Alla scoperta della natura

La natura e l’uomo – Alla scoperta delle Forre di Lavello

Il fiume Titerno sotto il ponte di Annibale

Quale sensazione più bella può esserci, in piena estate, in una calda domenica di agosto, di tuffarsi nelle gelide e trasparenti acque di un fiume, all’interno di gole scavate nella pietra, protetti dalle pareti rocciose dei monti, circondati dagli alberi e coperti solo da un cielo limpido che si lascia attraversare dalla luce filtrante del sole agostano?

Beh vi dirò che, contrariamente a quel che immaginavo, questa è stata solo una delle meravigliose emozioni che ha regalato, a noi borgonauti, la passeggiata alle Forre di Lavello, uno splendido canyon, detto appunto “Lavello”, di circa 30 metri di profondità, nato tra i monti Erbano e Cigno, grazie alla forza erosiva delle acque del fiume Titerno a contatto con la pietra calcarea.

Il sentiero che fiancheggia il torrente, al confine tra i comuni di Cerreto Sannita e Cusano Mutri (nel Beneventano) ripercorre un’antichissima strada mulattiera di epoca sannita, che era fondamentale per gli abitanti della valle che si recavano verso la montagna.

Come anticipato sopra, il tuffo finale nelle forre è stato solo l’approdo e il bellissimo coronamento di un’escursione iniziata diverse ore prima, che può regalare davvero un avventuroso e intenso percorso, all’interno di un’altalena di emozioni.

Le Forre viste dall'alto
Scorci lungo la discesa

IL SENSO DELL’ESPLORAZIONE

Spesso quando si progetta di fare una passeggiata in montagna, una giornata di trekking o un’escursione tra amici o in famiglia, ci si concentra sull’equipaggiamento da portare e sull’abbigliamento da usare, solitamente scarpe comode con una suola non liscia, vestiti sportivi, occhiali da sole, zainetto con borraccia o bottiglie d’acqua, una colazione a sacco e, qualora si preveda una sosta con annesso bagno nelle acque del luogo, magari anche un costume! Ed è stata questa anche la base di partenza della nostra giornata matesina.

Quello sui cui, però, spesso non si ragiona è cosa occorra “lasciare” a casa per vivere al meglio questo genere di esperienza e con che tipo di bagaglio si possa tornare dopo l’esplorazione. Quando, infatti, si decide di attraversare un tratto di montagna quasi incontaminata, quale è questo selvaggio e suggestivo angolo del Parco nazionale del Matese, e si pensa, quindi, di entrare in uno spazio-dominio assoluto della natura, si apprende anche, quasi in maniera inconsapevole, il rispetto ancestrale per essa e di conseguenza per la vita.

Infatti, nel ricercare i sentieri, appena vagamente indicati o tracciati, nel batterli e sperimentarli con il desiderio e la curiosità di scoprire cosa vi sia alla fine del percorso e quale sia la strada più breve o più giusta, diventano importantissimi tanti piccoli elementi spesso trascurati e che, in questo contesto specifico, si riscoprono fondamentali: la roccia che ci fornisce riparo e ombra quando il sole picchia troppo forte, il vento che soffia tra gli alberi donando sollievo e spingendoci quasi in avanti, la vegetazione che ci regala frutti, colori e profumi insieme a spettacoli di grande bellezza, l’acqua che permette di idratarci, la capacità di orientarsi senza gps ma guardandosi intorno, la coordinazione tra i passi e il senso dell’equilibrio che diviene prezioso quando si esce dall’universo modellato dall’uomo solo per le sue esigenze e si calpesta, invece, il regno della natura, che può affascinarci o anche metterci in seria difficoltà, se non si entra in sintonia con essa.

Flora e fauna delle Forre
Natura selvaggia
Giochi di riflesso
Giochi di riflesso

Ed ecco che, allora, in un attimo, si comprende quanto sia importante capire la natura, sentire la terra, interpretare i suoi segnali, ascoltandola con calma e riscoprendo così anche un po’ se stessi. Se lo si farà, lasciando indietro maschere, sovrastrutture, paure consce e inconsce, la natura si lascerà attraversare regalando momenti e scenari imperdibili, aiutandoci ad affrontare tabù e superare i nostri limiti.

Questa sensazione un po’ magica di sentirsi, come essere umano, solo una piccola parte di un contesto più grande che ti accoglie, ti mette alla prova e ti premia se ti metti in gioco, mi ha accompagnato in tutto il percorso fatto dal Ponte di Annibale al Ponte dei Mulini e lungo la risalita sul monte Cigno.

Il Ponte di Annibale

L’inizio della passeggiata – Il Ponte di Annibale

Guidando lungo la strada provinciale Cerreto Sannita-Cusano Mutri, ad un certo punto abbiamo notato un monumento in ferro raffigurante alcuni elefanti: questo è l’indicatore che segna l’inizio di una strada che porta al famoso Ponte di Annibale. Parcheggiata l’auto nell’area antistante, abbiamo iniziato a scendere a piedi lungo il sentiero che ci ha portato, in pochi minuti, direttamente, come una macchina del tempo, nelle viscere della Storia.

Il ponte, lungo 13 metri, largo 1,5 metri con una luce di 9,15 metri, è formato da una sola arcata a tutto sesto che giganteggia sul corso del fiume Titerno ed è costruito interamente con l’uso di pietra locale.

