Tra cedri e castagni alla corte dei Montecuccoli

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Quella di Pavullo nel Frignano è un’esperienza del tutto singolare, non più visita pomeridiana e domenicale in terra natia, ma lunga permanenza in luoghi lontani da casa. Quello di Pavullo nel Frignano è un viaggio sui generis, poiché le passeggiate sull’ Appennino modenese e i pomeriggi immersi nella storia sono privi della insostituibile compagnia dei miei amici di viaggio.

Ad ogni modo, vi chiedo di immaginarci tutti insieme a raccontarvi questo splendido posto: del resto, la maniera migliore per scoprire un luogo è farne esperienza con i propri inseparabili compagni.

Completamente immerso tra le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, a quasi 700 metri sul livello del mare, Pavullo nel Frignano è forse il borgo montano più caratteristico della provincia di Modena; popolato da poco più di 17000 abitanti, è oggi la sede amministrativa dell’ “Unione dei comuni del Frignano” che comprende altri 9 centri: Fanano, Fiumalbo, Lama Mocogno, Montecreto, Pievepelago, Polinago, Riolunato, Serramazzoni, Sestola. La zona del Frignano, dominata dal monte Cimone, è una regione storico-geografica che si estende approssimativamente nei territori appenninici compresi tra il fiume Secchia e il Panaro.

L 'Appennino modenese

Anche questa volta, sapendo che certi toponimi parlano e svelano tanto della storia di un luogo, è stato inevitabile ricercare le radici linguistiche che hanno dato origine al nome “Pavullo nel Frignano”. Questo caratteristico borgo montano si trova esattamente al centro dell’area geografica del Frignano, in una posizione così strategica da costituirsi tappa obbligatoria sulle antiche tratte commerciali Modena- Pistoia e Modena- Lucca ; ma da dove deriva la parola “Frignano”? Gli storici non hanno dubbi: “Frignano” deriverebbe dal nome dell’antica popolazione che abitava la vasta area appenninica, i cosiddetti “Friniates”, i Liguri Friniati. Tuttavia, l’imminente conquista romana modificò significativamente l’aspetto del luogo, la cultura e l’organizzazione amministrativa: in epoca romana, il Frignano divenne una “prefaectura” di Mutina, l’attuale Modena. Centro geografico ed amministrativo della zona, il borgo ha attirato a sé il nome Frignano, ma Pavullo da cosa deriva? Molto probabilmente, “Pavòll” (in dialetto) discende dalla parola “palus”, ovvero “palude” a ricordare l’antica natura paludosa del territorio.

Il castello di Montecuccolo
Il conte Raimondo Montecuccoli

Come è facile intuire dal breve excursus etimologico, Pavullo nel Frignano possiede una storia antica, crocevia di popoli tra loro molto diversi: nonostante la lunga permanenza romana, i segni più tangibili dello scorrere dei secoli testimoniano soprattutto il periodo medievale. È proprio al XII secolo, infatti, che si fa risalire la costruzione del Castello di Montecuccolo, probabilmente fino al XV secolo centro del potere politico dell’intera area. Il castello sorge nella piccola frazione di Montecuccolo e , insieme al suo borgo, è da considerarsi una delle perle storiche meglio conservate della zona. Costruito nel 1019, il castello apparteneva alla nobile famiglia dei Montecuccoli, feudatari e dominatori del posto: tra questi spicca la personalità del conte Raimondo Montecuccoli, nato proprio nel castello di famiglia, valoroso uomo di guerra al quale il comune di Pavullo ha intitolato la sua scuola media.

Chiesa di San Lorenzo Martire

Il castello domina una piccola piazza su cui si affaccia la Chiesa di San Lorenzo Martire, edificata nel 1454: l’edificio è ad aula unica con due cappelle laterali simmetriche e una facciata comprensiva di campanile a vela. L’intero complesso è costruito con la pietra del posto.

Sia il castello che la chiesa sembrano essere fermi in un passato glorioso, quello di un medioevo cristiano ed eroico. Alla suggestione storica non manca l’accostarsi di quell’aura di pace e conciliazione che solo la natura a grandi altitudini sa dare: l’area del Frignano e con essa il suo centro, Pavullo, godono di una vegetazione ancora in larga parte incontaminata, di passi e sentieri immersi tra alberi di castagno.

A primo impatto sembra di trovarsi in un tipico borgo di montagna, benché si tratti di un centro modestamente abitato. Ebbene, Pavullo è ricca di storia e qui la storia è passata da Via Giardini, il centro della città, dei negozi e del passeggio: è su questa strada che si affaccia la Chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Secondo alcune fonti storiche, l’edificio nasce da una piccola cappella del preesistente ospedale di San Lazzaro, a sua volta costruito per ospitare dapprima i pellegrini per poi diventare un lebbrosario. In seno a questo edificio, dunque, sorge l’attuale chiesa parrocchiale di Pavullo: tuttavia, l’edificio comincia a svolgere a pieno le sue funzioni solo a partire dal 1690. La chiesa aveva probabilmente l’aspetto tipico delle costruzioni tardo-barocche, ma oggi non ne abbiamo più tracce: purtroppo, la notte del 22 aprile 1945 i tedeschi distrussero l’edificio durante la loro ritirata. Grazie alla devozione e alla laboriosità del popolo pavullese, la chiesa fu ricostruita  secondo uno stile che si ispira all’antico romanico, ma i lavori terminarono soltanto nel 1960. L ’interno ad unica navata è arricchito dalle opere di artisti locali e da testimonianze vetuste, tra le quali un antico crocifisso risalente all’epoca della chiesa antecedente.

Il Palazzo ducale

Proseguendo su via Giardini, si  raggiunge il palazzo ducale. Risalente al XIX secolo, l’edificio fu voluto dal duca di Modena e Reggio Francesco IV d’Este poiché Pavullo rappresentava l’area montana più facilmente raggiungibile da Modena. Utilizzato come residenza estiva austro-estense fino all’Unità d’Italia, oggi il palazzo ducale è sede di alcuni uffici del comune e della biblioteca e ospita mostre ed eventi nelle sue sale. Risalendo un sentiero sul retro dell’edificio, è poi possibile visitare il parco ducale, polmone verde cittadino e suggestiva passeggiata a ridosso del centro. Il giardino ospita la tipica vegetazione appenninica:   querce, boschi di aghifoglie, di latifoglie, aceri, frassini e cerri.

Fontana del parco ducale
Sentiero del parco ducale

Tuttavia, l’attenzione del visitatore è subito attirata da un maestoso albero, il “Pinone”, così affettuosamente definito dai pavullesi. Si tratta di un cedro del Libano alto 38 metri che da oltre due secoli è uno dei simboli della città, ma anche testimonianza di patriottismo. Difatti, gli abitanti del posto raccontano che nel 1943 i tedeschi tentarono di abbattere il maestoso cedro cittadino per farne legna da ardere: la ferrea opposizione dell’intera comunità e del parroco della chiesa cittadina destò i tedeschi dal loro intento, salvando la vita ad un amico verde bicentenario, per i pavullesi quasi un membro della propria famiglia;

una famiglia proprio come quella dei Borgonauti ai quali dedico l’inaspettata scoperta di questo luogo, sperando di poterlo presto visitare, questa volta insieme, in un soleggiato pomeriggio domenicale.

                                                                                                                                                                                                                       Delia Brusciano

il "Pinone" simbolo di Pavullo

Gaeta: la città dai mille piaceri

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La storia

Gaeta è una splendida città adagiata sul mare e dalle origini antichissime, tanto che la sua storia si fonde col mito. L’etimologia del nome, secondo Strabone, deriva dal termine greco “καϊέτα” (caieta), cioè ogni cosa ‘cava’, con riferimento al golfo. Secondo Virgilio, invece, Caieta sarebbe stata la nutrice di Enea, sepolta da lui in questo sito durante il suo viaggio verso le coste laziali.

Certo è che le prime notizie di questa città risalgono all’epoca dei Romani, ai quali fu favorito l’accesso dalla costruzione della via Flacca; essi l’apprezzarono così tanto da costruirvi  ville fastose, monumenti e mausolei, tra cui quello dedicato a Lucio Munazio Planco, generale di Giulio Cesare.

Castello di Gaeta
Tempio di San Francesco

In epoca medievale la città, grazie alla sua posizione arroccata su una penisola alta e rocciosa che ne permetteva una facile difendibilità (soprattutto dagli attacchi dei Barbari e dei Saraceni), fu circondata da mura e divenne un vero e proprio castrum.

Intorno al X secolo, liberata dai Saraceni, si costituì in un ducato autonomo, con una propria forza militare, propri statuti ed una propria moneta (il follaro), che permise alla città di sviluppare intensi traffici marittimi nel Mediterraneo ed essere considerata la quinta Repubblica Marinara.

Un altro periodo critico per la città fu il 110 d.C. quando la città fu contesa tra Federico II di Svevia e dal papato, poi divenne dominio di Angioini ed Aragonesi. Qui si nascose Papa Pio IX dopo la proclamazione della Repubblica Romana nel 1848 e fu al centro di uno degli scontri più importanti per la proclamazione dell’Unità di Italia che si concluse il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II di Borbone. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la posizione strategica di Gaeta fece sì che essa avesse un ruolo importante negli avvenimenti storici.

A spasso per i vicoli della città

Il nostro borgotour è iniziato da via dell’Indipendenza, da cui si snodano una serie di vicoletti, che sono probabilmente la parte più caratteristica della città. Entrando nel viottolo principale siamo stati catapultati in una dimensione completamente diversa da quella del resto della città: case sviluppate in altezza, balconcini pieni di piante, negozietti e altri particolari preziosi che si mimetizzano con la quotidianità di tutti i giorni.

Via dell'Indipendenza

Il vico 2 di via dell’Indipendenza in pochi metri raccoglie anni di storia e tradizioni: entrandovi è possibile notare subito l’anello per legare gli animali da soma; il mulo o la mula, infatti, erano fondamentali per l’economia rurale del paese, tanto da essere soggetti a tassazione patrimoniale. Sulla parete destra, invece, è possibile osservare un vecchio torchio, una pigiatrice ed una botte con i quali veniva fatto e conservato il vino.

Vico 2

Il vico 3 è dedicato al ‘sarto’, o meglio, ‘gliu cusutore’. All’ingresso del vicoletto, infatti, abbiamo trovato una macchina per cucire, alcuni attrezzi da sarto ed una targa che spiegava quanto fosse stata importante la loro attività artigiana durante tutta la storia di Gaeta: “tra i clienti del Borgo-cita la targa- c’erano anche i militari dei Presidio di Gaeta e negli ultimi anni quelli statunitensi che richiedevano adattamenti alle proprie divise”.

La parete della poesia e le panchine letterarie

Da via dell’Indipendenza siamo arrivati, poi, a Piazza Goliarda Sapienza, dove siamo rimasti incuriositi e sorpresi alla vista della ‘Parete della poesia’ realizzata dagli studenti dell’Istituto Enrico Fermi Gaeta ed AbbelliAmo Gaeta, nell’ambito del progetto nazionale “Cantieri di Narrazione Identitaria”. La parete è caratterizzata da maioliche con su riportate poesie su Gaeta scritte da autori locali ed internazionali che hanno visitato la bella città pontina, tra cui, Cicerone, D’Annunzio, Boccaccio, Cervantes e Mazzini. Ad abbellire ulteriormente Piazza Goliarda Sapienza ci sono le panchine letterarie ed un murales, che fa parte dello stesso percorso che abbiamo trovato per i vicoli di via Indipendenza e raffiguranti scene di vita quotidia

Visita al campanile del Duomo

La nostra seconda tappa è stata la visita al campanile del Duomo. Secondo quanto riportato su un atto notarile su pergamena, la storia del campanile comincia nel gennaio del 1148, anno in cui il monaco Pandolfo Palagrosio decide di donare alla Cattedrale un terreno per la realizzazione del campanile stesso. Da quel momento comincia la costruzione di questa struttura, alta 57 metri, conclusasi nel 1279.

La torre campanaria del duomo di Gaeta unisce caratteri romanici con elementi tardo romani, in simbiosi con architetture islamiche. Il campanile è caratterizzato da una pianta quadrangolare; la struttura si compone di un basamento con arco gotico, tre celle, ognuna arricchita da quattro bifore (una per lato), e da un torrino ottagonale, circondato da quattro torri circolari.

Il campanile del Duomo
Bifore del campanile
La scala del campanile del Duomo

Vi è una simbologia nascosta nelle forme del campanile. Difatti, la pianta quadrata del basamento fa riferimento ai quattro elementi della filosofia platonica (aria, acqua, terra, fuoco) che simboleggiano la natura umana; invece, la sommità del campanile, di forma ottagonale, se venisse proiettata all’infinito convergerebbe verso il cerchio, che simboleggia la perfezione, il divino. Il campanile, dunque, costituisce un asse che unisce terra e cielo, che avvicina l’uomo e le sue miserie terrene alla perfezione e al paradiso.

Il primo livello costruttivo è realizzato con blocchi calcarei provenienti da edifici antichi romani prelevati dall’intera rada di Gaeta. La scalea monumentale è arricchita da un arco gotico e presenta delle colonne incastrate negli angoli dei pilastri che lo sottendono: questa caratteristica richiama l’architettura degli edifici sacri islamici. 

Il campanile è caratterizzato da una dettagliata tessitura laterizia, che vede numerose decorazioni in diversi materiali, come pietre di diverse colorazioni, laterizi e, soprattutto nella parte sommitale della struttura, bacini ceramici smaltati di diversi colori, assieme a losanghe in cotto smaltate.

All’altezza della seconda delle tre celle che suddividono la struttura, sono visibili gli ingranaggi di uno degli orologi anticamente presenti sul campanile stesso, posti sia verso il mare (nord) che verso il borgo (est).

 

Una delle campane del campanile

Lungo il percorso guidato si riscontrano diverse campane, le quali, in passato, venivano collocate in prossimità degli unici punti di forza della struttura, ovvero le bifore. Difatti, prima del 1960-1, la struttura era sprovvista dei solai attualmente posti in corrispondenza dei marcapiani esterni e, per giungere sulla sommità, veniva adoperata una lunga scala di legno che correva tutt’intorno alla struttura, collocata in prossimità di tutti i punti che dovevano essere facilmente accessibili, ovvero vicino alle campane da suonare e agli orologi da ricaricare.

