Viaggio nell'arte

Sant’Angelo in Formis: sulle tracce della spiritualità

Facciata dell'abbazia di Sant'Angelo in Formis

Se fosse possibile fare un salto nel passato oppure azionare una macchina del tempo,  di certo a Sant’angelo in Formis avremmo sorpreso la dea Diana intenta nei suoi propositi di caccia.  Ebbene, com’è possibile che un luogo deputato alla cristianità conviva con miti e leggende pagane? In una terra come quella campana, non è la prima volta che la storia di popoli che non conobbero il culto cristiano si intreccia alle più note vicende di quei popoli che, nella cristianità, trovarono il senso della propria esistenza. Sant’Angelo in Formis è frazione del comune di Capua, in provincia di Caserta, alle pendici del monte Tifata. È proprio tra i boschi del monte che nasce il culto antico e locale della dea Diana: le fonti storiche e archeologiche attestano in quest’area la presenza di un tempio edificato a Diana Tifatina, regina della caccia e dei boschi. Sebbene di questo sito si conservi solo qualche reperto nel vicino Museo Campano di Capua, è comunque possibile farsi un’idea del luogo che stiamo per descrivere, un posto che per il suo fascino e per la sua atmosfera mistica sembra da sempre essere depositario di memorie religiose, siano esse pagane o cristiane. Più che per il suo valore cittadino, nell’immaginario collettivo l’espressione “Sant’Angelo in Formis” fa riferimento alla magnifica abbazia che domina il versante occidentale del monte Tifata. Anche questa volta, complici le curiosità sull’ etimologia di certi toponimi, cerchiamo di ricostruire la secolare tradizione di un luogo così speciale. Se a Diana fu associato il nome del monte Tifata, perché quello dell’abbazia reca invece le parole “in formis”? Secondo alcuni storici, la parola “formis” potrebbe avere ben due significati: il primo sarebbe una traduzione della stessa parola latina che indicherebbe la presenza di falde acquifere, mentre il secondo significato sarebbe da collegare a qualcosa privo di forma, secondo un indirizzo più spirituale e teologico tipico della cristianità medievale.

Nonostante le diverse interpretazioni circa l’ origine di questo toponimo, una cosa è certa: il sito di Sant’Angelo in Formis riesce a fondere la sua geografia, i suoi elementi naturali con tutto ciò che è al di fuori della natura e del sentirsi umani, che è oltre, spirituale.

Vista panoramica dalla piazzetta dell'abbazia

Attraversando un piccolo sentiero immerso nella natura, si raggiunge l’abbazia: la prima impressione è quella di trovarsi in un luogo spettacolare, complice il bellissimo panorama che si può ammirare proprio dall’area antistante alla chiesa. Storicamente, alcune fonti attestano che l’edificio fu costruito sui resti del tempio di Diana, perciò inizialmente indicato con l’espressione “ad arcum Dianae”. In effetti, l’abbazia presenta ornamenti e elementi architettonici (capitelli e colonne) d’epoca romana e ripercorre il perimetro dell’antico tempio, ampliato poi dalla costruzione delle absidi delle navate. Con ogni probabilità, la chiesa vera e propria fu edificata in epoca longobarda: non è un caso che si tratti di un edificio dedicato all’arcangelo Michele il cui culto, com’è noto, fu tanto caro al popolo longobardo. Il destino dell’abbazia è stato segnato da una serie di eventi storici di non poca rilevanza. Ai tempi del vescovo di Capua Pietro I, la chiesa fu donata ai monaci di Montecassino, poi intorno al 1065 legata alle sorti di Riccardo Drengot, principe normanno di Capua e conte di Aversa: probabilmente in questi anni cominciò la ristrutturazione voluta dall’abate Desiderio.

È a quest’ultimo personaggio che è legata la magnificenza dell’ abbazia: l’architrave reca un’iscrizione in latino che vuole l’abate Desiderio come fondatore del luogo di culto, testimonianza di colui che obbedì alla legge cristiana edificando la casa di Dio.

Dettaglio di una delle colonne
Navata centrale e ciclo di affreschi

Oggi, l’abbazia di Sant’Angelo in Formis è uno dei luoghi di culto più antichi e meglio conservati del territorio campano. Menzionata dai più grandi studiosi ma presente anche in molti manuali di storia dell’arte, la chiesa stupisce per la perfetta armonia tra tra spazi d’ombra e di luce, in un insieme organico e solenne, al tempo stesso semplice , quasi fosse sospesa in in tempo indefinito, a richiamo dell’unico tempo della cristianità, quello dell’eternità.

La magia di Sant’ Angelo in Formis è probabilmente contenuta nell’esperienza del visitatore, un’esperienza che fonde la più profonda spiritualità con il senso di stupore che solo l’arte sa trasmettere.

È proprio questa la sensazione che si prova quando, attraversando la navata centrale, ci si ritrova al cospetto dell’ affresco posizionato nel catino absidale e  rappresentante il Cristo Pantocratore, il Dio che benedice e governa il mondo.

Cristo Pantocratore
Parte degli affreschi della navata centrale

Accanto alla figura di Cristo sono poi raffigurati i simboli dei quattro evangelisti, mentre nella fascia inferiore dell’affresco compaiono gli Arcangeli, San Benedetto e l’abate Desiderio: quest’ultimo tiene tra le mani il modello della chiesa, a testimonianza del proprio ruolo di fondatore dell’edificio. Altrettanto maestoso è l’affresco della controfaccia dell’ abside centrale, raffigurante il Giudizio Universale, mentre nelle navate laterali vengono riproposte scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento: ogni figura è tracciata nei colori vivaci e brillanti tipici dell’arte bizantina.

È evidente che il ciclo di affreschi abbia un significato profondamente spirituale, quasi a voler simboleggiare il percorso che l’uomo in terra e il pellegrino in chiesa devono compiere durante la propria vita, in nome della fede in Cristo.

Probabilmente, non esistono e non sono pronunciabili parole completamente esaustive per descrivere l’esperienza di un visitatore a Sant’Angelo in Formis, ma una cosa è certa: l’abbazia conserva ancora il suo fascino mistico e ancestrale e il suo silenzio richiama le note di una sacralità profonda che si ridesta nell’esperienza spirituale e terrena del pellegrino visitatore.

Delia Brusciano

Borgonauti

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