono stati finora i richiami ai segni tangibili della storia e del glorioso passato del borgo. Ma come e dove si svolge oggi la vita della cittadina? Venosa è un borgo piccolo e compatto che può essere attraversato a piedi piacevolmente, abbandonando le arterie e le piazze principali e perdendosi nel folto e intricato gomitolo di vicoli che si snodano dalle vie maggiori. Purtroppo proprio questi vicoli storici sono stati negli anni oggetto di spopolamento. Eppure era proprio qui che si svolgeva in passato la vita della comunità: spazi animati dal mercato del pesce, donne dirette verso le piccole chiese, grotte che conservavano vino e dimore dei braccianti agricoli.

Anche per riqualificare questa realtà è nata a Venosa l’Associazione familiari antistigma “Alda Merini”. La onlus nacque nel 2009 per iniziativa di alcuni genitori di pazienti affetti da disturbi psichici; l’obiettivo era cancellare lo stigma della malattia mentale e favorire progetti culturali e sociali di inclusione. Il motto ispiratore dell’associazione due versi: “dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fiori” tratti dal brano Via del campo di Fabrizio De André. Sulla scia di queste note e dei versi oraziani si è dato vita nel borgo lucano a un progetto di miglioramento degli spazi urbani mediante l’arte.

Progetti di valorizzazione

Ad esempio nel 2016 per contro-invertire la tendenza all’isolamento del centro storico alcuni artisti hanno deciso di lavorare per creare un contesto attrattivo partendo da materiale da riciclo al fine di realizzare opere da posizionare sui muri di case vuote. Tutti scelsero di ritrarre lo stesso soggetto: un angelo, figura di confine fra terra e cielo e così nel 2018 Venosa ha inaugurato vico degli Angeli.

Nei vicoletti si osservano volti conosciuti, come quello della pittrice messicana Frida Kahlo o quello di Anna Frank. Non solo immagini, ma anche parole colorano il centro disabitato: è possibile imbattersi in versi, citazioni, strofe o dipinti su porte, panchine, facciate delle case.

corcio sul Vico degli angeli
Scorcio sul Vico degli angeli
Porta con le parole di Frida Kahlo
Interno di una bottega venosina
Panchine "parlanti"
Panchine "parlanti"

Inoltre tra i progetti permanenti del borgo che ho particolarmente amato la “Biblioteca del vicolo”, una casetta in legno situata in varie stradine che sollecita il bookcrossing e lo spirito di condivisione, invitando a prendere un libro posto da qualche passante sui ripiani lasciandone un altro al suo posto.

Tutte le iniziative artistiche e sociali ammirate a Venosa hanno lasciato la speranza che il borgo possa vivere una rinascita in linea con la sua millenaria storia. 

Soluzione onirica

Proprio di recente ho scoperto con gioia che qualche mese fa in largo Manfredi, nel cuore del centro storico della città di Orazio, le mura si sono colorate grazie all’intervento artistico della giovane venosina Rossana D’Andretta, laureanda in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. La giovane artista ha voluto lanciare un messaggio ai giovani residenti o di passaggio nella sua città di origine. Soluzione onirica è il nome del murales fatto dalla pittrice in collaborazione con l’Associazione familiare antistigma “Alda Merini”, che ha voluto ospitare sulla facciata della nuova sede questa manifestazione di speranza. Si pensa di creare all’interno di questo spazio un atelier di pittura per bambini affetti dallo spettro autistico, che non vediamo l’ora sia realizzato.

Biblioteca del Largo
Biblioteca del Vicolo

Venosa è un borgo in cui è piacevole rifugiarsi anche solo per passeggiare tra le viuzze, passare sotto gli archi, leggere i molteplici messaggi custoditi dalla città, chiacchierare con i proprietari delle botteghe come il simpaticissimo ed eccentrico Moreno proprietario di uno di quei luoghi in cui puoi trovare di tutto dagli abiti e i gioielli da cerimonia agli oggetti di antiquariato, scena o arredo, fermarsi in una delle spettacolari trattorie del borgo a degustare i fantastici prodotti della tradizione enologica e culinaria lucana.

PROFUMI E SAPORI DEL TERRITORIO

Se infatti la città oraziana può incantare viaggiatori di passaggio con la ricchezza del suo patrimonio artistico, non si può non riconoscere che altrettanto ricca sia la produzione della sua terra. I piatti tipici di Venosa sono legati a ricette che appartengono alla cultura popolare dei lucani, all’insegna di radici antiche e ingredienti del contado. In un’economia povera come è stata sempre quella lucana, il “primo piatto” ha sempre rivestito un ruolo da protagonista, di solito realizzato con pasta fatta in casa unita a legumi o verdure.

 Alcuni piatti che è impossibile non citare
  • Cavatelli con le cime di rape, pasta fatta in casa con cime di rape e con soffritto di aglio olio e peperoncino (c’è anche la versione con l’aggiunta di peperone crusco).
  • Lagane e ceci, fatti con farina di grano duro, ceci, aglio, pomodori, olio di oliva, sale e una foglia di alloro, una piatto anche detto “piatto del brigante”. Secondo i racconti popolari infatti sembra che i briganti, che infestavano nella seconda metà del XIX secolo i boschi del Vulture, fossero soprannominati “scolalagne” per le grandi abbuffate di pasta.
  • Strascinati mollicati, nati dalle mani delle massaie che con passione si dedicavano di buon mattino alla preparazione di questa pasta “povera”, fatta senza uova, ma esclusivamente con acqua e farina, probabilmente devono il proprio formato di pasta alle orecchiette baresi. Qui questa pasta casereccia ha subìto una rielaborazione diventando leggermente più spessa e dalla forma più larga rispetto alle orecchiette di un tempo. Se gli strascinati erano accompagnati per lo più ad ortaggi e verdure oggi si accompagnano a cavolo, pomodoro e mollica fritta, donde il nome di “strascinati mollicati”.
  • U Cutturidd, carne di pecora (i pastori utilizzavano spesso carne di animali vecchi e improduttivi) aromatizzata con olio, lardo, pomodori, cipolla, patate, peperoncino, prezzemolo e caciocavallo podolico stagionato.
  • Baccalà con peperoni cruschi, il piatto emblema della Basilicata: baccalà lessato con aggiunta di peperoni crusci soffritti nell’olio EVO
Aglianico del Vulture

Se la cucina offre grandi specialità possiamo non ricordare che Venosa ha uno dei maggiori vitigni italiani grazie alla produzione di Aglianico del Vulture?

Il rapporto con il vino

L’Aglianico venosino è tra i maggiori vini rossi DOCG d’Italia grazie al perfetto connubio tra la ricca ed equilibrata composizione del terreno di origine vulcanica tipica del Vulture e il clima delle dolci colline di Venosa. Ha un colore rosso rubino con riflessi violacei e un sapore vellutato e tannico. Nel periodo romano l’importanza di questo vino è testimoniata da una moneta bronzea, coniata nella città di Venusia nel IV secolo a.C., raffigurante Dionisio che regge con una mano un grappolo di uva e il monogramma VE.

Ritorniamo allora ad alcuni dei tanti versi che il poeta Orazio dedicò al vino della sua città nativa: «Il vino è un gran cavallo, per un poeta lepido; ma se tu berrai acqua, non partorirai nulla di buono». Immergendomi in questo spirito simposiale,  l’augurio che rivolgo a me stessa, ai miei amici borgonauti e a tutti noi è di tornare presto a viaggiare, calpestare il suolo di una cittadina come quella di Venosa e brindare con un grande calice di vino alla storia millenaria che si respira in questo borgo senza tempo, all’altezza della quale potremo essere solo se riusciremo a far sì che luoghi come Venosa non siano musei o bomboniere da ammirare ma luoghi sempre vivi e attivi che possano continuare ad essere teatro della storia presente e futura.

Casali di Faicchio: la Betlemme del Sannio

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“Gli uomini si dividono in uomini d’amore e uomini di libertà, a seconda se preferiscono vivere abbracciati l’uno con l’altro oppure preferiscono vivere da soli per non essere scocciati. […] Come si fa a riconoscere se un uomo è o non è un uomo di libertà? È semplicissimo: l’uomo di libertà preferisce l’albero di Natale; l’uomo d’amore invece preferisce il Presepe.” (Tratto da Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo). 

L’albero di Natale ha sicuramente il suo fascino: ci sono quelli più eleganti e quelli più pacchiani, quelli piccini e quelli giganti…ma al di là di questi particolari, ciò che rende unico questo simbolo natalizio sono le luci che fanno illuminare di gioia i bambini, sia quelli piccoli sia quelli divenuti ormai adulti come me. Amo ad esempio passeggiare per le strade del paese e curiosare se dalle finestre si intravedano gli alberi con le lucine tutte colorate.

Ma il presepe è un’altra cosa…le luci diventano più soffuse e l’atmosfera più intima nonostante la vivacità dei pastori che per magia sembrano prendere vita. Mi è sempre piaciuto osservarli e pensare che improvvisamente potessi chiacchierare con la lavandaia o la signora che cammina con le uova nel paniere oppure entrare nella piccola locanda e mangiare in compagnia. Tuttavia, il mio personaggio preferito è il pastore che dorme, con il calore delle morbide pecore, nella vallata di una montagna e non vuole essere disturbato… forse sono anche io una donna di libertà!

Perdonatemi questi sentimentalismi ma il presepe è arte e in quanto tale mi suscita molte emozioni, soprattutto la nostalgia dell’infanzia. Ricordo che per le strade riecheggiavano i suoni antichi degli zampognari che arrivavano dagli Appennini del dimenticato Molise ed era bello accogliere o essere accolti dal vicinato per ascoltare insieme la novena e contemplare il presepe. Oggi solo jazz natalizio in filodiffusione per le avenue delle piccole e grandi città.

Per chi ama il presepe e vuole essere catapultato in questo mondo mitico, non c’è bisogno di chiedere ad una macchina del tempo di percorrere 2000 anni e tanti chilometri per raggiungere la Terra Santa, basta andare a Casali di Faicchio, la Betlemme del Sannio.

Antica stalla
Bottega del fornaio

PRESEPE VIVENTE

Tra le “vittime” del coronavirus del 2020 c’è anche il Presepe vivente di Casali, frazione del comune di Faicchio, che quest’anno avrebbe festeggiato il suo 25°anniversario. Il borgo storico nel mese  di dicembre fa da scenario all’evento della natività e attira numerosi visitatori che giungono in questo luogo  per vivere la magia di un lontano passato ed accogliere il messaggio di speranza che ogni anno si rinnova in occasione del Natale.

Entrati nel borgo si compie un vero viaggio indietro nel tempo che permette di rivivere  la suggestiva atmosfera di Betlemme:  gli antichi mestieri rianimano i vicoli del borgo e persino il danaro è quello di un tempo. All’ingresso infatti, si può ritirare ai Cambiavalute il “denario”, la moneta antica coniata apposta per la manifestazione.

I denari
Erborista

Lungo il percorso ci sono i pastori, con suggestivi abiti d’epoca, che ti ricevono con le movenze tipiche del loro antico mestiere:  contadini che battono il grano a mano con un  preciso rituale collettivo, massaie intente nei lavori domestici,  lavandaie ridenti e generose, il ciabattino con l’incalzante ticchettio dei suoi arnesi, il fabbro riscaldato dal fuoco delle sue fornaci, il falegname nella bottega pittoresca, il fornaio e il suo pane caldo, il fruttivendolo con la sua bancarella vivace e tanti altri artigiani…

Lavandaie
Rito battitura del grano
Artigiano del legno

C’è poi l’erborista con le sue essenze profumate e le deliziose locande dove si possono degustare i prodotti tipici locali. Ci sono aree ristoro dove comodamente si può consumare un pasto caldo oppure si può stuzzicare durante la passeggiata con frittelle cotte e mangiate, mandarini odorosi, castagne, del buon formaggio e dell’ottimo vino. Si possono inoltre visitare le cantine del posto e l’antico frantoio del paese costruito con travi in legno e macigni di pietra…una vera opera d’arte!

Caldarroste
Peccati di gola

Ma parliamo adesso dei personaggi emblematici del presepe: 

Erode nel suo palazzo in compagnia di donne bellissime con veli danzanti e dall’irresistibile fascino orientale. I Re Magi dagli abiti preziosi, con mantelli colorati e ricchi doni siedono in un’area dove viene ricreata una scenografia dall’atmosfera un po’ esotica con cammelli e palme giganti. Ed è qui che pazientemente si lasciano fotografare perché ognuno  abbia la propria foto ricordo del Presepe Vivente di Casali di Faicchio. 

I Re Magi
Palazzo di Erode

Arriviamo infine davanti alla Grotta della Natività, una scena semplice ma con un forte carico emozionale. A fare da cornice alle figure di Maria, San Giuseppe e il piccolo Gesù, un bambino tenerissimo, ci sono il bue e l’asinello. Il respiro dei due animali riscalda la grotta e con la loro indole mansueta regalano tanta serenità. In sottofondo le note degli zampognari, la luce intensa della  Stella Cometa e il cielo delle fredde notti d’inverno creano un clima fiabesco ed è tutto meraviglioso!

Grotta della Natività
Zampognaro

L’augurio per questo Natale è che sia di vera rinascita: che si possa presto rivivere l’emozione di abbracciare gli amici e magari di incontrarci il prossimo anno tra le stradine di questo splendido borgo. 

Casertavecchia: itinerario di arte, storia e riflessione

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I Borgonauti oggi raccontano di un borgo medievale, che ospita meno di duecento abitanti, situato a poca distanza dalla città di Caserta. Trovandosi alle pendici dei monti Tifatini, il percorso per raggiungerlo è leggermente tortuoso, ma la bellezza antica del luogo e dei suoi panorami ripaga sempre ogni visitatore. Parliamo di quella che oggi è conosciuta come Casertavecchia ma che nel Medioevo, prima che la denominazione passasse al nuovo centro abitato della pianura, era chiamata semplicemente Caserta. Non si hanno notizie certe sulle origini del borgo, ma è possibile ritrovarne delle tracce nello scritto Historia Langobardorum Beneventanorum del monaco benedettino Erchemperto, il quale indica già nell’ 861 d.C. un nucleo urbano, denominato Casahirta, dove attualmente si trova Casertavecchia. Tale espressione latina è da tradursi in “villaggio ispido o erto”, con probabile riferimento alla sua collocazione in altura o di difficile accesso.
Il Casahirta ha una storia ricca di mutamenti e alcune di essi hanno lasciato il segno di un importante sviluppo, come il secolo IX in cui le incursioni saracene e le devastazioni di Capua indussero gli abitanti e il clero delle zone circostanti a trasferirsi a Casertavecchia per godere di un rifugio sicuro. A seguito di ciò, infatti, la popolazione aumentò in modo così significativo da determinare il trasferimento della sede vescovile all’interno del borgo. Altra tappa storica importante fu l’occupazione normanna, capeggiata da Riccardo I di Aversa, che segnò una forte crescita del sito: è a questo periodo che risale, ad esempio, la costruzione dell’attuale Cattedrale di San Michele Arcangelo. Il florido progresso continuò poi con la dominazione Sveva: il borgo aumentò il proprio prestigio, grazie alla figura e alla politica del consigliere di Federico II e conte di Caserta, Riccardo de Lauro. A queste fasi di splendore subentrò poi un lungo e lento declino, cominciato col dominio Aragonese, durante il quale la vita incominciò a svilupparsi progressivamente in pianura. A Casertavecchia permase allora solo il vescovato e il seminario, che poi nell’anno 1842, per volere di Papa Gregorio XVI, furono anch’essi trasferiti nell’attuale Caserta. Il borgo si spopolò definitamente, quando i Borbone resero la città sede della bellissima Reggia, consacrandola a nuovo cuore pulsante dell’attività politica e sociale. Sarà poi dal 1960, anno dell’inserimento del luogo nella lista dei monumenti nazionali italiani, che Casertavecchia ritornerà al centro dell’interesse, seppur in maggioranza turistico, di quella stessa vita che per lungo tempo l’aveva trascurata.

Il percorso di mistero e fascino

Chiunque decida di farsi stupire da Casahirta, viene subito accontentato, perché si imbatte immediatamente in una chiesetta, posta al centro strada: la Cappella di San Rocco. Parliamo di una struttura religiosa, risalente secondo gli storici al XVII secolo, realizzata in omaggio all’omonimo santo. La costruzione ha fattezze delicate e sobrie: possiede un portico, un piccolo campanile e un unico affresco decorativo esterno, raffigurante una bellissima Madonna. La cappella è aperta al pubblico il 16 di agosto, giorno in cui si celebra la figura di San Rocco, e si ha la possibilità di scorgere un antico crocifisso ligneo, la statua del santo e quegli affreschi, realizzati tra il XVII e XVIII secolo, che hanno resistito al logoramento del tempo. La cappella con la sua semplicità insinua nell’animo di chi osserva il desiderio di ammirarla da vicino per capirne i segreti, cancellati dell’incuria e dalla solitudine. Comincia così generalmente una passeggiata a Casertavecchia: con lo stupore e la smania di scoperta.