Il percorso termina nel torrino ottagonale che, come ricorda l’epigrafe ritrovata durante i lavori di restauro del vicino palazzo Cardinale De Vio, venne posto in opera e completato nel 1279 per volere del Vescovo di Gaeta Bartolomeo Maltacea. Il torrino è riccamente decorato con bacini ceramici: tuttavia, quelli posti in situ sono delle riproduzioni, mentre gli originali sono custoditi presso il Museo Diocesano di Gaeta.

Il Museo Diocesano

Visita al museo diocesano

Il museo diocesano risale al 1903 e nasce in seguito all’idea di raccogliere reperti dell’età classica e del periodo medievale rinvenuti sia a Gaeta che nel territorio vicino.
Negli anni successivi alla sua fondazione fu poi iniziata un’altra raccolta, che comprendeva anche dipinti, nella navata superstite del duomo duecentesco. I ritrovamenti depositati rappresentavano un consistente nucleo per l’inizio di una vera e propria pinacoteca e di un piccolo museo archeologico. Le opere pittoriche provenivano principalmente da edifici religiosi danneggiati durante l’ultima guerra. Negli anni Cinquanta del secolo scorso il progetto andò a conclusione con il Museo Diocesano, inaugurato sul pronao della Cattedrale il 4 novembre 1956.

I dipinti su tela e su tavola raccolti nella pinacoteca risalgono dal secolo XIII al primo decennio della seconda metà dell’Ottocento. Le opere, quasi tutte di soggetti religiosi, provengono dal Museo Diocesano del 1956, dalla Cattedrale e da altre chiese chiuse al culto. Nella pinacoteca sono esposte molte opere di cui sono noti gli artisti e, pertanto, rappresenta un giacimento di particolare valore, che permette un’attenta lettura dei corrispondenti periodi delle correnti artistiche in Campania. Delle opere in mostra il numero maggiore è rappresentato da quelle di Giovanni da Gaeta, artista che ha operato nella seconda metà del sec. XV. Altre opere appartengono, invece, ad artisti gaetani, quali Scipione Pulzone e Sebastiano Conca.

Il museo conserva anche lo Stendardo di Lepanto del pittore Girolamo Siciolante, raffigurante sui due lati il Crocifisso tra i santi Pietro e Paolo. Esso fu sventolato sulla nave ammiraglia della flotta pontificia, comandata da Don Giovanni d’Austria. La battaglia nelle acque di Lepanto portò alla sconfitta delle navi ottomane il 7 ottobre 1571. Il 4 novembre dello stesso anno fu lasciato dal figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’Austria, nel Duomo di Gaeta.

Curiosità:

Gaeta conserva la più antica testimonianza scritta della pizza nel mondo: basti pensare che il primo documento scritto nel quale è riportata la parola pizza è contenuto nel Codex Diplomaticus Caietanus dell’anno 997. Il Codex ratificava un baratto: il pagamento in natura dell’affitto di un mulino, proprio con “spatula de porco, lumbum, pulli” e pizza. Certo, una pizza bianca (il pomodoro sarebbe arrivato in Europa dopo la scoperta delle Americhe) ma pur sempre pizza. 

La locazione del mulino aveva effetto giuridico a condizione che “ogni anno nel giorno di Natale del Signore, voi e i vostri eredi dovrete corrispondere sia a noi che ai nostri successori, a titolo di pigione per il soprascritto episcopio e senza alcuna recriminazione, dodici pizze, una spalla di maiale e un rognone, e similmente dodici pizze e un paio di polli nel giorno della Santa Pasqua di Resurrezione”.

Cosa mangiare a Gaeta?

Trai i piatti tipici di Gaeta figura la Tiella, antica ricetta che un tempo, per pescatori e contadini, era un piatto unico: due sfoglie di pasta tirata a mano, ripiene di verdure o pesci a scelta, polpi, alici, cipolle, scarola o altri ingredienti tipici della dieta mediterranea. La Spagnoletta, caratteristico pomodoro dalla forma a spicchi e dal gusto intenso che profuma di mare. Le olive in salamoia, famose in tutto il mondo ed ancora le alici salate e le cozze del Golfo.

Ciò che vi ho presentato in questo articolo è solo un piccolo spicchio di Gaeta, una città  ricca di posti da scoprire e di storie da raccontare. Speriamo di tornarci presto per potervi parlare ancora di lei e di altre meravigliose scoperte.

Ilaria Pellino.

Gli itinerari di San Potito Sannitico

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Questa è la volta di San Potito Sannitico, nel parco nazionale del Matese.

Era una calda domenica di fine estate, alla scoperta di un nuovo borgo, ma soprattutto di nuove persone, che in fondo sono proprio loro a fare la differenza, rendendo le nostre passeggiate leggere e piacevoli.

Il borgo di San Potito Sannitico sorge alle pendici del Matese, di qui è inutile spiegare l’elevata valenza naturalistica del luogo, che cattura l’attenzione già lungo la strada percorsa per raggiungerlo.

Il bellissimo borgo ultra millenario di San Potito Sannitico offre ai turisti tre itinerari, che percorrendo le strade del paese sono perfettamente collegati l’uno all’altro: Acqua – Storia – Natura.

Sono i tre elementi che caratterizzano San Potito, elementi che si lasciano vivere ed assaporare passeggiando per il paese.

Acqua

L’acqua, è uno degli elementi essenziali che caratterizza le singole stradine e le piazze del paese, con le sue fontane, abbeveratoi e i caratteristici lavatoi, che definiscono un itinerario completo del borgo, accompagnando il turista in un percorso definito.

L'abbeveratoio
Il lavatoio
Il lavatoio
La fontana
La fontana

La storia

La storia, tangibile nella passeggiata tra le stradine, tra i palazzi del 700 e dell’800, il cui primo insediamento si fa risalire al periodo sannitico. Uno degli elementi di spiccata valenza storica è il Palazzo Filangieri de Candida Gonzaga, costruito nel XVII secolo, da una famiglia di latifondisti, i Sannillo. Nell’ottocento è poi passato ai conti Gaetani, che lo ampliarono sul modello della Reggia di Caserta, ispirandosi ad alcuni elementi essenziali come ad esempio lo scalone della reggia. Il palazzo è poi passato in eredità ai Filangieri, attuali proprietari. Oggi il palazzo con le sue decorazioni artistiche, mobili d’epoca e preziosi di ogni genere è anche sede di numerose iniziative culturali.

La natura

Infine, la natura, presente in ogni scorcio, che regala dei panorami mozzafiato.

I tre itinerari si fondono perfettamente in una cornice artistica. Le fontane, le case e le mura del paese sono un vero e proprio museo a cielo aperto, alla portata di tutti, fruibile dal semplice passante al turista, tutti possono ammirarla e goderne.

L’idea nasce nel 2004, dal progetto FateLab, il cui unico obbiettivo è la valorizzazione del territorio. Il progetto vede la partecipazione di artisti vari, nazionali e internazionali, che regalano arte ai visitatori. Dietro a ogni singolo murales vi sono innumerevoli messaggi che affrontano i temi più svariati.

Tante sono anche le opere d’arte installate nelle aree del paese, opere realizzate con l’utilizzo di materiali di riciclo.

Il dolore di emigrare
I murales
Ritratto di famiglia
El silencio del ruido

Le cupole

Altra tappa imperdibile è la scuola materna di San Potito Sannitico. Un progetto di edilizia scolastica caratterizzato da elevate caratteristiche antisismiche e dall’utilizzo di tecnologie innovative.

La scuola materna, con biblioteca e auditorium, è stata realizzata con una struttura a cupola in mattoni e pietra di tufo, ricoperte di cocciopesto con lo scopo di realizzare una struttura antisismica, dopo l’evento sismico che ha interessato il paese nel 2013.

Le cupole

La passeggiata finisce con la splendida vista serale della chiesa di Santa Caterina, incorniciata, nella sua maestosità, da una suggestiva atmosfera.

La chiesa di Santa Caterina

Finisce così la nostra passeggiata a San Potito, soprattutto con la consapevolezza che sono principalmente le persone, in questo caso i nostri tre ‘angeli’, a fare la differenza e ad arricchire le nostre passeggiate. Persone che pensavi non esistessero più, che ti aprono la porta nonostante fossimo in troppi, che ti lanciano un invito a cena, al quale non vedi l’ora di andare.

I borgonauti

Questa tappa, come tantissime altre lasciano in primis in ognuno di noi l’allegria e l’accoglienza che le persone del posto ci trasmettono. Spesso, come in questo caso, ci ritroviamo sommersi di affetto, stupiti dalla diponibilità delle persone e dall’amore che trasmettono per i loro borghi.

Vatolla: il borgo in cui tradizione locale e pensiero filosofico si armonizzano

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A sud della provincia di Salerno si erge nel cuore del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni il borgo medievale di Vatolla, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Come spesso accade per i centri abitati di remota fondazione, le tracce delle origini di Viculus Vatulanus si dissolvono nel corso dei  secoli. È ipotizzabile però, dato i numerosi  resti di epoca romana,  che Vatolla esistesse già ai tempi dell’Impero e che sia uno dei paesi più antichi del Cilento. La presenza del maestoso castello, che incanta il visitatore per la sua imponenza, induce a supporre che Vatolla, nel primo periodo della dominazione longobarda sia stato luogo di insediamento degli arimanni, ovvero della guarnigione di confine, caratteristica dell’ordinamento militare dei longobardi, e che in seguito sia mutata in fara, cioè nella forma abitativa civile, che univa l’attività agricola con l’eventuale servizio armato.  Gli elementi artistico-architettonici, manifestazione tangibile della sua storia, e  la posizione sopraelevata del sito creano un’atmosfera suggestiva, quasi fiabesca, che incanta l’anima e dona emozioni profonde:  il panorama, che accoglie il mare salernitano e il paesaggio collinare, i delicati riferimenti religiosi sparsi in tutto il borgo, i richiami al rapporto tra il luogo e il filosofo Giambattista Vico, importante esponente del panorama filosofico napoletano, la tradizione locale, dedita soprattutto alla coltivazione di una varietà di cipolla unica nel suo genere, rendono Vatolla un luogo eclettico, poliedrico, capace di armonizzare la conoscenza in tutte le sue straordinarie sfaccettature.

Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla Di Vatolla.
Scorcio di Vatolla. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il luogo dove germogliò la Scienza Nuova di Giambattista Vico

Giambattista Vico è stato filosofo, storico, giurista e letterato, nato a Napoli nel 1668. Questi fu fortemente legato alla cultura umanistica, che venne a diffondersi nell’ambiente napoletano nella seconda metà del XVII secolo. Nel 1686 il vescovo di Ischia Geronimo Rocca conobbe G. Vico in una libreria napoletana e, ammirandone la vasta cultura, gli propose l’incarico di istitutore per i suoi quattro nipoti. Fu così che Il Vico restò a Vatolla, anche se non continuativamente, per nove anni, spendendo qui  la maggior parte del corso degli studi filosofici. Il grande pensatore ebbe con il paese un rapporto di amore e odio: alcune volte lo definiva “aspra Selva solinga arida e mesta” , altre come “bellissimo sito di perfectissima aria, dalla quale fu restituito alla salute ed ebbe tutto l’agio di studiare e gettare le basi della Scienza Nuova“. Infatti, è proprio in questa terra di rurale fascino che nel  1725 prese forma l’opera in cui è racchiusa nella sua complessità e originalità la dottrina di G. Vico.

l’Associazione Cipolla di Vatolla e il prodotto di eccellenza locale

Nata nel 2014, l’Associazione Cipolla di Vatolla di natura privatistica, senza fini di lucro e con valenza di pubblica utilità sociale e rilevanza di interesse pubblico agisce sul territorio con finalità di promozione sociale e di valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storico-artistiche, turistiche ed enogastronomiche. La presidente Angela Marzucca, manifestando nelle sue parole un profondo l’orgoglio e l’amore per la propria terra, afferma: «ci auspichiamo che Vatolla sia conosciuta e apprezzata anche attraverso il suo prodotto d’eccellenza: la cipolla. L’associazione ha avviato vari progetti, che mirano alla rinascita del territorio, e che sono animati soprattutto da donne, anche giovani, che non vogliono abbandonare il Cilento. Un esempio di queste iniziative è la festa della cipolla, che ogni estate si organizza a Vatolla e che ha ottenuto nel corso degli anni un riscontro crescente, gettando le basi di un percorso enogastronomico, che favorisca diverse forme di  turismo e la diffusione di un prodotto, riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO». La cipolla di Vatolla (Allium cepa L.) è un ecotipo, un elemento della biodiversità del Cilento, coltivato secondo tradizioni antiche nelle zone rurali di questo magnifico borgo. Questa peculiare varietà di cipolla differisce da tutte le altre per la particolare dolcezza e delicatezza e per la presenza di sostanze, come flavonoidi e quercetina, che favoriscono il benessere del corpo. I semi della cipolla di Vatolla arrivano dall’Oriente, forse dall’Afghanistan, portati dai monaci Basiliani in fuga dalle persecuzioni che si realizzarono dopo l’anno mille. Il microclima locale, le caratteristiche e la biodiversità dei suoli dei sistemi di terre del Cilento e la continuità della tradizione contadina da parte delle popolazioni locali hanno determinato le caratteristiche di questo vegetale, unico nel suo genere.

La cipolla, prodotto di eccellenza di Vatolla. Foto dell'Associazione la Cipolla di Vatolla.

Il borgo e le sue bellezze

È stata Arianna C. con la sua bravura a creare un percorso, che ha reso possibile apprezzare le meraviglie del luogo: ella con grande disponibilità ha accolto i visitatori ed ha esposto in modo garbato ma con partecipata emozione  le caratteristiche e la storia dei siti di interesse del borgo. Il tour è cominciato con la visita alla Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Le prime notizie riguardo la chiesa risalgono all’XI secolo. I pannelli, facenti parte di un sarcofago romano del IV secolo, posizionati ai lati della facciata fanno pensare che essa sia sorta sulle rovine di un tempio romano poiché raffigurano le divinità pagane di Pan, Dioniso, Bacco e Sileno. L’interno della struttura, in parte restaurata, è costruita su tre navate e notevole importanza e pregio sono gli affreschi raffiguranti santi bizantini, come San Francesco d’Assisi e San Francesco di Paola. In questa chiesa lo stesso Vico assisteva alla Santa Messa con la famiglia Rocca.

