I giardini segreti nel cuore dell’Italia

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Spesso, quando si riesce a trovare un momento di calma nel turbinio della nostra vita frenetica e ci si ferma a pensare, riaffiorano nella mente pezzi di vita o frammenti di altre vite, quelli delle storie lette e interiorizzate, soprattutto quelle metabolizzate quando si era bambini. In queste settimane mi sono soffermata su un passaggio del libro “Il Giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett: 

«Una delle cose strane della vita di questo mondo è che solo qualche volta uno si sente veramente contento di vivere. Succede, per esempio, se ti alzi presto una mattina e assisti a quel meraviglioso, indescrivibile spettacolo che sono l’alba e il sorgere del sole. Se in un momento così si riesce a dimenticare tutto e a guardare solo il cielo che da pallido va prendendo colore, il misterioso spettacolo che ti prende alla gola e ti fa commuovere davanti a tanta bellezza che pur si ripete ogni giorno da migliaia di migliaia di migliaia di anni e ti senti felice di poterci assistere. Succede, per esempio, se ti trovi solo in un bosco al tramonto e riesci ad ascoltare le cose meravigliose che ti ripetono, senza che le tue orecchie possano intenderle, i raggi del sole che se ne va e che ti raggiungono come una pioggia d’oro attraverso i rami e le foglie degli alberi».

 

 

Ho ripensato così al Giardino segreto di Mary e Colin e in questo strano e drammatico anno, il 2020, che ha messo in discussione tante abitudini, sottratto molte possibilità alla voglia di scoperta e di viaggio, sostituendo il desiderio di visitare e la sete di conoscenza con la paura del contagio, passeggiare all’aperto in mezzo al verde, avvolti dallo spettacolo che la natura continua a offrirci, tra prati fioriti, fila di alberi, piante e cespugli, sfumature di centinaia di colori offerti dal paesaggio e l’estasi olfattiva di tanti profumi, risulta essere una delle migliori alternative per entrare in comunione con il mondo esterno e sentirsi vivi.

 

Se poi la visita a giardini, boschi e parchi naturali si accompagnasse anche alla scoperta di mirabili opere d’arte nascoste, frutto del genio di artisti che negli anni hanno contribuito a creare dei piccoli “regni” fiabeschi, in cui arte e natura formano un connubio indissolubile, non sarebbe perfetto?

La risposta è stata affermativa e in un momento in cui purtroppo le visite ai tanti meravigliosi siti artistici e culturali di cui è ricco il Patrimonio italiano sono contingentate e, ahimè, in alcuni casi sono addirittura provvisoriamente negate, abbiamo scoperto che esiste sul suolo, sempre prodigo di tesori e sorprese del nostro Paese, una serie di giardini segreti favolosi, romantici o esoterici, irreali o mostruosi, in cui la ricchezza della flora si sposa perfettamente con la creatività dell’arte, facendo nascere dei paradisi in cui le tracce dell’uomo, del suo pensiero, del suo talento si intrecciano magicamente con la vegetazione.

 

Non credo sia un caso che la parola “paradiso” derivi dal persiano pairidaeza, da cui anche l’ebraico pardeš, attraverso il greco παράδεισος, con il significato originario di “giardino recinto” o “parco”.  Questi labirinti di verde e creazioni artistiche cambiano di forma, dimensione e sembianze in base al contesto storico e paesaggistico in cui sono sorti ed è per questo che attraversarli è un po’ come sfogliare le pagine di libri di storia e di arte. Mentre tutti conosciamo Parc Güell, diventato negli anni uno dei simboli di Barcellona, inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità Unesco, parco progettato dall’architetto catalano Antoni Gaudì a inizio del ‘900, che si trova sulla collina El Carmel nel quartiere Gràcia e che è divenuto una delle mete turistiche più belle della Spagna e d’Europa, invece in pochi conosciamo la varietà e la ricchezza dei giardini nostrani.  Proprio per questo oggi vogliamo parlarvi di alcuni dei parchi italiani che abbiamo visitato e che ci hanno colpito, in rappresentanza di tutti quelli che ancora dobbiamo conoscere e scoprire.

IL SACRO BOSCO DI BOMARZO 

Ai piedi del Monte Cimino, la più alta cima dell’Antiappennino laziale, a Bomarzo in provincia di Viterbo, si trova la Villa delle Meraviglie detta anche Sacro Bosco o Parco dei mostri. Appena si varca l’ingresso si fa un salto indietro nel tempo di quasi cinquecento anni all’epoca in cui il principe Pier Francesco Orsini noto come Vicino Orsini e l’architetto Pirro Ligorio progettarono nel 1552 la loro opera, un unicum nel panorama italiano e mondiale per il quale sembra che anche Goethe e Dalì avessero un debole. Se da un lato nel parco possiamo osservare raffinati giardini all’italiana, dall’altro nel bosco si trovano decine di sculture di basalto raffiguranti mostri, creature oniriche, soggetti mitologici e animali esotici, ma anche obelischi, fontane e un’incredibile casetta pendente. Vicino, signore di Bomarzo, fece scolpire le rocce sul posto, animandole e donando ad esse forme, a volte minacciose e a volte incantate. Alla morte del principe, anche il parco morì e per secoli rimase abbandonato e dimenticato fino al recente restauro che l’ha riportato in vita per la gioia di tutti noi visitatori. Il bosco, pur inserendosi nella cultura architettonica-naturalistica del secondo Cinquecento, sfugge ai canoni delle altre opere in quanto le sculture rocciose sono svincolate da vicendevoli rapporti prospettici o proporzionali. La simmetria classica cede il passo al gusto manierista per il bizzarro e, con i suoi elementi giganteschi, crea un rapporto sconcertante con la natura.

Proteo (Glauco)
La tartaruga
"Ogni pensiero vola"

Interpretazioni

Molti hanno provato a interpretare il disegno alla base di questo luogo un po’ sospeso tra arte, magia e letteratura cavalleresca, ma il giardino di Bomarzo è probabilmente destinato a rimanere un luogo intriso di fascino, che sollecita l’immaginario di ciascun visitatore chiamato a formulare la propria idea.

Tra le varie ipotesi di recente si è affermata la rilettura del prof. Antonio Rocca, storico dell’arte, che individua nell’Idea del theatro di Giulio Camillo la fonte iconografica del parco.

L’accezione egemone del termine “Teatro” durante il XVI e XVII secolo era infatti quella di dispositivo panoramico. Un manuale, un giardino, o qualunque altro strumento in grado di esporre visivamente un argomento era definito un teatro. Sarebbe quindi esatto sostenere che a Bomarzo sia reso possibile attraversare la visione del mondo che dalla Grecia del V secolo a.C. è giunta sino alle soglie della Rivoluzione scientifica.