La Cappella di San Rocco
Affreschi interni della Cappella di San Rocco

Proprio allora con il cuore carico di impazienza, si può proseguire verso un’altra meraviglia architettonica, che, imponente, si lascia ammirare dal visitatore con regale distacco: la torre normanna. Secondo alcuni studiosi, la sua costruzione fu ordinata da Riccardo di Lauro, grazie al quale il borgo conserva ancora oggi un torrione cilindrico, che con i suoi 32 metri di altezza ed un diametro di circa 10 metri è nel suo genere tra i più grandi d’Europa. Essa era munita di due accessi con ponti levatoi e di un fossato, che la rendevano impenetrabile, e aveva al proprio interno tre sale circolari sovrastanti. La torre normanna, oltre al suo primato europeo, racchiude un segreto, raccontato dai pochi abitanti del luogo, che ha il sapore di un intenso mistero: si narra che il torrione sia tuttora abitato dal fantasma della consuocera di Federico II di Svevia: Siffridina, che con l’arrivo di Carlo D’Angiò, per la sua fedeltà alla casata sveva fu rinchiusa nel Castello di Trani in Puglia. La donna trascorse i suoi ultimi anni imprigionata, sola e soffrendo la lontananza da Casertavecchia, a cui decise di tornare sotto forma di spirito dopo la sua morte, risiedendo proprio nel torrione. Quando regna il silenzio, secondo la leggenda, è ancora possibile sentirne i passi e le parole.

Il torrione del castello

Mentre l’udito si affina, sperando di carpire questi suoni nascosti, gli occhi si proiettano impazienti verso il vicino castello di Casertavecchia. Parliamo di costruzione risalente all’861, di forma poligonale, intorno al quale vi era un fossato, che fu poi fortificato da Normanni e Svevi con l’aggiunta di sei torri a pianta quadrata, assumendo così l’aspetto di un vero e proprio castello. L’obiettivo era creare una fortezza di difesa dalle aggressioni nemiche, dovute alle lotte tra le varie famiglie longobarde, che si contendevano questa area nevralgica. Di questa testimonianza storica e architettonica, da cui esercitarono la loro propria supremazia i conti Longobardi, Normanni, Aragonesi e Svevi, restano purtroppo poche rovine e una parte di cinta muraria, poiché alcuni terremoti e il logorio del tempo ne hanno danneggiato la struttura. Attualmente il sito è chiuso al pubblico e la curiosità di osservare questi resti è soddisfatta solo in rare circostanze. Quando ci si ferma davanti ai portoni in ferro chiusi, si prova un senso di amarezza nel pensare che a volte il coraggio della materia, resistita al tempo grazie alle proprie forze, non trovi sostegno sufficiente negli uomini: è possibile che non stiamo facendo abbastanza per l’arte?

Resti visibili del castello di Casertavecchia

Con la speranza di ricredersi, il visitatore continua il percorso verso il cuore del borgo e colpisce con straordinaria potenza il panorama vasto e ricco di sfumature. Casertavecchia non delude per i paesaggi e, se si è lungimiranti nel tragitto, nasconde in ogni angolo uno spettacolo, capace di ispirare profonda serenità e l’amore appassionato di chi la sceglie come meta romantica. Con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore carico, ci si addentra nelle stradine, si osservano le case con i portoni in legno e i piccoli cortili, decorati spesso con vasi di fiori, e si calpesta la pietra limata dal passaggio di chi, ricchi o poveri, signori o servi che fossero, poco importa, hanno lasciato l’impronta di un passato ricco di vita, che ad oggi è un lontano ricordo.

Scorcio paesaggistico
Stradina del borgo
Stradina del borgo

Passo dopo passo, si raggiunge piazza Vescovado in cui vi si affaccia il palazzo vescovile, decorato con antichi archi e finestre risalenti al secolo XIII.
Casertavecchia conserva il bellissimo Duomo di San Michele Arcangelo, risalente al XII secolo. La facciata è stata realizzata con tufo lavico ed è decorata con elementi antropomorfi, geometrici e floreali, tipici dell’epoca medioevale, che rappresentavano la fede in Cristo. Severa ed elegante all’esterno, la cattedrale è particolarmente suggestiva all’interno, dove si possono ammirare il pulpito, le tre navate e le meravigliose colonne doriche e corinzie, che sono tutte differenti tra loro in quanto elementi di spoglio di edifici romani. Nella sagrestia della cattedrale è presente un crocifisso ligneo del Trecento e sono rimasti integri alcuni affreschi medievali a carattere religioso. Le pareti restanti, invece, sono prive di decorazioni in quanto in epoca barocca esse furono sostituite da diversi stucchi, a loro volta rimossi nel XX secolo. Accanto alla cattedrale è presente un grande campanile terminato nel 1234, al tempo di Federico II e infatti mostra già delle influenze gotiche. Come quella di Gaeta e di Amalfi, culmina in una torre ottagonale ed è decorato da arcate e da torri agli angoli. Il duomo possiede anche cupola, nascosta da un tiburio ottagonale è a sua volta ornata da pietre gialle e bigie, che compongono dei motivi floreali e geometrici stilizzati. Di fronte al Duomo è possibile anche ammirare quello che una volta era il seminario, finché nel 1842 Papa Gregorio XVI ne sancì il definitivo trasferimento a Caserta, e venne trasformato in un convento. Il palazzo possiede un portone centrale in marmo ed è abbellito dallo stemma del Vescovo Diodato Gentile.

Il campanile del Duomo di San Michele Arcangelo
La facciata del Duomo di San Michele Arcangelo
Navata centrale del Duomo

Riflessioni di un Borgonauta

Tra le bellezze artistiche e gli scorci caratteristici, dovrebbe sorgere in modo del tutto naturale la voglia di godere a pieno di tutto ciò che il nostro passato ci ha consegnato come lascito. È anche vero che molto spesso ci lasciamo accattivare dalla foga del moderno, disabituandoci a rallegrarci del silenzio, carico di significato, delle realtà sospese nel tempo, come lo sono i borghi. Ciò fa sì che, anche quando siamo fisicamente presenti in un luogo come questo, che ha resistito alle intemperie, allo spopolamento e all’abbandono, invece di assaporarne la storia, che ci racconta attraverso un vaso di fiori, un saluto di un abitante, una leggenda o una pietra levigata, ricerchiamo spasmodicamente e forse inconsapevolmente lo stesso caos delle nostre città di appartenenza. Sarà probabilmente il frutto dei mutamenti della contemporaneità, ma è bene che non dimentichiamo di osservare con curiosità l’antico per riaccendere la sete di sapere, spesso assopita nelle anime, è bene che si dedichi il giusto tempo alla scoperta profonda dell’arte, è bene che si scalfisca la barriera del visibile per imparare a definire noi stessi anche attraverso il passato, è bene, infine, che ogni borgo sia messo in condizione di svelarsi nella sua essenza più autentica e che non sia svilito della sua importanza.  

Marica Fiorito

Il borgo immortale

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Nella sconfinata provincia di Udine, ricchissima di comuni, frazioni, valli,torrenti e boschi ,scopriamo così come si farebbe con un tesoro nascosto,Venzone,un piccolo borgo trecentesco, situato tra il congiungimento di due importanti valli, quella del Tagliamento e del Canal di Ferro, poco lontano dalle Alpi Giulie e dalla bella Carnia.

STORIA

Sin dall’alto medioevo, chi voleva recarsi oltralpe, doveva necessariamente fare i conti con Venzone, capace di concretizzare i vantaggi che le derivavano dalla sua privilegiata posizione geografica; il borgo, infatti, poteva controllare i traffici di merci e di uomini lungo l’importante e antichissima via che metteva in comunicazione l’Adriatico con il mondo transalpino (sulla stessa direttrice, in tempi romani, venne tracciata con qualche variazione di percorso, la strada imperiale Julia Augusta, che univa l’antica Aquileia al Nord Europa). L’imposizione di dazi per il transito, rese ricca Venzone, che determinata a difendere i propri interessi, si mise in una secolare e logorante rivalità con la cittá di Gemona posta a pochi chilometri a sud. Naturalmente il transito da Venzone  avveniva nei due sensi e da qui vi passavano non solo i mercanti, in particolar modo Toscani, Tedeschi ed Ebrei, ma anche le armate dei popoli germanici, che durante le loro migrazioni da Oriente, percorrevano l’antica via e lasciavano spesso dolorosi ricordi del loro passaggio. 

Municipio di Venzone
Duomo di Venzone

Intorno al 1200 nella storia della città si verifica una svolta che ne segnerà per almeno due secoli il destino, infatti il patriarca di Aquileia offri il feudo alla famiglia dei Mels, al cui dominio corrispose un periodo di grande floridezza, con un forte sviluppo del nucleo urbano e una fervente e vivace intraprendenza commerciale. Risalí a questo periodo di grande vitalità imprenditoriale la fondazione della chiesa di Sant’Andrea apostolo, la doppia cortina muraria eretta con i ciottoli del Tagliamento e la pietra grigia dei monti circostanti il Duomo

romanico-gotico considerato il monumento più rappresentativo del Borgo, consacrato nel 1338 dal patriarca di Aquileia Bertrando e i vari palazzi gotici. Nel corso dei secoli Venzone più volte si è trovata a dover affrontare periodi di grandi cambiamenti storico culturali, che tuttavia non sono mai riusciti a scalfirne l’identitá Romanico-gotica, riuscendo a passare indenne alle rivoluzioni architettoniche del Rinascimento e del Barocco, conservandosi inalterata, come se fosse custodita in un’ampolla di cristallo.

I problemi per il piccolo borgo non finirono qui: durante la seconda guerra mondiale fu vittima di uno scellerato bombardamento inglese che distrusse gran parte delle sue case e della cinta muraria. Il bersaglio degli aerei nemici, in realtà, era la vicina linea ferroviaria con il chiaro intento di bloccare il trasporto dei treni merce delle forze nemiche. Nel 1976 un violento terremoto la rase quasi completamente al suolo, ma la grande forza d’animo dei suoi abitanti ha consentito di ricostruire il borgo pietra su pietra, scongiurando il pericolo che le ruspe potessero portare via secoli di storia.

CURIOSITÁ

Nel 1965 Venzone diventa Monumento Nazionale, diventando un punto simbolico di riferimento per l’ intera Nazione, assumendo uno status particolare per il suo significato storico, politico e culturale.

Nel 2017 viene eletto il borgo più bello di Italia durante la trasmissione il borgo dei borghi di Rai3.

Nei sotterranei del Duomo si sviluppa una particolarissima muffa che favorisce la disidratazione dei tessuti evitandone la totale decomposizione, infatti famose a Venzone sono le sue mummie.

Le mummie di Venzone
La pianta del borgo

Tra cedri e castagni alla corte dei Montecuccoli

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Quella di Pavullo nel Frignano è un’esperienza del tutto singolare, non più visita pomeridiana e domenicale in terra natia, ma lunga permanenza in luoghi lontani da casa. Quello di Pavullo nel Frignano è un viaggio sui generis, poiché le passeggiate sull’ Appennino modenese e i pomeriggi immersi nella storia sono privi della insostituibile compagnia dei miei amici di viaggio.

Ad ogni modo, vi chiedo di immaginarci tutti insieme a raccontarvi questo splendido posto: del resto, la maniera migliore per scoprire un luogo è farne esperienza con i propri inseparabili compagni.

Completamente immerso tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, a quasi 700 metri sul livello del mare, Pavullo nel Frignano è forse il borgo montano più caratteristico della provincia di Modena; popolato da poco più di 17000 abitanti, è oggi la sede amministrativa dell’ “Unione dei comuni del Frignano” che comprende altri 9 centri: Fanano, Fiumalbo, Lama Mocogno, Montecreto, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Serramazzoni, Sestola. La zona del Frignano, dominata dal monte Cimone, è una regione storico-geografica che si estende approssimativamente nei territori appenninici compresi tra il fiume Secchia e il Panaro.

L 'Appennino modenese

Anche questa volta, sapendo che certi toponimi parlano e svelano tanto della storia di un luogo, è stato inevitabile ricercare le radici linguistiche che hanno dato origine al nome “Pavullo nel Frignano”. Questo caratteristico borgo montano si trova esattamente al centro dell’area geografica del Frignano, in una posizione così strategica da costituirsi tappa obbligatoria sulle antiche tratte commerciali Modena- Pistoia e Modena- Lucca ; ma da dove deriva la parola “Frignano”? Gli storici non hanno dubbi: “Frignano” deriverebbe dal nome dell’antica popolazione che abitava la vasta area appenninica, i cosiddetti “Friniates”, i Liguri Friniati. Tuttavia, l’imminente conquista romana modificò significativamente l’aspetto del luogo, la cultura e l’organizzazione amministrativa: in epoca romana, il Frignano divenne una “prefaectura” di Mutina, l’attuale Modena. Centro geografico ed amministrativo della zona, il borgo ha attirato a sé il nome Frignano, ma Pavullo da cosa deriva? Molto probabilmente, “Pavòll” (in dialetto) discende dalla parola “palus”, ovvero “palude” a ricordare l’antica natura paludosa del territorio.

Il castello di Montecuccolo
Il conte Raimondo Montecuccoli

Come è facile intuire dal breve excursus etimologico, Pavullo nel Frignano possiede una storia antica, crocevia di popoli tra loro molto diversi: nonostante la lunga permanenza romana, i segni più tangibili dello scorrere dei secoli testimoniano soprattutto il periodo medievale. È proprio al XII secolo, infatti, che si fa risalire la costruzione del Castello di Montecuccolo, probabilmente fino al XV secolo centro del potere politico dell’intera area. Il castello sorge nella piccola frazione di Montecuccolo e , insieme al suo borgo, è da considerarsi una delle perle storiche meglio conservate della zona. Costruito nel 1019, il castello apparteneva alla nobile famiglia dei Montecuccoli, feudatari e dominatori del posto: tra questi spicca la personalità del conte Raimondo Montecuccoli, nato proprio nel castello di famiglia, valoroso uomo di guerra al quale il comune di Pavullo ha intitolato la sua scuola media.

Chiesa di San Lorenzo Martire

Il castello domina una piccola piazza su cui si affaccia la Chiesa di San Lorenzo Martire, edificata nel 1454: l’edificio è ad aula unica con due cappelle laterali simmetriche e una facciata comprensiva di campanile a vela. L’intero complesso è costruito con la pietra del posto.

Sia il castello che la chiesa sembrano essere fermi in un passato glorioso, quello di un medioevo cristiano ed eroico. Alla suggestione storica non manca l’accostarsi di quell’aura di pace e conciliazione che solo la natura a grandi altitudini sa dare: l’area del Frignano e con essa il suo centro, Pavullo, godono di una vegetazione ancora in larga parte incontaminata, di passi e sentieri immersi tra alberi di castagno.

A primo impatto sembra di trovarsi in un tipico borgo di montagna, benché si tratti di un centro modestamente abitato. Ebbene, Pavullo è ricca di storia e qui la storia è passata da Via Giardini, il centro della città, dei negozi e del passeggio: è su questa strada che si affaccia la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Secondo alcune fonti storiche, l’edificio nasce da una piccola cappella del preesistente ospedale di San Lazzaro, a sua volta costruito per ospitare dapprima i pellegrini per poi diventare un lebbrosario. In seno a questo edificio, dunque, sorge l’attuale chiesa parrocchiale di Pavullo: tuttavia, l’edificio comincia a svolgere a pieno le sue funzioni solo a partire dal 1690. La chiesa aveva probabilmente l’aspetto tipico delle costruzioni tardo-barocche, ma oggi non ne abbiamo più tracce: purtroppo, la notte del 22 aprile 1945 i tedeschi distrussero l’edificio durante la loro ritirata. Grazie alla devozione e alla laboriosità del popolo pavullese, la chiesa fu ricostruita  secondo uno stile che si ispira all’antico romanico, ma i lavori terminarono soltanto nel 1960. L ’interno ad unica navata è arricchito dalle opere di artisti locali e da testimonianze vetuste, tra le quali un antico crocifisso risalente all’epoca della chiesa antecedente.