Chiesa Santa Maria Delle Grazie. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Affresco della Chiesa Santa Maria Delle Grazie.

Imponente  alla vista è il Castello- Palazzo Vargas : eretto probabilmente prima dell’Anno Mille per mano dei Longobardi con la funzione di “sentinella” e di primo ostacolo, per chi avesse voluto avventurarsi sulla via di Lucania e fu poi reso il palazzo di residenza dalla famiglia feudataria Griso nel XVI secolo . Si tratta di una costruzione a pianta trapezoidale, circondata da quattro torri cilindriche. Passato successivamente in possesso dei marchesi Rocca, il palazzo divenne la dimora di Gian Battista Vico. Nel 1767 la struttura divenne di proprietà di un nobile napoletano, di origini spagnole: Francesco Vargas.  All’interno vi è un’ampia biblioteca di testi storici e critici che riguardano il grande filosofo.

Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Cortile del Castello-Palazzo Vargas. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Continuando il percorso, è possibile ammirare la Cappella Di San Nicola . Si tratta un’antica chiesetta padronale, posseduta in origine dalla famiglia Cocozza e poi da questa donata alla comunità francescana del Convento della Pietà. Il culto di San Nicola, e anche la sua statua, furono portati a Vatolla dagli abitanti di Avella. Probabilmente risale al XIV secolo.

la Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.
Interno della Cappella Di San Nicola. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Il cammino si è concluso con la visita Convento S. Maria Della Pietà, fondato nel 1619 su un terreno donato ai francescani dalla Universitas, recuperando un’antica struttura di una cappella detta “della pietà”, in cui oggetto di grande venerazione era un affresco ritenuto miracoloso dal popolo. Soppresso nel decennio francese, fu riaperto nel 1815, dopo sostanziali lavori di restauro. Oltre all’antica cappella, di notevole importanza sono gli affreschi interni e alcuni elementi artistici. Vico fu assiduo frequentatore del Convento della Pietà, dove era solito discorrere con i frati oppure consultare la biblioteca interna, che conteneva testi su cui il noto filosofo condusse i suoi studi e da tali libri, all’ombra dell’ulivo posto di fronte al Convento in cui Vico soleva riposare, leggere e meditare, prese forma la sua  Scienza Nuova, consacrando il pensatore come punto di riferimento dello scenario filosofico dei secoli successivi.

Convento S. Maria Della Pietà. Foto dell'Associazione Cipolla di Vatolla.

Vatolla stimola una profonda curiosità, una straordinaria sete di conoscenza in chi la osserva e non delude né la mente né l’anima, perché dà testimonianza tanto della fierezza della tradizione rurale, quanto delle meraviglie dell’ingegno umano. Noi Borgonauti  ci auguriamo, dunque, che altri possano conoscere e  godere del fascino particolare e ricco di sfumature di questo sito, apprezzando ogni dettaglio nel quale il tempo ha dato manifestazione tangibile della propria mano, incantandosi e  perdendosi nella profonda devozione religiosa, che il luogo esprime, e infine emozionandosi nel calpestare lo stesso suolo, nell’abbandonarsi negli stessi luoghi in cui il filosofo Vico ha dato voce al suo pensiero.

                                                                                                                               Marica Fiorito

Il magico borgo di Erice

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A spasso per le strade del paese

Il borgo medievale di Erice sorge arroccato sul monte omonimo, situato sulla costa occidentale della Sicilia, dove sovrasta con il suo sguardo paladino la città di Trapani ed il mare in cui si specchia la sua ombra. I panorami che si offrono al visitatore sono molteplici e aprono la vista da un lato alle saline di Trapani, dall’altro alle Egadi e più a nord ancora a Marsala. Passeggiare per le strade ericine è come andare a spasso nel tempo, catapultati in un’epoca medievale dal sapore moderno. 

Le arancine ericine

Si, perché mentre si è intenti a passeggiare per le sue stradine ripide ed acciottolate, l’attenzione per l’antico viene rubata dall’invitante profumo delle arancine che proviene dai piccoli locali tipici. Ma quello delle arancine non è l’unico profumo che caratterizza il borgo siculo; Erice è anche il profumo delle ‘Genovesi’, del cuoio delle botteghe artigiane, delle porcellane lavorate a mano. Passeggiare per i suoi vicoli è un’esperienza mistica e sensoriale, che schiude davanti ai nostri occhi orizzonti aperti che riportano alla mente l’antica e ricca Erice, quella a cui i Segestani chiesero in prestito le coppe d’oro per fare bella figura con gli inviati ateniesi.

La torre campanaria
Il Real Duomo

Tra mito e storia

Tra una strada acciottolata ed un arancino è facile perdersi nella storia e nel mito che avvolge questo magico borgo. Le origini di Erice risalgono probabilmente ai Sicani e, da sempre, sono indissolubilmente legate al culto della dea Venere: prima ancora che fosse dedicato dai Fenici ad Astarte, quello che fu il “thémenos“, il santuario di Afrodite, il tempio di Venere Ericina, era già il luogo della dea dell’amore. Un luogo che avrebbe attirato su questa vetta popolazioni da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Nel corso del tempo, il culto della Venere ericina, a cui i marinai di passaggio erano particolarmente devoti grazie anche alle bellissime Ierodule, giovani prostitute sacre alla dea dispensatrice di voluttà, crebbe insieme alla sua fama e alla sua ricchezza: Tucidide fa riferimento a “i doni fatti alla Dea, anfore, coppe e ricche masserizie…” dai pellegrini e Diodoro Siculo attribuisce a Dedalo, fuggito da Creta, la creazione di un ariete d’oro dedicato ad Afrodite. 

I vicoli acciottolati
Il tramonto su Trapani
Panorama dalle strade ericine

In ogni caso, è chiaro che un luogo come Erice, in una posizione geografica del tutto privilegiata per l’ampissima visuale, oltretutto fortificato e protetto efficacemente, dovesse assumere il potere che l’interesse dei popoli che si succedettero attribuirono al santuario-fortezza. Tucidide riporta anche che la città fu fondata dagli esuli Troiani, che scappando nel Mediterraneo trovarono lì il posto ideale in cui insediarsi e che i Troiani uniti alle popolazioni autoctone avrebbero dato vita al popolo degli Elimini. Contesa, poi tra i Siracusani ed i Cartaginesi, fu conquistata dai Romani nel 244 a.C. Secondo altre testimonianze durante la prima guerra punica, il generale cartaginese Amilcare Barca ne dispose la fortificazione e qui fece trasferire parte degli Ericini per la fondazione dell’odierna Trapani. Erice fu anche dominata dagli Arabi e dagli Spagnoli. Nel XII secolo, fu conquistata dai Normanni e ribattezzata da Ruggero d’Altavilla come Monte San Giuliano. Raggiunse il suo massimo splendore durante la guerra del Vespro, divenendo di fatto la rocca da cui scaturivano le azioni belliche di Federico d’Aragona, re di Sicilia. Durante la dominazione spagnola, invece, fu percorsa da numerosi e feroci tumulti. Certo è, che la ricchezza di alcune famiglie ericine, attraverso la costruzione di maestosi palazzi, ha donato lustro e splendore alla città.

Piazza Madrice, il Real Duomo e la Torre

A spasso per la città

Per raggiungere il borgo antico di Erice si può usufruire della funivia che permette di raggiungere la vetta del monte in dieci minuti, godendo di uno splendido panorama su Trapani e sulle isole Egadi.  Usciti dalla funivia si passa per un viale alberato, per arrivare, attraverso una delle porte della città,  al cuore del borgo antico: piazza Madrice. Proprio qui sorge il maestoso duomo di Erice, un vero gioiello in stile gotico, con la sua isolata torre campana, usata come torre vedetta durante le guerre del Vespro. Il duomo mantenne per secoli il suo aspetto originario, fino ai restauri iniziati nel 1853, dopo alcuni crolli, che si trasformarono in un vero e proprio rifacimento, durato fino al 1865, in stile neogotico ottocentesco. Custodisce in un piccolo museo il cosiddetto “tesoro di Erice”, con oreficeria, argenti, monili, parati, alabastri. Un altro incredibile e straordinario ponte col passato che Erice ancora conserva è il Castello Normanno, o Castello di Venere, che sorge sulle rovine del santuario a cui in epoca romana si sovrappose un tempio in onore della Venus Erycina. Qui, secondo il mito, risiedevano le sacerdotesse che praticavano l’arte della prostituzione sacra con i pellegrini che si recavano sul monte per omaggiare la dea. 

I resti di quella struttura oggi corrispondono alla fortezza che i Normanni eressero nel 1100 recuperando i materiali lapidei preesistenti. Il castello servì, successivamente, come carcere e nel XVI secolo fu presidio militare spagnolo. Il passaggio nelle mani del Comune avvenne con la riforma borbonica tra il 1818 e 1819.

La funivia

Cosa mangiare ad Erice

Non si può, infine, lasciare Erice senza aver assaggiato le sue gustosissime e prelibate specialità, da quelle dolci, come le ‘Genovesi’, sfiziosi dolcetti di pasta frolla ripieni di crema, a quelle salate, come le arancine e il pane cunzato, pane di grano duro cotto a legna con pomodori, pecorino, olio, acciughe.

La vista su Trapani
Balli tradizionali in piazza Madrice

Caiazzo: il borgo delle ricchezze storico-artistiche da scoprire

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I Borgonauti, sempre impegnati nella scoperta delle bellezze locali, hanno dedicato nel mese di maggio una tappa ad una città che, grazie alla sua posizione elevata, offre paesaggi a cui nessun occhio umano può restare indifferente: Caiazzo. Posta nella Media Valle del Volturno, il borgo è maestosamente circondato dalle variegate colture nelle aree pianeggianti, rese fertili dall’abbondanza di corsi d’acqua, a cui fanno da contrasto, alle quote più elevate, le formazioni boschive di rovere e leccio. I colori dei monti e delle vallate, intensi come pennellate, creano uno scenario idilliaco, che rievoca le leggendarie origini del luogo: principio di tutto fu l’amore passionale e contrastato tra il dio Volturno e la ninfa Calatio, figlia di Tifata, la quale per sfuggire all’ira e alla disapprovazione del padre trovò riparo in questo splendido territorio e vi fondò una città: Caiatia.  

Il borgo caiatino

Se il paesaggio sembra un evanescente omaggio alla radice mitologia del borgo, il centro abitato invece incarna l’essenza di una lunga storia, in cui ogni popolo dominatore ha contribuito all’evoluzione della sua ricca bellezza: Caiazzo, fondata secondo le fonti storiche più accreditate dagli Osci tra il IX e l’VIII secolo a.C., come confermano alcuni tratti delle mura pelasgiche, visse dapprima una fase di influenza etrusca e poi sannitica, svolgendo un ruolo di supporto nelle relazioni commerciali. Successivamente la città rientrò sotto il dominio di Roma, attraversando un periodo particolarmente florido sia dal punto di vista culturale che architettonico, testimoniato anche da alcune lapidi onorarie rinvenute nelle vicinanze del sito, che riportano il nome della casata imperiale Giulia. È proprio in questa fase che Caiazzo trasformò il proprio volto, assumendo l’assetto urbanistico di una città vera e propria. La crescita dell’antica Caiatia da quel momento in poi si arricchì dell’intervento successivo dei Longobardi, che nel X secolo elevarono l’abitato a Contea, edificando uno degli emblemi della città: il castello. In epoca medievale il dominio del luogo passò ai Normanni e Rainulfo II di Drengot ne divenne il signore. Fu poi la volta degli Svevi, nel XIII secolo, con Federico II, che decise di fondarvi una delle tre Corti dei Conti del Regno. In seguito Caiazzo fu scelto come luogo di caccia da Carlo e Ferdinando IV di Borbone.

I borgonauti alla scoperta del borgo e dei suoi paesaggi.

Passeggiando nel cuore del borgo, di questo passato pieno di forti mutamenti se ne riscontrano testimonianze in ogni pietra levigata, in ogni arcata, in ogni stradina accarezzata dal tempo. Si scoprono così le mura megalitiche, i vicoli medioevali, le chiese rinascimentali e barocche, come la Basilica di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo, e i palazzi catalani del XV secolo con i bellissimi portali. Alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il simbolo storico-artistico del luogo: Il castello longobardo di Caiazzo. Situato sull’Arce romana, esso fu realizzato per volontà del secondo conte di Capua, il longobardo Landone Matico. Divenuto col tempo di proprietà privata, la struttura conserva poche tracce della fisionomia originaria, essendo stato radicalmente modificato nel XIX secolo. Infatti, oggi l’edificio presenta numerosi ampliamenti, risultato dell’accostamento di più corpi così distinti: residenza nobile, cappella, ambienti di servizio e torre. Nei suoi pressi si possono però ancora scorgere delle mura poligonali sannite, risalenti al IV secolo a.C. Diversi personaggi illustri hanno dimorato in questa splendida roccaforte, come il poeta Torquato Tasso, l’imperatore Federico II e Pier Della Vigna, menzionato da Dante Alighieri nell’Inferno, e sotto il regno di Alfonso I d’Aragona ospitò la favorita del re: Lucrezia d’Alagno. Nel territorio tra Monte Santa Croce del comune di Piana di Monte Verna e il centro urbano di Caiazzo, si trova una collinetta conosciuta come «Castello delle Femmine». Sulla sommità si trovano i resti di un piccolo insediamento fortificato medievale, già segnalato come castrum feminarum in una pergamena del 1119 ed in un elenco di decime del 1326-1327, in cui, secondo un’antica leggenda, si preparavano giovani donne a diventare cortigiane a servizio dei feudatari del luogo.

