Raccolta di San Gennaro

Asprinio poetico

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Un po’ di storia. Durante il periodo della quarantena, l’anima, nella piena solitudine sanitaria e nella circoscritta visione delle solite mura, ha viaggiato come non mai alla ricerca di interessi inusuali, sfruttando i pochi spiragli dalle finestre. Un mondo si è disvelato sui bordi della città, un passato coriaceo, come gli antichi racconti dei nonni, perché l’Agro aversano era terra di contadini, demiurghi di pedologie paludose e vulcaniche, punti d’incontro d’opposte forze telluriche. L’agricoltore ha da sempre dovuto mediare il fuoco degli effluvi magmatici e l’irruento fiume Clanio distribuiva limosi doni, ma anche devastazioni e acquitrini diffusori di malaria. Dopo le bonifiche del tempo (Regi lagni), queste terre hanno custodito un raro gioiello enologico, un unicum, un vitigno da cui si produce un “piccolo grande vino”, come ci ricorda un vero custode della memoria enologica, Mario Soldati. Al di là delle varie ipotesi sulle origini di questo ancestrale vitigno, una conferma potrebbe derivare proprio dalla tecnica di coltivazione, quella dell’Alberata aversana (per propaggine e a piede franco, possibile grazie alla natura del suolo prevalentemente vulcanico/sabbioso che ha reso quasi impossibile la vita alla filossera, afide che ha devastato il modo viticolo europeo per anni, sconfitta solo grazie alla tecnica del portinnesto su viti americane), sistema di allevamento  che rimanda ad un’origine etrusca. Gli Etruschi erano soliti coltivare con tutori vivi la vite, cosa che del resto accadeva con il promiscuo nel Chianti in Toscana e in Emilia per i Lambruschi (territori della civiltà etrusca) prima dell’impostazione contemporanea della produzione enologica di impronta francese.

La muraglia
La muraglia
Festoni
Festoni

L’Asprinio ha una simbologia romantica; infatti, si marita (vite maritata) con alberi di olmo e pioppo raggiungendo altezze di venti metri. In questo modo la terra si congiunge con il cielo, e i contadini coltivandola percorrono una ascesa mistica dove la fatica e il pericolo sono elementi della briosità del prodotto, perché per coltivare questa rara uva sono necessarie passione e follia. Un’altra notizia in merito è quella che vede una comunanza genetica con il più rinomato Greco di Tufo irpino. Infatti, l’Asprinio fu portato in Irpinia dalla famiglia Tufo aversana, che in epoca angioina divenne feudataria della solforosa Tufo (AV). Inoltre, gli studi genetici sui biotipi dei due areali, condotti dalla Facoltà di Agraria di Portici della Federico II, avvalorano tale ipotesi.  Un altro particolare per quanto riguarda la tecnica di allevamento delle alberate, presenti prevalentemente nella zona territoriale, denominata Agro aversano, è quello rinvenuto in una raffigurazione pittorica nel bellissimo Real sito di Carditello: esso fu fiore all’occhiello per la zootecnia e la sperimentazione agricola durante il regno dei Borboni. Sulle pareti, sono raffigurate scene dove le viti vengono coltivate con l’ausilio degli alberi, ma la particolarità è che l’uva raffigurata è di colore nero… Ogni simbolo rimanda alla ricerca, questa terra si fonda sull’unicità, che non è frutto sempre della razionalità. La terra ha permesso una graduale sostituzione, quasi scomparsa, di tale particolarità, per rispondere in maggior modo alle esigenze del mercato e alla quantità. Ciò è avvenuto a discapito della qualità di questo raro gioiello, che durante il boom economico divenne uvaggio da taglio per famosi spumanti che inondarono le tavole italiane; d’altro canto i contadini, da eroi romantici, divennero conferitori e la magia andò ben presto affievolendosi.

Ascesi
Ascesi
Uva d'Asprinio di Alberata
Uva d'Asprinio di Alberata
Vite maritata in primavera
Vite maritata in primavera