Il Palazzo ducale

Proseguendo su via Giardini, si  raggiunge il palazzo ducale. Risalente al XIX secolo, l’edificio fu voluto dal duca di Modena e Reggio Francesco IV d’Este poiché Pavullo rappresentava l’area montana più facilmente raggiungibile da Modena. Utilizzato come residenza estiva austro-estense fino all’Unità d’Italia, oggi il palazzo ducale è sede di alcuni uffici del comune e della biblioteca e ospita mostre ed eventi nelle sue sale. Risalendo un sentiero sul retro dell’edificio, è poi possibile visitare il parco ducale, polmone verde cittadino e suggestiva passeggiata a ridosso del centro. Il giardino ospita la tipica vegetazione appenninica:   querce, boschi di aghifoglie, di latifoglie, aceri, frassini e cerri.

Fontana del parco ducale
Sentiero del parco ducale

Tuttavia, l’attenzione del visitatore è subito attirata da un maestoso albero, il “Pinone”, così affettuosamente definito dai pavullesi. Si tratta di un cedro del Libano alto 38 metri che da oltre due secoli è uno dei simboli della città, ma anche testimonianza di patriottismo. Difatti, gli abitanti del posto raccontano che nel 1943 i tedeschi tentarono di abbattere il maestoso cedro cittadino per farne legna da ardere: la ferrea opposizione dell’intera comunità e del parroco della chiesa cittadina destò i tedeschi dal loro intento, salvando la vita ad un amico verde bicentenario, per i pavullesi quasi un membro della propria famiglia;

una famiglia proprio come quella dei Borgonauti ai quali dedico l’inaspettata scoperta di questo luogo, sperando di poterlo presto visitare, questa volta insieme, in un soleggiato pomeriggio domenicale.

                                                                                                                                                                                                                       Delia Brusciano

il "Pinone" simbolo di Pavullo

Gaeta: la città dai mille piaceri

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La storia

Gaeta è una splendida città adagiata sul mare e dalle origini antichissime, tanto che la sua storia si fonde col mito. L’etimologia del nome, secondo Strabone, deriva dal termine greco “καϊέτα” (caieta), cioè ogni cosa ‘cava’, con riferimento al golfo. Secondo Virgilio, invece, Caieta sarebbe stata la nutrice di Enea, sepolta da lui in questo sito durante il suo viaggio verso le coste laziali.

Certo è che le prime notizie di questa città risalgono all’epoca dei Romani, ai quali fu favorito l’accesso dalla costruzione della via Flacca; essi l’apprezzarono così tanto da costruirvi  ville fastose, monumenti e mausolei, tra cui quello dedicato a Lucio Munazio Planco, generale di Giulio Cesare.

Castello di Gaeta
Tempio di San Francesco

In epoca medievale la città, grazie alla sua posizione arroccata su una penisola alta e rocciosa che ne permetteva una facile difendibilità (soprattutto dagli attacchi dei Barbari e dei Saraceni), fu circondata da mura e divenne un vero e proprio castrum.

Intorno al X secolo, liberata dai Saraceni, si costituì in un ducato autonomo, con una propria forza militare, propri statuti ed una propria moneta (il follaro), che permise alla città di sviluppare intensi traffici marittimi nel Mediterraneo ed essere considerata la quinta Repubblica Marinara.

Un altro periodo critico per la città fu il 110 d.C. quando la città fu contesa tra Federico II di Svevia e dal papato, poi divenne dominio di Angioini ed Aragonesi. Qui si nascose Papa Pio IX dopo la proclamazione della Repubblica Romana nel 1848 e fu al centro di uno degli scontri più importanti per la proclamazione dell’Unità di Italia che si concluse il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II di Borbone. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la posizione strategica di Gaeta fece sì che essa avesse un ruolo importante negli avvenimenti storici.

A spasso per i vicoli della città

Il nostro borgotour è iniziato da via dell’Indipendenza, da cui si snodano una serie di vicoletti, che sono probabilmente la parte più caratteristica della città. Entrando nel viottolo principale siamo stati catapultati in una dimensione completamente diversa da quella del resto della città: case sviluppate in altezza, balconcini pieni di piante, negozietti e altri particolari preziosi che si mimetizzano con la quotidianità di tutti i giorni.

Via dell'Indipendenza

Il vico 2 di via dell’Indipendenza in pochi metri raccoglie anni di storia e tradizioni: entrandovi è possibile notare subito l’anello per legare gli animali da soma; il mulo o la mula, infatti, erano fondamentali per l’economia rurale del paese, tanto da essere soggetti a tassazione patrimoniale. Sulla parete destra, invece, è possibile osservare un vecchio torchio, una pigiatrice ed una botte con i quali veniva fatto e conservato il vino.

Vico 2

Il vico 3 è dedicato al ‘sarto’, o meglio, ‘gliu cusutore’. All’ingresso del vicoletto, infatti, abbiamo trovato una macchina per cucire, alcuni attrezzi da sarto ed una targa che spiegava quanto fosse stata importante la loro attività artigiana durante tutta la storia di Gaeta: “tra i clienti del Borgo-cita la targa- c’erano anche i militari dei Presidio di Gaeta e negli ultimi anni quelli statunitensi che richiedevano adattamenti alle proprie divise”.

La parete della poesia e le panchine letterarie

Da via dell’Indipendenza siamo arrivati, poi, a Piazza Goliarda Sapienza, dove siamo rimasti incuriositi e sorpresi alla vista della ‘Parete della poesia’ realizzata dagli studenti dell’Istituto Enrico Fermi Gaeta ed AbbelliAmo Gaeta, nell’ambito del progetto nazionale “Cantieri di Narrazione Identitaria”. La parete è caratterizzata da maioliche con su riportate poesie su Gaeta scritte da autori locali ed internazionali che hanno visitato la bella città pontina, tra cui, Cicerone, D’Annunzio, Boccaccio, Cervantes e Mazzini. Ad abbellire ulteriormente Piazza Goliarda Sapienza ci sono le panchine letterarie ed un murales, che fa parte dello stesso percorso che abbiamo trovato per i vicoli di via Indipendenza e raffiguranti scene di vita quotidia

Visita al campanile del Duomo

La nostra seconda tappa è stata la visita al campanile del Duomo. Secondo quanto riportato su un atto notarile su pergamena, la storia del campanile comincia nel gennaio del 1148, anno in cui il monaco Pandolfo Palagrosio decide di donare alla Cattedrale un terreno per la realizzazione del campanile stesso. Da quel momento comincia la costruzione di questa struttura, alta 57 metri, conclusasi nel 1279.

La torre campanaria del duomo di Gaeta unisce caratteri romanici con elementi tardo romani, in simbiosi con architetture islamiche. Il campanile è caratterizzato da una pianta quadrangolare; la struttura si compone di un basamento con arco gotico, tre celle, ognuna arricchita da quattro bifore (una per lato), e da un torrino ottagonale, circondato da quattro torri circolari.

Il campanile del Duomo
Bifore del campanile
La scala del campanile del Duomo

Vi è una simbologia nascosta nelle forme del campanile. Difatti, la pianta quadrata del basamento fa riferimento ai quattro elementi della filosofia platonica (aria, acqua, terra, fuoco) che simboleggiano la natura umana; invece, la sommità del campanile, di forma ottagonale, se venisse proiettata all’infinito convergerebbe verso il cerchio, che simboleggia la perfezione, il divino. Il campanile, dunque, costituisce un asse che unisce terra e cielo, che avvicina l’uomo e le sue miserie terrene alla perfezione e al paradiso.

Il primo livello costruttivo è realizzato con blocchi calcarei provenienti da edifici antichi romani prelevati dall’intera rada di Gaeta. La scalea monumentale è arricchita da un arco gotico e presenta delle colonne incastrate negli angoli dei pilastri che lo sottendono: questa caratteristica richiama l’architettura degli edifici sacri islamici. 

Il campanile è caratterizzato da una dettagliata tessitura laterizia, che vede numerose decorazioni in diversi materiali, come pietre di diverse colorazioni, laterizi e, soprattutto nella parte sommitale della struttura, bacini ceramici smaltati di diversi colori, assieme a losanghe in cotto smaltate.

All’altezza della seconda delle tre celle che suddividono la struttura, sono visibili gli ingranaggi di uno degli orologi anticamente presenti sul campanile stesso, posti sia verso il mare (nord) che verso il borgo (est).

 

Una delle campane del campanile

Lungo il percorso guidato si riscontrano diverse campane, le quali, in passato, venivano collocate in prossimità degli unici punti di forza della struttura, ovvero le bifore. Difatti, prima del 1960-1, la struttura era sprovvista dei solai attualmente posti in corrispondenza dei marcapiani esterni e, per giungere sulla sommità, veniva adoperata una lunga scala di legno che correva tutt’intorno alla struttura, collocata in prossimità di tutti i punti che dovevano essere facilmente accessibili, ovvero vicino alle campane da suonare e agli orologi da ricaricare.

Il percorso termina nel torrino ottagonale che, come ricorda l’epigrafe ritrovata durante i lavori di restauro del vicino palazzo Cardinale De Vio, venne posto in opera e completato nel 1279 per volere del Vescovo di Gaeta Bartolomeo Maltacea. Il torrino è riccamente decorato con bacini ceramici: tuttavia, quelli posti in situ sono delle riproduzioni, mentre gli originali sono custoditi presso il Museo Diocesano di Gaeta.

Il Museo Diocesano

Visita al museo diocesano

Il museo diocesano risale al 1903 e nasce in seguito all’idea di raccogliere reperti dell’età classica e del periodo medievale rinvenuti sia a Gaeta che nel territorio vicino.
Negli anni successivi alla sua fondazione fu poi iniziata un’altra raccolta, che comprendeva anche dipinti, nella navata superstite del duomo duecentesco. I ritrovamenti depositati rappresentavano un consistente nucleo per l’inizio di una vera e propria pinacoteca e di un piccolo museo archeologico. Le opere pittoriche provenivano principalmente da edifici religiosi danneggiati durante l’ultima guerra. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il progetto andò a conclusione con il Museo Diocesano, inaugurato sul pronao della Cattedrale il 4 novembre 1956.

I dipinti su tela e su tavola raccolti nella pinacoteca risalgono dal secolo XIII al primo decennio della seconda metà dell’Ottocento. Le opere, quasi tutte di soggetti religiosi, provengono dal Museo Diocesano del 1956, dalla Cattedrale e da altre chiese chiuse al culto. Nella pinacoteca sono esposte molte opere di cui sono noti gli artisti e, pertanto, rappresenta un giacimento di particolare valore, che permette un’attenta lettura dei corrispondenti periodi delle correnti artistiche in Campania. Delle opere in mostra il numero maggiore è rappresentato da quelle di Giovanni da Gaeta, artista che ha operato nella seconda metà del sec. XV. Altre opere appartengono, invece, ad artisti gaetani, quali Scipione Pulzone e Sebastiano Conca.

Il museo conserva anche lo Stendardo di Lepanto del pittore Girolamo Siciolante, raffigurante sui due lati il Crocifisso tra i santi Pietro e Paolo. Esso fu sventolato sulla nave ammiraglia della flotta pontificia, comandata da Don Giovanni d’Austria. La battaglia nelle acque di Lepanto portò alla sconfitta delle navi ottomane il 7 ottobre 1571. Il 4 novembre dello stesso anno fu lasciato dal figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’Austria, nel Duomo di Gaeta.

Curiosità:

Gaeta conserva la più antica testimonianza scritta della pizza nel mondo: basti pensare che il primo documento scritto nel quale è riportata la parola pizza è contenuto nel Codex Diplomaticus Caietanus dell’anno 997. Il Codex ratificava un baratto: il pagamento in natura dell’affitto di un mulino, proprio con “spatula de porco, lumbum, pulli” e pizza. Certo, una pizza bianca (il pomodoro sarebbe arrivato in Europa dopo la scoperta delle Americhe) ma pur sempre pizza. 

La locazione del mulino aveva effetto giuridico a condizione che “ogni anno nel giorno di Natale del Signore, voi e i vostri eredi dovrete corrispondere sia a noi che ai nostri successori, a titolo di pigione per il soprascritto episcopio e senza alcuna recriminazione, dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone, e similmente dodici pizze e un paio di polli nel giorno della Santa Pasqua di Resurrezione”.

Cosa mangiare a Gaeta?

Trai i piatti tipici di Gaeta figura la Tiella, antica ricetta che un tempo, per pescatori e contadini, era un piatto unico: due sfoglie di pasta tirata a mano, ripiene di verdure o pesci a scelta, polpi, alici, cipolle, scarola o altri ingredienti tipici della dieta mediterranea. La Spagnoletta, caratteristico pomodoro dalla forma a spicchi e dal gusto intenso che profuma di mare. Le olive in salamoia, famose in tutto il mondo ed ancora le alici salate e le cozze del Golfo.

Ciò che vi ho presentato in questo articolo è solo un piccolo spicchio di Gaeta, una città  ricca di posti da scoprire e di storie da raccontare. Speriamo di tornarci presto per potervi parlare ancora di lei e di altre meravigliose scoperte.

Ilaria Pellino.

Santa Maria Occorrevole e la magia della natura

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Sul Monte Muto, ai cui piedi è posta la città di Piedimonte Matese, esiste un luogo di grande suggestione spirituale dove la natura e la pace incantano l’uomo. È un posto dove praticare il silenzio, evocato già dal nome della montagna…le parole diventano mute e il cuore canta! Il complesso conventuale di Santa Maria Occorrevole e l’Eremo della Solitudine regalano attimi magici: la natura e il patrimonio artistico e religioso esercitano sul visitatore un fascino particolare così che la mente si svuota e i sensi si appagano.

Porta del Paradiso
Vista su Castello del Matese

Il percorso virtuale partirà dal monumentale Campanile di San Pasquale che in un largo piazzale domina su tutta la pianura Alifana, per diventare man mano più intimo: dalla riservatezza del Convento fino ai segreti della natura selvaggia dell’Eremo.

Non mi dilungherò sulla storia e le minuzie architettoniche perché sono luoghi dello spirito, condividerò, invece, ciò che abbiamo visto e ci ha emozionato…le foto non possono catturare la freschezza dell’aria e gli odori del bosco, tuttavia guidano lo sguardo alla bellezza.

Attimi di pace

CAMPANILE DI SAN PASQUALE

Il campanile, visibile da tutti i punti della valle, sembra innalzarsi quasi a protettore ed osservatore dell’area sottostante e il tocco delle sue campane segnava per i contadini lo scorrere delle ore nel duro lavoro delle campagne. Si trova spostato in avanti al convento, isolato e completamente separato dall’intero complesso di Santa Maria Occorrevole. Si tratta di una posizione un po’ insolita per una torre campanaria ma il motivo di questa notevole distanza è stato quello di evitare che i fulmini potessero danneggiare il convento. La prima costruzione del campanile, risalente al XVII secolo, fu infatti distrutta da un violento temporale.

Stare ai piedi dell’imponente campanile e di fronte all’immenso panorama ti fa sentire piccoli piccoli ma con lo sguardo si possono raggiungere orizzonti lontani e allora, ammirare così tanta bellezza ti fa sentire fortunato.

Campanile di San Pasquale
L'imponente campanile con vista sulla valle

CHIESA E CONVENTO DI SANTA MARIA OCCORREVOLE

LEGGENDA

Sulle origini della chiesa e del convento esiste una leggenda, secondo la quale, durante la Quaresima del 1436, un pastore, alla ricerca di una pecorella smarrita, trovò l’immagine della Madonna dipinta su un vecchio muro coperto di spine. La leggenda narra che “il pio pastore non volle essere da meno del piccolo animale di servire e pregare la Beata Vergine, così, ogni giorno, su quelle alture un’esile voce umana, confusa al belato di un gregge, si levava devota a cantare alla Beata Vergine…” (Padre Crisostomo Bovenzi). Il ritrovamento miracoloso si diffuse rapidamente tra il popolo, così, molti fedeli cominciarono a salire sul Monte Muto per venerare la Madonna. Si decise quindi, di costruire su quella montagna una chiesa sia per proteggere l’immagine sacra sia per raccogliere i fedeli che diventavano sempre più numerosi.

Santa Maria Occorrecole
Piazzale del Convento
Facciata Convento

CENNI ARTISTICI

Tutto il complesso è contraddistinto dalla semplicità e caratteristica singolare è il biancore delle costruzioni che spicca nella rigogliosa vegetazione. Nel piazzale antistante si trova una piccola fontana con al centro la statua in bronzo di San Pasquale Baylon, anche questa semplice e in armonia con tutto l’ambiente.

Chiostro del convento
Vista sui Monti del Matese

La chiesa all’interno conserva la stessa purezza e candore che si assapora fuori dalle sue mura, tuttavia sono conservati sull’abside degli affreschi del ‘400 eseguiti da un ignoto pittore campano che creano tanto stupore negli occhi di chi l’ammira. Al centro dell’opera è rappresentato il Cristo Pantocrator, sostenuto dagli Angeli, mentre nella parte inferiore sono collocate otto figure, di una grazia straordinaria. Si tratta di S. Filippo, S. Elena, la Madonna del Latte, S. Caterina d’Alessandria con la ruota del martirio, S. Maria Maddalena con il vaso d’unguento, la Madonna del Giglio, S. Giacomo Minore con il bastone e la Madonna del Granato. Al centro dei santi risalta la Vergine Orante, ossia Santa Maria Occorrevole con le braccia levate al cielo.