Secondo la leggenda sul ponte sarebbe passato il celebre condottiero cartaginese Annibale, assieme ai suoi elefanti, durante la sua discesa al tempo della seconda guerra punica, per nascondere un bottino di guerra sul vicino monte Cigno. Anche lo storico Polibio racconta una versione dei fatti che rinvigorisce tale ipotesi. Recentemente la leggenda sembrava aver trovato un’ulteriore conferma grazie al ritrovamento, il 10 febbraio 1951, sul monte Cigno, di alcune monete in argento di epoca romana, databili al periodo storico della narrazione. Sull’eventuale presenza di Annibale in queste zone gli storici dell’antichità hanno opinioni controverse: Tito Livio, al contrario di Polibio, narra che colui che attraversò la Cominium Cerritum sannita fu Annone, generale di Annibale.

Il ponte è stato edificato in epoca romana e successivamente ristrutturato più volte specie dopo il sisma del 1688, anche se ha conservato nel tempo la sua fisionomia. Durante il terremoto citato mentre Cerreto Sannita fu quasi interamente distrutta, Cusano Mutri restò indenne e per ringraziamento furono edificate le cappelle di Santa Maria della Pietà (poi sconsacrata) e quella della Santa Croce utilizzando le pietre e l’area del fortino Castelluccio, ribattezzando poi l’altura principale Monte Calvario.

Dopo aver attraversato il ponte, ammirato da esso il corso del fiume e aver percorso brevemente un piccolo tratto dei sentieri a destra e sinistra del ponte, che costeggiano il fiume dall’alto, siamo tornati all’auto in direzione “Forre di Lavello”.

Costeggiando il Titerno

Ritornando sulla strada provinciale verso Cusano Mutri o verso Civitella Licinio in entrambi i casi si incontra una stradina che un tempo era veicolabile in auto ma che, a causa di frane in passato, ora è percorribile solo a piedi, come è reso intuitivo dalla presenza di un enorme macigno posto al centro della strada. C’è uno spazio parcheggio prima di tale masso, in cui si può fermare l’automobile per poi continuare a piedi.

Proseguendo verso Nord, dopo un po’ di asfalto, si incontra sulla sinistra una scalinata che, ahimè, solo alla fine della nostra escursione, abbiamo capito essere il vero inizio del percorso, dotato anche di un cartello che funge da mappa e che è una delle poche indicazioni sul sentiero.

Se da là si prosegue attraversando il Ponte di Pesco appeso a cavallo del fiume Titerno, si arriva a un bivio, in cui si comincerà a salire per incontrare rispettivamente la Grotta delle Fate, una grotta artificiale scavata nella roccia calcarea ai fini di sondare il terreno per la costruzione di una diga, fino alla Grotta dei Briganti, che rappresenta la parte più “avventurosa” del sentiero, una piccola fessura tra le rocce, ricca di stalattiti e stalagmiti, La Grotta delle Streghe e alcuni punti panoramici come il Belvedere sulla Forra.

Come anticipavo prima, solo alla fine della giornata noi borgonauti abbiamo compreso che questo è il modo più agevole di visitare le Forre di Lavello ed è probabilmente la modalità di escursione che utilizzeremo la prossima volta che decideremo di tornare al Lavello.

 

Inizio del nostro percorso
Inizio del nostro percorso
Bivii lungo il tragitto
Il fiume Titerno

Invece, durante la nostra prima visita, dopo aver ignorato la scalinata, abbiamo deciso di scendere tramite una stradina alla sinistra di un ponte di legno, lungo il corso del fiume, che stavamo già ammirando dall’alto in tutta la sua selvaggia bellezza, tra piccole cascate, rivoli, insenature e grotte.

Abbiamo deciso di seguire solo il nostro senso di orientamento e costeggiare il Titerno a piedi dal basso, trovandoci poi a farci largo nel letto del fiume tra rocce scivolose e piccoli salti da fare, un cammino un po’ tortuoso che, forse, senza gli amici borgonauti, non avrei tentato di portare a termine, precludendomi di assistere alla meraviglia che entro pochi minuti ci saremmo trovati davanti agli occhi.

Infatti dopo aver superato, grazie al reciproco incoraggiamento, qualche resistenza e l’incoscia paura di cadere e inciampare, ci siamo ritrovati in un punto di incantevole bellezza,  all’interno di pozze d’acqua fredda stupende in cui immergersi dopo la traversata, all’altezza del Ponte del Mulino, un ponticello stretto, corto, formato da rocce posizionate in modo da formare un arco, che sembra in perenne bilico e che invece è parte costituente da sempre di quello scenario,incorniciato in alto da una flora ricchissima fatta di faggi, castagni e un fitto sottobosco.

Il Ponte del Mulino
Il Ponte del Mulino

Dopo aver mangiato lungo le sponde del fiume, trovato ristoro in acqua, aver conosciuto altri esploratori con cui scambiare itinerari e impressioni sui dintorni, aver assistito ai tuffi dal ponte, scattato diverse foto ricordo, decidiamo di risalire partendo dal Ponte del Mulino tramite un sentiero, in parte privo di protezioni, lungo il monte Cigno, seguendo il sentiero in direzione inversa rispetto a quella descritta in prima istanza, strada che ci riporta esattamente al punto di partenza, la scalinata sull’asfalto lasciato alle nostre spalle la mattina, di cui quasi avevamo dimenticato l’esistenza, dopo tante ore avvolti nell’abbraccio di tutti gli elementi primordiali del mondo naturale che ci hanno ricordato la nostra vera essenza, il nostro posto nel mondo e il valore inestimabile di questo tipo di passeggiate.

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