La bellezza dei vicoli di Caiazzo.
Basilica Concattedrale di Maria SS. Assunta e Santo Stefano Menecillo.
Vista dal basso del Castello Longobardo

Pro Loco Caiazzo “Nino Marcuccio” e il Palazzo Savastano

Grazie all’Associazione di promozione sociale PRO LOCO CAIAZZO, inserita nel registro nazionale come affiliata UNPLI e dedita alla valorizzazione e promozione del territorio, è stato possibile recarsi al meraviglioso Palazzo Savastano. La visita è stata accompagnata da una spiegazione accurata, offertaci da Annarita, la quale ha saputo alimentare il nostro interesse per i dettagli dell’imponente struttura, descrivendo le caratteristiche artistiche del palazzo e la sua storia. L’edificio attuale è il risultato di una serie di modifiche delle strutture preesistenti, realizzate nel corso del XVII secolo, probabilmente ad opera della famiglia Fortebraccio. Il palazzo, attualmente di proprietà della famiglia Savastano, presenta una facciata tardobarocca, ed è composto al piano nobile da sette aperture, ornate da busti allegorici in terracotta, che rappresentano i giorni della settimana. Il maestoso portone è contornato da locali che servivano nel passato da botteghe. Altrettanto interessante è il cortile interno con le sontuose scale a forbice, che permette di accedere ai piani superiori. Frontalmente, è presente lo stemma della famiglia De Pertis, formato da due stucchi di leoni rampanti. Una volta superata la prima rampa di scale, è possibile ammirare due affreschi, di origine ottocentesca, che riproducono paesaggi all’alba e al tramonto. Il piano nobile raggruppa invece diverse sale, tra cui emerge la bellezza del salone centrale, il solo ad essersi interamente salvato dal disastroso incendio, che colpì la struttura durante la seconda guerra mondiale. Ogni stanza del palazzo sfoggia un arredamento ricco, riconducibile a varie epoche, come i raffinati pavimenti settecenteschi, gli imponenti stucchi e affreschi ornamentali e i preziosi lampadari.

Palazzo Savastano
Lo stemma della famiglia De Pertis.

A conclusione di questa tappa borgonautica, si è radicato nel profondo dei nostri animi l’entusiasmo per le meraviglie paesaggistiche e artistiche del territorio caiatino. Questa stessa sorpresa rende inevitabile la riflessione sulla necessità di dare la giusta luce ad opere di importanza storica e bellezza artistica, cadute nell’oblio o nella morsa della privatizzazione. In tal senso, il lavoro della pro loco, come è da esempio quella caiatina “Nino Marcuccio”, fa sì che le testimonianze del nostro passato siano valorizzate e ricordate, rendendole accessibili al pubblico. Consci di ciò, ci si accorgerà che ogni borgo ha voglia di condividere la sua storia e, per quanto complessa e travagliata sia stata, è dovere dell’uomo lottare affinché esso ottenga il diritto di raccontarla. L’auspicio, che ogni borgonauta può rivolgere ai visitatori di borghi, è di osservare queste antiche città con il fervore della ricerca e della scoperta, poiché solo così sarà possibile ricomporre i frammenti delle nostre radici.  

 

                                                                                                                 Marica Fiorito

Piana di Monteverna e i suoi angoli nascosti

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Nonostante il Covid-19 e le premesse che non erano delle migliori, visto che dopo un po’ di tentativi di organizzare una passeggiata nei borghi che avevamo calendarizzato ci ritrovavamo di fronte a strutture non ancora pronte per l’apertura al pubblico, decidemmo di andare nella valle caiatina, a Piana di Monteverna, prima chiamata Piana di Caiazzo.

Scelta condizionata soprattutto dal cordialissimo Antony, membro della proloco di Piana. Sì proprio lui, con il suo modo naturale di coinvolgere le persone, ci spinse a scoprire il piccolo borgo ai piedi del monte Verna.

Arrivati, parcheggiammo a piazza Municipio e ci incamminammo verso il centro.

Percorrendo la piccola stradina in discesa che porta al centro del paese siamo subito, tutti, catturati da una piccola chiesetta.

È la chiesa della Madonna delle Grazie, la cui prima edificazione risulta antecedente al al XII secolo, poi è stata riedificata agli inizi del 1600, nota anche come chiesa di Santo Angiolillo. Nella chiesa è presente una grotta naturale, dove è collocata una cappella dedicata alla Madonna di Lourdes.

Chiesa della Madonna delle Grazie
Chiesa della Madonna delle Grazie

Svoltammo poi per il centro, in fondo alla strada, posta in rilievo rispetto al piano stradale, si vede la chiesa dello Spirito Santo, una chiesa nata intorno al 1600.

La chiesa affaccia sulla piazza del paese, Piazza XXI Maggio, che offe un bellissimo panorama immerso nel verde, che dona tranquillità e spensieratezza.

Chiesa dello Spirito Santo - Foto di Andrea Buondonno

Da qui, poi, raggiungemmo Antony nella sua splendida bottega di fiori. Come già ci aveva accennato erano ancora tante le restrizioni da rispettare, ma nonostante ciò riuscì ad organizzare una visita alla chiesa di Santa Maria a Marciano. Prima però ci consiglio di visitare Villa Santa Croce.

Villa Santa Croce

Accogliemmo, ovviamente, i suoi consigli e tra una chiacchiera e mille risate l’ora di pranzo era giunta. Così dopo il nostro ordinario pranzo a sacco ci spingemmo per le viuzze del borgo, che sorge sul monte Santa Croce, una delle punte della catena dei Monti Trebulani.

 

Arrivammo alla Piazzetta delle chiacchiere, ad accoglierci uno splendido belvedere, inutile descriverne la bellezza e le sensazioni che regala! Un tuffo nel verde, nella natura incontaminata. Non riuscivamo a non immortalare quel panorama.

Piazzetta delle chiacchiere
Il panorama

Tra il silenzio del posto incontriamo una coppia del posto, il silenzio rotto dalle nostre voci li stranisce, perché ormai quel luogo vive nel silenzio, perché, come loro stessi raccontano ogni iniziativa ad esso legata sta svanendo, insieme alle sue tradizioni.

Le origini di villa Santa Croce  non sono ben chiare, se ne hanno le prime notizie intorno al 1400, se ne trova, infatti, traccia in una pergamena del 1436 nella quale si parla di un certo Giovanni de Adenulfo di Villa S.Croce. Dall’anno 1700 si ha certezza della vita cittadina di Piana.

Salendo verso il cimitero, tra la natura e il silenzio spicca una doppia cinta di mura ciclopiche, sono i resti del monastero, La Badia Benedettina del monte Santa Croce, che in base alle varie ricostruzioni sarebbe stata fatta edificare dal Conte Landolfo tra il 979 e il 981.

Chiesa di Santa Maria a Marciano

Chiesa di Santa Maria a Marcano - Foto di Andrea Buondonno

Nel pomeriggio ci dirigemmo poi alla chiesa di Santa Maria a Marciano, ad accoglierci c’è Antony con la guida Nunzia Cecere, che nonostante i suoi impegni e il poco preavviso ci appassiona alla piccola chiesa e ai suoi affreschi.

L’attuale struttura della chiesa risale al XIV secolo. Anche se le sue origini sono anteriori all’anno 979. Intorno al 1303 la Chiesa in stile gotico è stata completamente ricostruita ed ampliata con i caratteri dell’architettura angioina. Ad oggi la chiesa presenta origini gotiche angioine con influenza catalana.

La bifora sovrastante, che fa parte dell’eremo, è uno dei rari esempi dell’alto casertano di architettura catalana, insieme alla scala a chiocciola in pietra, una delle prime di importazione spagnola.

Scala a chiocciola

Una chiesa ricca di affreschi, di cui purtroppo non si hanno evidenze storiche. Infatti, i documenti erano contenuti nell’abbazia di Montecassino e sono andati persi.

I soggetti degli affreschi sono stati dunque ricostruiti nel tempo, dai tanti studiosi che si stanno dedicando alla chiesa. È proprio Nunzia, la nostra guida, che di recente con un gruppo di sue colleghe stanno portando alla luce l’identità degli affreschi grazie ai due lavori da loro redatti: La Chiesa di Santa Maria a Marciano. Gli affreschi svelati’ e ‘La chiesa di Santa Maria a Marciano’ del 2008 autrici Nunzia Cecere, Amalia Gioia, Rosolena Maresca, Angela D’Agostino.

Di certo gli affreschi non risalgono tutti alla stessa epoca, si distinguono, infatti, affreschi del 300 e del 400, dove è chiara l’influenza esercitata dai grandi pittori fiorentini e senesi.

Sono inoltre presenti degli affreschi del 1234 il cui committente è stato Giovanni Cammario.

Degli affreschi Quattrocenteschi, quelli che tuttora rimangono, sono: la Vergine col Bambino del Transetto e i quattro dipinti della Cappellina a sinistra del Coro. I restanti sono stati ricoperti da vari strati di calce.

Nella cappellina a destra del Coro è rappresentata la Vergine col Bambino, a destra della Vergine, è dipinta Santa Maria Maddalena, a sinistra della Vergine troviamo Santa Caterina d’Alessandria, avvolta in manto rosso.

Sopra la Vergine, nella parete, c’è una piccola apertura monofora, di forma rettangolare, ma con arco ogivale.

A destra dell’apertura è rappresentato S. Giacomo, quello a sinistra invece è rovinato dall’umidità e non risulta identificabile

A destra invece troviamo San Giovanni Battista, al disotto di S. Giovanni, ci si presenta nella parete un’altra apertura monofora, pure di forma rettangolare, però murata nella parte posteriore.

Ai due lati di quest’apertura, si osservano due affreschi, a sinistra c’è S. Stefano, Vescovo di Caiazzo, come si legge dalla scritta “Sanctus Stephanus Caiaccianus”, a destra c’è poi S. Antonio Abate.

Nella parete sinistra, sono rappresentate le maestose figure di tre Apostoli, che sono dipinti pure in piedi come S. Stefano e S. Antonio Abate dalla parte opposta.

Nella restante parte della parete, verso la chiave dell’arco, l’umidità ha prodotto ingenti danni che ne rendono impossibile la definizione dei dipinti.

Affreschi cappellina a destra del Coro
Affreschi

Lungo il transetto è presente il più importante dipinto quello di Cristo in Croce.

La cappellina a Sinistra del Coro ha ormai pochissimo affreschi, il più interessante è, il solito gruppo della Vergine col Bambino.

Molti sono gli affreschi rovinati dall’umidità, umidità causata dalla presenza di una falda sottostante la chiesa.

Cristo in croce

La falda sta creando oltre ai problemi di risalita anche problemi strutturali, aggravati dalla spinta dell’eremo sovrastante. Problemi già evidenti nel passato, nel 1620, quando il vescovo di Caiazzo, il vescovo Acquaviva, fece costruire un arco rampante all’esterno per contrastare i danni.

Purtroppo, i problemi strutturali ancora oggi sono presenti e sono costantemente monitorati.

Dopo questa bellissima giornata a Piana ci lasciamo con la gioia nel cuore di sapere che sono ancora tanti i giovani come Antony che cercano di dare vita ai loro piccoli borghi e ci sono giovani come Nunzia che credono ancora nelle tradizioni, nella cultura e nella storia, trasmettono con tantissima passione l’amore per le origini proprie.

Castello Prata Sannita

Rocce e rivoli di oblio a Prata Sannita

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Geostoria. Prata è nascosta tra le serrate montagne del Matese: tra quelle propaggini una stirpe antica di guerrieri, i Sanniti, fece assaporare con pietre e lance − si narra che il pilum fosse stato abilmente copiato e migliorato dai romani, ma che in origine fosse un’arma sannita − le prime sconfitte all’emergente potenza romana. I Pentri, tribù sannita, furono i primi grandi guerriglieri della storia, e il Muro delle fate è una testimonianza della loro natura bellicosa.

Prata Sannita (Prat-orum toponimo che compare per la prima volta nel Chronicon vulturnense, conservato nel Vaticano ma scritto a San Vincenzo al Voltuno nel vicino Molise) s’arrampica su d’una collina, sulla cui cima a ferire il cielo c’è il magnifico Castello Pandone; quest’ultimo testimonia l’importanza strategica del luogo. Prata, nata in origine nella parte pianeggiante (Prata piana), a causa dei saccheggi saraceni (860 d.C.) che devastarono le terre sulle sponde del Volturno, venne edificata dai Longobardi, che decisero di arroccarsi incastellandosi sulla collina alta 333 m.s.l.m.

 In seguito, fu dominio: normanno dei Drengot della contea di Alife provenienti da Aversa, e dei Sanframondi, infine dei Pandone durante il reame aragonese… le prossime notizie le coglierete leggendo.

Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Il Castello e gli ulivi - foto di Daniele Palladino
Fiume Lete
Fiume Lete

Impressione. Appena scorgi Prata comprendi che la sua ossatura urbana è di pietra, così lontana dalla civiltà del tufo tipica della Campania Felix. Il suo apparire riflette il sole, come l’acqua leggendaria su cui questi posti galleggiano come navi. Qui il fiume Lete richiama il mito e pensieri profondi di una tale limpidezza da ossigenare le astruse costruzioni di un mondo così confuso. Questo scorrere millenario ha lasciato un ciottolo levigato nella mia mente, una ricostruzione etimologica: Aletheia (ἀλήθεια) in greco antico è traducibile “come lo stato del non essere nascosto”, il fiume Lete (Λήθη) attraverso il mito è per noi tutti il fiume dell’oblio.

Questo meditare mi ha ancor di più mostrato come la Campania sia sempre pronta, a causa della sua natura mitica, a parlare della sua storia tramite sirene, sibille, titani… di correre il rischio della dimenticanza. C’è troppo da ricordare, meglio l’oblio… La Campania tutta, dal Tirreno all’Appennino, può essere narrata solo abbandonando per un po’ la ragione, solo così si sfiora la sua anima.

Prata si costruì verticalmente, forse per proteggersi dai pericoli leggendari del Lete e cercò anche di crearsi una via di fuga con il ponte che collega il mondo di pietra e quello di acqua. La Prata di cui ci incuriosimmo fu quella protetta dal mantello calcareo che è il suo abitato, abbellita dagli orti colorati con gli aranciati fiori di zucca, dalle sfumature di verde dei suoi alberi e dai primi pomodori sfumati di rosso.

Il letto del Fiume
Il letto del Fiume
Orti colorati
Orti colorati

L’arrivo. Mentre eravamo intenti a liberarci dall’arsura grazie al gorgoglio e ai rivoli ipnotici del Lete, Flora decise di chiamare il Presidente della Pro Loco Di Prata, il sig. Mario che ci diede appuntamento vicino al Ponte di origine romana verso le 15.00. Nel frattempo, seguendo il corso del mitico fiume arrivammo al vecchio Mulino in pietra, alimentato in passato dalle sue acque. Le suggestioni iniziarono a fiorire nella mente: immaginai che farina sarebbe stata quella prodotta con l’acqua del fiume dell’oblio e col grano duro più della stessa pietra matesina, coltivato su quelle spianate e terrazzamenti… Pane e oblio, alimenti per sopravvivere nei luoghi duri ed eroici dell’Appennino. Dalle alture nascono sempre prodotti densi di sapori, come i formaggi eccezionali e l’olio, ma anche il mais della varietà tonda con il quale si produce una ottima farina di polenta con la quale si cucinano piatti impensabili per la cucina campana mediterranea. Dopo esserci ristorati, andammo all’appuntamento.