Vergine Orante con Santi
Abside affrescato con il Cristo Pantocrator
Abside affrescato con il Cristo Pantocrator
Interno chiesa
Santa Caterina d'Alessandria

PERCORCO VERSO L’EREMO DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI

Dal piazzale della chiesa si può percorrere un vialetto che conduce in uno luogo dello spirito tanto suggestivo, una vera oasi di pace. Si accede attraverso un cancello sormontato da un’epigrafe di lode alla solitudine. Si narra che nel passato fosse severamente vietato varcare il Muro della Solitudine senza il permesso del Padre Superiore e coloro che contravvenivano a tale disposizione venivano puniti. Oggi per fortuna si può entrare in questa area mistica e soprattutto non ci sono pene per chi, come i Borgonauti, non rispetta le regole del silenzio quando si è in bella compagnia.

Erbe aromatiche
Entri chi tace perché il solo silenzio è qui loquace
Cancello e muro della Solitudine

Per raggiungere l’eremo bisogna percorrere un sentiero nel bosco fiancheggiato dalle edicole maiolicate della via Crucis. Inoltre, camminando tra querce, faggi e lecci secolari e tra le erbe selvatiche, ci si imbatte in un’esplosione di profumi e il respiro si fa leggero. Di tanto in tanto poi, si sente qualche foglia scricchiolare, segno che il bosco è il regno degli animali e l’uomo deve rispettare le sue leggi soprannaturali.

Viale incantato
Borgonauti che violano le regole del silenzio
Edicola della via Crucis
Bosco con edicole maiolicate

I giardini segreti nel cuore dell’Italia

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Spesso, quando si riesce a trovare un momento di calma nel turbinio della nostra vita frenetica e ci si ferma a pensare, riaffiorano nella mente pezzi di vita o frammenti di altre vite, quelli delle storie lette e interiorizzate, soprattutto quelle metabolizzate quando si era bambini. In queste settimane mi sono soffermata su un passaggio del libro “Il Giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett: 

«Una delle cose strane della vita di questo mondo è che solo qualche volta uno si sente veramente contento di vivere. Succede, per esempio, se ti alzi presto una mattina e assisti a quel meraviglioso, indescrivibile spettacolo che sono l’alba e il sorgere del sole. Se in un momento così si riesce a dimenticare tutto e a guardare solo il cielo che da pallido va prendendo colore, il misterioso spettacolo che ti prende alla gola e ti fa commuovere davanti a tanta bellezza che pur si ripete ogni giorno da migliaia di migliaia di migliaia di anni e ti senti felice di poterci assistere. Succede, per esempio, se ti trovi solo in un bosco al tramonto e riesci ad ascoltare le cose meravigliose che ti ripetono, senza che le tue orecchie possano intenderle, i raggi del sole che se ne va e che ti raggiungono come una pioggia d’oro attraverso i rami e le foglie degli alberi».

 

 

Ho ripensato così al Giardino segreto di Mary e Colin e in questo strano e drammatico anno, il 2020, che ha messo in discussione tante abitudini, sottratto molte possibilità alla voglia di scoperta e di viaggio, sostituendo il desiderio di visitare e la sete di conoscenza con la paura del contagio, passeggiare all’aperto in mezzo al verde, avvolti dallo spettacolo che la natura continua a offrirci, tra prati fioriti, fila di alberi, piante e cespugli, sfumature di centinaia di colori offerti dal paesaggio e l’estasi olfattiva di tanti profumi, risulta essere una delle migliori alternative per entrare in comunione con il mondo esterno e sentirsi vivi.

 

Se poi la visita a giardini, boschi e parchi naturali si accompagnasse anche alla scoperta di mirabili opere d’arte nascoste, frutto del genio di artisti che negli anni hanno contribuito a creare dei piccoli “regni” fiabeschi, in cui arte e natura formano un connubio indissolubile, non sarebbe perfetto?

La risposta è stata affermativa e in un momento in cui purtroppo le visite ai tanti meravigliosi siti artistici e culturali di cui è ricco il Patrimonio italiano sono contingentate e, ahimè, in alcuni casi sono addirittura provvisoriamente negate, abbiamo scoperto che esiste sul suolo, sempre prodigo di tesori e sorprese del nostro Paese, una serie di giardini segreti favolosi, romantici o esoterici, irreali o mostruosi, in cui la ricchezza della flora si sposa perfettamente con la creatività dell’arte, facendo nascere dei paradisi in cui le tracce dell’uomo, del suo pensiero, del suo talento si intrecciano magicamente con la vegetazione.

 

Non credo sia un caso che la parola “paradiso” derivi dal persiano pairidaeza, da cui anche l’ebraico pardeÅ¡, attraverso il greco παράδεισος, con il significato originario di “giardino recinto” o “parco”.  Questi labirinti di verde e creazioni artistiche cambiano di forma, dimensione e sembianze in base al contesto storico e paesaggistico in cui sono sorti ed è per questo che attraversarli è un po’ come sfogliare le pagine di libri di storia e di arte. Mentre tutti conosciamo Parc Güell, diventato negli anni uno dei simboli di Barcellona, inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità Unesco, parco progettato dall’architetto catalano Antoni Gaudì a inizio del ‘900, che si trova sulla collina El Carmel nel quartiere Gràcia e che è divenuto una delle mete turistiche più belle della Spagna e d’Europa, invece in pochi conosciamo la varietà e la ricchezza dei giardini nostrani.  Proprio per questo oggi vogliamo parlarvi di alcuni dei parchi italiani che abbiamo visitato e che ci hanno colpito, in rappresentanza di tutti quelli che ancora dobbiamo conoscere e scoprire.

IL SACRO BOSCO DI BOMARZO 

Ai piedi del Monte Cimino, la più alta cima dell’Antiappennino laziale, a Bomarzo in provincia di Viterbo, si trova la Villa delle Meraviglie detta anche Sacro Bosco o Parco dei mostri. Appena si varca l’ingresso si fa un salto indietro nel tempo di quasi cinquecento anni all’epoca in cui il principe Pier Francesco Orsini noto come Vicino Orsini e l’architetto Pirro Ligorio progettarono nel 1552 la loro opera, un unicum nel panorama italiano e mondiale per il quale sembra che anche Goethe e Dalì avessero un debole. Se da un lato nel parco possiamo osservare raffinati giardini all’italiana, dall’altro nel bosco si trovano decine di sculture di basalto raffiguranti mostri, creature oniriche, soggetti mitologici e animali esotici, ma anche obelischi, fontane e un’incredibile casetta pendente. Vicino, signore di Bomarzo, fece scolpire le rocce sul posto, animandole e donando ad esse forme, a volte minacciose e a volte incantate. Alla morte del principe, anche il parco morì e per secoli rimase abbandonato e dimenticato fino al recente restauro che l’ha riportato in vita per la gioia di tutti noi visitatori. Il bosco, pur inserendosi nella cultura architettonica-naturalistica del secondo Cinquecento, sfugge ai canoni delle altre opere in quanto le sculture rocciose sono svincolate da vicendevoli rapporti prospettici o proporzionali. La simmetria classica cede il passo al gusto manierista per il bizzarro e, con i suoi elementi giganteschi, crea un rapporto sconcertante con la natura.

Proteo (Glauco)
La tartaruga
"Ogni pensiero vola"

Interpretazioni

Molti hanno provato a interpretare il disegno alla base di questo luogo un po’ sospeso tra arte, magia e letteratura cavalleresca, ma il giardino di Bomarzo è probabilmente destinato a rimanere un luogo intriso di fascino, che sollecita l’immaginario di ciascun visitatore chiamato a formulare la propria idea.

Tra le varie ipotesi di recente si è affermata la rilettura del prof. Antonio Rocca, storico dell’arte, che individua nell’Idea del theatro di Giulio Camillo la fonte iconografica del parco.

L’accezione egemone del termine “Teatro” durante il XVI e XVII secolo era infatti quella di dispositivo panoramico. Un manuale, un giardino, o qualunque altro strumento in grado di esporre visivamente un argomento era definito un teatro. Sarebbe quindi esatto sostenere che a Bomarzo sia reso possibile attraversare la visione del mondo che dalla Grecia del V secolo a.C. è giunta sino alle soglie della Rivoluzione scientifica.

L’Orsini avrebbe trasformato in pietra la sintesi della cultura greca, ebraica e cristiana realizzata da Camillo per offrirci lo spettacolo, in continuo divenire, del farsi mondo di Dio.
Il Bosco sarebbe quindi il luogo della catarsi, la seconda possibilità che l’arte offre ad una vita piena di errori, luogo oracolare nel quale l’uomo può riscoprire la sua natura triplice sino al compimento della deificazione.

IL GIARDINO DI NINFA

 Ai piedi dei monti Lepini,  sui ruderi della città medievale di Ninfa, nell’agro pontino, esiste un meraviglioso giardino di otto ettari eletto dal New York Times il più bello e romantico del mondo, dichiarato Monumento naturale dalla Regione Lazio dal 2000 e Oasi affiliata del WWF.

Il clima unico che qui si ritrova, grazie anche alla rupe di Norma che protegge il territorio dai venti del nord e crea un microclima favorevole, favorisce la crescita all’interno del giardino, tra il fiume Ninfa e vari ruscelli d’irrigazione, di circa 1300 specie di piante provenienti da ogni parte del mondo. Accanto alla flora mediterranea e ai roseti, infatti, si ammirano noci americani, aceri giapponesi, yucca o l’albero della nebbia, così chiamato per le sue infiorescenze a piumino rosa simili a zucchero filato.

 

La Flora di Ninfa
La vegetazione del giardino di Ninfa

Le tracce della storia

Nel 1921 Gelasio Caetani, esponente di una famiglia da sempre regnante nella zona, iniziò la bonifica e il restauro di alcuni ruderi di Ninfa, in particolar modo della torre e del municipio, per farne una residenza estiva; inoltre, sotto la guida della madre Ada Wilbraham, che aveva già realizzato un bell’orto botanico a Fogliano, iniziò a piantare diverse specie botaniche che portava dai suoi viaggi all’estero. In seguito Marguerite Chapin e Lelia Caetani durante gli Anni Trenta, diedero al giardino una struttura all’inglese. Ninfa ospitò diverse personalità di spicco del ‘900 come il poeta Gabriele D’Annunzio o lo scrittore Boris Pasternak, autore de Il dottor Živago. Lelia Caetani, senza eredi, fu l’ultima rappresentante della famiglia Caetani, che dopo oltre settecento anni estingueva il suo casato: la donna però, prima della sua morte, avvenuta nel 1977, diede vita ad una fondazione, chiamata Roffredo Caetani di Sermoneta, alla quale intestò oltre al castello di Sermoneta anche il giardino ed è ancora tale fondazione che oggi si occupa del parco. Intorno al giardino a partire dal 1976 è stata istituita un’oasi del WWF a sostegno della flora e della fauna del luogo, che la bonifica della palude aveva portato alla scomparsa.

Attraversando il giardino… tra vegetazione e ruderi

Percorrendo il giardino di Ninfa in diversi momenti ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di uno dei quadri di Claude Monet e dei suoi amici impressionisti, direttamente catapultata in quell’universo di colori e ninfee, di fiori e ponticelli, d riflessi d’acqua e vegetazione che vi si specchia… Ma in aggiunta alla rigogliosa natura che subito colpisce l’occhio e rapisce, all’interno del giardino si possono ammirare anche i resti architettonici di Ninfa a partire da alcune delle chiese dell’antico borgo. Santa Maria Maggiore era la chiesa principale e fu con molta probabilità costruita a partire dal X secolo e ampliata nella prima metà del XII secolo. Oggi vediamo i ruderi del perimetro esterno, dell’abside e del campanile. Si trattava di una chiesa a tre navate: la navata centrale era coperta da un tetto a spiovente, mentre le due laterali avevano delle volte in muratura. L’abside è semicircolare e sono ancora riconoscibili due affreschi, uno raffigurante San Pietro, risalenti al 1160-1170.

La chiesa di San Giovanni è databile intorno all’XI secolo ed oggi ne rimangono soltanto alcuni resti che rendono difficile ricostruire la sua struttura originaria: forse era a navata unica, con diverse cappelle laterali e un’abside semicircolare, ancora oggi in parte visibile e su cui restano tracce di affreschi rappresentanti degli angeli. Nei pressi della chiesa di San Giovanni è possibile osservare un noce americano, diversi meli ornamentali, un acero giapponese a foglia rosa, un faggio rosso, un acero a foglie bianche e un pino a foglie di color argento. Alle spalle della chiesa di Santa Maria Maggiore una bignonia gialla, un gruppo di yucca e diversi roseti, mentre presso la facciata principale si trova il famoso albero della nebbia.

Abside con affreschi della chiesa di Santa Maria Maggiore
Ruderi sul fiume Ninfa

L’acqua è l’elemento centrale e vitale che caratterizza Ninfa: il lago ed il fiume, che da esso fuoriesce, danno vita ai fossati, che circondavano la città medievale, agli stagni e ai ruscelli presenti all’interno del giardino, ulteriormente arricchito dalla presenza di piccole sorgenti. Il fiume Ninfa era attraversato nel borgo da due ponti, di cui uno di epoca romana, il più antico, e un altro chiamato del Macello: si tratta di un ponte a due campate, costruito a ridosso delle mura difensive e sul suo nome esistono due ipotesi. La prima vuole che durante una battaglia, i nemici cercassero di entrare in città passando proprio attraverso il fiume, ma all’altezza del ponte i ninfini li colpissero con numerose lance rendendo l’acqua di colore rossa a causa del sangue versato; la seconda ipotesi, molto più probabile, è che nei pressi del ponte sorgesse un edificio dedicato alla macellazione della carne, andato completamente perduto.

Il ponte a due luci cattura con la sua magia ogni visitatore, ogni scrittore, ogni artista. All’esterno della cinta muraria si eleva un maestoso pioppo, inserito nell’archivio degli “Alberi Monumentali d’Italia”. La Via del Ponte attraversa il fiume Ninfa sul Ponte Romano, avvolto dai romantici intrecci di un glicine dai grappoli di fiori violacei, affiancato da una photinia serrulata, gelsomini e prima di arrivare al ponte di legno un gruppo di bambù provenienti dalla Cina, i cui steli eretti e flessuosi racchiudono la Sorgente dei Bambù. Un doppio filare di lavande introduce al Piazzale dei Ciliegi. Sulle mura di cinta sono visibili i ruderi della chiesa di San Biagio e una densa bordura di piante arbustive e erbacee perenni che degrada verso il prato erboso.

Sorgente del bambù
Il Ponte del macello
Ponte di Legno

Alla fine del percorso c’è il Piazzale del Municipio, risalente al XII sec., ristrutturato nei primi del Novecento per convertirlo a villa di campagna, dove i Caetani ospitavano amici, intellettuali e artisti: di esso possiamo ammirare la rocca, con la torre alta 32 metri, e le graziose bifore.

Come disse Marie Luise Gothei, «Il giardino è movimento, vita, l’architettura è fissità e cristallizzazione; ecco perché, forse, l’una ha così bisogno dell’altro. In questo rapporto-scontro il giardino è stato a volte l’ancella, a volte la signora».

 

Il fiume Ninfa
Bifora del Municipio
Piazzale Municipio

IL GIARDINO DEI TAROCCHI

«Il Giardino dei Tarocchi non è il mio giardino, ma appartiene a tutti coloro che mi hanno aiutata a completarlo. Io sono l’architetto di questo giardino. … Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino alla ricerca del tesoro mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della temperanza».

Con queste parole l’architetto e artista francese Niki de Saint Phalle presenta quella che lei stessa definisce “la più grande avventura della sua vita”.

La piazza centrale... La Papessa e la ruota della fortuna

Il progetto

Durante un viaggio in Spagna Niki de Saint Phalle scoprì l’opera di Antoni Gaudí e ne fu fortemente colpita; in particolare, il Parc Güell a Barcellona ebbe una grossa importanza nella sua decisione di costruire un suo giardino di sculture, fornendole anche l’ispirazione di fare di materiali diversi ed oggetti trovati gli elementi principali della sua arte. Dopo il ricovero all’ospedale per un ascesso ai polmoni, causato dal pluriennale lavoro col poliestere, Niki soggiornò a St. Moritz per un periodo di convalescenza. Là incontrò Marella Caracciolo Agnelli che nel 1950 ca. conobbe a New York. Niki espresse all’amica il suo sogno di creare un giardino di sculture le quali si sarebbero dovute basare sulla simbologia delle carte dei tarocchi. In seguito i fratelli di Marella, Carlo e Nicola Caracciolo le misero a disposizione un terreno della loro proprietà a Garavicchio in Toscana ove realizzare il suo sogno.