L’Orsini avrebbe trasformato in pietra la sintesi della cultura greca, ebraica e cristiana realizzata da Camillo per offrirci lo spettacolo, in continuo divenire, del farsi mondo di Dio.
Il Bosco sarebbe quindi il luogo della catarsi, la seconda possibilità che l’arte offre ad una vita piena di errori, luogo oracolare nel quale l’uomo può riscoprire la sua natura triplice sino al compimento della deificazione.

IL GIARDINO DI NINFA

 Ai piedi dei monti Lepini,  sui ruderi della città medievale di Ninfa, nell’agro pontino, esiste un meraviglioso giardino di otto ettari eletto dal New York Times il più bello e romantico del mondo, dichiarato Monumento naturale dalla Regione Lazio dal 2000 e Oasi affiliata del WWF.

Il clima unico che qui si ritrova, grazie anche alla rupe di Norma che protegge il territorio dai venti del nord e crea un microclima favorevole, favorisce la crescita all’interno del giardino, tra il fiume Ninfa e vari ruscelli d’irrigazione, di circa 1300 specie di piante provenienti da ogni parte del mondo. Accanto alla flora mediterranea e ai roseti, infatti, si ammirano noci americani, aceri giapponesi, yucca o l’albero della nebbia, così chiamato per le sue infiorescenze a piumino rosa simili a zucchero filato.

 

La Flora di Ninfa
La vegetazione del giardino di Ninfa

Le tracce della storia

Nel 1921 Gelasio Caetani, esponente di una famiglia da sempre regnante nella zona, iniziò la bonifica e il restauro di alcuni ruderi di Ninfa, in particolar modo della torre e del municipio, per farne una residenza estiva; inoltre, sotto la guida della madre Ada Wilbraham, che aveva già realizzato un bell’orto botanico a Fogliano, iniziò a piantare diverse specie botaniche che portava dai suoi viaggi all’estero. In seguito Marguerite Chapin e Lelia Caetani durante gli Anni Trenta, diedero al giardino una struttura all’inglese. Ninfa ospitò diverse personalità di spicco del ‘900 come il poeta Gabriele D’Annunzio o lo scrittore Boris Pasternak, autore de Il dottor Živago. Lelia Caetani, senza eredi, fu l’ultima rappresentante della famiglia Caetani, che dopo oltre settecento anni estingueva il suo casato: la donna però, prima della sua morte, avvenuta nel 1977, diede vita ad una fondazione, chiamata Roffredo Caetani di Sermoneta, alla quale intestò oltre al castello di Sermoneta anche il giardino ed è ancora tale fondazione che oggi si occupa del parco. Intorno al giardino a partire dal 1976 è stata istituita un’oasi del WWF a sostegno della flora e della fauna del luogo, che la bonifica della palude aveva portato alla scomparsa.

Attraversando il giardino… tra vegetazione e ruderi

Percorrendo il giardino di Ninfa in diversi momenti ho avuto la sensazione di trovarmi all’interno di uno dei quadri di Claude Monet e dei suoi amici impressionisti, direttamente catapultata in quell’universo di colori e ninfee, di fiori e ponticelli, d riflessi d’acqua e vegetazione che vi si specchia… Ma in aggiunta alla rigogliosa natura che subito colpisce l’occhio e rapisce, all’interno del giardino si possono ammirare anche i resti architettonici di Ninfa a partire da alcune delle chiese dell’antico borgo. Santa Maria Maggiore era la chiesa principale e fu con molta probabilità costruita a partire dal X secolo e ampliata nella prima metà del XII secolo. Oggi vediamo i ruderi del perimetro esterno, dell’abside e del campanile. Si trattava di una chiesa a tre navate: la navata centrale era coperta da un tetto a spiovente, mentre le due laterali avevano delle volte in muratura. L’abside è semicircolare e sono ancora riconoscibili due affreschi, uno raffigurante San Pietro, risalenti al 1160-1170.

La chiesa di San Giovanni è databile intorno all’XI secolo ed oggi ne rimangono soltanto alcuni resti che rendono difficile ricostruire la sua struttura originaria: forse era a navata unica, con diverse cappelle laterali e un’abside semicircolare, ancora oggi in parte visibile e su cui restano tracce di affreschi rappresentanti degli angeli. Nei pressi della chiesa di San Giovanni è possibile osservare un noce americano, diversi meli ornamentali, un acero giapponese a foglia rosa, un faggio rosso, un acero a foglie bianche e un pino a foglie di color argento. Alle spalle della chiesa di Santa Maria Maggiore una bignonia gialla, un gruppo di yucca e diversi roseti, mentre presso la facciata principale si trova il famoso albero della nebbia.

Abside con affreschi della chiesa di Santa Maria Maggiore
Ruderi sul fiume Ninfa

L’acqua è l’elemento centrale e vitale che caratterizza Ninfa: il lago ed il fiume, che da esso fuoriesce, danno vita ai fossati, che circondavano la città medievale, agli stagni e ai ruscelli presenti all’interno del giardino, ulteriormente arricchito dalla presenza di piccole sorgenti. Il fiume Ninfa era attraversato nel borgo da due ponti, di cui uno di epoca romana, il più antico, e un altro chiamato del Macello: si tratta di un ponte a due campate, costruito a ridosso delle mura difensive e sul suo nome esistono due ipotesi. La prima vuole che durante una battaglia, i nemici cercassero di entrare in città passando proprio attraverso il fiume, ma all’altezza del ponte i ninfini li colpissero con numerose lance rendendo l’acqua di colore rossa a causa del sangue versato; la seconda ipotesi, molto più probabile, è che nei pressi del ponte sorgesse un edificio dedicato alla macellazione della carne, andato completamente perduto.

Il ponte a due luci cattura con la sua magia ogni visitatore, ogni scrittore, ogni artista. All’esterno della cinta muraria si eleva un maestoso pioppo, inserito nell’archivio degli “Alberi Monumentali d’Italia”. La Via del Ponte attraversa il fiume Ninfa sul Ponte Romano, avvolto dai romantici intrecci di un glicine dai grappoli di fiori violacei, affiancato da una photinia serrulata, gelsomini e prima di arrivare al ponte di legno un gruppo di bambù provenienti dalla Cina, i cui steli eretti e flessuosi racchiudono la Sorgente dei Bambù. Un doppio filare di lavande introduce al Piazzale dei Ciliegi. Sulle mura di cinta sono visibili i ruderi della chiesa di San Biagio e una densa bordura di piante arbustive e erbacee perenni che degrada verso il prato erboso.