Esperienze. Durante l’allentamento delle misure anti-covid, la curiosità, implementata dalla cattività sanitaria, ha nutrito il desiderio di toccare con mano questa antica storia. L’esigenza è stata quella di conoscere il mondo di chi per secoli ha coltivato questa terra e custodisce le antiche pratiche e leggende. Ad Aversa, ai margini della urbanizzata città, dove il verde respira con le sue sfumature, resistono ancora strade di campagna in terra battuta, dove è possibile conoscere dinastie di agricoltori custodi, e chi se non i borgonauti potevano spingersi in una conoscenza dell’oblio? In queste passeggiate abbiamo avuto l’onore di dialogare con il signor Angelino, che con grande passione ci ha informato di come le alberate non possano essere conosciute senza emozioni, perché la loro esistenza è frutto di scelte irrazionali. Con lui abbiamo appreso molte cose, e soprattutto “colto” quanto gli agricoltori abbiano una simbiosi profonda con la terra, e come i poeti e gli agricoltori possano scegliere tra due metriche, quelle classiche, sorrette dalla razionalità, o il verso libero spinto dall’inspiegabile dolore/passione che da sempre rende insaziabile l’uomo alla ricerca di un’anima insondabile: in questo caso l’agricoltore è poeta. Durante questi dialoghi primaverili/autunnali, quasi platonici, perché l’alberata è un’idea applicata alla realtà, la terra respirava libera dalla pressione idrocarburica e antropica. Abbiamo sentito originariamente il profumo dei fiori, del cardo e di pesco rosa, ammirato il dischiudersi dei fiori di melo d’annurca candidi, il nascondersi dei delicati ciliegi. La campagna era una tavolozza di colori e odori di cui non avevamo mai fruito nella sua integrità.

Il cardo
Il cardo
Campo di cardi
Campo di cardi

Ritornando all’Asprinio il sig. Angelino ci ha dato appuntamento per la vendemmia che quest’anno si è tenuta nel giorno di San Gennaro, perché è solo nella vendemmia e nella potatura che si può comprendere che gli eroici agricoltori non vivono solo nelle rinomante zone vitivinicole, tra terrazzamenti e quote temerarie, ma anche in un lembo di terra che galleggia sulle acque salmastre, alluvionali e marine, e resiste contro l’ignoranza dell’inquinamento. Gli agricoltori dell’Agro aversano con le loro maestose alberate sono gli unici che hanno avuto l’ardire di coltivare il cielo, con filari alti venti metri una rara stirpe d’uomini ragno capaci di tessere tralci e raccogliere i frutti.

Il sentiero dei nidi di ragno
Il sentiero dei nidi di ragno
Fratelli Angelino
Fratelli Angelino
Un fratello Angelino
Un fratello Angelino

Uve che fluttuano tra sole e ombra e che indiscutibilmente conservano elementi chimici e magici come il profumo di agrumi e l’acidità magmatica esaltata nelle grotte di tufo, dove viene conservato il vino, grotte scavate da abili scalpellini. È giusto ricordare come i contadini fossero anche abili vinificatori stregoni delle grotte, che sapevano rendere il vino particolare semplicemente con il gioco delle lune e fossero conoscitori arcaici e profondi delle costellazioni zuccherine che rendono il vino un’anima duplice, ferma o spumantizzata.

Tra un’ascesa e discesa dalle alberate dei vendemmiatori, siamo riusciti a raccogliere esperienze e ricordi, perché l’agricoltore imprime alla terra ciò che custodisce dentro. Il sig. Angelino discende da una grande famiglia di agricoltori, che da anni coltiva con devozione i rispettivi moggi di terra. Egli ci ha raccontato della sua prima vendemmia a 13 anni e fu… una vera e propria impresa… un rito di iniziazione.

Il peso della terra
Il peso della terra

I nostri ingegnosi agricoltori, infatti, posseggono uno scalillo (scala) di castagno costruito a misura altissima e stretta, particolarmente pesante da alzare e trasportare, sulla quale si inerpicano grazie a dei pioli molto resistenti tali da sorreggere le fascine (contenitori di vimini di forma triangolare con la parte terminale appuntita che facilmente si configgeva nel terreno), nelle quali veniva raccolta l’uva prima di farla discendere verso terra con una corda. Il meccanismo è semplice ma ingegnoso. Di fatto, nel momento della discesa del prodotto verso il suolo sono soliti usare delle foglie di vite tra le mani per evitare che la corda possa tagliarle con l’attrito.

Scalillo
Scalillo
Posizionamento scalillo
Posizionamento scalillo
Sulla vetta
Sulla vetta

Queste scale hanno anche un costo elevato, perché la loro costruzione – date le altezze da raggiungere e il peso da sopportare – devono essere strumenti di alta precisione e qualità, di cui solo pochi artigiani ne conservano l’arte. Un altro elemento interessante è la pratica (ancora rispettata dalla famiglia Angelino) che avviene durante il periodo della potatura, quando la pianta, una volta recisa, piange la linfa e gli agricoltori sono soliti bere del vino accovacciandosi ai piedi dei fusti delle piante, che con la loro vorticosa crescita sembrano ballare un tango plastico e passionale. I contadini chiedono perdono, cercando di dimenticare il dolore arrecato alle piante, portatrici invece di un prodotto di felicità come il vino.