 

Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dall'antico mulino
Prata Inferiore vista dal ponte
Prata Inferiore vista dal ponte
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino
Borgo medievale visto dall'alto - foto di Daniele Palladino

Lì attendeva Mario, che ci venne incontro sorridente, nonostante fosse claudicante per via di una operazione recente al menisco e fossero più di trenta i gradi che illuminavano il luogo pattuito per l’incontro. Da questo momento, senza aver ancor visto il borgo, se non da lontano, stimai ancor di più questo uomo, il quale per dare un’opportunità ai visitatori di apprezzarlo, aveva lasciato tutti i timori a casa, dedicandosi completamente a Prata, anzi… dedicandosi anche alla moglie. Maria fu la sua spalla, energica e simpaticissima, donna di origini statunitensi, ma ancor di più pratesi, che subito ci fece sorridere con le sue battute e ci rimproverò della nostra incoscienza borgonautica, che scioccamente, invece di spingerci a bagnarci nei flutti marini, portò ad arrampicarci con quelle temperature sullo specchio di sasso che è il Matese. Maria ci descrisse la preparazione di uno dei piatti tipici, il Frattocchio, fatto con la polenta fredda e la minestra…

Schizzo del ponte sul Lete
Schizzo del ponte sul Lete
Antico mulino
Antico mulino

L’esplorazione. Prima tappa del percorso scelto dalle nostre guide fu il Convento di San Francesco. L’architettura, ci spiegò Mario, è di origine romanica con interventi barocchi, ma purtroppo è chiuso, come i misteri più profondi del cristianesimo stesso e che solo con la fede vi si può giungere.

 La seconda tappa del percorso fu la piazza principale nella parte di Prata Superiore, nata intorno alla fine del ‘500, dove domina la Parrocchia di San Pancrazio, nata per sostituire quella ancor più antica che sorgeva a 1000 piedi dall’attuale e nella quale sono riutilizzati elementi della più antica parrocchia risalente al 700 d.C, come il portale laterale di epoca longobarda raffigurante Cristo, arricchito con motivi geometrici e floreali, e dalle tre teste di leone poste nella parte alta della facciata. Interessante è l’appellativo di questo giovane martire: è uno dei santi di ghiaccio, dicitura risalente a una credenza contadina che vedeva nel giorno del 12 maggio (festa patronale) un brusco raffreddamento del clima, giorno che apriva in modo definitivo al caldo dell’estate sostituendosi alle bizzarrie e ai tepori primaverili. Per gli appassionati dei misteri medievali una ricostruzione storica vede sul portale di accesso in pietra un’edicola, avente ai lati le immagini di due soli sfolgoranti riconducibili ai Cavalieri Templari del Santo Sepolcro…

Convento di San Francesco
Convento di San Francesco
Parrocchia di San Pancrazio
Parrocchia di San Pancrazio

La bella passeggiata dalla piazza proseguì per le strade di Prata superiore dove avemmo il piacere di incontrare un bravissimo ceramista, nonché profondo conoscitore di Prata, il sig. Santillo Martinelli che ci accolse nella sua variopinta bottega e a ogni colore smaltato, richiamò un tassello del mosaico storico di Prata, spiegandoci come tra queste stradine la storia non avesse mai smesso di scorrere: infatti, anche da un punto di vista archeologico, Prata è una chicca! Per tale esigenza, in questo borgo è stata istituita una vivacissima e colta associazione, il Gruppo Archeologico di Prata Sannita, che tanti studi di pregio ha condotto a livello locale, lavori che abbracciano la preistoria fino all’archeologia industriale, ma anche il restauro di alcune opere di pregio. 

Tra ceramiche e archeologia
Tra ceramiche e archeologia

Prima di ritornare al parcheggio scambiammo delle piacevoli chiacchiere con due arzille signore, amabili scrutartici dagli occhi vispi. Le simpatiche donne rocciose nella lucidità, subito ci tempestarono di domande, ci spiegarono come il loro nome, Maria, fosse dedicato alla S.S Maria di Prata, che è cosa diversa da tutte le altre Maria… e ci salutarono con la frase “che a Maronn e Prata v’accumpagn”…

La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
La signora delle benedizioni - foto di Daniele Palladino
Le strade bianche
Le strade bianche

Arrivati al parcheggio per partire verso una nuova tappa, Mario ci incitò a seguirlo per andare a vedere qualcosa di sacro e allo stesso tempo profano, dove l’uomo sfida la montagna e la sua linfa…ancora acqua e pietra. Seguimmo la sua auto bianca mentre si gettava con una certa velocità – lontana dagli standard di guida di gente proveniente dalle tempeste urbane – in una strada sterrata. Eravamo entrati in una strada bianca – penso alla archeologia – ricca di polvere e meno insidiosa dei crateri stradali delle città della Pianura campana; Mario aiutato dalla polvere bianca e dal colore della sua auto si mimetizzò da buon sannita, ma lo raggiungemmo perché ci orientammo grazie alle argentee foglie degli ulivi che delimitavano la strada. Antonella aveva lavato la macchina da qualche giorno, prontamente ricevetti uno schiaffo dolce almeno quanto le botte date con la sua macchina quel giorno.

Mario si fermò vicino a una edicola votiva in onore di Sant’Antonio da Padova con la rispettiva statua che ha del miracoloso. Infatti, è stata piangente: è per questo miracolo che San Pancrazio, nel cuore dei pratesi, ha ceduto il posto al padovano che in quella statua ha ancora racchiuso mito e acqua. Dopo aver goduto del panorama che dà su una gola ripida e un paesaggio mozzafiato, tappa seguente fu la centrale idroelettrica dismessa sulla Grotta del Cavuto costruita nel 1946 e funzionante fino agli anni ’60. Mario, scendendo dalla macchina, ci portò alla scoperta di questo sito di archeologia industriale: tra stradine ripopolate da piante fiorite di giallo e viola, sentimmo il piacere dell’avventura, il profumo della menta selvatica… Mario mi sembrò un brigante alla macchia e dimenticai ben presto che avesse subito un intervento al menisco.

Sant'Antonio da Padova
Sant'Antonio da Padova

Tra il cemento e il ferro, e le scritte rupestri di giovani innamorati o contestatori politici, capii che il mito sa essere più forte di tutto, e che l’uomo col suo contenere le acque, i boschi, non ha vinto… ha plasmato se non in modo temporaneo quello che è il mito. Tutto ritorna perché il Lete è il fiume dell’oblio e ha dimenticato ben presto ciò che l’uomo ha imprigionato… il suo sbarramento è un ricordo passato, adesso scorre dimenticando. Il mito non è altro che un modo diverso di dire tutto, cambiando nome recupera sempre lo stesso mistero rimescolandolo.

Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Archeologia industriale-Grotta del Cavuto
Borgonauti & Friends
Borgonauti & Friends
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino
Particolare di archeologia industriale - foto di Daniele Palladino

Ultima tappa fu il borgo medievale che ammirammo già dal fiume e che adesso dovevamo invadere. Appena arrivammo nel parcheggio del Castello, ahimè chiuso al pubblico quel giorno, mi emozionai nel vedere tutto quel miscuglio di lastre di calcare, tagliate in modo da costruire ardite fortificazioni e case forate in pietra, legate con malta e acqua, edificate  l’una sull’altra in modo da sostenersi fondamenta su fondamenta, dalle quali sgorgavano piante spontanee di cappero, con i loro bellissimi e profumati fiori, di colore avorio e viola. Questa è la bellezza dei luoghi calcarei e carsici: se è vero che dal letame nascono i fiori, dalle pietre nascono i borghi. Arrivati alla porta di San Giovanni che affianca il Castello con il suo apparire angioino, e con i suoi simboli templari ben custoditi, scendemmo per il borgo tra strade strette e sconnesse. Lì ci imbattemmo in una dolce signora dal corpo esile e impaurita, in un primo momento molto diffidente. Per avere delle dritte sulle storie popolari del posto chiedemmo delle Janare: ella dopo un po’e con molta reticenza, accennò di queste donne conoscitrici dei misteri della natura e dei malefici… ci aggiornò che non era più epoca delle Janare; erano scomparse, infatti nessuno più lega le trecce dei cavalli nella notte, né recita formule per propiziare amori e incantamenti…ma qualche lupanaro ancora era impresso nella memoria dei pratesi.

Torre in fiore
Torre in fiore
Pietra e capperi
Pietra e capperi

Di tutto ciò parlammo vicino alla chiesa più importante di Prata, almeno per le Marie, la custode della divinità femminile del luogo S.S Maria di Prata: la Madonna della montagna è custodita nella Chiesa di S.Maria delle Grazie, quest’ultima nata dopo la distruzione della Chiesa di San Giovanni, ma che malgrado sia databile intorno al Cinquecento, possiede alcuni particolari romanici come il portale con un fregio longobardo.

Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Immagine votiva di S.S. Maria di Prata
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Scendemmo ancora per il borgo, incontrando gente meravigliosa. Una dolce signora sul balconcino di casa accudiva i suoi gerani di vari colori e ci salutò scambiando qualche battuta. Giunti nella piazza del borgo medievale ci acquartierammo con gli abitanti del posto, che tra domande e battute ci mostrarono il lavatoio e il calore della gente dell’oblio.

Borgonauti alla scoperta
Borgonauti alla scoperta
Il calore della gente dell'oblio
Il calore della gente dell'oblio

Prata, con la sua misteriosa luce, ci aveva lasciati nella dimenticanza di avere un posto in cui tornare. Sulla strada del ritorno, nella macchina impolverata, vidi Carla felice, i suoi occhi stanchi di bellezza coperti dai capelli mossi dal vento. Al suo fianco sedeva Paolo, un piccolo borgonauta che ancora faceva domande sui posti visitati, sui monti e sulle storie delle streghe…Capii che aveva un senso tutto questo e che al mondo del cemento e della memoria virtuale sopravvive un mondo fatto di pietra che lotta contro l’oblio.

Scorcio del borgo
Scorcio del borgo
Le case del tempo
Le case del tempo

La fertile Limatola, porta del Sannio

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Sin da quando si è piccoli, il castello è sempre un luogo privilegiato, l’ambientazione ideale di favole, giochi, imprese, lo scenario perfetto su cui far scorrere immagini di un tempo antico, storico o mitico, in cui ricercare tracce di un passato glorioso o ricostruire le fila di leggende e tradizioni popolari che contraddistinguino l’eredità culturale dei borghi che nascono ai suoi piedi.

Proprio sulla spinta dell’immaginazione e della curiosità di entrare nell’antico Castello di Limatola, situato sulla sommità di una collina a guardia del suggestivo borgo medioevale di Limatola, nella valle del Volturno, circondata dal monte Taburno, dal monte Maggiore e dai Monti Tifatini, a cavallo tra la fine dell’estate e i primi giorni dell’autunno 2019, decidemmo di organizzare una passeggiata alla scoperta di Limatola.

Durante l’organizzazione della nostra visita al borgo, scoprimmo che Limatola sarebbe stata inserita tra gli itinerari culturali promossi in occasione delle Giornate europee del Patrimonio 2019, a cura del Mibact, e che quindi avremmo potuto visitare gli interni, non sempre aperti, di molti gioielli caratteristici del luogo e così scegliemmo di cogliere l’occasione e di lasciarci condurre dalla giovane Rosa Ambrosio, la guida volontaria che ci ha gentilmente accompagnato nel nostro viaggio di scoperta.

La nuova Chiesa di San Biagio

Il luogo d’appuntamento – Limatola centro

La base di partenza ideale per visitare Limatola, un piccolo borgo di più di 4.000 abitanti diviso in varie frazioni, Casale, Biancano, Giardoni e appunto Limatola, è la piazza, nella parte bassa del borgo, in cui è situata la nuova Chiesa di San Biagio Vescovo e Martire.

Lo spazio antistante la chiesa è stato anche il nostro luogo d’appuntamento con la guida che ci ha fatto entrare in chiesa e ha iniziato a raccontarci la ricca storia del paese.

La nuova Chiesa di San Biagio fu restaurata dal duca Gambacorta nel 1724, come si legge nella memoria sotto la volta, e conservava una meravigliosa pala di altare, rubata il 5 ottobre 1999, a seguito della ristrutturazione, durante la quale, sotto il pavimento, fu rinvenuto il corpo di un nobile, forse un duca della famiglia Gambacorta, con un bambino, completi di vestimenti d’epoca.

Ma la vera ricchezza del complesso è la Campana Giubilare dedicata alla Pace fra i popoli, fatta fondere dal parroco don Giuseppe Giuliano con il concorso del popolo di Limatola  e benedetta da S.S. Giovanni Paolo II per l’Anno Santo del 2000.

La campana, quarta di Italia per grandezza, è posta su un supporto d’acciaio, davanti al campanile, e fa sentire la sua voce nei momenti forti e nelle ricorrenze più solenni dell’anno liturgico.

Campana Giubilare
Campanile della Nuova Chiesa di San Biagio

Dopo aver ammirato la maestosità della Campana e aver iniziato ad assaggiare i primi bocconi della storia secolare del posto, salimmo su una piccola navetta messa a nostra disposizione dalla nostra energica e solare guida e iniziammo a salire per le viuzze del borgo verso la parte alta di Limatola.

Borgo Antico di Limatola

Lungo la strada che porta al borgo antico è situata la vecchia Chiesa di San Biagio. Questa chiesa, come la Chiesetta di San Nicola dentro le mura, è documentata nella bolla di Sennete del 1113. Oggi non conserva più l’originario aspetto romanico, ma possiede un impianto rinascimentale, dovuto agli interventi dei Duchi Gambacorta. Sulla facciata sono presenti un portale rinascimentale (1599) e una lapide dei restauri settecenteschi (1734).

Un salto nella storia del borgo

Mentre salivamo verso il Castello abbiamo avuto modo di conoscere le vicende dell’affascinante storia di Limatola grazie al racconto orale di Rosa e di chi abbiamo incontrato durante il percorso, il modo più interessante per comprendere le tracce che la Storia ha lasciato in un territorio. Sulle origini del nome l’ipotesi più accreditata fa derivare Limatola da “limo” ovvero terra limacciosa, fertilizzata dal fiume. Diversi documenti attestano la presenza di Limatola già in epoca longobarda come presidio militare del Principato di Capua, al confine con il Ducato di Benevento, anche se vari ritrovamenti archeologici ne attesterebbero l’importanza già in epoca romana.