Sorgente del bambù
Il Ponte del macello
Ponte di Legno

Alla fine del percorso c’è il Piazzale del Municipio, risalente al XII sec., ristrutturato nei primi del Novecento per convertirlo a villa di campagna, dove i Caetani ospitavano amici, intellettuali e artisti: di esso possiamo ammirare la rocca, con la torre alta 32 metri, e le graziose bifore.

Come disse Marie Luise Gothei, «Il giardino è movimento, vita, l’architettura è fissità e cristallizzazione; ecco perché, forse, l’una ha così bisogno dell’altro. In questo rapporto-scontro il giardino è stato a volte l’ancella, a volte la signora».

 

Il fiume Ninfa
Bifora del Municipio
Piazzale Municipio

IL GIARDINO DEI TAROCCHI

«Il Giardino dei Tarocchi non è il mio giardino, ma appartiene a tutti coloro che mi hanno aiutata a completarlo. Io sono l’architetto di questo giardino. … Questo giardino è stato fatto con difficoltà, con amore, con folle entusiasmo, con ossessione e più di ogni altra cosa, con la fede. Niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Come in tutte le fiabe, lungo il cammino alla ricerca del tesoro mi sono imbattuta in draghi, streghe, maghi e nell’Angelo della temperanza».

Con queste parole l’architetto e artista francese Niki de Saint Phalle presenta quella che lei stessa definisce “la più grande avventura della sua vita”.

La piazza centrale... La Papessa e la ruota della fortuna

Il progetto

Durante un viaggio in Spagna Niki de Saint Phalle scoprì l’opera di Antoni Gaudí e ne fu fortemente colpita; in particolare, il Parc Güell a Barcellona ebbe una grossa importanza nella sua decisione di costruire un suo giardino di sculture, fornendole anche l’ispirazione di fare di materiali diversi ed oggetti trovati gli elementi principali della sua arte. Dopo il ricovero all’ospedale per un ascesso ai polmoni, causato dal pluriennale lavoro col poliestere, Niki soggiornò a St. Moritz per un periodo di convalescenza. Là incontrò Marella Caracciolo Agnelli che nel 1950 ca. conobbe a New York. Niki espresse all’amica il suo sogno di creare un giardino di sculture le quali si sarebbero dovute basare sulla simbologia delle carte dei tarocchi. In seguito i fratelli di Marella, Carlo e Nicola Caracciolo le misero a disposizione un terreno della loro proprietà a Garavicchio in Toscana ove realizzare il suo sogno.

 Il progetto del Giardino dei Tarocchi, situato a Pescia Fiorentina, frazione di Capalbio, occupò per ben vent’anni a partire dal 1979 il pensiero e la forza creativa di Niki che trascorse la maggior parte del suo tempo tra le colline e la Maremma. Il terreno fu pulito e disboscato e furono gettate le fondamenta:  Niki fu impegnata prevalentemente nella costruzione del suo Giardino, ottenendo l’aiuto di numerosi suoi amici e seguaci; l’architetto francese, affiancata da operai specializzati e da un’èquipe di artisti contemporanei tra cui spiccano i nomi di Rico Weber, Sepp Imhof, Doc Winsen e il marito Jean Tinguely che ha creato alcuni assemblaggi meccanici semoventi, si dedicò alla realizzazione di 22 imponenti figure, rappresentanti gli Arcani maggiori, ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate. I tarocchi sono formati da 78 carte ma gli Arcani maggiori sono 22 come le 22 sculture del Giardino: il Sole, la Luna, il Papa, la Giustizia, l’Imperatore, la Torre di Babele, la Morte, il Diavolo, la Stella ecc. tutte ricoperte con coloratissime decorazioni a mosaico, alcune ciclopiche e molte di loro percorribili, collegate tra loro grazie a viuzze sopra le quali sono scritti nomi, numeri, pensieri, citazioni care all’artista.

Il Sole ovvero la forza vitale
L'Impiccato
La Luna ovvero l'immaginario creativo

Nei meandri del giardino

Appena superato l’ingresso del giardino, il sentiero principale conduce alla grande piazza centrale, dominata dal volto azzurro della Papessa. Emblema dell’inconscio irrazionale, la Papessa (espressione della carta n. II) è considerata “la grande sacerdotessa del potere femminile dell’intuizione… una delle chiavi che portano alla saggezza. Rappresenta il potenziale dell’irrazionale inconscio. Coloro che vogliono spiegare gli avvenimenti soltanto con la logica e i ragionamenti rimangono inevitabilmente in superficie e non riescono a penetrare la realtà con l’immaginario e la visione istintiva”. Da un punto di vista iconografico la scultura si ispira all’orco del parco tardorinascimentale di Bomarzo, seppur ingigantita e sormontata dalla testa del Mago, simbolo di energia, luce, malizia e creatività. Dalla bocca della Papessa sgorga l’acqua che confluisce nella fontana centrale, dove è collocata la grande scultura semovente realizzata da Tinguely che rappresenta la Ruota della Fortuna, la ruota della vita. Da qui prendono avvio itinerari differenti.

Tutto il giardino è una continua sorpresa. Immersi nella vegetazione si trovano queste colossali rappresentazioni, realizzate in cemento armato e metallo e interamente ricoperte di specchi, vetri e ceramiche colorate che evocano le tipiche forme dilatate da Matisse a Picasso. Le sculture che caratterizzano lo stile di Niki de Saint Phalle sono le Nanas: sculture con sembianze femminili a grandezza naturale e dalla forma un po’ grottesca, da lei ideate e create. Il termine spagnolo “Nanas” significa “ragazzine di piccola statura”. Le troviamo visibili nella fontana con giochi d’acqua all’interno del castello dell’imperatore e in molte sue figure femminili raffigurate.

Le statue sono l’ultima tappa del percorso artistico iniziato dalla Saint Phalle nella seconda metà degli Anni Sessanta, quando l’artista allontanò dal Nouveau per approdare a queste grandi opere tridimensionali femminili dalle rotondità accentuate, alcune delle quali sono percorribili e abitabili.