La danza plastica
La danza plastica

L’Asprinio, come i borghi dimenticati, è un vitigno che rischia di essere abbandonato, non solo perché è molto costoso da allevare, ma anche perché non sempre compreso dalla platea degli amanti dei vini così spesso conforme a criteri standard di degustazione stereotipati. Non è un vitigno razionale, ma immediato. Con la sua fresca nota acidula rifiuta l’equilibrio e sa esaltare i sapori e placarne la persistenza. È un particolare modo di esprimere il mondo, un verso libero e dissetante. Curiosa è la mitologia etrusca che parla del dio Flufluns (Dioniso e Bacco, per i greci e i romani) figlio della dea Semia (Semele grc.) che essendo andato a caccia si fermò sotto la frescura di un pioppo e vedendolo solo e indifeso dal sole, decise di lasciare un tralcio di vite come ringraziamento. Nel tempo la pianta di pioppo si accorse che quel dono era ciò che di meglio potesse desiderare poiché da una parte i frutti della vite, che si inerpicò sulle altre piante, assorbivano nei periodi caldi i raggi del sole divenendo di colore dorato, dall’altra la solitudine divenne un lontano ricordo.

La scalata
La scalata
A un passo dal cielo
A un passo dal cielo
Groviglio enoico
Groviglio enoico

‘A festa ‘e Sant’Antuono: devozione religiosa e amore per la tradizione a Macerata Campania

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Chi è appassionato di tradizioni popolari non può perdere l’appuntamento, fissato in data  17 gennaio, con ‘A festa ‘e Sant’Antuono di Macerata Campania. In migliaia, tra giovani e adulti, accorrono ogni anno per partecipare a questo evento, grazie al quale il paese si anima di quei profumi e suoni, che rimandano ad una storia millenaria, ricca di dedizione religiosa. Al centro di questi festeggiamenti, vi è l’omaggio a Sant’Antonio Abate, l’ eremita egiziano, nato nel  IV secolo d.C., che decise per vocazione religiosa di spendere la propria esistenza nel deserto in totale solitudine, resistendo, come si racconta, alle tentazioni del demonio. Il suo esempio di dedizione verso i valori spirituali e di rifiuto dei beni terreni, ispirò la nascita dell’ascetismo monastico e lo rese simbolo del trionfo del bene sul male. I numerosi miracoli che lo vedono protagonista nella tradizione agiografica, hanno fatto sì che Sant’Antonio fosse indicato come patrono dei contadini, degli allevatori e dei macellai e come protettore degli animali e dalle avversità del fuoco. Macerata Campania, quindi, celebra Antonio Abate con un tripudio di canti, giochi e rappresentazioni, tipiche degli antichi costumi locali. Le notizie sull’origine di questa ricorrenza sono legate esclusivamente alla tradizione orale e ne indicano come periodo  di nascita il XIII secolo: all’epoca Macerata era terra di artigiani, fabbri e contadini che durante le fiere al momento della vendita per dimostrare la qualità dei prodotti realizzati, come le botti, i tini, le falci e gli utensili di legno, li percuotevano, provocando un suono fragoroso. Dunque, in una società essenzialmente contadina, legata indissolubilmente alla terra e al lavoro nei campi, una qualsiasi minaccia ad essi avrebbe rappresentato un notevole danno: da ciò sarebbe derivata l’usanza di dimostrare, con riti e festeggiamenti, devozione al Santo che con il potere del bene avrebbe garantito la protezione degli animali e di quanti lavorano col fuoco.