 Il progetto del Giardino dei Tarocchi, situato a Pescia Fiorentina, frazione di Capalbio, occupò per ben vent’anni a partire dal 1979 il pensiero e la forza creativa di Niki che trascorse la maggior parte del suo tempo tra le colline e la Maremma. Il terreno fu pulito e disboscato e furono gettate le fondamenta:  Niki fu impegnata prevalentemente nella costruzione del suo Giardino, ottenendo l’aiuto di numerosi suoi amici e seguaci; l’architetto francese, affiancata da operai specializzati e da un’èquipe di artisti contemporanei tra cui spiccano i nomi di Rico Weber, Sepp Imhof, Doc Winsen e il marito Jean Tinguely che ha creato alcuni assemblaggi meccanici semoventi, si dedicò alla realizzazione di 22 imponenti figure, rappresentanti gli Arcani maggiori, ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate. I tarocchi sono formati da 78 carte ma gli Arcani maggiori sono 22 come le 22 sculture del Giardino: il Sole, la Luna, il Papa, la Giustizia, l’Imperatore, la Torre di Babele, la Morte, il Diavolo, la Stella ecc. tutte ricoperte con coloratissime decorazioni a mosaico, alcune ciclopiche e molte di loro percorribili, collegate tra loro grazie a viuzze sopra le quali sono scritti nomi, numeri, pensieri, citazioni care all’artista.

Il Sole ovvero la forza vitale
L'Impiccato
La Luna ovvero l'immaginario creativo

Nei meandri del giardino

Appena superato l’ingresso del giardino, il sentiero principale conduce alla grande piazza centrale, dominata dal volto azzurro della Papessa. Emblema dell’inconscio irrazionale, la Papessa (espressione della carta n. II) è considerata “la grande sacerdotessa del potere femminile dell’intuizione… una delle chiavi che portano alla saggezza. Rappresenta il potenziale dell’irrazionale inconscio. Coloro che vogliono spiegare gli avvenimenti soltanto con la logica e i ragionamenti rimangono inevitabilmente in superficie e non riescono a penetrare la realtà con l’immaginario e la visione istintiva”. Da un punto di vista iconografico la scultura si ispira all’orco del parco tardorinascimentale di Bomarzo, seppur ingigantita e sormontata dalla testa del Mago, simbolo di energia, luce, malizia e creatività. Dalla bocca della Papessa sgorga l’acqua che confluisce nella fontana centrale, dove è collocata la grande scultura semovente realizzata da Tinguely che rappresenta la Ruota della Fortuna, la ruota della vita. Da qui prendono avvio itinerari differenti.

Tutto il giardino è una continua sorpresa. Immersi nella vegetazione si trovano queste colossali rappresentazioni, realizzate in cemento armato e metallo e interamente ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate che evocano le tipiche forme dilatate da Matisse a Picasso. Le sculture che caratterizzano lo stile di Niki de Saint Phalle sono le Nanas: sculture con sembianze femminili a grandezza naturale e dalla forma un po’ grottesca, da lei ideate e create. Il termine spagnolo “Nanas” significa “ragazzine di piccola statura”. Le troviamo visibili nella fontana con giochi d’acqua all’interno del castello dell’imperatore e in molte sue figure femminili raffigurate.

Le statue sono l’ultima tappa del percorso artistico iniziato dalla Saint Phalle nella seconda metà degli Anni Sessanta, quando l’artista allontanò dal Nouveau per approdare a queste grandi opere tridimensionali femminili dalle rotondità accentuate, alcune delle quali sono percorribili e abitabili.

Nella fortezza dell'Imperatore
La Torre di Babele
La Torre di Babele

All’ingresso troviamo il Mago (Carta n. I) il grande giocoliere: “Per me il mago è la carta di Dio che ha creato la meravigliosa farsa di questo mondo nel quale viviamo. È la carta dell’intelligenza attiva, della luce, dell’energia pura, della creazione e del gioco”. Spicca la fortezza dell’Imperatore, una cittadella fortificata il cui loggiato è costituito da 22 colonne, in numero uguale a quello delle carte. Questo è l’arcano che meglio raccoglie l’eredità di Gaudì: ricoperto da vetri di murano e murrine, specchi francesi, boemi e cecoslovacchi, l’Imperatore è simbolo del maschile, dell’ambizione e del potere. Gli si contrappone la carta dell’Imperatrice-Sfinge, identificata come l’opera più rappresentativa dell’intero complesso, non solo perché l’artista ne fece sua abitazione personale ma perché questa scultura enorme e opulenta, con il corpo esageratamente formoso rivestito di una molteplicità di ceramiche, viene identificata come la regina del cielo, sacra magia e civilizzazione. All’interno della di questa gigantesca scultura sono addirittura colllocate una stanza da letto, un soggiorno, una cucina e il bagno con una singolare doccia a forma di serpente. Tutte le pareti sono interamente rivestite da frammenti di specchi, creando un suggestivo effetto da labirinto e casa degli specchi…

Tra le altre opere va ricordata la Temperanza, grande scultura-igloo creata per celebrare la memoria dello scomparso Jean Tinguely e dell’amico Menon, le cui fotografie sono all’interno dell’ambiente ricoperto da ceramiche e specchi di varia forma, innescando uno spaesante effetto caleidoscopico di curve riflesse e deformate. Uno spazio magico e infinito, dunque. Proseguendo il percorso, ci s’imbatte nel Matto, giovane simbolo del caos, dello spirito e dell’entusiasmo, con cui s’identifica l’artista stessa.

Non voglio andare avanti nella descrizione delle altre singole, meravigliose e incredibili opere d’arte contemporanea presenti nel Giardino perché credo che sia giusto che ogni visitatore possa scoprire dal vivo tutti i meandri di questo magico e surreale regno in cui l’artista ha voluto ridisegnare il percorso interiore e artistico della sua stessa vita… un viaggio tra natura, arte ed esistenza che solo fino a un certo punto può essere illustrato ma che per essere colto va vissuto, catapultandosi in questo crogiolo di colori, allusioni e forme che il Giardino custodisce in attesa del prossimo viandante.

Gli itinerari di San Potito Sannitico

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Questa è la volta di San Potito Sannitico, nel parco nazionale del Matese.

Era una calda domenica di fine estate, alla scoperta di un nuovo borgo, ma soprattutto di nuove persone, che in fondo sono proprio loro a fare la differenza, rendendo le nostre passeggiate leggere e piacevoli.

Il borgo di San Potito Sannitico sorge alle pendici del Matese, di qui è inutile spiegare l’elevata valenza naturalistica del luogo, che cattura l’attenzione già lungo la strada percorsa per raggiungerlo.

Il bellissimo borgo ultra millenario di San Potito Sannitico offre ai turisti tre itinerari, che percorrendo le strade del paese sono perfettamente collegati l’uno all’altro: Acqua – Storia – Natura.

Sono i tre elementi che caratterizzano San Potito, elementi che si lasciano vivere ed assaporare passeggiando per il paese.

Acqua

L’acqua, è uno degli elementi essenziali che caratterizza le singole stradine e le piazze del paese, con le sue fontane, abbeveratoi e i caratteristici lavatoi, che definiscono un itinerario completo del borgo, accompagnando il turista in un percorso definito.

L'abbeveratoio
Il lavatoio
Il lavatoio
La fontana
La fontana

La storia

La storia, tangibile nella passeggiata tra le stradine, tra i palazzi del 700 e dell’800, il cui primo insediamento si fa risalire al periodo sannitico. Uno degli elementi di spiccata valenza storica è il Palazzo Filangieri de Candida Gonzaga, costruito nel XVII secolo, da una famiglia di latifondisti, i Sannillo. Nell’ottocento è poi passato ai conti Gaetani, che lo ampliarono sul modello della Reggia di Caserta, ispirandosi ad alcuni elementi essenziali come ad esempio lo scalone della reggia. Il palazzo è poi passato in eredità ai Filangieri, attuali proprietari. Oggi il palazzo con le sue decorazioni artistiche, mobili d’epoca e preziosi di ogni genere è anche sede di numerose iniziative culturali.

La natura

Infine, la natura, presente in ogni scorcio, che regala dei panorami mozzafiato.

I tre itinerari si fondono perfettamente in una cornice artistica. Le fontane, le case e le mura del paese sono un vero e proprio museo a cielo aperto, alla portata di tutti, fruibile dal semplice passante al turista, tutti possono ammirarla e goderne.

L’idea nasce nel 2004, dal progetto FateLab, il cui unico obbiettivo è la valorizzazione del territorio. Il progetto vede la partecipazione di artisti vari, nazionali e internazionali, che regalano arte ai visitatori. Dietro a ogni singolo murales vi sono innumerevoli messaggi che affrontano i temi più svariati.

Tante sono anche le opere d’arte installate nelle aree del paese, opere realizzate con l’utilizzo di materiali di riciclo.

Il dolore di emigrare
I murales
Ritratto di famiglia
El silencio del ruido

Le cupole

Altra tappa imperdibile è la scuola materna di San Potito Sannitico. Un progetto di edilizia scolastica caratterizzato da elevate caratteristiche antisismiche e dall’utilizzo di tecnologie innovative.

La scuola materna, con biblioteca e auditorium, è stata realizzata con una struttura a cupola in mattoni e pietra di tufo, ricoperte di cocciopesto con lo scopo di realizzare una struttura antisismica, dopo l’evento sismico che ha interessato il paese nel 2013.

Le cupole

La passeggiata finisce con la splendida vista serale della chiesa di Santa Caterina, incorniciata, nella sua maestosità, da una suggestiva atmosfera.

La chiesa di Santa Caterina

Finisce così la nostra passeggiata a San Potito, soprattutto con la consapevolezza che sono principalmente le persone, in questo caso i nostri tre ‘angeli’, a fare la differenza e ad arricchire le nostre passeggiate. Persone che pensavi non esistessero più, che ti aprono la porta nonostante fossimo in troppi, che ti lanciano un invito a cena, al quale non vedi l’ora di andare.

I borgonauti

Questa tappa, come tantissime altre lasciano in primis in ognuno di noi l’allegria e l’accoglienza che le persone del posto ci trasmettono. Spesso, come in questo caso, ci ritroviamo sommersi di affetto, stupiti dalla diponibilità delle persone e dall’amore che trasmettono per i loro borghi.

Raccolta di San Gennaro

Asprinio poetico

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Un po’ di storia. Durante il periodo della quarantena, l’anima, nella piena solitudine sanitaria e nella circoscritta visione delle solite mura, ha viaggiato come non mai alla ricerca di interessi inusuali, sfruttando i pochi spiragli dalle finestre. Un mondo si è disvelato sui bordi della città, un passato coriaceo, come gli antichi racconti dei nonni, perché l’Agro aversano era terra di contadini, demiurghi di pedologie paludose e vulcaniche, punti d’incontro d’opposte forze telluriche. L’agricoltore ha da sempre dovuto mediare il fuoco degli effluvi magmatici e l’irruento fiume Clanio distribuiva limosi doni, ma anche devastazioni e acquitrini diffusori di malaria. Dopo le bonifiche del tempo (Regi lagni), queste terre hanno custodito un raro gioiello enologico, un unicum, un vitigno da cui si produce un “piccolo grande vino”, come ci ricorda un vero custode della memoria enologica, Mario Soldati. Al di là delle varie ipotesi sulle origini di questo ancestrale vitigno, una conferma potrebbe derivare proprio dalla tecnica di coltivazione, quella dell’Alberata aversana (per propaggine e a piede franco, possibile grazie alla natura del suolo prevalentemente vulcanico/sabbioso che ha reso quasi impossibile la vita alla filossera, afide che ha devastato il modo viticolo europeo per anni, sconfitta solo grazie alla tecnica del portinnesto su viti americane), sistema di allevamento  che rimanda ad un’origine etrusca. Gli Etruschi erano soliti coltivare con tutori vivi la vite, cosa che del resto accadeva con il promiscuo nel Chianti in Toscana e in Emilia per i Lambruschi (territori della civiltà etrusca) prima dell’impostazione contemporanea della produzione enologica di impronta francese.

La muraglia
La muraglia
Festoni
Festoni

L’Asprinio ha una simbologia romantica; infatti, si marita (vite maritata) con alberi di olmo e pioppo raggiungendo altezze di venti metri. In questo modo la terra si congiunge con il cielo, e i contadini coltivandola percorrono una ascesa mistica dove la fatica e il pericolo sono elementi della briosità del prodotto, perché per coltivare questa rara uva sono necessarie passione e follia. Un’altra notizia in merito è quella che vede una comunanza genetica con il più rinomato Greco di Tufo irpino. Infatti, l’Asprinio fu portato in Irpinia dalla famiglia Tufo aversana, che in epoca angioina divenne feudataria della solforosa Tufo (AV). Inoltre, gli studi genetici sui biotipi dei due areali, condotti dalla Facoltà di Agraria di Portici della Federico II, avvalorano tale ipotesi.  Un altro particolare per quanto riguarda la tecnica di allevamento delle alberate, presenti prevalentemente nella zona territoriale, denominata Agro aversano, è quello rinvenuto in una raffigurazione pittorica nel bellissimo Real sito di Carditello: esso fu fiore all’occhiello per la zootecnia e la sperimentazione agricola durante il regno dei Borboni. Sulle pareti, sono raffigurate scene dove le viti vengono coltivate con l’ausilio degli alberi, ma la particolarità è che l’uva raffigurata è di colore nero… Ogni simbolo rimanda alla ricerca, questa terra si fonda sull’unicità, che non è frutto sempre della razionalità. La terra ha permesso una graduale sostituzione, quasi scomparsa, di tale particolarità, per rispondere in maggior modo alle esigenze del mercato e alla quantità. Ciò è avvenuto a discapito della qualità di questo raro gioiello, che durante il boom economico divenne uvaggio da taglio per famosi spumanti che inondarono le tavole italiane; d’altro canto i contadini, da eroi romantici, divennero conferitori e la magia andò ben presto affievolendosi.

Ascesi
Ascesi
Uva d'Asprinio di Alberata
Uva d'Asprinio di Alberata
Vite maritata in primavera
Vite maritata in primavera

Esperienze. Durante l’allentamento delle misure anti-covid, la curiosità, implementata dalla cattività sanitaria, ha nutrito il desiderio di toccare con mano questa antica storia. L’esigenza è stata quella di conoscere il mondo di chi per secoli ha coltivato questa terra e custodisce le antiche pratiche e leggende. Ad Aversa, ai margini della urbanizzata città, dove il verde respira con le sue sfumature, resistono ancora strade di campagna in terra battuta, dove è possibile conoscere dinastie di agricoltori custodi, e chi se non i borgonauti potevano spingersi in una conoscenza dell’oblio? In queste passeggiate abbiamo avuto l’onore di dialogare con il signor Angelino, che con grande passione ci ha informato di come le alberate non possano essere conosciute senza emozioni, perché la loro esistenza è frutto di scelte irrazionali. Con lui abbiamo appreso molte cose, e soprattutto “colto” quanto gli agricoltori abbiano una simbiosi profonda con la terra, e come i poeti e gli agricoltori possano scegliere tra due metriche, quelle classiche, sorrette dalla razionalità, o il verso libero spinto dall’inspiegabile dolore/passione che da sempre rende insaziabile l’uomo alla ricerca di un’anima insondabile: in questo caso l’agricoltore è poeta. Durante questi dialoghi primaverili/autunnali, quasi platonici, perché l’alberata è un’idea applicata alla realtà, la terra respirava libera dalla pressione idrocarburica e antropica. Abbiamo sentito originariamente il profumo dei fiori, del cardo e di pesco rosa, ammirato il dischiudersi dei fiori di melo d’annurca candidi, il nascondersi dei delicati ciliegi. La campagna era una tavolozza di colori e odori di cui non avevamo mai fruito nella sua integrità.

Il cardo
Il cardo
Campo di cardi
Campo di cardi

Ritornando all’Asprinio il sig. Angelino ci ha dato appuntamento per la vendemmia che quest’anno si è tenuta nel giorno di San Gennaro, perché è solo nella vendemmia e nella potatura che si può comprendere che gli eroici agricoltori non vivono solo nelle rinomante zone vitivinicole, tra terrazzamenti e quote temerarie, ma anche in un lembo di terra che galleggia sulle acque salmastre, alluvionali e marine, e resiste contro l’ignoranza dell’inquinamento. Gli agricoltori dell’Agro aversano con le loro maestose alberate sono gli unici che hanno avuto l’ardire di coltivare il cielo, con filari alti venti metri una rara stirpe d’uomini ragno capaci di tessere tralci e raccogliere i frutti.