Con la costituzione della Contea di Caserta, Limatola ne ha seguito le vicende dinastiche, prima con i Longobardi, poi con i Lauro e i Della Ratta (fino al sec. XV).

Acquisita tramite unione matrimoniale dai duchi di Gambacorta, il borgo visse un momento di rinnovato splendore nei secoli XVI e XVII.

Francesco Gambacorta fu un vero mecenate, per il suo amore per l’arte e l’architettura. Fece consolidare la struttura del castello di Limatola, restaurò la cappella di San Nicola intra castrum, emanò nel 1527 i capitolari, norme che dovevano essere osservate sia dai feudatari che dai contadini delle sue terre, commissionò il polittico dell’Annunziata di Limatola a Francesco da Tolentino, pittore marchigiano che lavorò a Napoli con artisti locali. Nel 1570 Limatola fu comprata per conto del principe di Conca Giulio Cesare di Capua. Passata al Demanio regio (1734) fu acquistata dai Mastelloni, cui successero i Lattieri D’Aquino e i Carafa, fino all’emersione della feudalità (1806).

Con l’Unità d’Italia, Limatola fu aggregata alla provincia di Benevento a cui ancora oggi appartiene, diventando una delle porte di confine tra la terra casertana e il Sannio beneventano.

Facciata della vecchia Chiesa di San Biagio
Lapide per il restauro della Chiesa di San Biagio
Il Castello

Finalmente giungemmo al Castello che sorge su una collinetta calcarea a 100 metri sul livello del mare. Si pensa che già i Sanniti avessero stabilito qui una loro fortificazione. Lo sviluppo del castello avvenne intorno ad una primitiva torre longobarda (X sec.), in epoca normanno-sveva (XII sec.) e soprattutto in età angioina. Nel periodo rinascimentale assunse le attuali forme di palazzo ducale con corte interna, sede signorile delle varie famiglie che ne fecero la propria dimora.

Curiosità sui lavori al Castello – Il Castello di Limatola ebbe la sua prima ristrutturazione alla fine del mese di ottobre del 1277, con decreto del re Carlo I d’Angiò, emanato a Melfi il 27 settembre del 1277. Con molta probabilità alla sua ristrutturazione dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt, quello stesso che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che spesso viene citato col titolo di Protomaestro.

La facciata esterna del castello di Limatola rivolta a Sud-Est, nonostante gli interventi strutturali successivi, tra i quali quello operato dal duca Francesco Gambacorta nel 1518, conserva ancora parte dell’antico splendore e del restauro eseguito dai maestri scalpellini napoletani, fatti venire da Margherita de Tucziaco. La finezza del lavoro si nota soprattutto per la messa in opera dei conci di tufo, per la precisione del loro taglio (tutti della stessa dimensione) e per la perfezione della forma, che richiama quella della fabbrica di Castelnuovo, ristrutturata da Pietro D’Angicourt.

Carlo, difatti, era molto meticoloso nell’assegnare i lavori e pretendeva che si portassero a termine con celerità e minacciava forti pene a chi indugiava ad eseguire i suoi ordini.

Nel mese di novembre, vedendo che i lavori progredivano poco, Carlo chiese a Gerardo di Artois, giustiziere di Terra di Lavoro, di mandare altri manovali, ed esortò Pietro Chaul ed Enrico di Torsenvach di vigilare affinché gli operai lavorassero e non fuggissero. Ordinò di chiudere in carcere cum compedibus, e solamente con pane e acqua, quelli che si mostrassero svogliati o che andassero via; e di procedere contro quelli che riuscissero a nascondersi, carcerando la moglie e i figli, rovinando le loro case, divellendo le loro vigne. Da questi aneddoti si comprende come mai il lavoro di restauro del castello di Limatola sia durato poco più di un anno.

Il Castello
Il Castello
L'esterno del Castello
L'esterno del Castello

 Il valore storico e attuale del Castello – Il Castello di Limatola, con le sue mura merlate, rappresenta la memoria storica del territorio; si erge poderoso sulla collina, a guardia della vallata, in un punto strategico, dando lustro al piccolo centro limatolese e divenendo il simbolo della sua storia.

Baluardo dell’antico borgo medioevale, il Castello di Limatola, un tempo dimora difensiva, ora è di proprietà privata dal 2010, e dopo cinque anni di restauro è stato aperto al pubblico ed è oggi un’incantevole location. Tra le suggestive mura del Castello medioevale di Limatola infatti si svolgono matrimoni, eventi, meeting e nel periodo natalizio i Mercatini di Natale di Limatola “Cadeaux al Castello”.

In questo modo il Castello rivive e, anche se con una funzione del tutto diversa, può continuare a essere un polo di attrazione e una calamita nei confronti di chi non è nato nel borgo, restando così uno dei motori trainanti del piccolo centro. In questo senso, il Castello fortifica il senso di appartenenza dei suoi abitanti e rappresenta anche un simbolo di riscatto del suo popolo.

Dopo aver visitato il Castello, aver respirato la sua storia, girovagato nelle varie stanze e negli spazi esterni adiacenti, scattato foto e aver osservato i preparativi di allestimento dello spazio interno, che lasciavano ben cogliere la sua nuova destinazione d’uso, a malincuore abbiamo lasciato alle nostre spalle questa meravigliosa struttura per continuare la nostra visita limatolese e ci siamo diretti alla “fontana”.

Armatura d'arredo
Armatura d'arredo
Arredo interno
Arredo interno
Sala interna del Castello
Sala interna del Castello
Borgonauti al Castello
Le scale del Castello
Le scale del Castello
Il castello dall'uscita lateralello
Il castello dall'uscita laterale
La Fontana Margherita de Tucziaco – L’adozione

Questa fontana storica è localizzata nei pressi del Castello e intitolata a Margherita de Tucziaco, cugina carissima di Carlo I d’Angiò alla quale egli offrì uno dei più maestosi castelli del Regno di Napoli, qual era il castello di Limatola, in cui il re stesso fu ospite per qualche giorno durante i suoi viaggi. Nel tempo, la Fontana Margherita de Tucziaco di Limatola è divenuta un luogo molto significativo per tutta la comunità e non solo per la sua fonte d’acqua. Infatti questa fontana è stata sempre meta di molti visitatori, così come di molte persone del posto, anche per trascorrere il proprio tempo libero e pian piano è diventata insomma un punto di aggregazione sociale.

Dopo un periodo di maggiore disattenzione e incuria, quando qualche tempo fa il Sindaco di Limatola, dott. Domenico Parisi, ha proposto di attivare un progetto di adozione dei monumenti principali di Limatola, l’Assessore alla Cultura, il dott. Massimiliano Marotta, ha scelto proprio questa fontana come oggetto della sua personale adozione, curandone il ripristino e la manutenzione. E proprio nei pressi della fontana abbiamo vissuto uno dei momenti più belli della nostra domenica limatolese: una volta ascoltata la storia della fontana e aver fatto la nostra foto di rito, guardandoci intorno, osservammo che nei pressi della fontana c’era una lunga tavolata di abitanti del borgo che mangiavano e bevevano insieme all’aperto nei pressi della fontana, rappresentando ai nostri occhi una delle più simpatiche immagini simposiali e conviviali che ci si possa prefigurare immaginando la vita quotidiana di un borgo vivo. Avendo anche i commensali notato la nostra presenza al seguito della giovane Rosa, fummo invitati a brindare con loro con dell’ottimo vino gentilmente offertoci dall’assessore lì presente e dagli altri suoi amici commensali, facendoci sentire accolti e parte integrante di quell’allegra rappresentanza di limatolesi. 

Fontana Margherita de Tucziaco
Fontana Margherita de Tucziaco
Borgonauti con la loro guida
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco
Lavatoi e Abbeveratoi della Fontana Margherita de Tucziaco

Dopo un brindisi e un bel momento di gioia, ci accingemmo a lasciare la parte antica e a completare il nostro itinerario nei meandri del centro sannita, verso le altre frazioni non ancora esplorate.

Casale di Limatola – Chiesa dell’Annunziata

Andando verso “Casale di Limatola” potemmo visitare la Chiesa dell’Annunziata Ave Gratia Plena che dà anche nome alla frazione.

L’aspetto tardo-settecentesco che oggi la caratterizza nasconde origini ben più antiche. Fu fondata infatti prima del 1403, per volontà di una confraternita laicale, i Battenti, ancora oggi raffigurati nello splendido portale rinascimentale di gusto spiccatamente toscano, che risale al 1503. L’originaria pianta ad una sola navata fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali. Nel 1764 fu realizzato l’attuale imponente campanile.

Sulla sinistra del portale di ingresso è ancora riconoscibile, nonostante le numerose modifiche, l’edificio rinascimentale della chiesa con annessa una cisterna per la raccolta delle acque, nominata più volte nei documenti dell’archivio vescovile di Caserta.

La chiesa è stata sede dello splendido Polittico di Francesco da Tolentino, pittore marchigiano, datato 1527. Per un periodo il Polittico è stato depositato presso il Museo del Territorio della Reggia di Caserta per restauro, in attesa del rientro in sede entro l’imponente macchina lignea, purtroppo asportata da ignoti durante la notte nel 1999. Il Polittico raffigura la Madonna in trono col Bambino, San Giovanni Battista e Santa Maria Maddalena; nella predella sono visibili Storie di Gesù e Maria ed era originariamente destinato a ornare l’altare maggiore della chiesa della SS. Annunziata di Limatola e dopo il suddetto restauro, il Polittico è attualmente conservato nella chiesa palatina del Castello di Limatola.

Biancano – Il Santuario di Sant’Eligio e la Fontana

Biancano di Limatola è localizzata a pochi chilometri dal centro cittadino. Rivela un’origine autonoma e una storia importante per i reperti archeologici rinvenuti e l’esistenza di una serie di toponimi che attesterebbero a Biancano un accampamento di soldati cartaginesi guidati da Annibale in marcia per soccorrere i campani contro i Romani.

Il monumento più antico di Biancano è il Santuario che su un colle da cui si gode di uno spettacolare scorcio della vallata del medio Volturno verso Capua. La sua fondazione risale alla fine del Trecento, quando le truppe francesi acquartierate a Caserta e a Maddaloni si rifugiarono a Biancano per sfuggire alla fame e alla peste. Qui fraternizzarono con la popolazione locale e le comunicarono la devozione al santo, vissuto nel VII secolo. I biancanesi vollero testimoniare la loro riverenza innalzando nel 1388 un piccolo tempio a navata unica sovrastata da una cupola emisferica su presbiterio quadrato. Sulla navata si aprono alcune finestre e all’interno della chiesa è possibile ammirare alcuni affreschi tardorinascimentali. Tra la navata e il presbiterio vi è un arco sorretto da pilastri, su uno dei quali vi è un affresco di ignoto autore raffigurante San Benedetto. Sul fondo dell’abside vi è un trittico forse risalente alla scuola di Giotto che reca da sinistra a destra San Francesco, Sant’Eligio e Santa Caterina; mentre nella lunetta in alto campeggia la Madonna delle Grazie con gli angeli. All’esterno, a destra della chiesa si eleva il campanile in muratura di tufo.

Altro luogo incantevole di Biancano è la nota fontana, alimentata dalle sorgenti del versante dei monti Tifatini. Per le sue acque naturali freschissime e salubri, è stata sempre considerata una tappa importante dai viaggiatori di un tempo che si spostavano a piedi. Allo stesso modo, come l’altra Fontana storica di Limatola, anche questa di Biancano è stata sempre utilizzata in passato dalle signore del posto, le cosiddette lavandaie, che qui si recavano a lavare. Difatti, entrambe presentano degli abbeveratoi per animali e dei lavatoi in pietra risalenti al XVII sec. Nei pressi dell’antica fontana di Biancano è situata la vecchia Chiesa di San Michele Arcangelo (oggi in disuso), testimonianza dell’espandersi del culto dell’Arcangelo fin dalla seconda metà del VII secolo, praticato anche dai Longobardi.Il

Chiesa dell'Annunziata Ave Gratia Plena
Santuario di Sant'Eligio

 

Sazi per la tutta la meraviglia assaporata, felici di aver potuto scoprire la ricchezza storica, artistica e culturale di Limatola, storditi come si potrebbe essere dopo un viaggio nel passato grazie a quella preziosa macchina del tempo costituita dalla memoria collettiva umana, estasiati dalla bellezza naturale dei luoghi e soddisfatti di questa salita e discesa fatte tra cielo (sulla sommità della collina tra Castello e Santuario di Sant’Eligio) e terra (tra le viuzze del borgo antico fino alla Nuova Chiesa di San Biagio), andammo via da Limatola, consapevoli di aver conosciuto un borgo tra i più belli, con una vitalità e potenzialità enormi, come appurato anche grazie all’incontro con il popolo limatolese, che ci ha accolto e che continua ad adottare le testimonianze della sua storia per farle vivere anche nel presente e nel futuro.

L'interno dell'antico Santuario di Sant'Eligio
Vista dal colle in località Biancano
Abbazia di Sant'Angelo (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

Taurano, capitale estiva di danze e cultura

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Trascorrere le vacanze estive a casa, lontani dalle gettonate capitali europee o dalle nevrotiche spiagge di Ferragosto non è poi un dramma! A volte non è necessario allontanarsi tanto, ci sono luoghi vicini, spesso insospettabili che possono sorprenderci per angoli dal fascino ancora sconosciuto. Il territorio campano, ma in generale l’entroterra della nostra bella Italia, offre ad agosto un calendario ricco di serate magiche. Si può optare per escursioni notturne i cui passi sono illuminati dalla luna, concerti, sagre con ottimi percorsi enogastronomici, festival di danze popolari… Insomma, si ha solo l’imbarazzo della scelta, che in questo caso ci ha portato a Taurano. Le ragioni che ci hanno condotto a questa scelta sono state essenzialmente due: la prima è perché si tratta di un borgo dell’Irpinia quindi, garanzia di bellezza; la seconda è perché Taurano ogni anno ospita il Festival Internazionale del Folklore. Aggiungo un ulteriore motivo, scoperto solo dopo la visita di questo borgo: si tratta di alcuni murales che rianimano i vicoli con i loro colori e tematiche.