Il ricco programma della festa

‘A festa ‘e Sant’Antuono dura diversi giorni, durante i quali le strade del paese si ravvivano, grazie all’entusiasmo dei visitatori e al sorriso fiero dei cittadini. I festeggiamenti  cominciano con la processione, in cui la statua del santo è condotta in spalla dai fedeli per le vie del paese, ritornando in fine nella Chiesa Abbaziale San Martino Vescovo, dove è celebrata una messa a lui dedicata. Segue, la sera, la benedizione degli animali e del fuoco:  il cippo di Sant’Antonio , ovvero un rito apotropaico, legato ad antichi culti contadini, realizzato come buon auspicio per il raccolto. Ad essi si aggiunge la riffa, cioè l’asta, durante la quale sono messi in vendita i beni offerti precedentemente dai fedeli al Santo e dei proventi raccolti una parte è destinata al finanziamento della festa e il resto è devoluto alla chiesa, sotto forma di offerta. Le celebrazioni continuano con i fuochi pirotecnici figurati, così chiamati perché ricreano le forme dei personaggi legati alla vita e ai miracoli di Sant’Antonio e sono distrutti dal fuoco come segno di estinzione del male. Si distinguono: l’asino, che simboleggia il centauro apparso al santo durante il suo viaggio in visita a San Paolo; la donna, che rappresenta la tentazione carnale, a cui il diavolo sottopose Sant’Antonio nel suo viaggio nel deserto; il maiale, legato al santo da varie storie e leggende, che rappresenta il trionfo della fede; la scala, emblema peculiare di Macerata Campania, ricollegabile probabilmente al lavoro nei campi e alla terra. Non manca, in questa ricorrenza tanto amata, un omaggio ai giochi della tradizione che, oggi come in passato, rappresentano un momento di ludica aggregazione e di riposo dalla vita lavorativa. Ne sono un esempio il tiro alla fune, la corsa dei sacchi o il palo di sapone, in cui i partecipanti si arrampicano lungo una pertica, cosparsa di sapone, per raggiungere e dunque vincere i generi alimentari, posti sulla cima, oppure il giro della botte: una gara di velocità in cui si fa girare una botte con le mani lungo il bordo. La rievocazione del patrimonio di usi e costumi maceratesi prevede anche la preparazione del piatto, simbolo di Macerata Campania: la past’e’lessa.  Si tratta di un primo, in cui l’ingrediente fondamentale sono le castagne lesse, la cui dolcezza è bilanciata dall’uso del peperoncino. L’importanza di questo alimento ha origini antiche: tipico delle diete contadine, esso aveva il pregio di essere poco costoso, facile da conservare e utilizzabile in cucina in svariati modi.

Fuochi pirotecnici figurati: l'asino portato a spalla. Macerata Campania. Anni '70. Foto fornita da Stanislao Roggiero.
La benedizione del fuoco. Macerata Campania, 2016. Foto di Vincenzo Capuano.
La past'e'llessa (la pasta con le castagne lesse). Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.
Il gioco del palo di sapone. Macerata Campania,2016. Foto di Vincenzo Capuano.

La sfilata dei carri e la musica delle battuglie di pastellesse

L’evento più atteso dell’intera Festa ‘e Sant’Antuono è la sfilata dei carri, che ravvivano l’atmosfera con la propria musica e canti. È possibile assistere a più sfilate: una solitamente è organizzata il sabato che precede il 17 gennaio e l’altra la domenica che lo segue. Quest’ultima è realizzata sia di mattina, che di sera e si concentra davanti al sagrato della Chiesa Abbaziale, dai cui gradoni è possibile godere dell’ esibizione musicale. I carri in origine erano semplici carretti, trascinati da buoi o cavalli, ma col passare del tempo aumentavano di dimensione, fino ad arrivare a quelli odierni, trainati dai trattori, che possono raggiungere anche i 12 metri di lunghezza. Essi sono realizzati in modo da assomigliare ad un vascello per la leggenda, tutt’ora tramandata, secondo la quale il Santo si sarebbe trasferito dall’Egitto in Italia a bordo di una nave. Le decorazioni generalmente prevedono: foglie di Palma, che rappresentano la provenienza egiziana del Santo, e figure che simboleggiano la lotta tra bene e male, come le maschere o i volti demoniaci e angelici. Ogni carro trasporta quella che viene definita “Battuglia di Pastellessa”, composta dai Bottari, i quali coordinati dal Capobattuglia, cioè il maestro di esecuzione.   Il nome “Pastellessa”, che identifica  tanto le battuglie, quanto uno dei ritmi della loro musica, è legato ad Antonio Di Matteo, detto “Zi Antonio ‘e pastellessa”, che era sia gestore di una famosa cantina Maceratese in cui era possibile gustare la tradizionale past’e’lessa, ma anche un capobattuglia, il cui soprannome indicava in origine la battuglia da lui coordinata. La sua bravura, col tempo, gli permise di ottenere una fama tale che l’espressione “battuglia di pastellesse” si  estese a tutti i gruppi di bottari, che ancora oggi si esibiscono, sfilando sui carri. La musica delle battuglie hanno una genesi più antica della festività stessa, che è da ricercarsi negli antichi riti agresti pagani, legati alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, che in epoca cristiana hanno assunto una funzione apotropaica, secondo la convinzione che i fuochi e i rumori prodotti dagli strumenti agricoli potessero spaventare e allontanare le presenze maligne. Col passare del tempo però quei suoni hanno assunto tratti sempre più definiti, fino a diventare la musica tradizionale della festa di Sant’Antuono. Questo tipo particolare di musica è realizzata percuotendo le botti con i mazzafuni, le falci con spranghe di ferro e i tini con bastoni di legno: tutti arnesi riconducibili alla cultura rurale ed artigianale. I ritmi, che possono all’occorrenza essere creativamente combinati, sono tre: la tarantella, la musica a Sant’Antonio e la pastellessa. Le percussioni sono eseguite senza alcuno schema di riferimento, ma seguono le indicazioni dettate dalla fantasia del Capobattuglia, sulle quali sono intonati canti in dialetto, che trattano di vari temi legati al Santo, al territorio e alla vita quotidiana.