Nella fortezza dell'Imperatore
La Torre di Babele
La Torre di Babele

All’ingresso troviamo il Mago (Carta n. I) il grande giocoliere: “Per me il mago è la carta di Dio che ha creato la meravigliosa farsa di questo mondo nel quale viviamo. È la carta dell’intelligenza attiva, della luce, dell’energia pura, della creazione e del gioco”. Spicca la fortezza dell’Imperatore, una cittadella fortificata il cui loggiato è costituito da 22 colonne, in numero uguale a quello delle carte. Questo è l’arcano che meglio raccoglie l’eredità di Gaudì: ricoperto da vetri di murano e murrine, specchi francesi, boemi e cecoslovacchi, l’Imperatore è simbolo del maschile, dell’ambizione e del potere. Gli si contrappone la carta dell’Imperatrice-Sfinge, identificata come l’opera più rappresentativa dell’intero complesso, non solo perché l’artista ne fece sua abitazione personale ma perché questa scultura enorme e opulenta, con il corpo esageratamente formoso rivestito di una molteplicità di ceramiche, viene identificata come la regina del cielo, sacra magia e civilizzazione. All’interno della di questa gigantesca scultura sono addirittura colllocate una stanza da letto, un soggiorno, una cucina e il bagno con una singolare doccia a forma di serpente. Tutte le pareti sono interamente rivestite da frammenti di specchi, creando un suggestivo effetto da labirinto e casa degli specchi…

Tra le altre opere va ricordata la Temperanza, grande scultura-igloo creata per celebrare la memoria dello scomparso Jean Tinguely e dell’amico Menon, le cui fotografie sono all’interno dell’ambiente ricoperto da ceramiche e specchi di varia forma, innescando uno spaesante effetto caleidoscopico di curve riflesse e deformate. Uno spazio magico e infinito, dunque. Proseguendo il percorso, ci s’imbatte nel Matto, giovane simbolo del caos, dello spirito e dell’entusiasmo, con cui s’identifica l’artista stessa.

Non voglio andare avanti nella descrizione delle altre singole, meravigliose e incredibili opere d’arte contemporanea presenti nel Giardino perché credo che sia giusto che ogni visitatore possa scoprire dal vivo tutti i meandri di questo magico e surreale regno in cui l’artista ha voluto ridisegnare il percorso interiore e artistico della sua stessa vita… un viaggio tra natura, arte ed esistenza che solo fino a un certo punto può essere illustrato ma che per essere colto va vissuto, catapultandosi in questo crogiolo di colori, allusioni e forme che il Giardino custodisce in attesa del prossimo viandante.

Immagine copertina

Viaggio nel tempo nella città di Venafro

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Non sembra un sabato qualunque un sabato molisano!

Primo agosto: caldo torrido, prime partenze verso località marine, incertezza sul traffico stradale… ma niente ferma l’impavida ricerca dei borghi perduti dei Borgonauti, che questa volta hanno deciso di approdare in terra molisana.

In realtà in questa terra di mezzo, imparentate entrambe con i Sanniti, Molise e Campania condividono tradizioni di lingua e cultura e da sempre si scambiano doni. Ricordiamo ad esempio quello del 1863 quando Venafro dalla passata provincia Terra di Lavoro viene annessa all’attuale Molise e ne diventa la sua porta.

Ma Venafro a sua volta, generosa da tempi ben più antichi, dona il fiume San Bartolomeo, con le sue acque sorgive nel pieno centro della città, al possente Volturno. Due terre quindi, dove le acque si confondono e non esistono confini! Queste acque le si incrocia appena si entra nel centro cittadino, accolti dalla Palazzina Liberty -nonché dalle simpatiche oche- oggi centro di mostre e conferenze, nel secolo scorso centrale idroelettrica e molto prima ancora sede del “Mulino della Corte”.

L’incantevole scenario della Palazzina che si affaccia sul laghetto preannuncia che Venafro abbia tanto da vedere e che ogni angolo riserva delle meraviglie!

Palazzina Liberty
Palazzina Liberty
Le simpatiche oche
Le simpatiche oche

GENESI DI VENAFRO

Non è facile stabilire quando e dove sia sorto il primo insediamento venafrano; probabilmente il territorio fu abitato fin dalla Preistoria perché sono stati rinvenuti alcuni arnesi in bronzo e resti umani nella Piana di Venafro. Tuttavia nella tortuosa e lunga linea del tempo, la nascita di Venafro è ancora incerta, i primi tasselli della sua storia sono ancora gelosamente custoditi sotto il suolo, magari all’ombra di un ulivo o forse trasportati dal Volturno…

Per orientarci, allora in questo tempo infinito, ci siamo fatti guidare dai due musei della città: il Museo Archeologico e il Museo Nazionale di Castello Pandone

Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo Nazionale di Castello Pandone
Museo archeologico con vista panoramica
Museo archeologico con vista panoramica

MUSEO ARCHEOLOGICO

La sede del museo ci dice molto sulla sua vecchia destinazione; si tratta infatti dell’ex convento di Santa Chiara costruito nel XVII secolo e che ospitava le suore dell’ordine delle clarisse. Il percorso museale racconta circa mille anni della storia della città: dalle necropoli della società sannita, passando per la Venafrum romana fino a raggiungere la spiritualità del Medioevo.

Di esemplare bellezza è la statua di Venere (momentaneamente in prestito presso il museo di Forlì), che sembra aver compiuto il suo bagno rituale. La statua dalle morbide curve è probabilmente una decorazione di fontana appartenente ad una domus di prestigio, perfettamente conservata e davvero bellissima.

Si trovano inoltre reperti provenienti dall’abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno, salvati dall’attacco dei Saraceni nell’881. Grazie a questi reperti è stato possibile non solo riconoscere l’importanza religiosa, economica e culturale di questa cittadella monastica ma anche ricostruire molti aspetti della vita quotidiana dei monaci durante il Medioevo. La visita infine non può terminare senza aver ammirato i celebri scacchi di Venafro, i più antichi d’Europa…una vera chicca!

Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Un saluto da Forlì- cartolina della Statua di Venere
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Affreschi dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno
Scacchi di Venafro
Scacchi di Venafro

Le esposizioni all’interno delle sale del museo archeologico ci hanno guidato fino al Medioevo ma siamo ancora a metà strada! Colpa di questo ritardo le continue pause dei Borgonauti per scattare la foto ricordo perfetta; per rimanere incantati dalla vista delle montagne che circondano l’intero complesso; per lasciarsi estasiare dal suono delle campane che in perfetta sincronia riecheggiano da tutti i campanili della città; per fotografare la chiesa di San Francesco, ben visibile dalle finestre dell’ex convento nel vano tentativo di rimuovere le macchine in sosta dall’obiettivo fotografico.

Prima di lasciare il museo, ci siamo concessi ancora un po’ di tempo per chiacchierare con la signora Lina, addetta alla vendita dei biglietti, tramite la quale scopriamo che in Molise per la carenza di personale molte bellezze del territorio restano chiuse. I turisti quindi, o si affidano alle aperture straordinarie dei siti oppure… non si ha scelta e si va via con grande rammarico. Ma esiste una terza alternativa, l’opzione Borgonauti: mettersi in contatto con i volontari del posto che noi chiamiamo “angeli”. Convinciamo quindi la signora Lina a fornirci il numero di un “angelo” di Venafro, il signor Nicandro, carabiniere in pensione, e concordiamo un appuntamento per visitare la Chiesa dell’Annunziata.