Il sentiero dei nidi di ragno
Il sentiero dei nidi di ragno
Fratelli Angelino
Fratelli Angelino
Un fratello Angelino
Un fratello Angelino

Uve che fluttuano tra sole e ombra e che indiscutibilmente conservano elementi chimici e magici come il profumo di agrumi e l’acidità magmatica esaltata nelle grotte di tufo, dove viene conservato il vino, grotte scavate da abili scalpellini. È giusto ricordare come i contadini fossero anche abili vinificatori stregoni delle grotte, che sapevano rendere il vino particolare semplicemente con il gioco delle lune e fossero conoscitori arcaici e profondi delle costellazioni zuccherine che rendono il vino un’anima duplice, ferma o spumantizzata.

Tra un’ascesa e discesa dalle alberate dei vendemmiatori, siamo riusciti a raccogliere esperienze e ricordi, perché l’agricoltore imprime alla terra ciò che custodisce dentro. Il sig. Angelino discende da una grande famiglia di agricoltori, che da anni coltiva con devozione i rispettivi moggi di terra. Egli ci ha raccontato della sua prima vendemmia a 13 anni e fu… una vera e propria impresa… un rito di iniziazione.

Il peso della terra
Il peso della terra

I nostri ingegnosi agricoltori, infatti, posseggono uno scalillo (scala) di castagno costruito a misura altissima e stretta, particolarmente pesante da alzare e trasportare, sulla quale si inerpicano grazie a dei pioli molto resistenti tali da sorreggere le fascine (contenitori di vimini di forma triangolare con la parte terminale appuntita che facilmente si configgeva nel terreno), nelle quali veniva raccolta l’uva prima di farla discendere verso terra con una corda. Il meccanismo è semplice ma ingegnoso. Di fatto, nel momento della discesa del prodotto verso il suolo sono soliti usare delle foglie di vite tra le mani per evitare che la corda possa tagliarle con l’attrito.

Scalillo
Scalillo
Posizionamento scalillo
Posizionamento scalillo
Sulla vetta
Sulla vetta

Queste scale hanno anche un costo elevato, perché la loro costruzione – date le altezze da raggiungere e il peso da sopportare – devono essere strumenti di alta precisione e qualità, di cui solo pochi artigiani ne conservano l’arte. Un altro elemento interessante è la pratica (ancora rispettata dalla famiglia Angelino) che avviene durante il periodo della potatura, quando la pianta, una volta recisa, piange la linfa e gli agricoltori sono soliti bere del vino accovacciandosi ai piedi dei fusti delle piante, che con la loro vorticosa crescita sembrano ballare un tango plastico e passionale. I contadini chiedono perdono, cercando di dimenticare il dolore arrecato alle piante, portatrici invece di un prodotto di felicità come il vino.

La danza plastica
La danza plastica

L’Asprinio, come i borghi dimenticati, è un vitigno che rischia di essere abbandonato, non solo perché è molto costoso da allevare, ma anche perché non sempre compreso dalla platea degli amanti dei vini così spesso conforme a criteri standard di degustazione stereotipati. Non è un vitigno razionale, ma immediato. Con la sua fresca nota acidula rifiuta l’equilibrio e sa esaltare i sapori e placarne la persistenza. È un particolare modo di esprimere il mondo, un verso libero e dissetante. Curiosa è la mitologia etrusca che parla del dio Flufluns (Dioniso e Bacco, per i greci e i romani) figlio della dea Semia (Semele grc.) che essendo andato a caccia si fermò sotto la frescura di un pioppo e vedendolo solo e indifeso dal sole, decise di lasciare un tralcio di vite come ringraziamento. Nel tempo la pianta di pioppo si accorse che quel dono era ciò che di meglio potesse desiderare poiché da una parte i frutti della vite, che si inerpicò sulle altre piante, assorbivano nei periodi caldi i raggi del sole divenendo di colore dorato, dall’altra la solitudine divenne un lontano ricordo.

La scalata
La scalata
A un passo dal cielo
A un passo dal cielo
Groviglio enoico
Groviglio enoico

Vatolla: il borgo in cui tradizione locale e pensiero filosofico si armonizzano

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A sud della provincia di Salerno si erge nel cuore del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni il borgo medievale di Vatolla, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Come spesso accade per i centri abitati di remota fondazione, le tracce delle origini di Viculus Vatulanus si dissolvono nel corso dei  secoli. È ipotizzabile però, dato i numerosi  resti di epoca romana,  che Vatolla esistesse già ai tempi dell’Impero e che sia uno dei paesi più antichi del Cilento. La presenza del maestoso castello, che incanta il visitatore per la sua imponenza, induce a supporre che Vatolla, nel primo periodo della dominazione longobarda sia stato luogo di insediamento degli arimanni, ovvero della guarnigione di confine, caratteristica dell’ordinamento militare dei longobardi, e che in seguito sia mutata in fara, cioè nella forma abitativa civile, che univa l’attività agricola con l’eventuale servizio armato.  Gli elementi artistico-architettonici, manifestazione tangibile della sua storia, e  la posizione sopraelevata del sito creano un’atmosfera suggestiva, quasi fiabesca, che incanta l’anima e dona emozioni profonde:  il panorama, che accoglie il mare salernitano e il paesaggio collinare, i delicati riferimenti religiosi sparsi in tutto il borgo, i richiami al rapporto tra il luogo e il filosofo Giambattista Vico, importante esponente del panorama filosofico napoletano, la tradizione locale, dedita soprattutto alla coltivazione di una varietà di cipolla unica nel suo genere, rendono Vatolla un luogo eclettico, poliedrico, capace di armonizzare la conoscenza in tutte le sue straordinarie sfaccettature.

Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla Di Vatolla.
Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il luogo dove germogliò la Scienza Nuova di Giambattista Vico

Giambattista Vico è stato filosofo, storico, giurista e letterato, nato a Napoli nel 1668. Questi fu fortemente legato alla cultura umanistica, che venne a diffondersi nell’ambiente napoletano nella seconda metà del XVII secolo. Nel 1686 il vescovo di Ischia Geronimo Rocca conobbe G. Vico in una libreria napoletana e, ammirandone la vasta cultura, gli propose l’incarico di istitutore per i suoi quattro nipoti. Fu così che Il Vico restò a Vatolla, anche se non continuativamente, per nove anni, spendendo qui  la maggior parte del corso degli studi filosofici. Il grande pensatore ebbe con il paese un rapporto di amore e odio: alcune volte lo definiva “aspra Selva solinga arida e mesta” , altre come “bellissimo sito di perfectissima aria, dalla quale fu restituito alla salute ed ebbe tutto l’agio di studiare e gettare le basi della Scienza Nuova“. Infatti, è proprio in questa terra di rurale fascino che nel  1725 prese forma l’opera in cui è racchiusa nella sua complessità e originalità la dottrina di G. Vico.

l’Associazione Cipolla di Vatolla e il prodotto di eccellenza locale

Nata nel 2014, l’Associazione Cipolla di Vatolla di natura privatistica, senza fini di lucro e con valenza di pubblica utilità sociale e rilevanza di interesse pubblico agisce sul territorio con finalità di promozione sociale e di valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storico-artistiche, turistiche ed enogastronomiche. La presidente Angela Marzucca, manifestando nelle sue parole un profondo l’orgoglio e l’amore per la propria terra, afferma: «ci auspichiamo che Vatolla sia conosciuta e apprezzata anche attraverso il suo prodotto d’eccellenza: la cipolla. L’associazione ha avviato vari progetti, che mirano alla rinascita del territorio, e che sono animati soprattutto da donne, anche giovani, che non vogliono abbandonare il Cilento. Un esempio di queste iniziative è la festa della cipolla, che ogni estate si organizza a Vatolla e che ha ottenuto nel corso degli anni un riscontro crescente, gettando le basi di un percorso enogastronomico, che favorisca diverse forme di  turismo e la diffusione di un prodotto, riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO». La cipolla di Vatolla (Allium cepa L.) è un ecotipo, un elemento della biodiversità del Cilento, coltivato secondo tradizioni antiche nelle zone rurali di questo magnifico borgo. Questa peculiare varietà di cipolla differisce da tutte le altre per la particolare dolcezza e delicatezza e per la presenza di sostanze, come flavonoidi e quercetina, che favoriscono il benessere del corpo. I semi della cipolla di Vatolla arrivano dall’Oriente, forse dall’Afghanistan, portati dai monaci Basiliani in fuga dalle persecuzioni che si realizzarono dopo l’anno mille. Il microclima locale, le caratteristiche e la biodiversità dei suoli dei sistemi di terre del Cilento e la continuità della tradizione contadina da parte delle popolazioni locali hanno determinato le caratteristiche di questo vegetale, unico nel suo genere.

La cipolla, prodotto di eccellenza di Vatolla. Foto dell'Associazione la Cipolla di Vatolla.

Il borgo e le sue bellezze

È stata Arianna C. con la sua bravura a creare un percorso, che ha reso possibile apprezzare le meraviglie del luogo: ella con grande disponibilità ha accolto i visitatori ed ha esposto in modo garbato ma con partecipata emozione  le caratteristiche e la storia dei siti di interesse del borgo. Il tour è cominciato con la visita alla Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Le prime notizie riguardo la chiesa risalgono all’XI secolo. I pannelli, facenti parte di un sarcofago romano del IV secolo, posizionati ai lati della facciata fanno pensare che essa sia sorta sulle rovine di un tempio romano poiché raffigurano le divinità pagane di Pan, Dioniso, Bacco e Sileno. L’interno della struttura, in parte restaurata, è costruita su tre navate e notevole importanza e pregio sono gli affreschi raffiguranti santi bizantini, come San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola. In questa chiesa lo stesso Vico assisteva alla Santa Messa con la famiglia Rocca.

Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Affresco della Chiesa Santa Maria Delle Grazie.

Imponente  alla vista è il Castello- Palazzo Vargas : eretto probabilmente prima dell’Anno Mille per mano dei Longobardi con la funzione di “sentinella” e di primo ostacolo, per chi avesse voluto avventurarsi sulla via di Lucania e fu poi reso il palazzo di residenza dalla famiglia feudataria Griso nel XVI secolo . Si tratta di una costruzione a pianta trapezoidale, circondata da quattro torri cilindriche. Passato successivamente in possesso dei marchesi Rocca, il palazzo divenne la dimora di Gian Battista Vico. Nel 1767 la struttura divenne di proprietà di un nobile napoletano, di origini spagnole: Francesco Vargas.  All’interno vi è un’ampia biblioteca di testi storici e critici che riguardano il grande filosofo.

Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Cortile del Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Continuando il percorso, è possibile ammirare la Cappella Di San Nicola . Si tratta un’antica chiesetta padronale, posseduta in origine dalla famiglia Cocozza e poi da questa donata alla comunità francescana del Convento della Pietà. Il culto di San Nicola, e anche la sua statua, furono portati a Vatolla dagli abitanti di Avella. Probabilmente risale al XIV secolo.

la Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Interno della Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il cammino si è concluso con la visita Convento S. Maria Della Pietà, fondato nel 1619 su un terreno donato ai francescani dalla Universitas, recuperando un’antica struttura di una cappella detta “della pietà”, in cui oggetto di grande venerazione era un affresco ritenuto miracoloso dal popolo. Soppresso nel decennio francese, fu riaperto nel 1815, dopo sostanziali lavori di restauro. Oltre all’antica cappella, di notevole importanza sono gli affreschi interni e alcuni elementi artistici. Vico fu assiduo frequentatore del Convento della Pietà, dove era solito discorrere con i frati oppure consultare la biblioteca interna, che conteneva testi su cui il noto filosofo condusse i suoi studi e da tali libri, all’ombra dell’ulivo posto di fronte al Convento in cui Vico soleva riposare, leggere e meditare, prese forma la sua  Scienza Nuova, consacrando il pensatore come punto di riferimento dello scenario filosofico dei secoli successivi.

Convento S. Maria Della Pietà. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Vatolla stimola una profonda curiosità, una straordinaria sete di conoscenza in chi la osserva e non delude né la mente né l’anima, perché dà testimonianza tanto della fierezza della tradizione rurale, quanto delle meraviglie dell’ingegno umano. Noi Borgonauti  ci auguriamo, dunque, che altri possano conoscere e  godere del fascino particolare e ricco di sfumature di questo sito, apprezzando ogni dettaglio nel quale il tempo ha dato manifestazione tangibile della propria mano, incantandosi e  perdendosi nella profonda devozione religiosa, che il luogo esprime, e infine emozionandosi nel calpestare lo stesso suolo, nell’abbandonarsi negli stessi luoghi in cui il filosofo Vico ha dato voce al suo pensiero.

                                                                                                                               Marica Fiorito

Il fiume Titerno sotto il ponte di Annibale

La natura e l’uomo – Alla scoperta delle Forre di Lavello

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Quale sensazione più bella può esserci, in piena estate, in una calda domenica di agosto, di tuffarsi nelle gelide e trasparenti acque di un fiume, all’interno di gole scavate nella pietra, protetti dalle pareti rocciose dei monti, circondati dagli alberi e coperti solo da un cielo limpido che si lascia attraversare dalla luce filtrante del sole agostano?

Beh vi dirò che, contrariamente a quel che immaginavo, questa è stata solo una delle meravigliose emozioni che ha regalato, a noi borgonauti, la passeggiata alle Forre di Lavello, uno splendido canyon, detto appunto “Lavello”, di circa 30 metri di profondità, nato tra i monti Erbano e Cigno, grazie alla forza erosiva delle acque del fiume Titerno a contatto con la pietra calcarea.

Il sentiero che fiancheggia il torrente, al confine tra i comuni di Cerreto Sannita e Cusano Mutri (nel Beneventano) ripercorre un’antichissima strada mulattiera di epoca sannita, che era fondamentale per gli abitanti della valle che si recavano verso la montagna.

Come anticipato sopra, il tuffo finale nelle forre è stato solo l’approdo e il bellissimo coronamento di un’escursione iniziata diverse ore prima, che può regalare davvero un avventuroso e intenso percorso, all’interno di un’altalena di emozioni.

Le Forre viste dall'alto
Scorci lungo la discesa

IL SENSO DELL’ESPLORAZIONE

Spesso quando si progetta di fare una passeggiata in montagna, una giornata di trekking o un’escursione tra amici o in famiglia, ci si concentra sull’equipaggiamento da portare e sull’abbigliamento da usare, solitamente scarpe comode con una suola non liscia, vestiti sportivi, occhiali da sole, zainetto con borraccia o bottiglie d’acqua, una colazione a sacco e, qualora si preveda una sosta con annesso bagno nelle acque del luogo, magari anche un costume! Ed è stata questa anche la base di partenza della nostra giornata matesina.

Quello sui cui, però, spesso non si ragiona è cosa occorra “lasciare” a casa per vivere al meglio questo genere di esperienza e con che tipo di bagaglio si possa tornare dopo l’esplorazione. Quando, infatti, si decide di attraversare un tratto di montagna quasi incontaminata, quale è questo selvaggio e suggestivo angolo del Parco nazionale del Matese, e si pensa, quindi, di entrare in uno spazio-dominio assoluto della natura, si apprende anche, quasi in maniera inconsapevole, il rispetto ancestrale per essa e di conseguenza per la vita.

Infatti, nel ricercare i sentieri, appena vagamente indicati o tracciati, nel batterli e sperimentarli con il desiderio e la curiosità di scoprire cosa vi sia alla fine del percorso e quale sia la strada più breve o più giusta, diventano importantissimi tanti piccoli elementi spesso trascurati e che, in questo contesto specifico, si riscoprono fondamentali: la roccia che ci fornisce riparo e ombra quando il sole picchia troppo forte, il vento che soffia tra gli alberi donando sollievo e spingendoci quasi in avanti, la vegetazione che ci regala frutti, colori e profumi insieme a spettacoli di grande bellezza, l’acqua che permette di idratarci, la capacità di orientarsi senza gps ma guardandosi intorno, la coordinazione tra i passi e il senso dell’equilibrio che diviene prezioso quando si esce dall’universo modellato dall’uomo solo per le sue esigenze e si calpesta, invece, il regno della natura, che può affascinarci o anche metterci in seria difficoltà, se non si entra in sintonia con essa.

Flora e fauna delle Forre
Natura selvaggia
Giochi di riflesso
Giochi di riflesso

Ed ecco che, allora, in un attimo, si comprende quanto sia importante capire la natura, sentire la terra, interpretare i suoi segnali, ascoltandola con calma e riscoprendo così anche un po’ se stessi. Se lo si farà, lasciando indietro maschere, sovrastrutture, paure consce e inconsce, la natura si lascerà attraversare regalando momenti e scenari imperdibili, aiutandoci ad affrontare tabù e superare i nostri limiti.