La sfilata dei carri di Sant'Antuono: "A gioventù nov". Macerata Campania, 2015. Foto di Vincenzo Capuano.

L’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa

Gli aspetti organizzativi dell’evento sono gestiti dall’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa: nata nel 2008 come unione apolitica, apartitica e senza fine di lucro, essa, oltre a rappresentare un laboratorio culturale a tutto campo, in sinergia con il comune e la Parrocchia San Martino Vescovo di Macerata Campania è dedita alla salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni popolari. L’associazione è attiva sia in ambito locale che internazionale e partecipa ad un’ampia rete associativa, impegnata nella difesa del patrimonio di usi e costumi, ancora vive nei territori. Nel 2014 l’Associazione Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa è stata accreditata dall’UNESCO come “Organizzazione non governativa (ONG)”  e nello stesso anno ha siglato un Protocollo di Intesa con l’Associazione Giochi Antichi di Verona per l’attuazione di misure di tutela dei “Giochi tradizionali e delle espressioni ludiche delle comunità”. Tra le iniziative più recenti, da essa realizzate, bisogna ricordare il sostegno della candidatura della festa all’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. «Sensibilizzare, tramandare, accogliere ed evolvere» sono gli obiettivi che l’associazione  Sant’Antuono & le Battuglie di Pastellessa si prefigge, come afferma Vincenzo Capuano, «per realizzare un turismo sostenibile per Macerata Campania e il territorio locale». Emerge da queste parole una profonda devozione per la propria terra e il proprio patrimonio culturale, che trova riscontro nella pianificazione e realizzazione, dettagliatamente accurate, della festa e ciò contribuisce a creare un clima coinvolgente e gioioso, in cui si svelano in ogni dove occhi colmi di stupore e visi carichi di orgoglio. La musica, che dai carri riecheggia con potenza, crea un vortice di emozioni, che hanno il sapore di racconti antichi e allo stesso tempo familiari, particolari, eppure universali. Come l’associazione stessa ci comunica attraverso il suo esempio, è necessario che si continui a proteggere e a tramandare le proprie tradizioni, poiché solo grazie ad esse l’anima umana svela la propria origine per poi arricchirsi, rivoluzionarsi e infine portare ai posteri la testimonianza più autentica  dei nostri valori e della nostra identità. Dunque, si dia spazio alla nostra storia e alla cultura, in tutte le sue forme, per ottenere il migliore futuro auspicabile.

                                                                                                                                Marica Fiorito

Lumina in Castro – Luci sulla storia di Lauro

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Nella Bassa Irpinia, in uno dei principali avamposti del Vallo di Lauro, al confine con l’agro nolano ma già pienamente sul suolo irpino, si erge una delle più affascinanti residenze storiche della Campania, il Castello Lancellotti. E se in passato il Castello è stato teatro di vari avvenimenti storici, successioni e dominazioni, lotte di potere, incendi e ricostruzioni, oggi si trasforma per noi in palcoscenico per accendere una luce sul suggestivo passato del suo borgo, Lauro.

Ogni anno, infatti, a ridosso del 28 agosto, festa di San Sebastiano e San Rocco, patroni di Lauro, accomunati dal fatto di essere invocati come protettori contro la Peste per essere entrambi sopravvissuti l’uno alle frecce e l’altro alla pestilenza, ormai da ben 14 edizioni, si svolge la manifestazione promossa dall’associazione Pro Lauro, Lumina in Castro,  che la scorsa estate ha attirato anche noi Borgonauti, convincendoci a organizzare una passeggiata serale per scoprire la tradizione di questo appuntamento, divenuto uno dei fiori all’occhiello dell’estate lauretana.

Il programma dell’evento è molto ricco e si estende in genere per circa una settimana alla fine di agosto lasciando che si alternino duelli, spettacoli di giocolieri, notti bianche, momenti musicali e spesso orchestrali,  assaggi enogatronomici di prodotti tipici presso i vari stand intorno agli splendidi giardini del Castello ma, soprattutto, permettendo di conoscere la storia del borgo lauretano nel modo più semplice e divertente possibile, ovvero dalla “bocca dei suoi protagonisti”!