Chiesa di San Francesco
Chiesa di San Francesco
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro
Ex Convento di Santa Chiara, oggi Museo archeologico di Venafro

MUSEO NAZIONALE DI CASTELLO PANDONE

Quindi dove eravamo rimasti? Continuiamo il nostro viaggio nel tempo nelle stanze del castello le cui prime pietre sono opera prima dei Sanniti e poi dei Longobardi. Tali primordiali fortificazioni vengono poi plasmate dai Normanni, Angioini e Aragonesi; insomma nelle mani delle dinastie che hanno stabilito le sorti del Sud Italia per molti secoli. Ma il periodo che sicuramente ha lasciato al castello un aspetto unico e inconfondibile risale al 1443 quando passa alla custodia della famiglia Pandone.

In particolare Enrico Pandone, conte di Venafro, convertì la fortezza in una residenza signorile e negli anni fece affrescare gli ambienti del piano nobile con un ciclo di raffigurazioni (a grandezza naturale) interamente dedicate ai suoi cavalli che egli stesso allevava con tanta dedizione nelle scuderie del castello; una testimonianza della passione che il conte venafrano nutriva per questi nobili animali. Se oggi Enrico fosse ancora vivo, probabilmente avrebbe commissionato delle stampe digitali per i suoi cavalli ma per fortuna è vissuto mezzo millennio fa e ci ha lasciato degli affreschi il cui valore artistico è grande!

Al secondo piano, l’itinerario continua con l’esposizione di affreschi, sculture, tele e disegni che documentano l’arte dal Medioevo al Barocco nonché testimonianze pittoriche e fotografiche fino a giungere al XX secolo. Tra queste opere, di rara bellezza è il polittico di alabastro proveniente dalla Chiesa dell’Annunziata di Venafro.

Un cavallo Pandone
Un cavallo Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Cavalli di Enrico Pandone
Polittico di alabastro
Polittico di alabastro

Ovviamente anche qui non è mancata la chiacchierata con la guida del museo, una gentile signora di Caserta adottata con amore dalla città di Venafro e gli immancabili scatti dal terrazzo del castello dove si può ammirare un panorama unico.

Vista panorama dal Castello Pandone
Vista panorama dal Castello Pandone
Castello Pandone
Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone
Panorama dal Castello Pandone

CHIESA DELL’ANNUNZIATA

Venafro è anche conosciuta come la Città delle 33 chiese per il gran numero di edifici religiosi tra cui si distingue la Chiesa dell’Annunziata, uno degli esemplari più belli di architettura barocca del Molise. Abbiamo avuto la fortuna di vederla all’interno grazie alla devozione del signor Nicandro per la sua città di cui porta il nome di uno dei suoi Santi patroni ovvero San Nicandro e Santa Daria sua sposa e San Marciano.

Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro
Edicola votiva della Torre del Mercato con i Santi patroni di Venafro

La fama di questa chiesa è pianamente comprovata; l’interno è contraddistinto da un’unica immensa navata e appena si entra si rimane incantati di fronte ad un bianco così brillante spezzato dalla vivacità degli affreschi eseguiti da abili pittori, dei quali alcuni furono allievi del Vanvitelli.

Gli affreschi che più degli altri attirano l’attenzione appartengono al ciclo dedicato alla Madonna. Di tale ciclo il signor Nicandro ci fa notare un unicum nelle rappresentazioni pittoriche all’interno delle chiese: due natività poste una di fronte l’altra sull’abside del complesso ed in particolare, si tratta della maternità di Sant’Anna e quella della Vergine Maria.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa chiesa meravigliosa, ma il rischio di diffondere imprecisioni è alto, quindi meglio limitarsi ai ricordi più nitidi.

Chiesa dell'Annunziata
Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Interno Chiesa dell'Annunziata
Signor Nicandro e Borgonauti
Signor Nicandro e Borgonauti
Maternità di Sant'Anna
Maternità di Sant'Anna
Maternità della Vergine Maria
Maternità della Vergine Maria

ULTIMI SGUARDI ALLA CITTA’ DI VENAFRO

Probabilmente l’attenzione dei lettori sta per esaurirsi, così come il tempo avuto a disposizione per visitare le altre (ma non ultime) bellezze di Venafro…quindi niente paura perché il resoconto della passeggiata sta per terminare.

L’ora del tramonto si avvicinava e nuvole nerissime provenienti dalle montagne presagivano un terribile temporale estivo, tuttavia decidemmo di fare una visita fugace al Verlasce e lunga la via di casa raggiungere con la macchina il Parco Regionale dell’olivo

Il Verlasce, unico in Italia insieme al Parlascio di Lucca, (ahimè meno noto della piazza toscana, sede di eventi e manifestazioni) era in origine un anfiteatro romano e ciò è bene visibile dalla conservazione della pianta ellittica. Successivamente l’impianto romano subì delle sovrapposizioni medievali, infatti il complesso fu adattato al contesto rurale e con la realizzazione di piani sovrapposti trasformato in abitazioni. Si tratta di un monumento davvero particolarissimo dal punto di vista artistico e architettonico ma che allo stesso tempo testimonia un passato di cui oggi restano solo le sterili pietre. Queste antiche case medievali infatti sembrano abbracciarsi e richiamano un senso di comunità oggi diventato raro.

Verlasce
Verlasce
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco
Parco Regionale dell'olivo con muretti a secco

Il temporale era ormai imminente, le nuvole sul punto di scoppiare ma non rinunciamo all’ultima tappa. Percorriamo la strada alle spalle della Concattedrale e raggiungiamo il Parco dell’olivo; velocemente scattiamo qualche foto nel tentativo di immortalare la serenità degli olivi secolari, la pace di un luogo tanto mistico. Come ladri in fuga rubiamo le ultime essenze di Venafro e poi scappiamo con la consapevolezza di ritornare e con le prove per smentire che il Molise non esista!

Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
Concattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo e Porta Santa
La quiete prima della tempesta
La quiete prima della tempesta
Ulivi secolari
Ulivi secolari
Nuvoloni in arrivo
Nuvoloni in arrivo

Sant’Angelo in Formis: sulle tracce della spiritualità

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Facciata dell'abbazia di Sant'Angelo in Formis

Se fosse possibile fare un salto nel passato oppure azionare una macchina del tempo,  di certo a Sant’angelo in Formis avremmo sorpreso la dea Diana intenta nei suoi propositi di caccia.  Ebbene, com’è possibile che un luogo deputato alla cristianità conviva con miti e leggende pagane? In una terra come quella campana, non è la prima volta che la storia di popoli che non conobbero il culto cristiano si intreccia alle più note vicende di quei popoli che, nella cristianità, trovarono il senso della propria esistenza. Sant’Angelo in Formis è frazione del comune di Capua, in provincia di Caserta, alle pendici del monte Tifata. È proprio tra i boschi del monte che nasce il culto antico e locale della dea Diana: le fonti storiche e archeologiche attestano in quest’area la presenza di un tempio edificato a Diana Tifatina, regina della caccia e dei boschi. Sebbene di questo sito si conservi solo qualche reperto nel vicino Museo Campano di Capua, è comunque possibile farsi un’idea del luogo che stiamo per descrivere, un posto che per il suo fascino e per la sua atmosfera mistica sembra da sempre essere depositario di memorie religiose, siano esse pagane o cristiane. Più che per il suo valore cittadino, nell’immaginario collettivo l’espressione “Sant’Angelo in Formis” fa riferimento alla magnifica abbazia che domina il versante occidentale del monte Tifata. Anche questa volta, complici le curiosità sull’ etimologia di certi toponimi, cerchiamo di ricostruire la secolare tradizione di un luogo così speciale. Se a Diana fu associato il nome del monte Tifata, perché quello dell’abbazia reca invece le parole “in formis”? Secondo alcuni storici, la parola “formis” potrebbe avere ben due significati: il primo sarebbe una traduzione della stessa parola latina che indicherebbe la presenza di falde acquifere, mentre il secondo significato sarebbe da collegare a qualcosa privo di forma, secondo un indirizzo più spirituale e teologico tipico della cristianità medievale.

Nonostante le diverse interpretazioni circa l’ origine di questo toponimo, una cosa è certa: il sito di Sant’Angelo in Formis riesce a fondere la sua geografia, i suoi elementi naturali con tutto ciò che è al di fuori della natura e del sentirsi umani, che è oltre, spirituale.

Vista panoramica dalla piazzetta dell'abbazia

Attraversando un piccolo sentiero immerso nella natura, si raggiunge l’abbazia: la prima impressione è quella di trovarsi in un luogo spettacolare, complice il bellissimo panorama che si può ammirare proprio dall’area antistante alla chiesa. Storicamente, alcune fonti attestano che l’edificio fu costruito sui resti del tempio di Diana, perciò inizialmente indicato con l’espressione “ad arcum Dianae”. In effetti, l’abbazia presenta ornamenti e elementi architettonici (capitelli e colonne) d’epoca romana e ripercorre il perimetro dell’antico tempio, ampliato poi dalla costruzione delle absidi delle navate. Con ogni probabilità, la chiesa vera e propria fu edificata in epoca longobarda: non è un caso che si tratti di un edificio dedicato all’arcangelo Michele il cui culto, com’è noto, fu tanto caro al popolo longobardo. Il destino dell’abbazia è stato segnato da una serie di eventi storici di non poca rilevanza. Ai tempi del vescovo di Capua Pietro I, la chiesa fu donata ai monaci di Montecassino, poi intorno al 1065 legata alle sorti di Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa: probabilmente in questi anni cominciò la ristrutturazione voluta dall’abate Desiderio.

È a quest’ultimo personaggio che è legata la magnificenza dell’ abbazia: l’architrave reca un’iscrizione in latino che vuole l’abate Desiderio come fondatore del luogo di culto, testimonianza di colui che obbedì alla legge cristiana edificando la casa di Dio.

Dettaglio di una delle colonne
Navata centrale e ciclo di affreschi

Oggi, l’abbazia di Sant’Angelo in Formis è uno dei luoghi di culto più antichi e meglio conservati del territorio campano. Menzionata dai più grandi studiosi ma presente anche in molti manuali di storia dell’arte, la chiesa stupisce per la perfetta armonia tra tra spazi d’ombra e di luce, in un insieme organico e solenne, al tempo stesso semplice , quasi fosse sospesa in in tempo indefinito, a richiamo dell’unico tempo della cristianità, quello dell’eternità.

La magia di Sant’ Angelo in Formis è probabilmente contenuta nell’esperienza del visitatore, un’esperienza che fonde la più profonda spiritualità con il senso di stupore che solo l’arte sa trasmettere.

È proprio questa la sensazione che si prova quando, attraversando la navata centrale, ci si ritrova al cospetto dell’ affresco posizionato nel catino absidale e  rappresentante il Cristo Pantocratore, il Dio che benedice e governa il mondo.

Cristo Pantocratore
Parte degli affreschi della navata centrale

Accanto alla figura di Cristo sono poi raffigurati i simboli dei quattro evangelisti, mentre nella fascia inferiore dell’affresco compaiono gli Arcangeli, San Benedetto e l’abate Desiderio: quest’ultimo tiene tra le mani il modello della chiesa, a testimonianza del proprio ruolo di fondatore dell’edificio. Altrettanto maestoso è l’affresco della controfaccia dell’ abside centrale, raffigurante il Giudizio Universale, mentre nelle navate laterali vengono riproposte scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento: ogni figura è tracciata nei colori vivaci e brillanti tipici dell’arte bizantina.

È evidente che il ciclo di affreschi abbia un significato profondamente spirituale, quasi a voler simboleggiare il percorso che l’uomo in terra e il pellegrino in chiesa devono compiere durante la propria vita, in nome della fede in Cristo.

Probabilmente, non esistono e non sono pronunciabili parole completamente esaustive per descrivere l’esperienza di un visitatore a Sant’Angelo in Formis, ma una cosa è certa: l’abbazia conserva ancora il suo fascino mistico e ancestrale e il suo silenzio richiama le note di una sacralità profonda che si ridesta nell’esperienza spirituale e terrena del pellegrino visitatore.

Delia Brusciano

Borgonauti

Santa Maria Capua Vetere: a spasso con Spartaco!

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La città di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, è il luogo perfetto per gli amanti della storia antica e in particolare della storia romana: è per questo che nella primavera dello scorso anno abbiamo deciso di farvi tappa durante un pomeriggio domenicale! Se tanti luoghi d’Italia hanno una storia complessa e spesso travagliata, Santa Maria Capua Vetere non fa eccezione! È dunque necessario fare un viaggio nel tempo e capire perché la città abbia cambiato nome nel corso degli anni. Durante i secoli, Santa Maria Capua Vetere è stata contesa da tanti popoli ma è in età romana che la  città cominciò ad essere davvero considerata uno dei centri più grandi e sviluppati dell’intera penisola. Procediamo con ordine: perché la città ha un nome così articolato? Gli amanti della storia romana e della lingua latina sapranno sicuramente che Santa Maria Capua Vetere è un toponimo che tramanda una lunga tradizione, non solo storica ma anche  linguistica. In effetti, “Santa Maria” altro non è che l’espressione con cui ci si riferiva al piccolo centro abitato chiamato “Santa Maria in Villa”, sorto proprio sull’attuale territorio comunale ma così denominato solo a partire dal XIV secolo. E “Capua Vetere”? Anche questa volta è necessario fare un salto nel passato, magari con l’aiuto di un illustre oratore!