TAURANO

Taurano, antico come l’età del bronzo, è un piccolo paese della Bassa Irpinia disteso lungo il monte Pietra Maula, sempre lì, in quiete, a contemplare un panorama ricco di vegetazione dove con lo sguardo si può arrivare fino ad abbracciare il suolo napoletano. È circondato da un territorio generoso dove tutti i sensi vengono appagati con la natura che cambia colore ad ogni stagione ed è sempre uno spettacolo per gli occhi, il fruscio del vento tra gli alberi, l’odore intenso delle erbe selvatiche, la frescura dell’estate, il gusto raffinato dei suoi frutti. Questa terra è caratterizzata dalla presenza di querceti, uliveti e noccioleti; è segnata da una cultura agricola antichissima e, grazie alle mani sapienti dei suoi abitanti, Taurano è una delle capitali italiane della nocciola. Si tratta della nocciola Mortarella, di ottime qualità, la cui coltivazione ne ha fatto un prodotto di eccellenza nella tradizione culinaria dell’Irpinia.

Per quanto riguarda il centro abitato, il borgo non è molto grande, è raccolto ma non privo di fascino. Anzi, è proprio quell’atmosfera intima che lo rende incantevole. Oltre ai suggestivi vicoletti, Taurano è patrimonio di chiese meravigliose dall’architettura semplice e raffinata dove è possibile ammirare all’interno opere d’arte come le tele di Angelo Mozzillo (1736 –1806) nella Chiesa del Rosario (fine XVI secolo) oppure l’altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (XIII secolo) e; all’esterno scorci mozzafiato come quelli unici dall’Abbazia di Sant’Angelo risalente al 1087 (vedi immagine di copertina, fornita da Tommaso Buonfiglio).

Altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Altare ligneo della Chiesa di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Convento di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Convento di San Giovanni del Palco (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FOLKLORE

Taurano, nonostante sia un piccolo borgo, protetto e isolato per la sua posizione di difesa sui rilievi della Campania, ha una meravigliosa tradizione di accoglienzaTaurano, infatti, ospita dal 1996 il Festival internazionale del Folklore organizzato dalla Pro Loco del paese con la collaborazione del Gruppo Folk Laccio di Amore. Il Festival si tiene durante la prima settimana di agosto, giorni in cui Taurano si accende con i colori dei numerosi gruppi internazionali, la tradizione locale si mescola alle culture di paesi lontani, ed è tutta una festa di sorrisi e allegria, senza frontiere! Le danze, i costumi variopinti e le musiche dei gruppi partecipanti ti avvolgono e ti travolgono. La danza è l’essenza di un popolo, possiede quel ritmo antico che accomuna tutte le culture per propiziare un raccolto generoso, per onorare una cerimonia religiosa, per allontanare spiriti cattivi…

L’edizione del 2019 ha accolto con entusiasmo i gruppi musicali e di danza popolare di Argentina, Cile, Costa d’Avorio, Perù, Polinesia, Kamtchatka e l’immancabile compagnia di Taurano, sempre in giro per il mondo per far conoscere le proprie tradizioni. I vari gruppi dopo la sfilata inaugurale, sulle scale della villa comunale dove le luci hanno creato una magnifica scenografia, si sono esibiti a turno mostrando la bellezza dei loro movimenti. La musica ci ha rapiti e non importava se si trattasse di quella tribale della Polinesia o quella cortese della tarantella nostrana.

Gruppi del Folklore
Gruppi del Folklore
Foto ricordo con le gentili donne della Polinesia
Foto ricordo con le gentili donne della Polinesia

TAURANO E L’ARTE DEI MURALES

Taurano si sta trasformando in un museo a cielo aperto grazie ai murales lungo i caratteristici portici del paese. Si tratta del progetto “Portici d’Autore”, iniziativa artistica nata nel 2012 che ha l’intento, oltre a quello di riqualificare e valorizzare il borgo spento dal tempo, di testimoniare le epoche trascorse di questo antico borgo: un modo per conservare la memoria storica di Taurano. Il murales che più mi ha colpito è il “Sogno Americano” di Franco Mora. L’artista ha affrontato il tema dell’emigrazione che ha coinvolto i cittadini tauranesi (e non solo) nei primi anni del Novecento. Al centro del murales c’è un veliero fantastico che traghetta gli abitanti del paese verso una nuova vita: di fronte ad un futuro dove l’unica certezza era una vita dura, segnata dalla fatica nei campi che non sempre riusciva a sfamare la comunità, la gente lasciava con amarezza la propria terra per l’America con la speranza di un futuro migliore.

Portici d'Autore
Portici e murales (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
La contadina (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
La contadina (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Dettagli dei portici (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Dettagli dei portici (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Portici d'Autore (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)
Portici d'Autore (foto fornita da Tommaso Buonfiglio)

Andare alla scoperta di borghi e sentieri, e di tutte quelle bellezze del nostro territorio cadute nell’oblio, è una passione che coltivo da tempo, oggi trasformata in qualcosa di vitale per il richiamo di teneri ricordi e per l’occasione di nuovi incontri. Ma è una passione che si è fatta ancora più bella e profonda grazie all’allegra compagnia dei Borgonauti, uniti dal desiderio di conoscere l’anima dei borghi consumati dal tempo e dalla speranza di vederli un giorno rianimati dalla freschezza di future generazioni. Oggi l’America del murales è la città, il caos, i luoghi affollati, i bar, il degrado, tutto a portata di mano…Il sogno dei Borgonauti è quello di vedere quel veliero fare rotta verso i borghi, traghettare le persone verso luoghi dimenticati che hanno bisogno solo di essere abitati.

Il "Sogno americano"
Il "Sogno americano"

Le Luci di Piedimonte

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Non è difficile comprendere l’etimologia della parola “Piedimonte”, ma lo è capire il motivo per il quale questo comune dell’alto casertano, un tempo rigoglioso e florido, abbia visto nel corso dei secoli una significativa riduzione di interesse, forse  associato ad un calo dei flussi commerciali , affievolendo sempre più l’influente peso che ha avuto nella provincia. Situato ai piedi del massiccio del Matese, il comune ha conosciuto tanti felici periodi storici, ma è doveroso citarne due in particolare: quello Normanno (XII sec.) durante il quale ha esteso i propri confini occupando un territorio di oltre 142 km², e quello della nobile famiglia dei Gaetani d’Aragona (che lo mantennero fino all’abolizione della feudalità) i quali favorirono l’incremento della produzione industriale dei panni lana.

Nel 2019 il comune di Piedimonte ha partecipato ad una bellissima iniziativa chiamata “Illuminarti”, manifestazione nata nel 2012 dall’Associazione culturale Byblos, con un chiaro obiettivo: quello di accendere i riflettori sui suoi angoli più nascosti e remoti, per dare vita ad una “protesta” contro il loro abbandono. La curiosità e l’interesse che sempre ci guidano come strade maestre, ci hanno spinto a partecipare a questa suggestivo progetto che abbiamo trovato estremamente elegante e raffinato. Le luci sapientemente dislocate nei punti strategici, hanno illuminato le antiche Chiese, le strade principali  ed il centro storico, interessando anche il Complesso Museale San Tommaso D’Aquino, le rampe di San Marcellino e il Palazzo Ducale.

Passeggiando lungo questo percorso abbiamo incontrato più spettacoli in contemporanea, concerti di musica, mostre pittoriche e fotografiche, artisti di strada itineranti, punti di ristoro e prodotti locali. Sicuramente, gli scorci più suggestivi e romantici vanno ricercati nei pressi del Palazzo Ducale. E’ stata un’esperienza bellissima, intima, delicata ed organizzata in maniera estremamente scrupolosa, che ci ha dato la possibilità di ammirare un borgo magnifico, troppo spesso dimenticato, che cerca di ritornare a splendere come in passato attraverso queste romantiche manifestazioni.

Cava de’Tirreni: la città stellare

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Cava dei Tirreni è una città molto apprezzata sia per i suoi scenari naturali che per la sua storia, per questo non potevamo non destinarvi una ‘borgo-tappa’. 

Essa sorge in una vallata immersa nel verde e viene chiamata ‘città stellare’ perché parte dei suoi abitanti è dislocata nei paesini attorno al centro. L’etimologia del nome ‘Cava’, deriva dal termine cavea, ossia ‘antico anfiteatro’, che allude alla vallata circondata dai monti. La seconda parte de’ Tirreni rimanda, invece, al suo primo nucleo abitativo: i Tirreni, un popolo di origine etrusca. La storia della città è ricca di fascino e di echi mistici, che rimandano all’immagine di un luogo soprannaturale. 

Pare, infatti, che in passato, essa sia stata scelta come meta da un nucleo di monaci eremiti proprio per la sua posizione appartata, ideale per poter ritrovare se stessi e la propria dimensione dedicandosi alla contemplazione ed alla preghiera. Per un fine analogo fu costruita, nel XI secolo, l’antica Abbazia benedettina della Santissima Trinità, consacrata, poi, da Papa Urbano II nel 1092. Cava, come numerose altre città italiane, fu bombardata durante la seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita.

Borgo Scacciaventi
Borgo Scacciaventi

La nostra passeggiata ha avuto inizio dal Borgo Scacciaventi, un vero gioiello, nonché una delle più belle attrazioni della città. Esso si offre agli occhi con i suoi caratteristici portici che ornano gli antichi palazzi edificati sulle arcate,  ripercorrendo ognuno la storia del luogo. L’intero percorso porticato offre negozi e botteghe, tanto da costituire un centro commerciale all’aperto. Lo scenario dei portici è ancora più suggestivo all’imbrunire, quando le luminarie gli donano un aspetto quasi magico.

Passeggiando ci siamo imbattuti, poi, nel Complesso Monumentale di San Giovanni Battista, un vecchio monastero distrutto dal terremoto dell’ ’80 e totalmente ristrutturato, oggi sede di mostre ed esposizioni. L’illuminazione serale è stata, a sua volta, studiata per rimandare al suo carattere ieratico e di meditazione.

Santuario di San Francesco e Sant’Antonio
Cripta del santuario di San Francesco e Sant'Antonio

Tra le varie bellezze della città, c’è sicuramente il maestoso santuario dedicato a San Francesco e Sant’Antonio, situato nella piazza principale, che ogni anno diventa mèta di migliaia di pellegrini che provengono da tutta Italia. Si tratta di una chiesa del 1500 ricostruita su tre livelli dopo il terremoto dell’Irpinia e famosa per la cerimonia che si svolge ogni 13 del mese: il Botafumeiro, l’incensiere più grande d’Europa con un peso di oltre 70 kg. Al termine della cerimonia viene fatto oscillare per ben tre volte lungo la navata centrale. Altrettanto emozionante è stato ascoltare la messa e le lodi dei monaci francescani. Non bisogna dimenticare, poi, la cripta sotterranea ricca di reliquie ed il presepe monumentale, l’unico in tutta Italia costruito su 1000 m².

Insomma, con i suoi portici, le sue chiese, i suoi scenari naturali e le sue botteghe ricchi di sapori e tradizioni, Cava è una città tutta da scoprire.

Montesarchio-La nuova Caudium

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Montesarchio per me era solo un borgo della valle caudina, ma Carla e Mario, con il loro entusiasmo e la loro passione per i borghi, ci affascinarono fino al punto di “calendarizzare” questa meta.

Era una domenica pomeriggio di pieno inverno, decidemmo, nonostante il tempo non proprio favorevole, di andare alla scoperta di questo nuovo paese del beneventano, ai piedi del monte Taburno.

Da lontano era già ben visibile la parte alta del borgo, la collina, sulla quale dominano maestosi la torre e il vicino castello.

Arrivati sopra la collina ci dirigemmo subito verso la torre dove fummo accolti da guide volontarie. La torre è costituita da due corpi cilindrici, rimaneggiata nel corso della storia dai vari conquistatori che si sono susseguiti. Le origini risalgono al VII secolo, quando era costituita solo dal corpo centrale, realizzato come torre di avvistamento, per necessità belliche contro l’esercito di Carlo Magno. Altre modifiche hanno interessato la torre nel tempo, cambiamenti che l’hanno vista ampliarsi per renderla più efficiente nell’utilizzo dell’artiglieria da guerra: infatti sono ancora oggi ben visibili le aperture sui due cilindri. Le ultime modifiche risalgono invece all’epoca borbonica, che vede la torre diventare un carcere politico, che ha avuto come prigioniero il patriota Carlo Poerio. Proprio da quella che fu la sua cella si può godere di una vista mozzafiato del monte Taburno e dell’intera vallata.

Vista panoramica

Purtroppo uscimmo dalla torre con un briciolo di rammarico per non aver visto il cratere di Assteas, il ratto di Europa, definito il cratere più bello del mondo, momentaneamente non esposto nella torre.

Ci dirigemmo poi al vicino castello dove è situato, al primo piano il Museo Archeologico del Sannio Caudino, che ospita numerosi ritrovamenti archeologici della valle Caudina.

Ciò che cattura l’attenzione sono i meravigliosi crateri che Il museo ospita, vasi rinvenuti nelle tombe risalenti al V e IV secolo a.C. oltre ai numerosi corredi funerari esposti.

I crateri
Rosso immaginario

Molto divertenti e simpatiche sono le didascalie colorate dedicate ai più piccoli, che attirano sicuramente la loro attenzione.

Continuando la nostra visita all’interno del museo arrivammo alla mostra ‘‘rosso immaginario’’, una splendida installazione multimediale che racconta dei crateri rinvenuti a Montesarchio.

La mostra ‘‘rosso immaginario’’ viene svolta nelle celle del carcere borbonico del castello, entrando nella prima cella, uno spazio piccolo e intimo, troviamo una parete di vetro oltre il quale sono collocati più crateri. Poi arriva la sorpresa, i vasi prendono vita e una voce narrante ci porta a rivivere la mitologia greca, facendoci immergere nei sentimenti e nelle emozioni delle divinità greche!

Le installazioni raccontano i vasi, raccontano le immagini su di essi raffigurate, dandogli vita, catapultando lo spettatore nelle storie dei singoli crateri, che prendono vita in proiezioni di immagini animate, che ti catturano e ti catapultano nella narrazione!