Vi chiederete come sia possibile dato che Lauro ha antiche origini romane – già il nome  smaschera la sua antichità collegandosi al latino laurus, che significa proprio lauro, ovvero alloro, i cui boschi circondavano completamente la località in epoca romana; prima il borgo faceva parte della “Terra di Fraconia”, in riferimento ad un’antica civiltà della zona sorta all’incirca nel II millennio a.C. – e visto che la sua storia affonda le sue basi nel Medioevo: questo triplo salto indietro nel tempo è reso possibile dal fatto che, durante Lumina in Castro, si svolga una rievocazione storica affidata a diverse maestranze locali che con la propria arte, i bellissimi costumi, la musica e i balli d’epoca e i loro suggestivi racconti riescono magicamente a riportare i visitatori per qualche ora in quel periodo medievale che ha più volte sconvolto gli equilibri del luogo.

 In realtà ogni anno la rievocazione ha per oggetto una determinata fase della storia del paese: negli anni precedenti era stato protagonista il 1799 e ancora prima l’Amor cortese. La scorsa edizione invece era dedicata al Medioevo.

 

Le vie di accesso al Castello Lancellotti
Lumina in Castro - Ritorno al Medioevo
Rievocando la storia - Il potere del teatro

Appena giunti in loco, già mentre percorrevamo le stradine in salita di accesso al Castello, potevamo intravedere le persone ferme in attesa dell’inizio della rievocazione, davanti al Torrione Occidentale, straordinariamente aperto durante l’ultima edizione, in quanto luogo di partenza dello storico spettacolo teatrale itinerante “Ritorno al Medioevo”, svoltosi tra torri, scale e sale interne e anche all’interno del suo piccolo ma stupendo giardino dell’Ottocento, in cui spicca, in posizione centrale, una fontana seicentesca facente parte dell’antico parco distrutto dagli eventi del 1799. Si può ammirare anche la scuderia con  statue del Seicento.

Dopo aver fatto già sulle scale di ingresso la conoscenza del Giullar Jocoso, mattatore della serata con i suoi lazzi e i fantastici benvenuti ludici, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dalla voce di dame, guerrieri, marchesi la storia del borgo, fortemente segnata dall’avvicendamento di diverse dinastie campane. Lauro infatti è stata dominio del Principato di Benevento, di Salerno e di Capua fino alla conquista nel 1057 da parte di Riccardo I Drengot, Conte di Aversa.

Abbiamo potuto vivere attraverso le sensazioni di San Severino il racconto del passaggio del feudo da Ruggiero il Normanno a Roberto San Severino nelle mani della cui famiglia il feudo rimase fino al 1212, quando Lauro divenne possedimento di Federico II di Svevia che la donò prima a Pietro di Sangermano e poi a Giovanni di Lauro. Dopo vari successioni dinastiche (anche con un nuovo periodo di dominio dei San Severino) Lauro è stata dominata sia da De Balzo, conte di Avellino, sia dagli Orsini conti di Nola che poi persero il controllo dell’area a causa della partecipazione alla Congiura dei Baroni contro Carlo V. Dopo essere stata venduta a Scipione Pignatelli, Lauro fu acquisita dai marchesi Lancellotti che la controllarono fino all’abolizione della feudo nel 1806.

Anche lo stesso Castello conserva le tracce di questa tribolata storia: infatti pur essendo esso di origine longobarda-normanna (sembra che sia citato per la prima volta in un documento del 976) fu incendiato dai francesi nel 1799 e quindi la residenza che vediamo oggi  è il frutto della ricostruzione del 1872, avvenuta grazie al principe Filippo Massimo Lancellotti, che fece nuovamente inaugurare il Castello in quello stesso anno, proprio nel giorno della festa dei Santi Patroni. Ecco il motivo per cui all’interno del Castello possiamo notare un mix di stili  compositi dal gotico-rinascimentale al neoclassico fino al barocco.

Una delle cose che mi ha colpito di più in assoluto è stato però il secondo cortile ospitante un piccolo giardino segreto alle cui spalle sono situati la cappella di famiglia e parte degli appartamenti privati: un piccolo angolo verde che con le luci del Castello, il verde degli alberi e le facciate della cappella conserva l’aspetto di una piccola oasi nascosta incastonata nella storia.

Grazie alla visita abbiamo non solo goduto della stupenda vista dalla Loggia del Torrione su tutta la Valle ma anche osservato le stanze, le mura esterne sovrastate dalle torri merlate,  i meandri e le salette del Castello, le incisioni sulle pareti di iscrizioni  storico-letterarie, le porte e gli accessi ai due cortili.