Cicerone definiva l’odierna Santa Maria Capua Vetere l’ “altera Roma” ovvero “l’altra Roma”, volendone specificare il ruolo di polo attrattivo e snodo cruciale per la parte meridionale dei territori romani.

Tuttavia, dopo la distruzione saracena e la costruzione della nuova Capua, le rovine della città vecchia cominciarono a distinguersi come “Capua Vetere” ossia la “Vecchia Capua”: l’odierno comune di Santa Maria Capua Vetere è dunque testimonianza della rinascita della città distrutta, nell’unione quasi ossimorica del culto mariano e della cultura latina. Oggi, la città offre la possibilità di fare un viaggio nel passato, partendo dai tempi più remoti fino a giungere allo splendore dell’età romana. Senza dubbio, per chi ama l’ architettura antica e i fasti d’epoca romana, il luogo perfetto da scoprire è l’Anfiteatro Campano che ospita anche il Museo dei Gladiatori.

Sotterraneo

L’anfiteatro è secondo soltanto al Colosseo per dimensioni e vanta il primato di essere stato la sede della prima scuola per gladiatori! È proprio in questo luogo o comunque nelle sue vicinanze che secondo la tradizione Spartaco guidò la rivolta dei gladiatori. Con un po’ di immaginazione, accompagnati da questo famosissimo personaggio, ci siamo tuffati nel passato! Ancora oggi è possibile scorgere gran parte delle caratteristiche dell’edificio: le maestose arcate circondano e accolgono l’arena in cui si svolgevano gli scontri tra gladiatori. Al di sotto dell’odierno livello stradale , si apre agli occhi dei visitatori una meraviglia: un geometrico gioco di spazi in cui si incrociano corridoi perimetrali e laterali!

I sotterranei dell’ anfiteatro erano le quinte del combattimento: è qui che venivano trasportati belve e animali da utilizzare per gli spettacoli e sempre qui ogni gladiatore si preparava prima di recarsi nell’arena.

 

Museo dei gladiatori

La nostra visita prosegue presso l’ adiacente Museo dei Gladiatori, inaugurato nel 2003, che ci ha permesso di ammirare parte delle meravigliose decorazioni dell’anfiteatro: dalle iscrizioni su marmo a scene raffiguranti i combattimenti, fino ad una magnifica ricostruzione plastica delle originarie fattezze dell’anfiteatro. Insomma, il museo incuriosisce i suoi visitatori non solo perché racconta la storia di questo meraviglioso edificio ma anche perché  riporta alla luce l’ antica arte del combattimento! Chissà quanti pensieri, quante speranze e quante storie avrebbe potuto raccontarci Spartaco, la nostra guida immaginaria tra le rovine di questa meraviglia campana! Ad ogni modo, benché nel presente, la nostra passeggiata a Santa Maria Capua Vetere ha significato anche un curioso e breve viaggio nel passato, verso le origini della nostra cultura, alla sorgente della storia locale.

                                                                                                                                                                                                                                 Delia Brusciano

Il Real Sito di Carditello – Storia di una rivalsa

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Visitai per la prima volta il Real Sito di Carditello in una radiosa domenica di primavera. Il cielo terso brillava di azzurro e il vento, lieve come una carezza, mitigava il calore del sole. Le ampie distese di terreni coltivati, gli alberi di cerri ed eucalipto e i fitti arbusti incorniciavano di sfumature verdi e marroni le stradine di San Tammaro. Alla fine del tragitto, parcheggiato il veicolo e varcata la soglia del massiccio cancello della Reale Tenuta di Carditello, mi incamminai verso l’ingresso della struttura per visitarla. Nell’incedere mi immergevo nell’intensità dei colori e dei profumi dei fiori e dell’erba e questo mi permise, passo dopo passo, respiro dopo respiro, di godere di un momento di pieno abbandono alla natura circostante. Avanzavo, accolta dai suoni della campagna, e cercavo di cogliere tutti i dettagli, che mi si offrivano al passaggio: l’antico galoppatoio per le corse dei cavalli, realizzato in terreno battuto con prato centrale alla maniera di un antico circo romano, nel quale si scorgevano i due obelischi di marmo, utilizzati come fontane, e il tempietto circolare, riservato agli orchestrali.

Il Tempietto per gli orchestrali del Real Sito di Carditello

Ad accompagnare il visitatore nel suo cammino, vi erano le torrette, alcune a pianta ottagonale e altre a pianta quadrata, che in passato erano destinate all’attività casearia e agricola, e i corpi centrali, utilizzati in origine come capannoni. Sul retro si scorgevano i cortili, che un tempo erano impiegati come campi agricoli. Tutto mi incantava e mi suscitava una profonda curiosità, eppure la sensazione, che il luogo trasmetteva, era di profonda malinconia: il passato si manifestava con un’imponenza solenne in ogni angolo, ma il tempo aveva avuto un corso chiaramente spietato, arrivando a contaminare di incuria l’antico splendore.

Ergendosi a simbolo di quel meridione che ha vissuto tanto la magnificenza quanto il degrado, Il Real Sito mostrava con fierezza le vicende della sua tortuosa storia. Storia, che cominciò nel 1628, anno in cui fu realizzata per volere di un feudatario, il Conte di Acerra. Probabilmente il nome “Carditello”  trasse origine da una sua peculiarità dell’epoca, ovvero dalla massiccia presenza del cardo mariano: parliamo di una pianta di aspetto simile al carciofo, tipica delle aree paludose, considerata infestante, ma dotata di forti proprietà antiossidanti. Infatti era utilizzato in varie ricette popolari e ancora oggi in alcune zone d’Italia è usato in zuppe e liquori. Successivamente si registrò una profonda svolta: nel 1744 Carlo di Borbone, in seguito all’opera di esproprio e acquisto di feudi, ottenne la tenuta, dando inizio a una serie di trasformazioni in termini  di impiego e di prestigio della struttura. Infatti, il sito divenne una delle Reali Delizie borboniche, cioè una delle residenze che offrivano una piacevole permanenza ai sovrani e alla corte, e fu riservata all’allevamento e alla valorizzazione di particolari specie di cavalli. Nacque così la Real Razza equina. Inoltre, i territori di Carditello, ricchi di fauna, permisero di sfruttare il luogo per l’attività venatoria, particolarmente apprezzata dai reali e dall’aristocrazia dell’epoca. In particolare era possibile cacciare i cinghiali, le lepri, i  cervi e le volpi. Il processo di sviluppo, avviato con Carlo, continuò con Ferdinando IV, che nel 1787 commissionò all’architetto Francesco Collecini, allievo di Vanvitelli, la costruzione della palazzina centrale, che avrebbe contenuto gli appartamenti reali.