Questa sensazione un po’ magica di sentirsi, come essere umano, solo una piccola parte di un contesto più grande che ti accoglie, ti mette alla prova e ti premia se ti metti in gioco, mi ha accompagnato in tutto il percorso fatto dal Ponte di Annibale al Ponte dei Mulini e lungo la risalita sul monte Cigno.

Il Ponte di Annibale

L’inizio della passeggiata – Il Ponte di Annibale

Guidando lungo la strada provinciale Cerreto Sannita-Cusano Mutri, ad un certo punto abbiamo notato un monumento in ferro raffigurante alcuni elefanti: questo è l’indicatore che segna l’inizio di una strada che porta al famoso Ponte di Annibale. Parcheggiata l’auto nell’area antistante, abbiamo iniziato a scendere a piedi lungo il sentiero che ci ha portato, in pochi minuti, direttamente, come una macchina del tempo, nelle viscere della Storia.

Il ponte, lungo 13 metri, largo 1,5 metri con una luce di 9,15 metri, è formato da una sola arcata a tutto sesto che giganteggia sul corso del fiume Titerno ed è costruito interamente con l’uso di pietra locale.

Secondo la leggenda sul ponte sarebbe passato il celebre condottiero cartaginese Annibale, assieme ai suoi elefanti, durante la sua discesa al tempo della seconda guerra punica, per nascondere un bottino di guerra sul vicino monte Cigno. Anche lo storico Polibio racconta una versione dei fatti che rinvigorisce tale ipotesi. Recentemente la leggenda sembrava aver trovato un’ulteriore conferma grazie al ritrovamento, il 10 febbraio 1951, sul monte Cigno, di alcune monete in argento di epoca romana, databili al periodo storico della narrazione. Sull’eventuale presenza di Annibale in queste zone gli storici dell’antichità hanno opinioni controverse: Tito Livio, al contrario di Polibio, narra che colui che attraversò la Cominium Cerritum sannita fu Annone, generale di Annibale.

Il ponte è stato edificato in epoca romana e successivamente ristrutturato più volte specie dopo il sisma del 1688, anche se ha conservato nel tempo la sua fisionomia. Durante il terremoto citato mentre Cerreto Sannita fu quasi interamente distrutta, Cusano Mutri restò indenne e per ringraziamento furono edificate le cappelle di Santa Maria della Pietà (poi sconsacrata) e quella della Santa Croce utilizzando le pietre e l’area del fortino Castelluccio, ribattezzando poi l’altura principale Monte Calvario.

Dopo aver attraversato il ponte, ammirato da esso il corso del fiume e aver percorso brevemente un piccolo tratto dei sentieri a destra e sinistra del ponte, che costeggiano il fiume dall’alto, siamo tornati all’auto in direzione “Forre di Lavello”.

Costeggiando il Titerno

Ritornando sulla strada provinciale verso Cusano Mutri o verso Civitella Licinio in entrambi i casi si incontra una stradina che un tempo era veicolabile in auto ma che, a causa di frane in passato, ora è percorribile solo a piedi, come è reso intuitivo dalla presenza di un enorme macigno posto al centro della strada. C’è uno spazio parcheggio prima di tale masso, in cui si può fermare l’automobile per poi continuare a piedi.

Proseguendo verso Nord, dopo un po’ di asfalto, si incontra sulla sinistra una scalinata che, ahimè, solo alla fine della nostra escursione, abbiamo capito essere il vero inizio del percorso, dotato anche di un cartello che funge da mappa e che è una delle poche indicazioni sul sentiero.

Se da là si prosegue attraversando il Ponte di Pesco appeso a cavallo del fiume Titerno, si arriva a un bivio, in cui si comincerà a salire per incontrare rispettivamente la Grotta delle Fate, una grotta artificiale scavata nella roccia calcarea ai fini di sondare il terreno per la costruzione di una diga, fino alla Grotta dei Briganti, che rappresenta la parte più “avventurosa” del sentiero, una piccola fessura tra le rocce, ricca di stalattiti e stalagmiti, La Grotta delle Streghe e alcuni punti panoramici come il Belvedere sulla Forra.

Come anticipavo prima, solo alla fine della giornata noi borgonauti abbiamo compreso che questo è il modo più agevole di visitare le Forre di Lavello ed è probabilmente la modalità di escursione che utilizzeremo la prossima volta che decideremo di tornare al Lavello.

 

Inizio del nostro percorso
Inizio del nostro percorso
Bivii lungo il tragitto
Il fiume Titerno

Invece, durante la nostra prima visita, dopo aver ignorato la scalinata, abbiamo deciso di scendere tramite una stradina alla sinistra di un ponte di legno, lungo il corso del fiume, che stavamo già ammirando dall’alto in tutta la sua selvaggia bellezza, tra piccole cascate, rivoli, insenature e grotte.

Abbiamo deciso di seguire solo il nostro senso di orientamento e costeggiare il Titerno a piedi dal basso, trovandoci poi a farci largo nel letto del fiume tra rocce scivolose e piccoli salti da fare, un cammino un po’ tortuoso che, forse, senza gli amici borgonauti, non avrei tentato di portare a termine, precludendomi di assistere alla meraviglia che entro pochi minuti ci saremmo trovati davanti agli occhi.

Infatti dopo aver superato, grazie al reciproco incoraggiamento, qualche resistenza e l’incoscia paura di cadere e inciampare, ci siamo ritrovati in un punto di incantevole bellezza,  all’interno di pozze d’acqua fredda stupende in cui immergersi dopo la traversata, all’altezza del Ponte del Mulino, un ponticello stretto, corto, formato da rocce posizionate in modo da formare un arco, che sembra in perenne bilico e che invece è parte costituente da sempre di quello scenario,incorniciato in alto da una flora ricchissima fatta di faggi, castagni e un fitto sottobosco.

Il Ponte del Mulino
Il Ponte del Mulino

Dopo aver mangiato lungo le sponde del fiume, trovato ristoro in acqua, aver conosciuto altri esploratori con cui scambiare itinerari e impressioni sui dintorni, aver assistito ai tuffi dal ponte, scattato diverse foto ricordo, decidiamo di risalire partendo dal Ponte del Mulino tramite un sentiero, in parte privo di protezioni, lungo il monte Cigno, seguendo il sentiero in direzione inversa rispetto a quella descritta in prima istanza, strada che ci riporta esattamente al punto di partenza, la scalinata sull’asfalto lasciato alle nostre spalle la mattina, di cui quasi avevamo dimenticato l’esistenza, dopo tante ore avvolti nell’abbraccio di tutti gli elementi primordiali del mondo naturale che ci hanno ricordato la nostra vera essenza, il nostro posto nel mondo e il valore inestimabile di questo tipo di passeggiate.

Immagine copertina

Viaggio nel tempo nella città di Venafro

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Non sembra un sabato qualunque un sabato molisano!

Primo agosto: caldo torrido, prime partenze verso località marine, incertezza sul traffico stradale… ma niente ferma l’impavida ricerca dei borghi perduti dei Borgonauti, che questa volta hanno deciso di approdare in terra molisana.

In realtà in questa terra di mezzo, imparentate entrambe con i Sanniti, Molise e Campania condividono tradizioni di lingua e cultura e da sempre si scambiano doni. Ricordiamo ad esempio quello del 1863 quando Venafro dalla passata provincia Terra di Lavoro viene annessa all’attuale Molise e ne diventa la sua porta.

Ma Venafro a sua volta, generosa da tempi ben più antichi, dona il fiume San Bartolomeo, con le sue acque sorgive nel pieno centro della città, al possente Volturno. Due terre quindi, dove le acque si confondono e non esistono confini! Queste acque le si incrocia appena si entra nel centro cittadino, accolti dalla Palazzina Liberty -nonché dalle simpatiche oche- oggi centro di mostre e conferenze, nel secolo scorso centrale idroelettrica e molto prima ancora sede del “Mulino della Corte”.

L’incantevole scenario della Palazzina che si affaccia sul laghetto preannuncia che Venafro abbia tanto da vedere e che ogni angolo riserva delle meraviglie!

Palazzina Liberty
Palazzina Liberty
Le simpatiche oche
Le simpatiche oche

GENESI DI VENAFRO

Non è facile stabilire quando e dove sia sorto il primo insediamento venafrano; probabilmente il territorio fu abitato fin dalla Preistoria perché sono stati rinvenuti alcuni arnesi in bronzo e resti umani nella Piana di Venafro. Tuttavia nella tortuosa e lunga linea del tempo, la nascita di Venafro è ancora incerta, i primi tasselli della sua storia sono ancora gelosamente custoditi sotto il suolo, magari all’ombra di un ulivo o forse trasportati dal Volturno…

Per orientarci, allora in questo tempo infinito, ci siamo fatti guidare dai due musei della città: il Museo Archeologico e il Museo Nazionale di Castello Pandone

Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo archeologico con vista panoramica
Museo archeologico con vista panoramica

MUSEO ARCHEOLOGICO

La sede del museo ci dice molto sulla sua vecchia destinazione; si tratta infatti dell’ex convento di Santa Chiara costruito nel XVII secolo e che ospitava le suore dell’ordine delle clarisse. Il percorso museale racconta circa mille anni della storia della città: dalle necropoli della società sannita, passando per la Venafrum romana fino a raggiungere la spiritualità del Medioevo.

Di esemplare bellezza è la statua di Venere (momentaneamente in prestito presso il museo di Forlì), che sembra aver compiuto il suo bagno rituale. La statua dalle morbide curve è probabilmente una decorazione di fontana appartenente ad una domus di prestigio, perfettamente conservata e davvero bellissima.

Si trovano inoltre reperti provenienti dall’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno, salvati dall’attacco dei Saraceni nell’881. Grazie a questi reperti è stato possibile non solo riconoscere l’importanza religiosa, economica e culturale di questa cittadella monastica ma anche ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei monaci durante il Medioevo. La visita infine non può terminare senza aver ammirato i celebri scacchi di Venafro, i più antichi d’Europa…una vera chicca!

Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Scacchi di Venafro
Scacchi di Venafro

Le esposizioni all’interno delle sale del museo archeologico ci hanno guidato fino al Medioevo ma siamo ancora a metà strada! Colpa di questo ritardo le continue pause dei Borgonauti per scattare la foto ricordo perfetta; per rimanere incantati dalla vista delle montagne che circondano l’intero complesso; per lasciarsi estasiare dal suono delle campane che in perfetta sincronia riecheggiano da tutti i campanili della città; per fotografare la chiesa di San Francesco, ben visibile dalle finestre dell’ex convento nel vano tentativo di rimuovere le macchine in sosta dall’obiettivo fotografico.

Prima di lasciare il museo, ci siamo concessi ancora un po’ di tempo per chiacchierare con la signora Lina, addetta alla vendita dei biglietti, tramite la quale scopriamo che in Molise per la carenza di personale molte bellezze del territorio restano chiuse. I turisti quindi, o si affidano alle aperture straordinarie dei siti oppure… non si ha scelta e si va via con grande rammarico. Ma esiste una terza alternativa, l’opzione Borgonauti: mettersi in contatto con i volontari del posto che noi chiamiamo “angeli”. Convinciamo quindi la signora Lina a fornirci il numero di un “angelo” di Venafro, il signor Nicandro, carabiniere in pensione, e concordiamo un appuntamento per visitare la Chiesa dell’Annunziata.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro

MUSEO NAZIONALE DI CASTELLO PANDONE

Quindi dove eravamo rimasti? Continuiamo il nostro viaggio nel tempo nelle stanze del castello le cui prime pietre sono opera prima dei Sanniti e poi dei Longobardi. Tali primordiali fortificazioni vengono poi plasmate dai Normanni, Angioini e Aragonesi; insomma nelle mani delle dinastie che hanno stabilito le sorti del Sud Italia per molti secoli. Ma il periodo che sicuramente ha lasciato al castello un aspetto unico e inconfondibile risale al 1443 quando passa alla custodia della famiglia Pandone.

In particolare Enrico Pandone, conte di Venafro, convertì la fortezza in una residenza signorile e negli anni fece affrescare gli ambienti del piano nobile con un ciclo di raffigurazioni (a grandezza naturale) interamente dedicate ai suoi cavalli che egli stesso allevava con tanta dedizione nelle scuderie del castello; una testimonianza della passione che il conte venafrano nutriva per questi nobili animali. Se oggi Enrico fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe commissionato delle stampe digitali per i suoi cavalli ma per fortuna è vissuto mezzo millennio fa e ci ha lasciato degli affreschi il cui valore artistico è grande!

Al secondo piano, l’itinerario continua con l’esposizione di affreschi, sculture, tele e disegni che documentano l’arte dal Medioevo al Barocco nonché testimonianze pittoriche e fotografiche fino a giungere al XX secolo. Tra queste opere, di rara bellezza è il polittico di alabastro proveniente dalla Chiesa dell’Annunziata di Venafro.

Un cavallo Pandone
Un cavallo Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Polittico di alabastro
Polittico di alabastro

Ovviamente anche qui non è mancata la chiacchierata con la guida del museo, una gentile signora di Caserta adottata con amore dalla città di Venafro e gli immancabili scatti dal terrazzo del castello dove si può ammirare un panorama unico.

Vista panorama dal Castello Pandone
Vista panorama dal Castello Pandone
Castello Pandone
Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone

CHIESA DELL’ANNUNZIATA

Venafro è anche conosciuta come la Città delle 33 chiese per il gran numero di edifici religiosi tra cui si distingue la Chiesa dell’Annunziata, uno degli esemplari più belli di architettura barocca del Molise. Abbiamo avuto la fortuna di vederla all’interno grazie alla devozione del signor Nicandro per la sua città di cui porta il nome di uno dei suoi Santi patroni ovvero San Nicandro e Santa Daria sua sposa e San Marciano.

Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro
Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro

La fama di questa chiesa è pianamente comprovata; l’interno è contraddistinto da un’unica immensa navata e appena si entra si rimane incantati di fronte ad un bianco così brillante spezzato dalla vivacità degli affreschi eseguiti da abili pittori, dei quali alcuni furono allievi del Vanvitelli.

Gli affreschi che più degli altri attirano l’attenzione appartengono al ciclo dedicato alla Madonna. Di tale ciclo il signor Nicandro ci fa notare un unicum nelle rappresentazioni pittoriche all’interno delle chiese: due natività poste una di fronte l’altra sull’abside del complesso ed in particolare, si tratta della maternità di Sant’Anna e quella della Vergine Maria.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa chiesa meravigliosa, ma il rischio di diffondere imprecisioni è alto, quindi meglio limitarsi ai ricordi più nitidi.

Chiesa dell'Annunziata
Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Signor Nicandro e Borgonauti
Signor Nicandro e Borgonauti
Maternità di Sant'Anna
Maternità di Sant'Anna
Maternità della Vergine Maria
Maternità della Vergine Maria

ULTIMI SGUARDI ALLA CITTA’ DI VENAFRO

Probabilmente l’attenzione dei lettori sta per esaurirsi, così come il tempo avuto a disposizione per visitare le altre (ma non ultime) bellezze di Venafro…quindi niente paura perché il resoconto della passeggiata sta per terminare.

L’ora del tramonto si avvicinava e nuvole nerissime provenienti dalle montagne presagivano un terribile temporale estivo, tuttavia decidemmo di fare una visita fugace al Verlasce e lunga la via di casa raggiungere con la macchina il Parco Regionale dell’olivo. 

Il Verlasce, unico in Italia insieme al Parlascio di Lucca, (ahimè meno noto della piazza toscana, sede di eventi e manifestazioni) era in origine un anfiteatro romano e ciò è bene visibile dalla conservazione della pianta ellittica. Successivamente l’impianto romano subì delle sovrapposizioni medievali, infatti il complesso fu adattato al contesto rurale e con la realizzazione di piani sovrapposti trasformato in abitazioni. Si tratta di un monumento davvero particolarissimo dal punto di vista artistico e architettonico ma che allo stesso tempo testimonia un passato di cui oggi restano solo le sterili pietre. Queste antiche case medievali infatti sembrano abbracciarsi e richiamano un senso di comunità oggi diventato raro.

Verlasce
Verlasce
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco

Il temporale era ormai imminente, le nuvole sul punto di scoppiare ma non rinunciamo all’ultima tappa. Percorriamo la strada alle spalle della Concattedrale e raggiungiamo il Parco dell’olivo; velocemente scattiamo qualche foto nel tentativo di immortalare la serenità degli olivi secolari, la pace di un luogo tanto mistico. Come ladri in fuga rubiamo le ultime essenze di Venafro e poi scappiamo con la consapevolezza di ritornare e con le prove per smentire che il Molise non esista!

Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
La quiete prima della tempesta
La quiete prima della tempesta
Ulivi secolari
Ulivi secolari
Nuvoloni in arrivo
Nuvoloni in arrivo

Il magico borgo di Erice

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A spasso per le strade del paese

Il borgo medievale di Erice sorge arroccato sul monte omonimo, situato sulla costa occidentale della Sicilia, dove sovrasta con il suo sguardo paladino la città di Trapani ed il mare in cui si specchia la sua ombra. I panorami che si offrono al visitatore sono molteplici e aprono la vista da un lato alle saline di Trapani, dall’altro alle Egadi e più a nord ancora a Marsala. Passeggiare per le strade ericine è come andare a spasso nel tempo, catapultati in un’epoca medievale dal sapore moderno. 

Le arancine ericine

Si, perché mentre si è intenti a passeggiare per le sue stradine ripide ed acciottolate, l’attenzione per l’antico viene rubata dall’invitante profumo delle arancine che proviene dai piccoli locali tipici. Ma quello delle arancine non è l’unico profumo che caratterizza il borgo siculo; Erice è anche il profumo delle ‘Genovesi’, del cuoio delle botteghe artigiane, delle porcellane lavorate a mano. Passeggiare per i suoi vicoli è un’esperienza mistica e sensoriale, che schiude davanti ai nostri occhi orizzonti aperti che riportano alla mente l’antica e ricca Erice, quella a cui i Segestani chiesero in prestito le coppe d’oro per fare bella figura con gli inviati ateniesi.

La torre campanaria
Il Real Duomo

Tra mito e storia

Tra una strada acciottolata ed un arancino è facile perdersi nella storia e nel mito che avvolge questo magico borgo. Le origini di Erice risalgono probabilmente ai Sicani e, da sempre, sono indissolubilmente legate al culto della dea Venere: prima ancora che fosse dedicato dai Fenici ad Astarte, quello che fu il “thémenos“, il santuario di Afrodite, il tempio di Venere Ericina, era già il luogo della dea dell’amore. Un luogo che avrebbe attirato su questa vetta popolazioni da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime ‘Ierodule’, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di voluttà, crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento a “i doni fatti alla Dea, anfore, coppe e ricche masserizie…” dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d’oro dedicato ad Afrodite. 

I vicoli acciottolati
Il tramonto su Trapani
Panorama dalle strade ericine

In ogni caso, è chiaro che un luogo come Erice, in una posizione geografica del tutto privilegiata per l’ampissima visuale, oltretutto fortificato e protetto efficacemente, dovesse assumere il potere che l’interesse dei popoli che si succedettero attribuirono al santuario-fortezza. Tucidide riporta anche che la città fu fondata dagli esuli Troiani, che scappando nel Mediterraneo trovarono lì il posto ideale in cui insediarsi e che i Troiani uniti alle popolazioni autoctone avrebbero dato vita al popolo degli Elimini. Contesa, poi tra i Siracusani ed i Cartaginesi, fu conquistata dai Romani nel 244 a.C. Secondo altre testimonianze durante la prima guerra punica, il generale cartaginese Amilcare Barca ne dispose la fortificazione e qui fece trasferire parte degli Ericini per la fondazione dell’odierna Trapani. Erice fu anche dominata dagli Arabi e dagli Spagnoli. Nel XII secolo, fu conquistata dai Normanni e ribattezzata da Ruggero d’Altavilla come Monte San Giuliano. Raggiunse il suo massimo splendore durante la guerra del Vespro, divenendo di fatto la rocca da cui scaturivano le azioni belliche di Federico d’Aragona, re di Sicilia. Durante la dominazione spagnola, invece, fu percorsa da numerosi e feroci tumulti. Certo è, che la ricchezza di alcune famiglie ericine, attraverso la costruzione di maestosi palazzi, ha donato lustro e splendore alla città.

Piazza Madrice, il Real Duomo e la Torre

A spasso per la città

Per raggiungere il borgo antico di Erice si può usufruire della funivia che permette di raggiungere la vetta del monte in dieci minuti, godendo di uno splendido panorama su Trapani e sulle isole Egadi.  Usciti dalla funivia si passa per un viale alberato, per arrivare, attraverso una delle porte della città,  al cuore del borgo antico: piazza Madrice. Proprio qui sorge il maestoso duomo di Erice, un vero gioiello in stile gotico, con la sua isolata torre campana, usata come torre vedetta durante le guerre del Vespro. Il duomo mantenne per secoli il suo aspetto originario, fino ai restauri iniziati nel 1853, dopo alcuni crolli, che si trasformarono in un vero e proprio rifacimento, durato fino al 1865, in stile neogotico ottocentesco. Custodisce in un piccolo museo il cosiddetto “tesoro di Erice”, con oreficeria, argenti, monili, parati, alabastri. Un altro incredibile e straordinario ponte col passato che Erice ancora conserva è il Castello Normanno, o Castello di Venere, che sorge sulle rovine del santuario a cui in epoca romana si sovrappose un tempio in onore della Venus Erycina. Qui, secondo il mito, risiedevano le sacerdotesse che praticavano l’arte della prostituzione sacra con i pellegrini che si recavano sul monte per omaggiare la dea. 

I resti di quella struttura oggi corrispondono alla fortezza che i Normanni eressero nel 1100 recuperando i materiali lapidei preesistenti. Il castello servì, successivamente, come carcere e nel XVI secolo fu presidio militare spagnolo. Il passaggio nelle mani del Comune avvenne con la riforma borbonica tra il 1818 e 1819.

La funivia

Cosa mangiare ad Erice

Non si può, infine, lasciare Erice senza aver assaggiato le sue gustosissime e prelibate specialità, da quelle dolci, come le ‘Genovesi’, sfiziosi dolcetti di pasta frolla ripieni di crema, a quelle salate, come le arancine e il pane cunzato, pane di grano duro cotto a legna con pomodori, pecorino, olio, acciughe.

La vista su Trapani
Balli tradizionali in piazza Madrice

Caiazzo: il borgo delle ricchezze storico-artistiche da scoprire

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I Borgonauti, sempre impegnati nella scoperta delle bellezze locali, hanno dedicato nel mese di maggio una tappa ad una città che, grazie alla sua posizione elevata, offre paesaggi a cui nessun occhio umano può restare indifferente: Caiazzo. Posta nella Media Valle del Volturno, il borgo è maestosamente circondato dalle variegate colture nelle aree pianeggianti, rese fertili dall’abbondanza di corsi d’acqua, a cui fanno da contrasto, alle quote più elevate, le formazioni boschive di rovere e leccio. I colori dei monti e delle vallate, intensi come pennellate, creano uno scenario idilliaco, che rievoca le leggendarie origini del luogo: principio di tutto fu l’amore passionale e contrastato tra il dio Volturno e la ninfa Calatio, figlia di Tifata, la quale per sfuggire all’ira e alla disapprovazione del padre trovò riparo in questo splendido territorio e vi fondò una città: Caiatia.  

Il borgo caiatino

Se il paesaggio sembra un evanescente omaggio alla radice mitologia del borgo, il centro abitato invece incarna l’essenza di una lunga storia, in cui ogni popolo dominatore ha contribuito all’evoluzione della sua ricca bellezza: Caiazzo, fondata secondo le fonti storiche più accreditate dagli Osci tra il IX e l’VIII secolo a.C., come confermano alcuni tratti delle mura pelasgiche, visse dapprima una fase di influenza etrusca e poi sannitica, svolgendo un ruolo di supporto nelle relazioni commerciali. Successivamente la città rientrò sotto il dominio di Roma, attraversando un periodo particolarmente florido sia dal punto di vista culturale che architettonico, testimoniato anche da alcune lapidi onorarie rinvenute nelle vicinanze del sito, che riportano il nome della casata imperiale Giulia. È proprio in questa fase che Caiazzo trasformò il proprio volto, assumendo l’assetto urbanistico di una città vera e propria. La crescita dell’antica Caiatia da quel momento in poi si arricchì dell’intervento successivo dei Longobardi, che nel X secolo elevarono l’abitato a Contea, edificando uno degli emblemi della città: il castello. In epoca medievale il dominio del luogo passò ai Normanni e Rainulfo II di Drengot ne divenne il signore. Fu poi la volta degli Svevi, nel XIII secolo, con Federico II, che decise di fondarvi una delle tre Corti dei Conti del Regno. In seguito Caiazzo fu scelto come luogo di caccia da Carlo e Ferdinando IV di Borbone.

I borgonauti alla scoperta del borgo e dei suoi paesaggi.

Passeggiando nel cuore del borgo, di questo passato pieno di forti mutamenti se ne riscontrano testimonianze in ogni pietra levigata, in ogni arcata, in ogni stradina accarezzata dal tempo. Si scoprono così le mura megalitiche, i vicoli medioevali, le chiese rinascimentali e barocche, come la Basilica di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo, e i palazzi catalani del XV secolo con i bellissimi portali. Alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il simbolo storico-artistico del luogo: Il castello longobardo di Caiazzo. Situato sull’Arce romana, esso fu realizzato per volontà del secondo conte di Capua, il longobardo Landone Matico. Divenuto col tempo di proprietà privata, la struttura conserva poche tracce della fisionomia originaria, essendo stato radicalmente modificato nel XIX secolo. Infatti, oggi l’edificio presenta numerosi ampliamenti, risultato dell’accostamento di più corpi così distinti: residenza nobile, cappella, ambienti di servizio e torre. Nei suoi pressi si possono però ancora scorgere delle mura poligonali sannite, risalenti al IV secolo a.C. Diversi personaggi illustri hanno dimorato in questa splendida roccaforte, come il poeta Torquato Tasso, l’imperatore Federico II e Pier Della Vigna, menzionato da Dante Alighieri nell’Inferno, e sotto il regno di Alfonso I d’Aragona ospitò la favorita del re: Lucrezia d’Alagno. Nel territorio tra Monte Santa Croce del comune di Piana di Monte Verna e il centro urbano di Caiazzo, si trova una collinetta conosciuta come «Castello delle Femmine». Sulla sommità si trovano i resti di un piccolo insediamento fortificato medievale, già segnalato come castrum feminarum in una pergamena del 1119 ed in un elenco di decime del 1326-1327, in cui, secondo un’antica leggenda, si preparavano giovani donne a diventare cortigiane a servizio dei feudatari del luogo.

La bellezza dei vicoli di Caiazzo.
Basilica Concattedrale di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo.
Vista dal basso del Castello Longobardo

Pro Loco Caiazzo “Nino Marcuccio” e il Palazzo Savastano

Grazie all’Associazione di promozione sociale PRO LOCO CAIAZZO, inserita nel registro nazionale come affiliata UNPLI e dedita alla valorizzazione e promozione del territorio, è stato possibile recarsi al meraviglioso Palazzo Savastano. La visita è stata accompagnata da una spiegazione accurata, offertaci da Annarita, la quale ha saputo alimentare il nostro interesse per i dettagli dell’imponente struttura, descrivendo le caratteristiche artistiche del palazzo e la sua storia. L’edificio attuale è il risultato di una serie di modifiche delle strutture preesistenti, realizzate nel corso del XVII secolo, probabilmente ad opera della famiglia Fortebraccio. Il palazzo, attualmente di proprietà della famiglia Savastano, presenta una facciata tardobarocca, ed è composto al piano nobile da sette aperture, ornate da busti allegorici in terracotta, che rappresentano i giorni della settimana. Il maestoso portone è contornato da locali che servivano nel passato da botteghe. Altrettanto interessante è il cortile interno con le sontuose scale a forbice, che permette di accedere ai piani superiori. Frontalmente, è presente lo stemma della famiglia De Pertis, formato da due stucchi di leoni rampanti. Una volta superata la prima rampa di scale, è possibile ammirare due affreschi, di origine ottocentesca, che riproducono paesaggi all’alba e al tramonto. Il piano nobile raggruppa invece diverse sale, tra cui emerge la bellezza del salone centrale, il solo ad essersi interamente salvato dal disastroso incendio, che colpì la struttura durante la seconda guerra mondiale. Ogni stanza del palazzo sfoggia un arredamento ricco, riconducibile a varie epoche, come i raffinati pavimenti settecenteschi, gli imponenti stucchi e affreschi ornamentali e i preziosi lampadari.

Palazzo Savastano
Lo stemma della famiglia De Pertis.

A conclusione di questa tappa borgonautica, si è radicato nel profondo dei nostri animi l’entusiasmo per le meraviglie paesaggistiche e artistiche del territorio caiatino. Questa stessa sorpresa rende inevitabile la riflessione sulla necessità di dare la giusta luce ad opere di importanza storica e bellezza artistica, cadute nell’oblio o nella morsa della privatizzazione. In tal senso, il lavoro della pro loco, come è da esempio quella caiatina “Nino Marcuccio”, fa sì che le testimonianze del nostro passato siano valorizzate e ricordate, rendendole accessibili al pubblico. Consci di ciò, ci si accorgerà che ogni borgo ha voglia di condividere la sua storia e, per quanto complessa e travagliata sia stata, è dovere dell’uomo lottare affinché esso ottenga il diritto di raccontarla. L’auspicio, che ogni borgonauta può rivolgere ai visitatori di borghi, è di osservare queste antiche città con il fervore della ricerca e della scoperta, poiché solo così sarà possibile ricomporre i frammenti delle nostre radici.  

 

                                                                                                                 Marica Fiorito

Piana di Monteverna e i suoi angoli nascosti

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Nonostante il Covid-19 e le premesse che non erano delle migliori, visto che dopo un po’ di tentativi di organizzare una passeggiata nei borghi che avevamo calendarizzato ci ritrovavamo di fronte a strutture non ancora pronte per l’apertura al pubblico, decidemmo di andare nella valle caiatina, a Piana di Monteverna, prima chiamata Piana di Caiazzo.

Scelta condizionata soprattutto dal cordialissimo Antony, membro della proloco di Piana. Sì proprio lui, con il suo modo naturale di coinvolgere le persone, ci spinse a scoprire il piccolo borgo ai piedi del monte Verna.

Arrivati, parcheggiammo a piazza Municipio e ci incamminammo verso il centro.

Percorrendo la piccola stradina in discesa che porta al centro del paese siamo subito, tutti, catturati da una piccola chiesetta.

È la chiesa della Madonna delle Grazie, la cui prima edificazione risulta antecedente al al XII secolo, poi è stata riedificata agli inizi del 1600, nota anche come chiesa di Santo Angiolillo. Nella chiesa è presente una grotta naturale, dove è collocata una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes.

Chiesa della Madonna delle Grazie
Chiesa della Madonna delle Grazie

Svoltammo poi per il centro, in fondo alla strada, posta in rilievo rispetto al piano stradale, si vede la chiesa dello Spirito Santo, una chiesa nata intorno al 1600.

La chiesa affaccia sulla piazza del paese, Piazza XXI Maggio, che offe un bellissimo panorama immerso nel verde, che dona tranquillità e spensieratezza.

Chiesa dello Spirito Santo - Foto di Andrea Buondonno

Da qui, poi, raggiungemmo Antony nella sua splendida bottega di fiori. Come già ci aveva accennato erano ancora tante le restrizioni da rispettare, ma nonostante ciò riuscì ad organizzare una visita alla chiesa di Santa Maria a Marciano. Prima però ci consiglio di visitare Villa Santa Croce.

Villa Santa Croce

Accogliemmo, ovviamente, i suoi consigli e tra una chiacchiera e mille risate l’ora di pranzo era giunta. Così dopo il nostro ordinario pranzo a sacco ci spingemmo per le viuzze del borgo, che sorge sul monte Santa Croce, una delle punte della catena dei Monti Trebulani.

 

Arrivammo alla Piazzetta delle chiacchiere, ad accoglierci uno splendido belvedere, inutile descriverne la bellezza e le sensazioni che regala! Un tuffo nel verde, nella natura incontaminata. Non riuscivamo a non immortalare quel panorama.

Piazzetta delle chiacchiere
Il panorama

Tra il silenzio del posto incontriamo una coppia del posto, il silenzio rotto dalle nostre voci li stranisce, perché ormai quel luogo vive nel silenzio, perché, come loro stessi raccontano ogni iniziativa ad esso legata sta svanendo, insieme alle sue tradizioni.

Le origini di villa Santa Croce  non sono ben chiare, se ne hanno le prime notizie intorno al 1400, se ne trova, infatti, traccia in una pergamena del 1436 nella quale si parla di un certo Giovanni de Adenulfo di Villa S.Croce. Dall’anno 1700 si ha certezza della vita cittadina di Piana.

Salendo verso il cimitero, tra la natura e il silenzio spicca una doppia cinta di mura ciclopiche, sono i resti del monastero, La Badia Benedettina del monte Santa Croce, che in base alle varie ricostruzioni sarebbe stata fatta edificare dal Conte Landolfo tra il 979 e il 981.

Chiesa di Santa Maria a Marciano</