Il Torrione Occidentale
Dai Fioretti di San Francesco

Anche se il Castello è tuttora un possedimento privato, che viene di volta in volta concesso a Comune e associazioni per lo svolgimento delle visite con pubblico o per le manifestazioni,  non si può dire che esso non sia un elemento imprescindibile della storia e della vita del borgo lauretano. 

Infatti non vive solo d’estate o durante i tanti eventi privati che vi si svolgono (da matrimoni a cerimonie varie o incontri business) ma ospita vari momenti collettivi della comunità di Lauro, aperti ovviamente anche a tutti gli avventori delle zone circostanti, in diversi momenti dell’anno, dalle “Storie d’inverno” che vedono in scena stavolta i racconti e le letture ai ragazzi alle serata stregate a novembre, dagli spettacoli di giocolieri fino al momento clou ovvero la rievocazione dell’incendio che distrusse il Castello, che si svolge di solito a fine agosto insieme a un grande spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio.

Non sappiamo ancora se quest’anno, in seguito all’emergenza legata al Coronavirus, Lumina in Castro potrà svolgersi secondo la sua consueta impostazione e organizzazione.

 L’associazione Pro Lauro ci ha informato che sta ancora verificando con le istituzioni e i proprietari del Castello la possibilità di organizzare la manifestazione estiva, forse negli spazi aperti antistanti, garantendo sicurezza e protocolli definiti. Ovviamente il nostro augurio è che, nel rispetto di regole necessarie per garantire la salute comune, manifestazioni come questa che riescono a far rivivere borghi poco affollati e meno conosciuti come Lauro, possano continuare a dare linfa al territorio.

Grazie infatti alla serata lauretana descritta, in un certo senso, ho avuto la sensazione che la vita del borgo ancora si svolgesse ai piedi della sua fortezza, come se il tempo non avesse mai indebolito la forza sovrastante e protettiva del Castello sui suoi abitanti, che continuano a radunarsi e a condividere spazi sociali di incontro, di scambio culturale o di ebbrezza,  di festa e divertimento in quel luogo deputato che la storia ha collocato là, come baluardo strategico che si affaccia sulla Valle e che, in contemporanea, permette a noi di affacciarci sulla vita che un tempo caratterizzava i suoi interni.

Il Carnevale di Montemarano

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Se ne parlava da tempo, avevamo “calendarizzato” questa passeggiata durante una delle nostre riunioni incastrate nelle pause pranzo,  tra caffè, dolcini e risate, riscontrando subito un enorme successo e un’approvazione unanime, data  l’indole allegra del gruppo. Parliamo di Montemarano, un piccolo borgo  che nasce nella verde Irpinia, alle propaggini del massiccio del Tuoro, nelle vicinanze del fiume Calore, e già questa brevissima illustrazione geografica sarebbe sufficiente per spingere i tanti appassionati ad assaporare la bellezza di quelle zone, ma Montemarano ha qualcosa in più: una travolgente tradizione carnevalesca.

Entusiasti all’idea di poter indossare maschere, parrucche e oggetti vari, poco interessati alle condizioni climatiche (non ci avrebbe fermato neppure la pioggia), finalmente giunge il giorno tanto atteso: il Comune dedica quasi un’intera settimana al Carnevale ma noi scegliamo di partecipare ai caroselli la Domenica prima del Martedì grasso, scelta che francamente consiglio.

Giunti al Paese, curati gli aspetti logistici e ultimati alcuni preparativi di “trucco e parrucco”, ci siamo incamminati in maschera verso il centro antico, ma quello che abbiamo visto è tutt’altro rispetto a quello che ci aspettavamo: le strade piene di coriandoli e stelle filanti erano occupate solo da pochi bambini accompagnati dai loro genitori, un clima che lasciava presagire che il bello fosse ormai passato e che a noi toccasse solo prenderne i resti. Fortunatamente non è stato cosi, quello che avevamo osservato è stato solo “ la quiete prima della tempesta”.

Le maschere in sfilata
L'angolo enogastronomico di Montemarano

Nel primo pomeriggio  partecipiamo finalmente al delirio, pian piano le strade si iniziano a riempire di centinaia di persone che giungono da diversi punti della Campania e di maschere bellissime, in particolare dei tradizionali Pulcinella di Montemarano  che, al di là della simpatica presenza, hanno una funzione chiave, quella di presiedere la testa di ogni gruppo carnevalesco, organizzato nell’interpretare un tema specifico, a cui fa seguito una piccola banda musicale che detta i tempi del ballo.