La Reggia di Carditello - Foto di Lucia Russo

 Il contributo di Collecini però non si limitò a questo: egli realizzò per Carditello un progetto all’avanguardia, che permise la trasformazione della tenuta in un’azienda agricola di stampo sperimentale. Il prospetto comportò il raggruppamento delle stalle, scuderie, laboratori caseari, aree agricole e la costruzione di alloggi dei contadini, allevatori e casari, rendendo il Casino Reale uno snodo tra aristocrazia e popolo e tra diversi tipi di produzione. Infatti, nella tenuta si integrò l’allevamento di cavalli, bufali e vacche e la coltivazione della canapa, di cereali e lino alla lavorazione del formaggio e della mozzarella di bufala.  L’architetto fu affiancato nella direzione dei lavori di decorazione della Reggia di Carditello da Jakob Philipp Hackert, pittore tedesco, apprezzato dal sovrano per la sua capacità di riproduzione del reale, il quale si avvalse della collaborazione di molti artisti di corte, come Carlo Beccalli, Giuseppe Cammarano, Fedele Fischetti, Angelo e Carlo Brunelli. Il regno borbonico ha dunque rappresentato il periodo più florido per il Real Sito, a cui purtroppo sono susseguiti gli eventi più drammatici. Mi riferisco ai secoli di saccheggi, di abbandono, vandalismo e degrado, che hanno afflitto il connubio di arte, lavoro e natura, che esso rappresentava. Le sofferenze della Reale Tenuta ebbero inizio nel 1799, anno in cui fu proclamata la Repubblica Napoletana, in seguito all’occupazione francese: la reggia fu assaltata e occupata, subendo ingenti danni, come i furti e le devastazioni degli affreschi, arredi e opere d’arte. Successivamente con l’occupazione napoleonica, i sovrani borbonici si videro costretti a fuggire, cercando di trarre in salvo dalle varie residenze gli oggetti a cui tenevano maggiormente.

Da Carditello partirono quattro casse di tendaggi, arazzi, quadri e ornamenti in ottone e ciò che rimase fu sfregiato o saccheggiato. L’ondata di barbara devastazione si aggravò col brigantaggio dell’epoca post-unitaria: i furti ripresero con maggiore violenza e ad essere prelevati non furono solo suppellettili e arredi ma anche animali. Durante la Seconda guerra mondiale, la Reggia fu utilizzata dai soldati americani, che nel tempietto dorico incisero delle scritte per dichiarare la propria presenza.  Il declino angoscioso, dovuto all’ abbandono, alle aste, ai furti, alle infiltrazioni camorristiche e allo sversamento illegale di rifiuti, continuò imperterrito fino al 2013, quando messaggi di allarme e richieste di provvedimenti furono lanciati da Tommaso Cestrone, un pastore di quei territori divenuto poi volontario della protezione civile che, nonostante le minacce di morte, ripulì la Reggia dai rifiuti e dagli atti vandalici, conservando ciò che era rimasto.

 Il suo famoso motto “Carditello non deve morire”,  fu accolto da Massimo Bray, l’allora ministro dei Beni Culturali, che diede inizio ad un intenso intervento di recupero. L’opera di ripristino continuò incessante grazie all’azione congiunta del Ministero dei Beni Culturali, del comune di San Tammaro, dalla Regione Campania, confluiti nella Fondazione Real Sito di Carditello, e al supporto dei volontari di Agenda 21, ispirati dall’esempio di Cestrone. Recentemente dall’esperienza del volontariato è infine sorta la cooperativa sociale “Il Cardo”, alla quale la fondazione ha affidato una serie di servizi, tra cui le visite domenicali: grazie ai suoi operatori è possibile accedere agli appartamenti reali nella palazzina centrale e ricevere informazioni per tutto il percorso sull’evoluzione del sito, sulle curiosità storiche, sulle interpretazioni e le controversie degli affreschi, sulle iniziative presenti e future, aprendo così una finestra temporale sul passato e sul presente del Casino Reale

Grazie a questa collaborazione sinergica, la Reale Reggia di Carditello sta ottenendo il riscatto che merita, riportando a poco a poco alla luce la bellezza, sepolta sotto le macerie del degrado. L’arte, che permea questo posto, nonostante sia stata per troppo tempo offesa dalla mano di uomini indegni, pian piano torna a svelarsi, a lasciarsi ammirare e a destare stupore. Il Neoclassicismo domina incontrastato tutta la struttura con le sue forme sobrie e simmetriche e con i suoi richiami all’arte e alla mitologia greca e romana. L’equilibrata eleganza di questa corrente settecentesca rappresenta il trait d’union di tutte le residenze borboniche e non è un caso che, nel momento in cui si raggiunge la palazzina reale, si scorga subito una profonda somiglianza con la Reggia di Caserta. Seppur priva di eccessi, la facciata del corpo centrale appare maestosa e si distinguono sulla tettoia le panoplie, cioè il complesso delle parti di un’armatura o di armi, disposte a trofeo per ornamento, al di sopra dei quali primeggia la loggetta, ancora non aperta al pubblico, provvista di vetrate, grazie alle quali un giorno si potrà ammirare il panorama circostante. La natura a Carditello primeggia all’esterno ma anche all’interno della struttura: negli affreschi, salvati dal deterioramento, si distinguono svariati scorci paesaggistici, che valorizzano i soggetti pittorici, riconducibili ai personaggi dei miti classici o ai membri della dinastia borbonica.

Quando la visita si conclude, ciò che si imprime nell’animo è l’augurio di una definitiva rinascita: è indiscutibile che tutto ciò che si trova nel Real Sito di Carditello testimoni l’identità e la storia del popolo campano e ciò è sufficiente a gettare le basi per una profonda riflessione sulla capacità dell’essere umano di creare meraviglie, ma anche di distruggerle. Troppo spesso accade che i luoghi d’arte, come Carditello, diventino turpi scenari di decadenza, a causa dell’indifferenza o della disonestà dell’individuo e, nonostante tutto, il Real Sito ci tramanda con il suo esempio un messaggio di fiducia in quel cambiamento, capace di riesumare l’antico splendore, di rivalorizzare il patrimonio storico-artistico  e di risvegliare le coscienze dal torpore.

Marica Fiorito