In serata, nonostante l’ora tarda, decidemmo di fare un giro nel centro storico. Giungemmo nella piazza principale, Piazza Umberto I, dove è situata la fontana dell’Ercole, in stile barocco, dove appunto emerge la figura di Ercole guerriero. Passeggiando per le stradine tranquille del centro giungemmo alla Chiesa di San Francesco, con la sua porta di legno intarsiata con le scene di vita di san Francesco, la cui facciata è attribuita a Luigi Vanvitelli. Accanto alla chiesa sorge il Convento di San Francesco, oggi sede del Comune di Montesarchio.

La fontana dell'Ercole
La chiesa di San Francesco
Il convento

Ci spingemmo poi a percorrere le stradine silenziose e isolate fino a giungere ad una scalinata di larghi gradini, che ci avrebbe portato nella parte più alta e suggestiva della città.

Di fronte alla lunga e larga scalinata, con la consapevolezza che troppe cose ci saremmo persi, decidemmo di rincasare, ma con la promessa di ritornare a goderci pienamente quel borgo ricco e silenzioso in una splendida e lunga giornata.

Valogno – Il borgo dei murales

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Fino a pochi mesi fa non ero purtroppo mai stata a Valogno e non ne avevo mai sentito parlare. E forse non è un destino così insolito per un piccolo borgo, arroccato tra le alture dell’Alto-Casertano, frazione del comune di Sessa Aurunca, un paesino abitato da meno di cento persone, lontano dalle mode e dalla grande distribuzione, privo di bar, farmacie, supermercati o locali tipici della movida ma dotato del bene più prezioso, la bellezza di un’anima unica e variopinta e un’incredibile storia che dal passato ritorna a essere coniugata al presente.

LA SCOPERTA – La prima volta in cui ho sentito parlare di Valogno, mi è stato menzionato in relazione a una mia grande passione, quella per la street art e i murales. Mi fu detto che non era necessario percorrere km per affollare grandi e famose città italiane o europee alla ricerca dei graffiti degli street artist locali e internazionali perché, a distanza di pochi km da casa mia, nel cuore della Campania, c’era un gioiello, un intero paese i cui muri erano stati inondati dai colori di più di 40 murales di vari maestri, chiamati a dipingere le facciate grigie delle case del borgo, per farlo rivivere con nuovi e vivaci colori, ma io direi anche con nuove direzioni del corso della sua storia.

Valogno Borgo d'arte
Mastu Felice
Il pensatoio

LA STORIA DI GIOVANNI E DORA – Spinta dalla curiosità e dalle bellissime foto mostratemi, ho iniziato a informarmi sulle note caratteristiche, sulle particolari vicende di Valogno e sulle intuizioni geniali di Giovanni Casale e Dora Mesolella, una coppia di persone meravigliose che, ritornate nel borgo, in seguito a dolorose e intime situazioni familiari (dopo aver vissuto e lavorato, lui come psicologo e lei come addetta alle telecomunicazioni, per molti anni a Roma), proprio là, nel luogo natio della famiglia e simbolo del passato, hanno avuto lo sguardo lungimirante, l’approccio creativo e la determinazione forte di chi vuol affrontare la sofferenza con positività, coraggio ed energia e di chi non vuol vedere il proprio paese d’origine abbandonato, vuoto, spento, trasformato dalle terribili colate di intonaco grigio degli Anni Ottanta, atte a seppellire l’identità preziosa dell’antica Valogno, all’epoca felice espressione della tipica fisionomia dei borghi emergenti dal tufo vulcanico.

Per combattere il grigio dei nuovi interventi edilizi che coprivano e incupivano l’aspetto medievale di Valogno e arrestare l’abbandono del paese, a causa del disinteresse e della necessità di sostentamento da parte delle nuove generazioni, costrette ad andar via per la mancanza di lavoro e prospettive, Giovanni e Dora hanno fondato l’associazione no profit “Valogno Borgo d’arte” e chiamato a raccolta artisti locali e altri conosciuti a Roma e in varie parti d’Italia, invitandoli a “colorare il grigio” e a riportare gioia, luce e vitalità nel borgo. E in questo modo hanno dato avvio a una nuova stagione della vita di questo piccolo e incantevole paradiso, che ha iniziato lentamente a rinascere e attirare alcuni turisti incuriositi dai graffiti che si moltiplicano nel tempo.

Borgonauti con Giovanni Casale
La casa di Giovanni e Dora

LA PRIMA VISITA – Pur sapendo tutto ciò, solo quando sono giunta a destinazione ed entrata nel paese, ho davvero compreso l’unicità di questo luogo, che è diventato subito un posto per me speciale, in cui tornare sempre per respirare ogni volta la magia di un’atmosfera sospesa nel tempo che ti circonda, coinvolge e rapisce, proiettandoti in un universo di antico e presente, fiaba e mito, colori e profumi, stradine lastricate e tetti a spiovente, arcate e scalini, gatti e fioriere, senza trascurare i suoi meravigliosi abitanti.

Mentre, infatti, si percorrono i vicoli stretti di Valogno, sentendo i rintocchi delle campane delle tre chiese del borgo, costeggiando e ammirando i magnifici murales che accompagnano i visitatori sin dall’ingresso del paese, ripopolandolo con le immagini di figure mitiche, eroi e briganti, protagonisti del Risorgimento e rappresentanti di arti e mestieri, donne famose d’arte e letteratura come Frida Kahlo o Matilde Serao, scene desunte da favole d’ogni tipo, alberi della vita e pensatoi, si ha la possibilità di conoscere il vero valore aggiunto del borgo: quegli abitanti che non lo hanno mai abbandonato, che ti aprono le porte delle loro case, invitandoti a entrare e a condividere la loro storia, gli angoli delle proprie case, i giardini, l’orto e, perché no, anche un caffè e delle bottiglie di ottimo vino fatto in loco.

IL CUORE DI VALOGNO: I SUOI ABITANTI – E così, insieme ai borgonauti con cui ho assaporato questa prima fantastica visita a Valogno, in una bella e tiepida giornata di inizio autunno, sono entrata nella casa di Pietro che ci ha mostrato la sua “tana” con i soffitti d’epoca ricoperti di carta da parato intervallata da stampe di antichi quotidiani, cucina in muratura con gli utensili di un tempo e la bellissima cantina dove abbiamo ammirato i mosti di vino a fermentare e le bottiglie di vino bianco e rosso da lui amorevolmente riempite e a noi donate; abbiamo poi visitato il Giardino dell’Eden, situato a ridosso di una delle prime case all’ingresso del paese, e conosciuto Luigi, il mitico proprietario e ideatore di questo straordinario e inconsueto giardino artistico, che si estende dal cancello fino al patio e giù per la discesa verso le coltivazioni della vallata, decorato interamente da conchiglie, raccolte sul litorale romano di Ostia durante tutte le estati degli ultimi decenni e riutilizzate per creare stupefacenti mosaici, iscrizioni, pareti e pannelli d’arte avvolti dalla vegetazione, su cui batte la luce a campo aperto e da cui traspira la cura infinita di un uomo per il suo piccolo tempio, costruito, centimetro dopo centimetro, con minuzia “maniacale”, secondo i divertenti racconti della moglie spifferati dal balcone, ma soprattutto con creatività, amore e ammirevole dedizione.

I PRANZI CONDIVISI E LO SGUARDO AL FUTURO – Impossibile non sentirsi a casa a Valogno, non andar via col desiderio di avere un piccolo rifugio su quell’altura e, se è vero che non ci sono al momento bar, è altrettanto vero che è possibile comunque condividere dei pasti in compagnia grazie a una delle tante iniziative di Giovanni e Dora che, per continuare a contribuire al risveglio del borgo, al finanziamento dei murales e alla sostenibilità delle varie opere messe in atto o progettate, hanno creato i “pranzi condivisi”. Con una cifra davvero modesta (tra i  15,00 € e i 20,00 € in base al menù) si ha l’occasione di pranzare insieme a casa loro, una splendida casetta nel cuore di Valogno, sede anche dell’associazione, coloratissima, con arredo rustico e camino, aperta dai suoi proprietari a chiunque abbia voglia, come abbiamo fatto noi, di entrare e ascoltare la loro storia, condividere il fermento delle loro idee e imparare una grande e semplice lezione di vita: a volte bisogna solo saper immaginare!

Il Giardino dell'Eden - Vista dall'alto
Il Giardino dell'Eden - Le conchiglie di Luigi
Nella cantina di Pietro

Sant’Agata de’ Goti – Tour su note medievali

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DOVE E QUANDO – Chi di noi ha sempre voglia di scoprire posti nuovi sa benissimo che una domenica autunnale, umida e uggiosa non può certo impedire un tour alla scoperta di un borgo fermo nel tempo! La Campania è ricca di posti bellissimi da visitare, dalla costa all’entroterra;  questa è la volta di Sant’Agata de’ Goti, la “perla del Sannio”! Il borgo si trova in provincia di Benevento sebbene a ridosso della provincia di Caserta e del Monte Taburno. È davvero il luogo giusto per chi è in cerca di storia e tradizioni ma anche di uno scenario mozzafiato! In effetti, al centro storico si accede attraversando il ponte Martorano, anticamente creato per valicare i torrenti della vallata, oggi inconfondibile passeggiata a strapiombio sulla vegetazione! Chi si addentra incuriosito verso le prime case del borgo non può che essere attratto dall’immagine di una parete rocciosa che cade a picco nella valle, incastonata di case e antiche costruzioni di tufo: sembra di trovarsi catapultati in un’atmosfera medievale! Non stupisce, del resto, che la storia di Sant’Agata de’ Goti sia legata proprio a questo complesso periodo storico: si dice che il nome dell’antico borgo già longobardo avesse avuto il suo battesimo con l’arrivo dei Normanni nel sud Italia: Rainulfo Drengot avrebbe in qualche modo condizionato l’evoluzione del nome Drengot in “de’ Goti”. Insomma, il borgo di Sant’Agata incuriosisce già per l’etimologia del suo nome!

ITINERARIO La passeggiata comincia da via Roma, arteria principale della città: mai stanchi di curiosare, ogni angolo colpisce la nostra attenzione! Nelle piazzette e nei piccoli slarghi del borgo ci accolgono persone in costumi d’epoca medievale, persino un funambolo che sul filo dell’equilibrio ci ha tenuti col fiato sospeso!

Si tratta di una delle iniziative del piccolo comune, oggi molto attento alla rivalorizzazione della tradizone locale. Risalendo via Roma, ritroviamo la maestosità del Duomo di Santa Maria Assunta, edificato nel 970. Rimaneggiato nei secoli successivi, ancora oggi conserva elementi architettonici del periodo medievale: qui, non a caso, siamo stati sorpresi dal ritmo degli antichi balli popolari, uno spettacolo di danze e costumi curato dalle compagnie di ballo del territorio… un vero tuffo nel passato!

Continuando il nostro tour e seguendo le note delle musiche medievali, ci ritroviamo all’ingresso della Chiesa di San Francesco, poco distante dal Duomo. La chiesa fa parte dell’omonimo complesso architettonico del convento francescano, risalente almeno al XIII secolo benché oggi il suo aspetto ricordi i rimaneggiamenti barocchi e settecenteschi.

Appena entrati, ci è sembrato di essere in una dimensione diversa. Siamo stati accolti da un gruppo di volontari che ci ha raccontato la complessa storia dell’edificio, in specie quella del suo pavimento maiolicato, di scuola napoletana, ancora in via di restauro.

Ma la vera sorpresa è stata del tutto inaspettata: la ricostruzione in digitale del bellissimo pavimento creava intrecci coloratissimi grazie ad un gioco di luci tridimensionale! Insomma, la storia incontrava la modernità e ne aveva dato il risultato migliore!

Sant’Agata si conferma come posto perfetto da visitare per riscoprire le atmosfere quasi ancestrali del Medioevo, i canti e i balli popolari che hanno resistito alla furia del tempo… e perché no, magari per farsi trasportare dalla musica, imparando la danza degli antichi!

Funambolo nel centro storico
Sant'Agata di notte
Rievocazione di balli medievali

Sessa Aurunca – Il teatro della storia

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È stato amore a prima vista quando ho scoperto Sessa Aurunca in un pomeriggio di fine estate, quando tornando da una tranquilla giornata sulle spiagge ormai deserte di Baia Domizia, io e Mario decidemmo di fare tappa in questa città, ancora sconosciuta ma che misteriosamente ci destava curiosità.

Anche la seconda volta è stato di ritorno dal mare, ma era pieno inverno. Poi le passeggiate e la scoperta per Sessa Aurunca sono diventate sempre più frequenti, ogni volta invitando amici per condividere le emozioni che questa città dalle strade inspiegabilmente silenziose può regalare. (Molte case nel centro storico sono infatti in vendita, alcune addirittura in regalo per pochissime migliaia di euro). Sessa Aurunca mi piace troppo e si trova sul mio podio personale dei borghi più bella della Campania.

Il motivo principale? Quello più delizioso! Abbiamo conosciuto Franco, proprietario di una piccola locanda situata nella piazza che ospita la monumentale Fontana dell’Ercole. Questo simpatico sessano, con amore e tenacia, porta avanti la sua attività da qualche anno e sono anche i prodotti che ci offre a spingerci a percorrere 50 km e non sentirne il peso.

C’è da dire che nella parte finale del viaggio siamo in compagnia delle belle campagne locali dove da secoli, sulla lava antica del Roccamonfina hanno dimora i saggi ulivi e le viti rigogliose.

È da queste preziose piante che nascono le olive sessane, poi “acciaccate” con il finocchietto selvatico e il Falerno, il vino dei Romani che continua a rallegrare la semplicità della bella compagnia.

Questo vino ha infatti deliziato la mia ultima visita a Sessa Aurunca, fatta insieme ai Borgonauti alla scoperta dell’antico teatro romano, della possente architettura del Castello, dei vicoli che durante la Settimana santa si accendono di riti e magia, del Duomo e la simbologia nascosta del Medioevo… di questa città, a me tanto cara.

Antico teatro romano

Immerso in un’ampia collina, l’antico Teatro romano assiste al meraviglioso spettacolo della natura.

Gli alberi e le foglie danzanti,

le pietre dalle infinite sfumature,

la spontaneità dei fiori,

i frutti profumati,

la terra fertile…

si esibiscono in un’opera antica e sempre viva nel presente.

Resti archeologici del teatro
La monumentale Fontana d’Ercole
Da Franco a Sessa Aurunca
Architettura e simbologia medievale
La Cattedrale, luogo di culto e dei tradizionali riti senza tempo
Il Castello ducale