Tra i temi che mi sono rimasti particolarmente impressi ricordo il vino, l’antico Egitto, i carillon, il principe schiaccianoci, i fiori, le verdure; ciascun componente di questi gruppi indossa un costume studiato nei minimi particolari: nel caso del vino, ad esempio,  i partecipanti si sono vestiti da calici, bottiglie e sommelier.

Il carillon
Vino e calici
Il sommelier

Un altro aspetto caratteristico è la possibilità di seguire ciascuno di questi gruppi e girare in corteo per le stradine del borgo, un modo simpatico e sicuramente diverso dal solito con il quale si ha modo di osservarne i  vicoli stretti, le case in pietra e i punti panoramici; naturalmente chi desidera partecipare al corteo lo deve fare a ritmo di tarantella accompagnando la banda musicale con le proprie castagnette (strumenti musicali in legno, simili alle nacchere): ne esistono di diverse e la differenza è data dalla qualità del legno con il quale vengono realizzate… vi consiglio vivamente di esserne provvisti o in caso contrario non disperate, perché avrete la possibilità di comprarle direttamente sul posto.

 

Montemarano al tramonto
Borgonauti in maschera

Si prosegue in questo modo per tutto il pomeriggio tra migliaia di persone festose e danzanti tutte accomunate dalla voglia di divertirsi e festeggiare senza mai trascendere in comportamenti eccessivi e di cattivo gusto.

Nel bel mezzo della manifestazione facciamo amicizia con alcuni abitanti del posto e scopriamo che tale tradizione è così forte e radicata che, anche quando il tempo non lo permette, i gruppi organizzati sfilano lo stesso.

Soddisfatti della giornata trascorsa, sazi del sapore di questa cultura locale ci incamminiamo verso casa, aggiungendo alla nostra “borgoscenza”  il bellissimo Carnevale di Montemarano.         

I cigni dell'amore

Salerno – Luci d’Artista

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Salerno, città di mare e di sole, di luci e di canzoni, intrisa del fascino di una storia antica. È tutta lì la sua bellezza, nel suo immenso litorale, caratterizzato da scogliere e spiagge infinite. E poi ancora le grotte, le insenature, il porto.

È come una donna gentile ed accogliente, che a seconda della stagione offre doni diversi ai suoi ospiti: in estate li accoglie con le sue calde e dorate spiagge, in inverno con le sue caleidoscopiche luci, diventate ormai l’attrattiva invernale della città: le Luci d’Artista.

Si tratta di una esposizione en plein air che ogni anno attira milioni di visitatori. Le opere esposte sono accomunate da un tema centrale, affinché la visita alla città non sia mai scontata o noiosa; l’evento si trasforma, per gli artisti, in un’esclusiva vetrina per essere conosciuti ed apprezzati dal pubblico.

 

Noi Borgonauti, incuriositi da tutto ciò che è bello, in un giorno di dicembre, ci avventurammo verso questa nuova ed incantevole meta, che seppe sprigionare calore nonostante le temperature invernali.

La prima tappa fu la Villa Comunale, allestita secondo il tema dello zoo.

Gli animali raffigurati erano davvero tanti e simpaticissimi: un orso bianco, una giraffa, alti e snelli fenicotteri, per poi arrivare ad una coppia di cigni, così vicini da formare un cuore con il proprio corpo. Romantico, no?

Erano così belli che era quasi impossibile avvicinarsi a essi per scattare una foto. Più in là, lontano dalla calca di turisti, si ergeva piena di lampadine bianche e blu un’immensa orca. Che tenerezza; in fondo, non era colpa sua se non era bella quanto i cigni!

I fenicotteri glamour
L'orsotto impacciato
La giraffa vanitosa

In piazza Flavio Gioia, sorgeva una vera e propria foresta di luci, con un enorme albero dai rami luminosissimi. Passammo poi per piazza Vittorio Veneto dove era situata una gigantesca e buffa palla di Natale.

Foresta di luci in Piazza Flavio Gioia
Foresta di luci in Piazza Flavio Gioia

Le attrazioni dell’evento non si limitarono esclusivamente alle luminarie, Salerno volle omaggiare i tanti visitatori con ulteriori iniziative. Una su tutte fu quella del montaggio di una ruota panoramica alta ben 60 metri, situata nei pressi di Piazza della Concordia, che permetteva di ammirare tutta Salerno da un’altezza incredibile, la quale si affacciava proprio verso il lungomare. C’erano poi i mercatini di Natale e le esposizioni dei presepi, il più famoso dei quali è quello di sabbia del museo Diocesano.

Insomma, o che veniate a Salerno d’inverno per le sue luci o d’estate per il mare o in autunno e primavera per godere dei suoi siti storico-artistici, in ogni caso merita una visita almeno una volta nella vita!